Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Lo stalinismo, una controrivoluzione cruenta

Lo stalinismo, una controrivoluzione cruenta

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di Antonio Moscato

Questa è una scheda preparata per un dibattito sulla rivoluzione d’ottobre che si è svolto il 18 a Riccione, in risposta ad alcune presentazioni sulla stampa locale che avevano dato per scontato che la nuova società sorta dalla rivoluzione fosse “non dissimile” da quella zarista. Il dibattito in realtà si è svolto bene, ma vale la pena di ribadire alcuni dati. Le parti scritte con caratteri rossi collegano le parti riprese integralmente dal mio libro. (a.m.)

In realtà per l’ampiezza della repressione che negli anni Trenta colpì soprattutto i protagonisti della rivoluzione, lo stalinismo superò di gran lunga lo zarismo. Ma il regime staliniano non era un frutto sia pur avvelenato della rivoluzione, era una vera controrivoluzione, che per affermarsi e consolidarsi ebbe bisogno di parecchi anni e di sterminare la maggioranza dei dirigenti della rivoluzione. Da un mio libro, Intellettuali e potere in URSS. 1917-1991 (Milella, Lecce, 2a ediz. 1995, ora sul mio sito, Vedi qui e per la cronologia qui) ho ricavato alcuni dati che rendono l’idea delle dimensioni della strage di militanti e permettono una datazione della eliminazione di gran parte del gruppo che era stato protagonista della rivoluzione di Ottobre. Non entro qui nella discussione sull’ampiezza della strage di militanti di base e di “senza partito”. Quando si parla di milioni, le cifre sono sempre approssimative e contestabili (senza intaccare il giudizio morale), mentre è più facile capire la rottura tra Stalin e la rivoluzione partendo dalle cifre dello sterminio dei dirigenti. Una periodizzazione è inoltre indispensabile per non retrodatare arbitrariamente gli orrori dello stalinismo, confondendoli con le durezze inevitabili in qualsiasi guerra civile, in cui in molte situazioni non c’è altra scelta che uccidere o essere uccisi.

Il velo di mistificazioni steso dalla storiografia sovietica «ufficiale» non riesce a nascondere la realtà della soppressione della «vecchia guardia» bolscevica che aveva diretto il partito alla vigilia e nel corso della rivoluzione. Dei 21 membri del Comitato centrale eletto al VI Congresso del partito, nell’agosto 1917, solo 6 sono morti per cause naturali (Lenin, Sverdlov, Dzeržinskij, Artem, Kollontaj e Stalin), due furono assassinati dalla controrivoluzione (Urickij e Šaumian), gli altri caddero vittime del terrorismo staliniano. Se si prende in esame la composizione del Comitato centrale del Partito comunista tra il 1918 e il 1921, risulta ancora più grande la dimensione dello sterminio operato da Stalin: su 31 membri, solo 9 sono morti per cause naturali e uno (la Stasova) è stato vittima del terrore staliniano, ma è rimasto in vita, mentre gli altri sono stati uccisi o sono stati costretti al suicidio, come Tomskij. Se si esamina l’Ufficio politico (cioè il massimo organo di direzione) eletto nel 1917, su 7 persone due sole (Lenin e Stalin) sono morte per cause naturali, mentre le altre sono state uccise per ordine di Stalin. Lo stesso dato si riscontra a proposito dei membri dell’Ufficio politico nel periodo 1918-1923: 8 su 10 sono stati vittime della repressione staliniana. Come si vede, pur senza una data «spartiacque» che consenta di separare nettamente la fase rivoluzionaria dall’involuzione staliniana, le dimensioni della distruzione del gruppo dirigente rivelano una cesura netta, una soluzione di continuità che non può essere ignorata. D’altra parte, lo sterminio del vecchio nucleo comunista da parte di Stalin e dei suoi collaboratori raggiungerà dimensioni inimmaginabili negli anni Trenta, colpendo gran parte degli stessi dirigenti che avevano inizialmente avallato la prima fase della repressione. Nel 1935 la rottura col passato bolscevico si concretizzerà in una misura di innegabile significato emblematico: lo scioglimento dell’Associazione dei vecchi bolscevichi e di quella degli ex deportati politici dell’epoca zarista. [Cfr. Mihail GELLER, Aleksandr NEKRIC, Storia dell’Urss dal 1917 a oggi. L’Utopia al potere. Rizzoli, Milano, 1984, p. 322].

