Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Errori veri e immaginari di Lenin

Errori veri e immaginari di Lenin

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Una vera e propria leggenda nera circonda Lenin. Anche compagni in buona fede gli attribuiscono scelte che aveva invece subito e a volte contrastate con le sue ultime forze, oppure liquidano come “tattiche” le sue prese di posizione in favore del rispetto del rispetto della sensibilità delle nazioni non russe. Si dimentica che il riconoscimento dell’indipendenza della Polonia, della Finlandia, dei Paesi Baltici, era stato deciso e ribadito anche dopo la conquista del potere da parte dei soviet, mentre in Ucraina, nel Caucaso, nel Turkestan il successivo ricongiungimento al resto delle repubbliche sovietiche era avvenuto in conseguenza dell’esito della guerra civile in quei paesi. Un grave errore, segnalato subito da Trotskij, si era avuto nel corso della guerra russo-polacca, con un contrattacco giunto fino alle porte di Varsavia che aveva fatto temere ai polacchi che fosse in pericolo l’indipendenza del loro paese. Ne parlo nello stralcio da un mio testo che pubblico di seguito.

Ancor più interessante la questione della Georgia, di cui Lenin, pur non essendo realmente responsabile delle scelte fatte da alcuni comunisti di quel paese (Orẑonidze e Stalin), si sentiva comunque corresponsabile, non foss’altro che per scarsa attenzione iniziale al problema, e raccomandava una tattica accorta verso i menscevichi georgiani. È dunque assurdo attribuire a Lenin una volontà di sopraffazione nei confronti della Georgia come è assurdo accusarlo di aver “voluto” o addirittura “imposto” il cosiddetto comunismo di guerra, che altro non era che lo sprofondamento dell’intero paese in un’economia primitiva basata sul baratto e su spedizioni di operai dalle fabbriche nelle campagne per confiscare le eccedenze imboscate, al fine di nutrire le città affamate. Uno sprofondamento che era la conseguenza della guerra civile. Lenin non condivideva gli assurdi entusiasmi di Bucharin e di altri “comunisti di sinistra” che facevano di necessità virtù e credevano di aver trovato una scorciatoia verso il comunismo, anche se non sostenne Trotskij che aveva proposto già nel 1920 misure analoghe a quelle che nel 1921 costituiranno la NEP. (a.m.)

 

Il nazionalismo polacco è stato rafforzato in primo luogo dall'errore del 1920, quando la risposta sovietica all'aggressione della Polonia di Pilsudski (appoggiata e armata dall'Intesa) non si fermò alle frontiere storiche, ma raggiunse le mura di Varsavia, provocando il «miracolo della Vistola», dovuto non tanto all'intervento del buon dio, come sosteneva la gerarchia cattolica, quanto al timore dei polacchi che nell'Armata Rossa non vedevano lo strumento della rivoluzione proletaria ma quello del ritorno dell'oppressione russa.

Di quell'errore, indubbiamente era stato corresponsabile lo stesso Lenin, anche se il movente non era certo quello di riconquistare i territori dell'ex impero russo, ma quello di aiutare una rivoluzione mondiale che sembrava ancora all'ordine del giorno. La decisione di trasformare la lotta difensiva in controffensiva diretta a Varsavia, fu presa dai bolscevichi in base all'illusoria convinzione che la masse proletarie polacche non attendessero altro per insorgere.

Va sottolineato peraltro che questa opinione era sostenuta soprattutto dai comunisti polacchi provenienti dall'ala sinistra del PSP di Pildsudski, mentre era osteggiata proprio da quelli provenienti dal partito di Rosa Luxemburg (tra cui Radek e Marschlewski) e da Trotskij.[1]

L'errore iniziale fu ulteriormente aggravato dalla proclamazione di un governo provvisorio comunista polacco che giungeva al seguito dell'Armata Rossa, e anche dalla riforma agraria annunciata dai suoi propagandisti nelle zone momentaneamente occupate dai sovietici: il «governo» apparve uno strumento per una nuova annessione all'odiata Russia, mentre i contadini non capirono quale vantaggio avrebbero avuto dall'eliminazione del vecchio proprietario, visto che non avrebbero avuto la terra in proprietà, ma avrebbero dovuto lavorarla nel quadro di un'azienda statale che appariva identica alla precedente, salvo per un cambio al vertice. Paradossalmente quindi i comunisti polacchi pagarono a caro prezzo il comportamento dei sovietici, che sembravano avere accolto tardivamente le critiche mosse nel 1918 da Rosa a Lenin.[2]

