Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Da mercenario a paziente

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Fariñas, da mercenario a “paziente”…

Ci sono voluti quasi cinque mesi perché Guillermo Fariñas, bollato sul Granma l’8 marzo come “agente degli Stati Uniti” e “controrivoluzionario”, si trasformasse il 3 luglio sullo stesso giornale in un “paziente” di cui lo Stato cubano si prende cura scrupolosamente.

Il “Granma” ha spiegato dettagliatamente le cure prestate a Fariñas, ha accennato ai loro costi elevati, ma ha evitato di dire però perché quest’uomo sta facendo uno sciopero della fame così prolungato e tenace.

Il compito di descrivere la situazione e di accennare alla possibilità che il “paziente” muoia improvvisamente è stato affidato al dottor Armando Caballero, capo dei Servizi di Terapia Intensiva dell’Ospedale Universitario Arnaldo Milián Castro, di Santa Clara. Da lui apprendiamo che a Guillermo Fariñas nei 110 giorni di ricovero è stato necessario cambiare il catetere dieci volte, ma che “durante il suo digiuno di 251 giorni nel 2006 furono necessari ben 37 cateteri”. Il dottor Caballero ammette che in 37 anni di esperienza nei servizi di Terapia intensiva non aveva mai visto un paziente a cui fossero stati applicati tanti cateteri. Ma così i cubani sono venuti a sapere che il “paziente” è un recidivo, anche se continuano a ignorare le ragioni di queste rischiose forme di protesta.

Il lettore non capisce assolutamente perché Fariñas stia facendo uno sciopero della fame così tenace, che tra l’altro era iniziato quindici giorni prima del ricovero in ospedale, a casa sua; il dottor Caballero insinua che non si può sapere se fosse stato uno sciopero altrettanto radicale. In realtà, per magnificare l’effetto delle sue cure, ci informa che al momento di entrare in ospedale Fariñas stava molto male e pesava meno di quanto pesi ora dopo mesi di alimentazione forzata endovena. Chi legge il Granma (e a Cuba non c’è molta scelta…) sa tutto sulle cure, su quanto costino allo Stato cubano. Accennando a farmaci procurati all’estero, e ai costi del ricovero in altri paesi, il dott. Caballero fa capire che ci si avvicina ai 150.000 dollari di spesa. Ma il lettore non sa per quale perversione Guillermo Fariñas si ostini a digiunare.

Nell’intervista si sottolinea che, se sopravviverà, grazie alla generosità dello Stato cubano, Fariñas non pagherà un centesimo. La sua portavoce, Liset Zamora, ha osservato che il governo preferisce spendere una simile somma, enorme per Cuba, piuttosto che accettare la modesta richiesta di Guillermo Fariñas: liberare una ventina di detenuti politici malati.

Il dottor Caballero alla fine manifesta un certo rispetto per il suo “paziente”, di cui dice che è “cosciente, orientato, nel pieno possesso delle sue facoltà mentali” e che quindi “ha il diritto di accettare o no l’esecuzione di qualsiasi intervento medico.” Ma il dottore ritiene che sia un “cattivo diritto” quello di uccidersi, e candidamente afferma di aver detto a Fariñas “che ha una condotta che attenta alla sua integrità fisica”. Come se il “paziente” non lo avesse ben chiaro cominciando lo sciopero della fame!

Comunque l’intervista al dottor Caballero è una novità assoluta, e ha una spiegazione precisa: Fariñas può morire da un giorno all’altro. Ha già superato quattro gravi infezioni da stafilococco aureo, che si sviluppano spesso nel sangue in casi di continua alimentazione endovena. Ma da qualche giorno si è presentata anche una tromboflebite nella iugulare, da cui il trombo può passare facilmente al cuore e ai polmoni, provocando inesorabilmente la morte.

Ecco perché si è ritenuto di mettere le mani avanti, per prevenire le reazioni negative che ci furono, all’estero ma anche a Cuba, al momento della morte di Orlando Zapata Tamayo, dopo 85 giorni di sciopero della fame. In quel caso non si era mosso un dito per salvarlo, credendo che bastasse insistere sul suo carattere sovversivo, ribelle, e dire che il povero Zapata, pretendeva addirittura “una televisione in cella” (era falso, pretendeva solo di essere trattato come un detenuto politico, dato che lo era).

Il dottor Caballero è stato ora evidentemente premuto per dire cose che mettano preventivamente a tacere le polemiche, e si capisce soprattutto dall’accenno alla questione della TV: “Questa persona (Fariñas) è un privilegiato, come tutti i nostri pazienti. Ha compagnia per 24 ore, e ha un televisore su cui può vedere il campionato di calcio e quello che gli pare; inoltre ha un telefono diretto, come tutti i ricoverati. Indipendentemente dal contesto medico, queste facilitazioni sono importanti per la spiritualità del malato”. Se dietro non ci fosse una tragedia, verrebbe da ridere a pensare quanto sia poco confortante “per la spiritualità” di chi sta mettendo in gioco la propria vita vedere la noiosissima televisione cubana!