Comunque la repressione comincia solo dopo il 1934, anche qualche uccisione di singoli militanti di opposizione si erano avuti a partire dal 1929, suscitando ancora indignazione quando si conobbero.

Ad esempio Jakov Bljumkin, che quando era ancora un socialista rivoluzionario di sinistra aveva ucciso l’ambasciatore tedesco per far saltare la pace di Brest Litovsk, ed era stato condannato a morte in contumacia e poi graziato, venne fucilato nel 1929, al ritorno in Urss da un viaggio in Turchia, nel corso del quale aveva incontrato Trotskij (è la prima vittima del nuovo clima, che considera un reato gravissimo persino un colloquio con uno dei dirigenti comunisti messi al bando) (cfr. Roy MEDVEDEV, Gli ultimi anni di Bucharin, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. 141 e Victor SERGE, Memorie di un rivoluzionario, a cura di Attilio Chitarin, Oscar Mondadori, Milano, 1983, pp. 254-255). Una singolare testimonianza sul Bljumkin infuocato dei primi anni rivoluzionari si trova in Nadežda MANDEL’ŠTAM, L’epoca e i lupi. Memorie, a cura di Giorgio Kraiski, Mondadori, Milano, 1971, pp. 121 sgg.

In realtà l’involuzione era cominciata per ragioni oggettive (soprattutto proiettando su tutta la società i metodi e le concezioni militaresche che si erano affermate nel corso della guerra civile). Ma fino al 1921 il partito comunista aveva affrontato prove terribili e rischi mortali senza rinunciare alla democrazia interna, che prevedeva anche il diritto di frazione. Si può parlare di un vero e proprio salto di qualità a partire dall’inizio degli anni Trenta, dovuto al moltiplicarsi di nuclei di opposizione nello stesso gruppo dirigente staliniano che si presentava come “vincitore” di tutte le opposizioni. In realtà, nascosto nella stampa ufficiale, ma ben conosciuto dai quadri intermedi del partito, c’era il bilancio della politica settaria che aveva facilitato il successo di Hitler, e la catastrofe della collettivizzazione forzata con milioni di morti e di deportati, e il sottoprodotto di una spaventosa carestia.

Ecco come ne parlavo nel libro:

Alla vigilia del Grande terrore ci sono già elementi per comprendere la reale dialettica nel Partito comunista, che sono forniti dalle stesse fonti ufficiali: dietro gli epiteti ingiuriosi e le improbabili accuse di terrorismo, ecc., che accompagnano la denuncia di nuovi gruppi di opposizione, c’è una realtà precisa. Dopo avere sconfitto tutte le opposizioni degli anni Venti, animate dai dirigenti «storici» della rivoluzione, Stalin ha dovuto fare i conti con un malcontento che nasceva nelle file stesse del suo schieramento. Nel 1930 era stato messo sotto accusa Lominadze che, insieme ad altri dirigenti della Transcaucasia, aveva steso un documento che denunciava privilegi «di tipo feudale» dei funzionari e l’abbandono della classe operaia e contadina in condizioni miserevoli. Egli si era incontrato anche con Syrcov, presidente del Consiglio della Repubblica federativa russa, che era anche membro candidato del Politbjuro. Entrambi furono esclusi dal Comitato centrale e spediti l’uno a dirigere una fabbrica di dischi, l’altro a un oscuro lavoro nel Commissariato per il commercio. Lominadze era stato poi recuperato da Kirov e Ordžonikidze e inviato a dirigere l’organizzazione di partito nella città di Magnitogorsk. dove restò fino a poco dopo la morte di Kirov (convocato dalla NKVD e ben consapevole del significato della montatura avviata dopo l’assassinio del dirigente leningradese, si suicidò).