I bolscevichi d'altra parte avevano deciso la controffensiva perché tratti in inganno, oltre che dall'ottimismo infondato di una parte dei comunisti polacchi, dalle notizie di ripercussioni rivoluzionarie nel resto dell'Europa. Lenin, in un discorso del 22 settembre 1920, cioè quando già era avvenuta la disastrosa battaglia della Vistola, alla IX Conferenza del Partito comunista di Russia, aveva detto che «mentre le nostre unità si avvicinavano a Varsavia, tutta la Germania ha cominciato a ribollire».[3]

Lenin ritorna nello stesso discorso su altre ripercussioni della guerra russo-polacca:

La nostra presenza nei dintorni di Varsavia ha esplicato, come seconda conseguenza, un notevole influsso sul movimento rivoluzionario d'Europa e, in particolare, d'Inghilterra. Se non siamo riusciti a toccare il proletariato industriale in Polonia, che sta oltre la Vistola e a Varsavia (ed è questa una delle ragioni principali della nostra sconfitta), abbiamo raggiunto tuttavia il proletariato inglese e abbiamo portato il suo movimento a un livello che non ha precedenti. Quando il governo inglese ci ha posto il suo ultimatum, è risultato che esso avrebbe dovuto consultare in precedenza gli operai inglesi. E questi operai, i cui dirigenti sono per i nove decimi dei menscevichi matricolati, hanno risposto con la costituzione di un "comitato d'azione".[4]

Risulta evidente che ci fu un errore di valutazione della situazione reale, non una svolta nelle concezioni generali, come sarebbe stata la riduzione della «famosa libertà di separazione» a quella «funzione puramente tattica» di cui parlava Lelio Basso.

Alcune deroghe al diritto all'autodeterminazione ci furono in quegli stessi anni nel Caucaso, e furono inizialmente sottovalutate da Lenin; ma che non si trattasse di un abbandono cosciente di quel principio è confermato in primo luogo dagli ultimi scritti appassionati dedicati dal dirigente bolscevico alla questione nazionale in generale e a quella georgiana in particolare. Basterebbe a questo proposito ricordare gli accenni contenuti nella Lettera al Congresso, più nota come Testamento politico:

A quanto pare sono fortemente in colpa verso gli operai della Russia perché non mi sono occupato con sufficiente energia della famosa questione della autonomizzazione, ufficialmente detta, mi pare, questione della unione delle repubbliche socialiste sovietiche. [...] Si dice che ci voleva l'unità dell'apparato. Ma di dove sono venute fuori queste affermazioni? Non sono forse venute proprio da quell'apparato russo che, come ho già rilevato in una delle note precedenti del mio diario, abbiamo ereditato dallo zarismo, e che è stato solo appena ricoperto di uno strato di vernice sovietica?[5]

Lo scritto di Lenin insisteva sul ruolo di quell'apparato «che noi chiamiamo nostro», ma che «in realtà ci è ancora profondamente estraneo» e che «rappresenta il filisteismo borghese e zarista». Un apparato «la cui trasformazione in cinque anni, mancando l'aiuto di altri paesi e prevalendo le "occupazioni" della guerra e della lotta contro la fame, non era assoluta-mente possibile».

In tali condizioni è perfettamente naturale che la "libertà di uscire dall'Unione", con la quale ci giustifichiamo, si rivela un'inutile pezzo di carta, incapace di difendere gli allogeni della Russia dall'invasione di quell'uomo veramente russo, da quello sciovinista grande-russo, in sostanza vile e violento, che è il tipico burocrate russo.[6]

L'atteggiamento di Lenin era motivato da una riflessione sull'esperienza georgiana, a cui dedicò la sua «ultima battaglia», appoggiando decisamente la minoranza georgiana perseguitata da Stalin, e chiedendo su questo problema l'appoggio di Trotskij.[7]

A questo proposito Lenin si riferisce per due volte a Stalin come «Diergimorda» (il «rozzo» poliziotto «veramente russo» dell'Ispettore generale di Gogol).

