Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> All'ordine del giorno... i commenti a caldo --> Dall’ILVA di Cornigliano un segnale controcorrente

Dall’ILVA di Cornigliano un segnale controcorrente

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Passata sotto silenzio sui mass media, che in genere hanno segnalato più la condanna unanime di Confindustria, CISL e UIL, che la notizia dell’iniziativa della maggioranza dei lavoratori, l’occupazione dello stabilimento ILVA di Cornigliano (Genova) rappresenta un segnale importante, comunque si concluda. Da anni in Italia i sindacati confederali avevano risposto a ogni violazione di accordi, a ogni nuovo attacco ai diritti acquisiti chiedendo umilmente la mediazione del governo o delle autorità locali. Anche la FIOM, una volta rientrata completamente nella maggioranza della confederazione, e accettata come vincolante l’unità paralizzante con CISL e UIL, aveva rinunciato a utilizzare forme di lotta efficaci. Se riuscirà a resistere alle pressioni esterne ed interne (alla stessa FIOM nazionale) la FIOM di Genova può rappresentare un punto di riferimento per la ricostruzione di un sindacato di classe. Pubblico molto volentieri il comunicato e l’articolo scritti dai compagni di Sinistra anticapitalista di Genova per il sito nazionale di Sinistra Anticapitalista. (a.m.)

 

PREMESSA

 

Ieri l’assemblea dei lavoratori Ilva di Cornigliano ha deciso l’occupazione dello stabilimento, almeno fino a mercoledì 8 novembre, giorno in cui il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda ha convocato a Roma, nel pomeriggio, alla sede del Ministero, il MISE, i rappresentanti delle istituzioni locali firmatarie dell’Accordo di Programma per Cornigliano (l’Atto modificativo sottoscritto l’8 ottobre 2005), dal presidente della Regione Liguria Giovanni Toti al sindaco del Comune di Genova Marco Bucci, ma non le Organizzazioni sindacali, anch’esse firmatarie dello stesso Accordo di Programma.

Dopo l’assemblea i i lavoratori sono usciti in corteo per le vie del Ponente genovese, con in testa lo striscione con la scritta “Pacta servanda sunt”, che rimanda appunto al rispetto dell’Accordo di Programma, con cui furono dismesse le lavorazioni a caldo di Cornigliano, di gran lunga le più inquinanti, all’interno di una intesa che assicurava la salvaguardia della tutela di occupazione e reddito per i lavoratori e prefigurava uno sviluppo delle lavorazioni della fabbrica, peraltro poi non avvenuto secondo i termini concordati, con una perdita in dodici anni di oltre un migliaio di posti di lavoro.

La proposta di occupazione è stata fatta in assemblea dalla maggioranza della RSU, dove la FIOM nelle ultime elezioni del marzo scorso ha mantenuto la maggioranza assoluta, con il 53% dei voti e 10 delegati eletti su 18. FIM e UILM si sono dissociate.

Sinistra Anticapitalista sottolinea l’importanza di questa iniziativa di lotta, che deve contribuire a mantenere alta la mobilitazione dei lavoratori di tutto il gruppo Ilva, come dimostrato anche dalla riuscita degli scioperi avvenuti nel mese di ottobre in tutti gli stabilimenti e nelle diverse sedi sul territorio nazionale (Taranto, Genova – Cornigliano, Novi Ligure, Racconigi, Milano, Marghera), contro il piano presentato dalla cordata di Am InvestCo (Arcelor Mittal – Marcegaglia) di 4.200 licenziamenti e gli altri 10.000 lavoratori che verrebbero riassunti dalla nuova Società con i nuovi contratti Jobs Act, con la perdita di anzianità e degli accordi integrativi aziendali in essere. Con conseguenze ulteriormente devastanti sui lavoratori dell’indotto, stimati in oltre 7.000.