Era un uomo di Stalin al cento per cento, fino al 1930, e così il suo vice Čaplin, ex segretario dei Komsomol. Una sorpresa, per Stalin, scoprire il dissenso tra le sue creature; ma, ben presto, non fu più un’eccezione. Nel 1932 vengono «smascherati» i gruppi Rjutin-Slepkov e Eismont-Tolmacev-A. Smirnov. Tutti erano vecchi comunisti (Aleksandr P. Smirnov, da non confondere con Ivan Smirnov, che era un oppositore di sinistra che troveremo fra poco sulla scena, era entrato nel POSDR nel 1896, Eismont nel 1907, ecc.) e molti di loro si erano distinti nelle violenze fisiche contro l’Opposizione unificata nel 1927. Qualcuno aveva avuto simpatie buchariniane, molti erano stati staliniani di ferro. In realtà, i due gruppi (i cui componenti pagheranno tutti, in epoche diverse, con la vita) erano poco più che circoli di studio; il secondo, in particolare, era reo solamente di avere discusso in privato la grave situazione del paese e internazionale, auspicando la sostituzione di Stalin alla segreteria del partito: Rjutin, Slepkov e altri (tra i quali spiccavano ex buchariniani come Maretskij e Uglanov, ma c’erano anche prestigiosi quadri operai come Vassili Kajurov, metallurgico e dirigente del rajon di Vyborg durante la rivoluzione), avevano osato di più: avevano scritto un manifesto di oltre 160 pagine, dedicato all’analisi della crisi dell’Urss e del partito. Il testo è introvabile, naturalmente, ma esistono alcune testimonianze dirette di chi lo lesse allora. Il comunista jugoslavo Ante Ciliga, che passò vari anni nelle prigioni staliniane, sostiene nelle sue memorie che il testo dava ragione ai «destri» sulle questioni economiche, ma ammetteva che Trotskij aveva visto bene denunciando il regime di partito. Nonostante i membri dei gruppo fossero stati in passato sostenitori di Bucharin, ora lo criticavano aspramente per la sua capitolazione di fronte a Stalin e rivendicavano la riammissione immediata nel partito di tutti gli espulsi, a partire da Trotskij. Anche Bucharin ha lasciato una testimonianza su questo testo, sia pur filtrata da un interlocutore. Quando, nel 1936, una missione per acquistare dai socialdemocratici tedeschi in esilio manoscritti di Marx ed Engels fu affidata a Bucharin, egli si recò a Parigi appositamente per discutere la questione con Léon Blum e Otto Bauer, incaricati della mediazione, ma anche con altri eminenti socialdemocratici, tra i quali i menscevichi russi Fëdor Dan e Boris Nikolaevskij[1]. Quest’ultimo ebbe diverse occasioni di parlare con Bucharin senza osservatori e ne ricavò molti elementi di conoscenza, che pubblicò successivamente, sotto forma di un’anonima Lettera di un vecchio bolscevico, sul «Socialističeskij vestnik», organo dei menscevichi emigrati. Tale testo, di cui trent’anni dopo Nikolaevskij ha riconosciuto esplicitamente la paternità, ma che era basato principalmente sulle conversazioni con Bucharin, attribuisce a Rjutin-Slepkov una demonizzazione di Stalin come «cattivo genio della rivoluzione russa, che trascina alla rovina spinto da brama di potere». Victor Serge, che nel 1932 si trovava momentaneamente a piede libero tra un arresto e l’altro, conobbe il testo di Rjutin e riferisce che si concludeva con la domanda: «Ci si potrebbe chiedere se tutto ciò non sia il frutto di una provocazione cosciente [...]»[2] . Per spiegare Stalin, veniva rievocato il caso di Evno Azef, agente al servizio della polizia zarista, che per cinque anni aveva diretto l’organizzazione militare dei socialisti rivoluzionari[3]. Il documento, secondo tutte le testimonianze, circolò largamente in molti ambienti, comprese diverse grandi fabbriche. Tuttavia, quando fu «scoperto», fu sufficiente averlo letto e non averlo denunciato per essere passibili di espulsione dal partito (come capitò a Zinov’ev e Kamenev, che erano stati riammessi sei mesi dopo l’umiliante autocritica del gennaio 1928 e si trovarono di nuovo senza tessera).

Il dato più interessante su questo raggruppamento, tuttavia, non è la sua originalità di pensiero, o ricchezza di proposte, e neppure la sua provenienza dall’interno dello schieramento che aveva sconfitto l’Opposizione unificata. Nessuno di questi elementi lo differenzia dagli altri raggruppamenti contemporanei o successivi. Quel che è notevole è che, al momento della sua scoperta, Stalin subisce la prima (e ultima) sconfitta politica nel «suo» Politbjuro. Egli infatti chiede la pena di morte per Rjutin e i suoi senza ottenerla, per un blocco tra Kirov, Ordžonikidze e Kujbyšev, a cui si erano uniti quasi sicuramente Kalinin e, forse, anche Vorošilov, che conservava ancora un minimo di indipendenza[4].