In entrambi i casi l'allusione è piuttosto esplicita:

Abbiamo noi preso con sufficiente sollecitudine i provvedimenti necessari per difendere effettivamente gli allogeni dal Diergimorda veramente russo? Penso di no, sebbene avessimo dovuto e potuto farlo. Io penso che qui hanno avuto una funzione nefasta la frettolosità di Stalin e la sua tendenza a usare i metodi amministrativi, nonché il suo odio contro il famigerato "socialnazionalismo": Il rancore in generale, è di solito, in politica, di grandissimo danno.[8]

E ancora più chiaramente, poche pagine dopo, spiegava che il poliziotto «veramente russo» poteva benissimo essere nato in Georgia:

Il georgiano che considera con disprezzo questo aspetto della questione, che facilmente si lascia andare all'accusa di "socialnazionalismo" (quando egli stesso è non solo un vero e proprio "socialnazionale", ma anche un rozzo Diergimorda grande-russo), quel georgiano in sostanza viola gli interessi della solidarietà proletaria di classe, perché niente ostacola tanto lo sviluppo e il consolidamento della solidarietà proletaria di classe quanto l'ingiustizia nazionale, e a niente sono così sensibili gli appartenenti alle nazionalità "offese" come al sentimento di eguaglianza e alla violazione di questa eguaglianza, anche solo per leggerezza.[9]

Lenin, a partire da queste considerazioni, ricavava in primo luogo la proposta di togliere Stalin dall'incarico di segretario generale, che gli aveva consentito di «concentrare nelle sua mani un immenso potere», di cui già allora non si serviva «con sufficiente prudenza».[10] L'indicazione più importante tuttavia non era di natura personale, ma riguardava l'atteggiamento da seguire verso le minoranze nazionali.

È meglio esagerare dal lato della cedevolezza e della comprensione verso le minoranze nazionali che non il contrario. Ecco perché in questo caso l'interesse più profondo della solidarietà proletaria, e quindi anche della lotta di classe proletaria, esige che noi non abbiamo mai un atteggiamento formale verso la questione nazionale, ma che teniamo sempre conto della immancabile differenza che non può non esserci nell'atteggiamento del proletario della nazione oppressa (o piccola) verso la nazione dominante (o grande).[11]

Queste note sono del 31 dicembre 1922, e chiariscono che l'ultimo Lenin, che concentrava le poche forze rimastegli su quelli che riteneva i problemi più drammatici dello Stato sovietico, non aveva affatto ridimensionato a «tattica» contingente la scelta del rispetto delle minoranze, e tantomeno aveva rinunciato al principio della «libertà di uscire dall'Unione», di cui al contrario temeva che potesse rimanere solo sulla carta.[12]

Il Testamento politico di Lenin conferma invece una grande lungimiranza nel cogliere il nesso tra le violazioni dei diritti delle minoranze nazionali (e ancor più di quelli delle nazioni che liberamente si erano associate su basi paritetica alla Repubblica sovietica russa) e una possibile involuzione complessiva dello Stato sovietico.

Ma nelle opere di Lenin, vera miniera inesauribile di spunti stimolanti ed esempio inimitabile di dialettica, si trovano molti altri scritti che confermano che le indicazioni del Testamento non erano frutto di un tardivo ripensamento o peggio ancora di una attenuata lucidità. Pochi mesi prima, il 6 ottobre 1922, aveva inviato ad esempio un Biglietto all'Ufficio politico sulla lotta contro lo sciovinismo di grande potenza che diceva testualmente.

Dichiaro guerra mortale allo sciovinismo grande-russo. Non appena mi sarò liberato di questo maledetto dente, lo assalirò con tutti i miei denti sani.

Bisogna assolutamente insistere affinché il CEC federale sia presieduto a turno da:

un russo

un ucraino

un georgiano ecc.

assolutamente!

Vostro Lenin[13]

Ma anche prima di quell'ultimo drammatico anno Lenin aveva ribadito la sua convinzione che non si dovesse imporre in nessuna maniera l'unione alle nazionalità non russe, e che ogni nuova repubblica sovietica (di cui si auspicava la moltiplicazione, indipendentemente dall'appartenenza originaria all'impero russo o ad altri Stati) dovesse avere il suo esercito e la sua politica autonoma.