Sinistra Anticapitalista ripropone la necessità di porre all’ordine del giorno delle rivendicazioni politiche e sindacali la nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori, senza indennizzo per i padroni, tanto più nel caso di un complesso industriale strategico quale è Ilva, come in tutte le situazioni in cui le imprese licenziano dopo aver usufruito di contributi statali, o che inquinano e che vanno riconvertite su produzioni ecologicamente compatibili, come è ineludibile a Taranto.

 

Pubblichiamo qui un testo che fa il punto sulla vicenda Ilva.

 

Sinistra Anticapitalista – Circolo di Genova

(7 novembre 2017)

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LA VENDITA DELL’ILVA: LAVORO E SALUTE SUL MERCATO DEL CAPITALE.

 

Per i prossimi 9 e 14 novembre sono previsti due nuovi incontri tra ArcelorMittal, Governo e Organizzazioni sindacali sul futuro di Ilva. E per il 13 novembre è atteso il verdetto dell’Antitrust UE e c’è l’ipotesi che l’Antitrust possa chiedere a Mittal un ridimensionamento della sua produzione di acciaio di almeno 4-5 milioni di tonnellate, per compensare l’eccesso di concentrazione produttiva in Europa, conseguente all' acquisto di Ilva, e costringerla a chiudere altri siti europei, da rendere così antieconomico l’acquisto di Ilva per Mittal.

 

Intanto AM Investco Italy, controllata da ArcelorMittal (88%), dal gruppo Marcegaglia (6%) e da Intesa Sanpaolo (6%), nei giorni scorsi, rispetto al piano industriale presentato ai primi di ottobre, ha dichiarato di voler “occupare almeno 10 mila addetti” su 14.200 totali oggi in organico a Ilva, aprendo alla possibilità di trattare con i sindacati sul mantenimento dell’anzianità di servizio, contrattazione di secondo livello e articolo 18. E ribadendo il suo impegno ad investire in ambito industriale 1,250 miliardi di euro per modernizzare gli impianti e 1,130 miliardi per le bonifiche ambientali. Tutte dichiarazioni che dovranno essere verificate a partire dai prossimi incontri.

 

Un piano aziendale che continua a prevedere 4.200 licenziamenti complessivi, di cui 3.300 a Taranto, 600 a Genova, 54 a Novi Ligure, ecc. Per chi resta, è prevista la riassunzione con il Jobs Act, che in pratica significa la rinuncia alle tutele dell’articolo 18, la perdita di anzianità, degli accordi integrativi aziendali, dei premi di produzione e il taglio di tredicesime e quattordicesime, per un ammontare complessivo di circa 250 euro in meno al mese per ogni lavoratore. Sul fronte degli appalti, tale piano produrrà una perdita di posti di lavoro molto pesante (almeno 7 mila posti di lavoro in meno, tra lavoratori impiegati in ditte di trasporto, fornitori vari, addetti a mense e pulizie, vigilanza e portierato).

 

Un piano lacrime e sangue che è stato giustamente contrastato da subito con il forte e ben riuscito sciopero di lunedì 9 ottobre (di 24 ore, con adesioni vicine al 100% in tutti i vari siti) che ha costretto il Governo, per bocca del ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, al rinvio della trattativa ufficiale tra Azienda, Istituzioni e Rappresentanze sindacali. E nuovi scioperi ci sono stati il 13 ottobre nella sede aziendale di Milano, il 19 ottobre a Novi Ligure e Racconigi, il 31 ottobre a Marghera.

Dopo l’intervento della magistratura tarantina contro i crimini padronali di Riva, dopo la gestione commissariale dell’azienda (da giugno 2013, iniziata con Enrico Bondi, proseguita poi con Piero Gnudi, Enrico Raghi e oggi con Corrado Carrubba, che resterà in carica fino al 2019), il Governo Renzi lo scorso anno aveva avviato l’iter di vendita e privatizzazione dell’Ilva che, a causa del ricorso dei Riva e dell’intervento dell’Unione Europea contro “gli aiuti di stato”, si era arenato fino a inizio 2017.