Può essere che, più della persona di Rjutin e del tipo di «delitto» attribuitogli, ai membri del Politbjuro stesse a cuore il principio di non applicare la pena di morte all’interno del gruppo dirigente bolscevico. Ma, probabilmente, c’era qualcosa di più: c’era una sostanziale comprensione per lo stato d’animo di questi nuovi oppositori scaturiti dal seno stesso del gruppo dirigente.

Tutto il periodo immediatamente successivo vede comparire altri gruppi radicati nello stesso ambiente. Sono tanti e diversi, perché era difficile (e illegale) comunicare normalmente, impensabile la pubblicazione di un testo nel bollettino interno, come avveniva ai tempi di Lenin, ma era anche pericoloso scriversi, perché la posta veniva sistematicamente aperta, o telefonarsi, perché le intercettazioni erano l’unico campo in cui la tecnica sovietica non era indietro a quella di nessun altro paese. L’occasione per incontrarsi fu fornita dal XVII Congresso, quello dei «vincitori», nel gennaio-febbraio 1934. Già nel 1971 Medvedev aveva ricostruito in questi termini quel che era accaduto nei corridoi del Congresso:

«Ufficialmente il Congresso fu una dimostrazione di amore e di fedeltà a Stalin. Ma, unendo le poche testimonianze dei vecchi bolscevichi giunte fino a noi, se ne può trarre la conclusione che un certo numero di dirigenti del partito formarono un blocco illegale al Congresso, consistente soprattutto di segretari di Comitati di oblast o di Comitati centrali non russi, tutta gente che conosceva le deficienze della politica di Stalin meglio di ogni altro. Queste testimonianze affermavano che il leader di tale blocco era I. M. Vareikis e che S. M. Kirov veniva proposto per la carica di segretario generale. All’apertura del Congresso, o forse prima, un gruppo di alti dirigenti del partito, inclusi M. D. Orechelašvili, G.I. Petrovskij, Ordžonikidze e Mikojan, ebbe un colloquio con Kirov riguardante la necessità di rimpiazzare Stalin. Ma Kirov non fu d’accordo né di mettere da parte Stalin, né di venire eletto egli stesso segretario generale. Le testimonianze citate dicono anche che Stalin venne a sapere qualcosa di questo colloquio»[5].

Le stesse fonti riferiscono che, al momento delle elezioni del Comitato centrale, ben 70 delegati avevano cancellato il nome di Stalin dalla lista unica (mentre solo 3 avevano cancellato il nome di Kirov). Si trattava di una protesta simbolica, ma tanto eloquente che gettò nel panico la commissione incaricata dello scrutinio che, contrariamente alla consuetudine, decise di non annunciare i risultati della votazione. Secondo il vicepresidente della Commissione elettorale, dopo un colloquio con Kaganovič furono distrutte un gran numero di schede e fu annunciato che solo tre delegati avevano votato contro Stalin. Tuttavia, a Stalin non poteva non essere giunta notizia anche della reale portata della fronda elettorale: forse fu questo che determinò l’ampiezza delle repressioni che colpirono i delegati (1.108 scomparsi su 1.966) e i membri del Comitato centrale eletto in quel Congresso (eliminati 110 su 139).

Tra i nuovi membri comunque, c’erano in gran numero personaggi provenienti dalla NKVD, senza alcuna esperienza di partito: Mechlis, ad esempio, non era neanche delegato al Congresso precedente; diventò membro effettivo Jagoda, che era solo candidato, ed entrarono per la prima volta Evdokimov, Balitskij, Ežov. Negli anni successivi saranno loro a spazzare via quanto restava della vecchia guardia e anche quei «segretari staliniani» come Vareikis, cresciuti nella guerra civile e divenuti segretari di importanti obkom (Vareikis era il responsabile delle Terre nere, ad esempio), proprio attraverso la lotta senza quartiere alle opposizioni, ma sempre collegati al patrimonio rivoluzionario, sia pure in una versione rozza e impoverito. Non a caso avevano cercato di fare blocco intorno ai più potente e prestigioso di loro, Kirov, segretario dell’obkom di Leningrado (ma anche membro della Segreteria, del Politbjuro, e dell’Ufficio di organizzazione, alla pari soltanto di Stalin e Kaganovič, gli unici a cumulare le tre diverse responsabilità).