Lo aveva scritto molte volte nel 1917, bollando l'ipocrisia dei Kerenskij che parlavano dell'Algeria o dell'Irlanda senza parlare dell'Algeria russa o dell'Irlanda russa, come chiamava l'Ucraina, l'Armenia, la Finlandia, il Turkestan (che in decine di scritti, non solo contingenti o polemici, definisce «colonie» dell'impero russo)

Sull'Ucraina ritorna più volte:

La democrazia rivoluzionaria della Russia, se vuol essere veramente rivoluzionaria, se vuol essere una vera democrazia, deve rompere con questo passato, deve riconquistare a se stessa, agli operai e ai contadini della Russia, la fiducia fraterna degli operai e dei contadini dell'Ucraina. E non può farlo senza riconoscere pienamente i diritti dell'Ucraina, compreso il diritto alla libera separazione.

Non siamo fautori dei piccoli stati. Siamo per l'unione più stretta degli operai di tutti i paesi contro i capitalisti, i "propri" e quelli di tutti i paesi in generale. Ma proprio perché quest'unione sia volontaria, l'operaio russo, non fidandosi per niente e neppure per un momento né della borghesia russa, né della borghesia ucraina, è ora favorevole al diritto di separazione degli ucraini, non impone loro la sua amicizia, ma la conquista trattandoli come eguali, come alleati e fratelli nella lotta per il socialismo.[14]

A chi obiettasse che essendo uno scritto del giugno 1917 potrebbe trattarsi di «tattica», si può rispondere in primo luogo che per i marxisti rivoluzionari come Lenin non era neppure concepibile quella «tattica» divergente dalla strategia e indipendente o contrapposta ai princìpi che diverrà invece pratica corrente nel periodo staliniano e che rimane ancora oggi nel senso comune di vecchie e «nuove» sinistre anche nel nostro paese.

Ma ancor più significativa è la lettera inviata a Ordzonikidze il 2 marzo 1921, dopo la conquista del potere da parte dei comunisti georgiani. La riproduciamo pertanto integralmente.

Orgionikidze. Baku 2-III-1921

Trasmettete ai comunisti georgiani e particolarmente a tutti i membri del Comitato rivoluzionario georgiano il mio caloroso saluto alla Georgia sovietica. Vi prego particolarmente di farmi sapere se vi è tra noi e loro un accordo completo su questi tre problemi:

Primo: bisogna armare immediatamente gli operai e i contadini poveri, per creare un forte esercito rosso georgiano.

Secondo: è necessaria una particolare politica di concessioni verso gli intellettuali e i piccoli commercianti georgiani. Bisogna capire che non soltanto non conviene nazionalizzarli ma bisogna anche sopportare determinati sacrifici pur di migliorare la loro situazione e di lasciar svolgere loro il loro piccolo commercio.

Terzo: è infinitamente importante cercare un compromesso accettabile per fare blocco con Giordania o con i menscevichi georgiani come lui, che prima ancora dell'insurrezione non erano del tutto contrari all'idea di un regime sovietico in Georgia a determinate condizioni.

Vi prego di ricordare che le condizioni interne e internazionali della Georgia non esigono dai comunisti georgiani l'applicazione degli schemi russi, ma un'elaborazione abile e duttile di una tattica originale, basata su un atteggiamento più conciliante verso gli elementi piccolo-borghesi di ogni tipo.

Attendo una risposta

Lenin[15]

Nei mesi successivi, prima di cominciare la sua battaglia sulla «questione georgiana», Lenin aveva tempestato di telegrammi i dirigenti delle repubbliche caucasiche insistendo nello stesso senso, sia sul terreno del rispetto delle particolarità e delle forze politiche locali, sia per la costituzione di un'armata rossa autonoma.