 

Inizialmente si erano fatti avanti 25 possibili acquirenti, ridottisi poi a molti meno, suddivisi in due cordate. La prima cordata era quella guidata dalla multinazionale ArcelorMittal, affiancata da Marcegaglia e Banca Intesa, più alcuni azionisti minori (AM Investco Italy). La seconda era quella guidata dal gruppo indiano Jindal, e comprendeva anche tre soci italiani: l’acciaieria Arvedi, l’imprenditore Leonardo Del Vecchio e Cassa Depositi e Prestiti.

Tra investimenti promessi e soldi per l’acquisto di Ilva, si parlò allora di cifre intorno ai 4 miliardi di euro complessivi. Come è noto, alla fine la cordata AM Investco Italy si è aggiudicata il bando di vendita, offrendo 1,8 miliardi di euro per l’acquisto del Gruppo, un prezzo superiore di circa 300 milioni di euro rispetto a quello offerto da Jindal e soci, che però si diceva avrebbero promesso in cambio investimenti più cospicui per riammodernare gli impianti e rilanciare la produzione.

 

Fin da subito, da più parti, sono stati espressi forti dubbi verso la cordata ArcelorMittal, che secondo molti intenderebbe rilevare l’Ilva non per rilanciarla ma solo per impossessarsi della sua fetta di mercato, del suo pacchetto clienti, per prendere possesso del porto di Taranto con una concessione di 4 banchine per 90 anni, e per prendersi la concessione sulle aree di Cornigliano, per poi affossare Ilva lentamente al fine di favorire i propri stabilimenti nel Nord Europa. Inoltre il gruppo Marcegaglia, da sempre grande cliente di Ilva, nel 2016 ha accumulato un debito con Ilva di 150 milioni di euro per forniture di acciaio non pagate e pertanto è considerato un partner poco credibile.

 

Ad oggi si parla di un possibile inserimento nella cordata da parte di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), attraverso l’acquisto di quote proprio dal gruppo Marcegaglia, anche su richiesta delle Organizzazioni sindacali. Ma è chiaro che Cdp, che faceva già parte della seconda cordata risultata perdente, non può costituire una garanzia sul futuro dei lavoratori di Ilva, anche perché negli anni ha assunto altre funzioni, rispetto a un tempo.

 

Per rendere più appetibile l’Ilva ai capitalisti, già i primi due commissari Gnudi e Raghi avevano effettuato tagli sostanziosi sui costi della sicurezza e del lavoro, in particolare a Taranto. E assai poco avevano investito nel risanamento ambientale, grazie alla copertura giuridica garantita da un Decreto governativo del 2015, che sottraeva i commissari a possibili provvedimenti della magistratura. Infatti, in tutti questi anni, a Taranto non si è visto nulla sugli investimenti impiantistici né sul rispetto dei punti programmatici previsti dal decreto AIA (copertura parchi minerali, decarbonizzazione, investimenti in forni elettrici o a gas, risanamento con bonifiche sui reparti in disuso o chiusi, tuttora abbandonati, con rimozione delle fibre di amianto, ecc.).

 

E non si è visto nulla di significativo per il quartiere Tamburi, dove si continua a respirare amianto, diossina e benzopirene portati dai fumi dell’Ilva, con conseguente alto tasso di malattie respiratorie e di mortalità per tumori. E dove non si è andati oltre l’installazione di idranti e autobotti per bagnare i cumuli di minerale e le strade circostanti interessate, in modo da trattenere a terra la polvere rilasciata dai minerali, e la costruzione di reti sui muri di confine per trattenere le polveri. Recentemente il nuovo sindaco di Taranto Rinaldo Melucci ha stabilito, su consiglio di Arpa e Asl, che nei giorni di wind day (forte vento) le scuole del rione Tamburi dovranno restare chiuse, per evitare che i bambini respirino le polveri e i fumi dell’Ilva. Una scelta forte ma che non risolve per nulla il problema.