Fin qui, quello che sino a pochissimi anni fa era trapelato dalla memorialistica dei pochi sopravvissuti e che era stato raccolto e sistematizzato da Medvedev. Tuttavia, quando nel 1980 la Houghton Library dell’Università di Harvard, negli Stati Uniti, ha aperto agli studiosi la parte segreta dell’Archivio di Lev Trotskij si è avuta la conferma che effettivamente altri dirigenti sovietici avevano preso contatto con l’Opposizione di sinistra in esilio. Anche per l’Urss sembravano addensarsi nubi minacciose, sia per il contesto internazionale, sia per la crisi acuta provocata dalla politica insensata nelle campagne, che aveva portato proprio in quel periodo la carestia a livelli catastrofici. Tuttavia, oltre al grandissimo senso di responsabilità che contrassegna non solo in questo periodo la politica di Trotskij verso l’Urss, questi contatti erano stati tutelati anche cancellando i nomi dalle lettere conservate nell’archivio con un atteggiamento che rivela senza dubbio un’attenzione particolare per gli stati d’animo dei quadri intermedi, di quei segretari staliniani di obkom che avrebbero tentato una svolta di lì a pochi mesi e che probabilmente avrebbero richiamato dall’esilio il capo dell’Armata Rossa in caso di guerra. Ma sarebbero stati sterminati senza pietà da Jagoda, Ežov e Stalin negli anni successivi.

[ Nel corso del 1933 le speranze di un successo di una resistenza interna a Stalin svaniscono.] Le ragioni esterne sono ben note: il successo del nazismo e la viltà dei dirigenti stalinisti tedeschi, che dopo avergli facilitato la vittoria cedono senza lotta, confortati da tutta l’Internazionale, che annuncia la fine imminente del fascismo e il trionfo del comunismo (preparato dalla decomposizione della socialdemocrazia, ancora maggioritaria nel movimento operaio tedesco al momento del trionfo di Hitler). Solo a questo punto, di fronte all’incapacità del Comintern di ricavare la lezione dagli errori compiuti (anzi perfino di ammetterli, visto che le sconfitte venivano presentate come prodromi di vittorie), Trotskij si convincerà della necessità di rompere definitivamente col Partito comunista e col Comintern (dai quali era stato espulso, continuando tuttavia per sei anni a rivendicare l’appartenenza ad essi per sé e per i suoi seguaci, considerandosi una «frazione» ingiustamente esclusa che chiede la reintegrazione). Da questo momento comincerà la lotta, difficile per il terribile contesto mondiale e sovietico, per costruire nuovi partiti comunisti e una nuova Internazionale, la Quarta.

Ma, in quel momento, sono state spezzate anche tutte le possibilità di contatto con l'Urss, in parte perché passavano quasi sempre per la Germania, che è ora impraticabile per i rivoluzionari, in parte perché i collegamenti sono stati interrotti dagli arresti di tutti i gruppi di opposizione formatisi o riorganizzatisi tra il 1930 e il 1932. La battaglia di Trotskij (che in quegli anni incanutisce rapidissimamente e rivela a pochi intimi che ha capito che non ritornerà mai più nel suo paese) diventa sempre più difficile. Diventa una corsa contro il tempo e la NKVD che lo bracca dovunque, per difendere un patrimonio teorico che Trotskij non vuole sia cancellato dal trionfo degli scherani di Stalin e dalla barbarie nazista e per costruire, con i debolissimi nuclei non rassegnati alla sconfitta, un’organizzazione che si prepari agli scontri titanici inevitabili (in particolare, contro i periodici ottimismi della burocrazia sovietica al momento delle sue intese con la borghesia franco-britannica nel 1935-1937, con quella tedesca nel 1939, Trotskij e la sua organizzazione ripeteranno senza tregua che la guerra è imminente, e che investirà in ogni caso l’Urss)[6].

Non abbiamo, comunque, più notizie dirette dall’Urss dall’Archivio di Trotskij (anche se egli continuerà a coglierne la dinamica di fondo non solo con gli scritti puntuali di commento alle ultime vicende, ma con la sua opera più sistematica, La rivoluzione tradita)[7], ma lo squarcio aperto su quel tentativo di costruire un nuovo gruppo dirigente alternativo a Stalin nel 1932 permette già di rileggere, con una chiave interpretativa non circoscritta alle vicende letterarie, la battaglia che si svolse nei corridoi e nelle aule del I Congresso degli scrittori sovietici.