Anche Trotskij espresse a più riprese concetti analoghi, e dedicò successivamente vari scritti soprattutto alla questione dell'Ucraina. A proposito di quella fase, in uno dei suoi ultimi scritti rimasto in parte allo stato di abbozzo, Trotskij aveva osservato che, se l'intervento militare ebbe pieno e facile successo e non provocò neppure nessuna complicazione internazionale (a parte una nuova campagna anticomunista da parte della II Internazionale, che aveva dedicato molta attenzione alla Repubblica georgiana inviandovi nel settembre 1920 una delegazione al più alto livello tra cui spiccavano Kautsky, Vandervelde e Ramsay MacDonald), in realtà «il metodo di sovietizzazione della Georgia ebbe un gravissimo significato per gli anni successivi» :

Nelle regioni dove le masse lavoratrici avevano già aderito al Bolscevismo prima della Rivoluzione esse accettarono ogni difficoltà e sofferenza come inerenti alla loro stessa causa. Così non fu nelle regioni più arretrate, dove la sovietizzazione era stata portata dall'Armata Rossa. Ivi le masse lavoratrici consideravano le privazioni a cui erano sottoposte come risultato del regime imposto dal di fuori. In Georgia la sovietizzazione prematura rafforzò i Menscevichi per un certo periodo di tempo e condusse alla vasta insurrezione delle masse nel 1924, quando, secondo l'am-missione dello stesso Stalin, la Georgia dovette essere "tutta arata di nuovo".[16]

Le inquietudini di Trotskij, le raccomandazioni di Lenin, le proposte dei comunisti georgiani (il cui gruppo dirigente contava militanti di notevole esperienza e ricchezza politica, che saranno sterminati da Stalin negli anni Trenta) non impedirono al plenipotenziario di Stalin nel Caucaso, Ordzonikidze, di provocare guasti di cui si paga il prezzo fino ai giorni nostri (ad esempio, tracciando in modo del tutto arbitrario i confini tra le tre repubbliche, creando le premesse del dramma del Nagorno Karabach). Lenin aveva dedicato a Ordzonikidze alcune righe sferzanti nel suo Testamento, e aveva proposto di «punir[lo] in modo esemplare» (aggiungendo «lo dico con rincrescimento tanto maggiore in quanto appartengo personalmente alla schiera dei suoi amici e ho lavorato con lui all'estero nell'emigrazione»). Non fu punito, allora, e rimase tra i più stretti collaboratori di Stalin fino al suo suicidio, avvenuto nel febbraio 1937.[17]

Siamo arrivati a sfiorare il tema della verifica della validità delle indicazioni leniniane sulla questione nazionale. Non si può negare che alcune delle cause dell'esplosione dell'URSS (almeno per quanto riguarda il Caucaso) vadano ricercate in avvenimenti e scelte dei primi anni dopo la rivoluzione, di cui Lenin fu inizialmente corresponsabile; ma non c'è dubbio che in primo luogo si trattava di deroghe di fatto ai princìpi sempre ribaditi, e che Lenin seppe rendersi conto del pericolo nel giro dei pochissimi anni di vita che gli restavano, dedicando al tentativo di correggerli le ultime energie.

Ancora più importante è tuttavia che quelle deroghe di fatto vennero erette a principio da Stalin e dai suoi successori, compreso Gorbaciov, che innescò la prima esplosione di conflitti etnici degli anni Ottanta con la destituzione del segretario del partito del Kazachstan, Kunaev (un brezneviano corrotto ma kazacho), sostituito con Kolbin, rinnovatore efficiente e presumibilmente onesto, ma russo.

Il bilancio delle conseguenze delle brutali annessioni del 1939-1941 concordate con Hitler nei Protocolli segreti annessi al Patto Ribbentrop-Molotov, e poi confermate nel contesto degli accordi im­propriamente detti di Yalta, può cominciare ad essere fatto alla luce dell'esplosione delle tendenze separatiste (economicamente irrazionali, ma radicate in un profondo risentimento popolare) nel Baltico, in Moldavia, nelle regioni occidentali di Ucraina e Bielorussia.

La politica di deportazioni di interi popoli «puniti» per le colpe vere o presunte di alcuni, la soppressione o discriminazione delle lingue della maggiori nazionalità, la cancellazione perfino di ogni autonomia culturale per la popolazione ebraica, la riduzione a pura finzione dell'esistenza dei partiti comunisti delle varie repubbliche, gli spostamenti arbitrari di confini interni e di quelli esterni (di cui il caso tedesco e quello ungherese sono solo i più macroscopici), hanno innescato una serie di bombe a orologeria la cui esplosione è stata tanto più violenta in quanto è stata differita a lungo dal regime staliniano e post-staliniano.