 

Nel 1993 venne chiuso l’Altoforno 3 per la presenza di amianto. Eppure, da allora ad oggi, i lavori di bonifica non sono mai stati fatti, nemmeno nel periodo di commissariamento statale. E solo tra i lavoratori in attività, dal 2012 ad oggi già sette operai del sito di Taranto sono morti per tumori.

Il contratto di programma siglato con ArcelorMittal prevede la copertura dei minerali entro il 2023. Per molti si tratta dell’ennesima balla perché non è possibile costruire alcuna efficace copertura poiché i minerali hanno già inquinato le falde acquifere.

 

Tutto ciò in un momento storico che vede il settore della siderurgia alle prese con una pesantissima crisi di sovrapproduzione sul piano mondiale e dove tutti i gruppi capitalistici del settore, in ogni angolo del mondo, stanno tagliando posti di lavoro, in una lotta furibonda gli uni contro gli altri per restare sul mercato ed eliminare i gruppi rivali.

Ultima dimostrazione di ciò è l’annunciata fusione tra il colosso tedesco ThyssenKrupp e l’indiana Tata entro il 2018, per creare un nuovo gigante del settore a livello mondiale, con l’annunciata eliminazione di 4.000 posti di lavoro in Germania. E la perdurante crisi delle acciaierie di Piombino, chiuse da anni.

 

In Italia, la produzione dell’industria siderurgica nel 2016 è stata complessivamente di 23 milioni di tonnellate di acciaio, di poco superiore all' anno precedente (22 milioni) e ancora lontano rispetto al periodo pre-crisi (2008). [dati Federacciai – gennaio 2017]. E il numero complessivo di occupati nel settore è attualmente di circa 32 mila lavoratori, in costante calo rispetto al periodo pre-crisi, quando raggiungeva i 45 mila addetti, tra diretti e indiretti.

 

Complessivamente, i dipendenti diretti di Ilva ammontano a circa 14.200, per lo più impiegati a Taranto (10.900 addetti) e in misura minore a Genova – Cornigliano (1500). Seguono poi Novi Ligure (750), Racconigi, Milano, Paderno Dugnano, Legnaro e Marghera. In pratica, a Taranto si produce la materia prima, l’acciaio, che poi, successivamente, viene lavorata negli altri stabilimenti più piccoli. Lo stipendio medio è di circa 1.400 euro. Fanno ovviamente eccezione i dipendenti attualmente rientranti nei contratti di solidarietà, come ad esempio quelli di Genova, che percepiscono uno stipendio ridotto al 70% (cioè intorno ai 1.000 euro), o quelli in cassa integrazione (Cigs o Cds), come quelli di Taranto, con circa 2.500 lavoratori coinvolti.

 

Nel caso specifico del sito genovese, l’Accordo di Programma, sottoscritto l’8 ottobre 2005 da Ilva, da tutte le Istituzioni locali e nazionali (con la firma della Presidenza del Consiglio e di altri 6 Ministeri) e dalle Organizzazioni sindacali, prevedeva:

· la definitiva chiusura delle lavorazioni siderurgiche fusorie dell’acciaio, con la conseguente liberazione di 300 mila metri quadrati di aree occupate già a titolo di concessione da parte di Ilva;

· il riassetto, il consolidamento e lo sviluppo delle lavorazioni siderurgiche nella parte restante;

· il mantenimento della continuità occupazionale e di reddito, a fronte della chiusura dell’area a caldo, per i 2.700 dipendenti, con l’impiego dei lavoratori temporaneamente inutilizzati, in attesa della bonifica e della riorganizzazione produttiva, in lavori di pubblica utilità gestiti dalle Amministrazioni locali;

· un piano pubblico di bonifica e risanamento ambientale.