Gli spazi aperti a Bucharin, a Kol’cov, a Ehrenburg [nel Congresso degli scrittori svoltosi tra il 17 agosto e l’1 settembre 1934, a cui nel libro è dedicato un intero capitolo] erano il frutto della resistenza a Stalin da parte degli uomini che nel Politbjuro gli avevano impedito di condannare a morte Rjutin. Spazi troppo angusti, soprattutto per il terreno scelto per l’unica sortita allo scoperto, appunto quella del Congresso. Altre differenziazioni (quella sulle sezioni politiche nei kolchoz, o nel dibattito sul concetto di «legalità rivoluzionaria», svoltosi sulle riviste giuridiche specializzate nello stesso periodo) erano ancora meno suscettibili di creare mobilitazioni reali e di permettere di fronteggiare il pericolo della controffensiva staliniana.

Al Congresso degli scrittori, come abbiamo visto, era apparso chiaro che ogni liberalizzazione, ogni indizio di svolta, veniva accolto con grande speranza ed entusiasmo. Ma il ghetto dorato della letteratura aveva ben poche capacità di pesare negli scontri successivi: fu un test importante dello stato d’animo di un settore della società sovietica di fronte al riapparire di una dialettica, ma nulla di più.

[L’assassinio di Kirov il 2 dicembre del 1934, e di tutti i testimoni nei giorni immediatamente successivi, servì da pretesto per il Grande Terrore che si scatenò per anni decapitando la società sovietica e la stessa Armata Rossa, indebolendola di fronte al riarmo di Hitler]

Occorreranno più di venti anni perché, dal ghiaccio del conformismo (e da quello non metaforico della Kolyma), ricominciasse a scorrere un rivolo di acqua limpida, nel breve ma fecondissimo «disgelo» che accompagnò le grandi speranze di rinnovamento che seguirono la morte di Stalin, l’eliminazione di Berija, la denuncia reticente e circoscritta, ma pur sempre esplosiva, dei crimini commessi.

Postilla sulla chiesa e i contadini

Da molti altri punti di vista è possibile capire l’infondatezza dell’accusa a Lenin di essere un persecutore aprioristico della religione, basata sul fraintendimento delle misure repressive prese nei confronti del clero reazionario che faceva appello alla guerra civile per rovesciare il potere sovietico, o che rifiutava di consegnare le enormi ricchezze accumulate in secoli di collaborazione con il regime zarista al comitato per la lotta contro la carestia. Sono interessanti le lettere con cui Lenin nel 1921 sottoponeva all’attenzione dei collaboratori la figura di un contadino che aveva avuto modo di incontrare, Ivan Afanasievic Čekunov, che “simpatizza con i comunisti, ma non entra nel partito perché va in chiesa, è cristiano”. Quello che conta per Lenin è che “migliora l’azienda” e nel suo distretto “con l’aiuto degli operai, è riuscito a ottenere la sostituzione di un cattivo potere sovietico con uno buono”. Soprattutto dice la verità: “i contadini hanno perso la fiducia nel potere sovietico”. Lenin ne propone la fucilazione? Niente affatto, ed anzi conclude che “è a gente simile che dobbiamo aggrapparci con tutte le forze per ristabilire la fiducia delle masse contadine”. Lenin fa molte proposte di inserimento di Čekunov in apposite strutture del potere sovietico, e raccomanda che in ciascuna zona sarebbe meglio trovarne tre, con le stesse caratteristiche: “vecchi”, e soprattutto “senza partito e cristiani”. [Lenin, Opere, v. 45, Editori riuniti, Roma, 1970, pp.59-60].

È evidente, visto con gli occhi di oggi, che quel rimedio era insufficiente, ma certo appare enorme la distanza tra quelle proposte e la vera e propria guerra contro i contadini scatenata da Stalin a partire dal 1928 con la collettivizzazione forzata e la deportazione di milioni di kulak veri o presunti. (a.m.)