Tutti coloro che nel movimento comunista occidentale avevano esaltato la realpolitik staliniana, anche quando appariva sempre più modellata su quella delle potenze imperialiste, al punto di trovare elogiatori significativi in Ribbentrop e in Churchill, tutti coloro che hanno creduto di potere abbandonare o ridimensionare come «tattica» e quindi contingente e caduca la parola d'ordine leniniana dell'autodecisione, oggi possono riflettere su cosa fosse veramente «realistico», contemplando le rovine del sistema «incrollabile» costruito da Stalin e difeso accanitamente dai suoi epigoni.

*

L’intero testo è sul sito col nome di Lenin, Rosa e la questione nazionale



[1] Lev Trotskij, La mia vita, Mondadori, Milano 1976, p. 423. Isaac Deutscher osservò che «la marcia dell'Armata rossa su Varsavia fu più dannosa per il partito comunista polacco di tutti gli errori veri e presunti di Rosa Luxemburg». Isaac Deutscher, La tragedia del partito comunista polacco, in Lenin. Frammento di una vita e altri saggi, Laterza, Bari, 1975. Sugli aspetti politico-militari di quella guerra cfr. W. Bruce Lincoln, I bianchi e i rossi. Storia della guerra civile russa, Mondadori, Milano, 1991, pp. 348-375. Cfr. anche Antonio Moscato, Chiesa, partito e masse nella crisi polacca, Lacaita, Manduria, Bari-Roma, 1988, pp. 73-74.

[2] Va segnalato che lo stesso errore in politica agraria era stato fatale l'anno prima alla Rivoluzione dei Consigli in Ungheria. I comunisti ungheresi si opposero decisamente all'aspirazione contadina alla sparti­zione delle terre, che consideravano frutto della propaganda dei partiti borghesi che volevano «spegnere i conflitti di classe nelle campagne». Bela Szanto, Le lotte di classe e la dittatura del proletariato in Ungheria, ed. Avanti!, Milano, 1921, e reprint Samonà e Savelli, s. d., p. 99. Cfr anche F. L. Carsten, La rivoluzione nell'Europa centrale. 1918-1919, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 249.

[3] Lenin, Opere, Editori Riuniti, Roma, 1967, vol. XXXI, p. 262. Dello stesso fenomeno parla d'altra parte anche Edward H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, Einaudi, Torino, 1964, pp. 1100-1105.

[4] Lenin, Opere, vol. XXXI, pp. 262-263. Lenin aggiungeva che «la stampa inglese si è messa in allarme e ha preso a strepitare sul "dualismo di potere". E non aveva torto».

[5] Lenin, Opere, vol. XXXVI, 1969, pp. 439-440.

[6] Ivi, p. 440.

[7] Rinviamo per la ricostruzione di questa fase al bel libro di Moshe Lewin, L'ultima battaglia di Lenin, Laterza, Bari, 1969.

[8] Ivi, p. 440.

[9] Ivi, p. 442.

[10] Ivi, pp. 429-430.

[11] Ivi, p. 443.

[12] La preoccupazione era fondatissima: tale libertà venne ribadita in tutte le Costituzioni, da quella staliniana del 1936 a quella brezneviana del 1978, dato che nessuno si sognava di fare applicare questo come tutti gli altri diritti sanciti sulla carta, e venne cancellata solo in epoca gorbacioviana, quando il risveglio di un'opinione pubblica inquieta cominciava a rendere pericolosa la proclamazione di princìpi astratti di cui qualcuno avrebbe potuto richiedere l'applicazione.

[13] Lenin, Opere, vol. XXXIII, Roma, 1967, p. 339.

[14] Lenin, Opere, vol. XXV, Roma, 1967, p. 84.

[15] Pubblicato sulla «Pravda Gruzii», n. 5, 6 marzo 1921, ora in Lenin, Opere, vol. XXXII, Roma, 1967, p. 144.

[16] Leone Trotskij, Stalin, Garzanti, Milano, 1947, pp. 366-367.

[17] Sulle cause della sua morte furono sollevati numerosi dubbi in varie epoche, ma è abbastanza probabile che sia stato spinto al suicidio dall'arresto ed esecuzione di suo fratello e dei più stretti amici (tra cui il suo vice Pjatakov e Alioscia Svanidze, fratello della prima moglie di Stalin), e soprattutto da chiari segni che gli si preparava la stessa sorte (tra l'altro una perquisizione del suo stesso appartamento).

 



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