 

Dal 2005 ad oggi, però, il numero dei lavoratori occupati all’Ilva di Cornigliano è passato dagli iniziali 2.700 previsti dall’Accordo di Programma agli attuali 1.500. Successive modifiche all’Accordo di Programma, nel 2014, e accordi sindacali (2014 e 2016) hanno garantito la prosecuzione degli ammortizzatori sociali.

 

A febbraio 2016 è infine partito il processo, ancora in corso, dell’inchiesta Ambiente svenduto, il processo per inquinamento ambientale scaturito dalle indagini che nel 2012 hanno condotto a numerosi arresti e al sequestro degli impianti e dei beni patrimoniali della famiglia Riva, proprietaria dell’impianto siderurgico di Taranto dalla metà degli anni ‘90. All’epoca il gip Patrizia Todisco sequestrò gli impianti dell’area a caldo, chiedendone la messa a norma. Tra i coinvolti nel processo figurano, tra gli altri, Fabio e Nicola Riva, in veste di proprietari dell’Ilva, l’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, l’ex presidente della Provincia Gianni Florido, l’ex sindaco di Taranto Ezio Stefano, l’ex consulente e responsabile dei rapporti istituzionali Girolamo Archinà. Inoltre la procura tarantina ha coinvolto nel processo nove tra ex e attuali dirigenti dell’azienda, indagati per aver tollerato la presenza, ai confini tra Taranto e la vicina Statte, di depositi di rifiuti industriali alti fino a 40-45 metri sopra il piano di campagna, una serie di discariche a cielo aperto disseminate lungo l’argine sinistro della gravina Leucaspide.

 

La vicenda Ilva ripropone drammaticamente la necessità di impedire che il mercato la faccia da padrone indiscusso su temi quali il diritto al lavoro, il diritto alla salute e la tutela dell’ambiente. E ripropone la necessità, tanto più per un complesso industriale di rilevanza strategica come questo, dell’unica rivendicazione realmente efficace e realmente coerente con le necessità di lavoratori e cittadini: quella della nazionalizzazione di Ilva, senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto il controllo dei lavoratori. Perché solo i lavoratori possono essere i garanti diretti di una riorganizzazione produttiva rispettosa del lavoro, della salute e dell’ambiente. Una rivendicazione che per essere attuata richiederebbe certamente anche forme di lotta radicali ed estese a tutti i siti produttivi di Ilva, fino all’occupazione generale di tutti gli stabilimenti, e che quindi andrebbe sostenuta con l’organizzazione di una adeguata cassa di resistenza.

 

In ultimo, ma non per importanza, occorre che le lotte dei lavoratori di Ilva non restino isolate ma convergano in azioni che coinvolgano i lavoratori di tutte le altre aziende in crisi o sotto attacco, occupazionale o sul piano dei diritti, da diversi anni a questa parte, nelle varie città.

Sarebbe già importante che quanto meno venissero convocate insieme le RSU di tutto il Gruppo Ilva, cioè gli organismi sindacali eletti direttamente da tutti i lavoratori, comprese le RSU degli appalti, per coordinarsi più efficacemente e stabilire il percorso delle lotte.

 

Nel caso di Genova, solo per citare i casi più noti, sono sotto attacco da tempo i lavoratori di Ericsson, di Piaggio Aero, ma oggi anche quelli di Banca Carige. Così come non sono risolti i problemi per le aziende partecipate, a partire da quelle del trasporto pubblico locale (AMT e ATP), ed è costante la perdita di posti di lavoro nella Pubblica Amministrazione. Tutte realtà che avrebbero bisogno di costituire un fronte unico di lotta tra loro, per non essere lasciate sole contro gli attacchi del padronato e dei suoi complici, presenti nei partiti e nelle varie Istituzioni, locali e nazionali.

 

 

Sinistra Anticapitalista

Circolo di Genova

7 novembre 2017



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