[1] Boris I. Nikolaevskij militò fin da giovane (era nato nel 1887) nella sinistra menscevica. Più volte arrestato e deportato in epoca zarista, nel 1917 entrò nell’Istituto Marx-Engels d Mosca, dove lavorò fino al 1922. Passato in Germania in quell’anno, continuò il suo lavoro di ricercatore, dapprima in collaborazione con i socialdemocratici tedeschi, poi come direttore dell’Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam. E’ autore (con O. Maenchen-Helfen) di una biografia di Marx edita anche in Italia (Einaudi, Torino, 1969).

[2] Victor SERGE, Memorie di un rivoluzionario, a cura di Attilio Chitarin, Oscar Mondadori. Milano 1983, p. 257.

[3] Evgenij (Evno) Azef era stato introdotto tra le file dei socialisti rivoluzionari allo scopo di «sorvegliare i terroristi ed impedire attentati contro lo Zar; poteva invece aiutare ad organizzare altri attentati e di tanto in tanto lasciarli arrivare anche ad esecuzione, perché altrimenti sarebbe diventato sospetto ai rivoluzionari» (Valentin GITERMANN, Storia della Russia, La Nuova Italia, Firenze, 1963, vol. II, p. 487). Azef, almeno una volta, tradì i suoi padroni, quando non avvertì dell’attentato contro il ministro degli Interni Vjaceslav Pleve, che riuscì perfettamente il 15 luglio del 1904. Ma Pleve era l’organizzatore dei pogrom (aveva lanciato la parola d’ordine «soffocare la rivoluzione nel sangue degli ebrei» e Azef era di origine ebraica e «tremava di collera» ogni volta che ricordava il ruolo antisemita del suo datore di lavoro). (ivi, pp. 490-491). Verrà comunque scoperto nel 1908, ma le lungaggini del «processo» (affidato a un giurì di provati militanti) gli permisero di andarsi a godere sul Mediterraneo le laute ricompense ricevute dalla polizia (cfr. Victor SERGE, Vita e morte di Trotskij, Laterza, Bari, 1979, pp. 22-24). Il paragone con Stalin era facilitato dal suo «aspetto mediocre e addirittura antipatico» e dal fatto che era «di un’ignoranza rara tra i rivoluzionari, e di un’urtante insensibilità», ma «si faceva apprezzare per la sua fermezza e per le sue eminenti qualità pratiche» (ibidem). La figura di Azef è stata rievocata letterariamente da Moravia nel suo romanzo 1934, che ha tra i protagonisti una ex socialista rivoluzionaria che avrebbe dovuto uccidere la spia. Alberto MORAVIA, 1934, Bompiani, Milano, 1982.

[4] G. BOFFA, Storia dell’Unione Sovietica, cit., vol. I, p. 457; R. MEDVEDEV, Lo stalinismo, cit., p. 181; la fonte comune è probabilmente W. KRIVITSKI, op. cit., p. 238.

[5] R. MEDVEDEV, Lo stalinismo, cit,. p. 197.

[6] Le previsioni di Trotskij non si fermavano all’inevitabilità della guerra (che, pure, tanti illustri statisti si illudevano di scongiurare, consentendo alla Germania nazista e all’Italia fascista impunità per tutte le imprese con cui si stavano preparando al conflitto mondiale), ma si estendevano anche all’esito finale della guerra, indipendentemente dall’impreparazione del movimento operaio. Ad esempio, apprendendo che gli imputati dei processi di Mosca erano accusati di allearsi con il Giappone e la Germania, scriveva: «L’opposizione non dovrebbe avere tra le proprie file altro che imbecilli per ritenere che l’alleanza con Hitler ed il Mikado (patto oltre a tutto assolutamente insensato, essendo ambedue destinati alla sconfitta nella prossima guerra) possa portare ai marxisti se non vergogna e calamità» (L. TROTZKIJ, I crimini di Stalin, cit., p. 143). Una testimonianza straordinaria sulla lucidità di Trotskij di fronte a eventi tremendi (mentre si appoggiava su forze esigue e non sempre facilmente utilizzabili, perfino ai fini della conoscenza dei processi) è fornita dalla raccolta dei suoi scritti del 1937-1940: Lev TROTZKIJ, Guerra e rivoluzione, Oscar Mondadori, Milano, 1973.

[7] Leone TROTSKY, La rivoluzione tradita, Schwarz, Milano, 1956 (nuova edizione: BUR-Rizzoli, Milano, 1982).



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