La morte di Guillermo Fariñas, o il successo della sua lotta, può avere ripercussioni importanti a Cuba. Non sarà facile mandare il solito gruppetto di fanatici professionisti a contestare le manifestazioni della Damas de blanco, di cui è interessante notare che hanno ribadito che non vogliono piangere “un altro Zapata”, mentre una di loro, Blanca Reyes, moglie di Raúl Rivero, ha detto francamente di non capire neppure il ruolo di intermediaria che la Chiesa Cattolica vorrebbe assumere, dal momento che la gerarchia ha sempre trovato il modo di accordarsi col regime per i propri privilegi.

[Sul dibattito che si sviluppò dopo la morte di Zapata, rinvio a Un morto che pesa a Cuba e ai numerosi altri scritti segnalati in Cuba: guida ai testi.]

Ma che altro succede a Cuba, fuori dell’ospedale di Santa Clara?

 

Cosa succede a Cuba? Poco o niente. E questo è il tragico. È per questo che aumenta la risonanza di gruppi numericamente modestissimi di oppositori, per giunta abbastanza divisi tra loro (tra l’altro il successo delle Damas de blanco è forse dovuto al loro programma semplicissimo, che ha permesso l’unità indipendentemente dalla posizione politica dei loro mariti o figli incarcerati).

È questo che dà un’importanza spropositata in tutto il mondo ai commenti, ingenui e in genere prepolitici, della blogger Yaoni Sánchez, che in definitiva però riflettono lo stato d’animo di una parte della popolazione, stanca di retorica vuota, e di “doppia verità”.

E per questo che appare importante la pur moderatissima presa di posizione della figlia dell’attuale presidente, Mariela Castro Espín, finora conosciuta soprattutto per un benemerito lavoro di difesa di gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, ecc., lavoro che ha avuto anche una prima concretizzazione legale (la decisione nel 2008 di consentire operazioni per il cambio di sesso nel sistema sanitario gratuito cubano), e una proiezione pubblica il 16 maggio di quest’anno, con la prima “conga callejera” contro l’omofobia.

Mariela ha rilasciato all’agenzia IPS dell’Avana un’intervista in cui spiega diverse cose: è subito stata riprodotta in vari paesi. Di interessante non c’è molto, a parte una nota autobiografica e generazionale, che la accomuna a una sua coetanea, ugualmente nata in una famiglia di dirigenti di primo piano, Celia Hart Santamaria, la compagna trotskista cubana morta tragicamente in un incidente stradale il 7 settembre 2008.

Come Celia, Mariela è stata segnata da un’esperienza politica che ne accrebbe lo spirito critico: quando stava nel primo anno di Università si trovò coinvolta in un “proceso de profundización de la conciencia revolucionaria” organizzato dall’UJC (l’Unione dei Giovani comunisti), che non le piacque per niente. “Mi davano molto fastidio – dice - l’estremismo [nel gergo politico cubano il termine allude all’aggressività verso avversari, veri o presunti, NdT] e i pregiudizi; ma detestavo particolarmente la frase «diversionismo ideologico», perché la vedevo come uno strumento degli opportunisti”. Mariela, forse inconsciamente, polemizza con un termine che è stato usato spesso proprio da suo padre, ad esempio nel 1996 nell’attacco alle riviste guevariste cubane, come i Cuadernos de Nuestra América, che venivano appunto bollati come “diversionisti” e persino come “Quinta colonna” o “secondo binario” dell’aggressione statunitense…

Una ricostruzione di quella vicenda del 1996 si trova nelle ultime due pagine dell’inserto speciale di Bandiera rossa Cuba 1996, che per errore erano saltate al momento dell’inserimento nel sito, e ora sono state reintegrate. Lo segnalo perché questo testo ha avuto relativamente poche visite, forse perché i lettori pensavano fosse “datato”. Invece, in una Cuba bloccata dall’immobilismo del gruppo dirigente, quello scritto di quasi quindici anni fa non è affatto superato, e purtroppo è ancora molto utile per descrivere il presente. Un po’ come accadeva nell’URSS dell’ultima fase…

Mariela racconta che reagì come poté e come credé meglio, ma che fu poi segnata dall’esodo massiccio del 1980, cominciato all’Avana e spostatosi successivamente al porto di Mariel. Per lei fu uno schock che le fece imparare molte cose; la colpì soprattutto lo spettacolo di molte delle persone che erano state molto estremiste durante la “profundización revolucionaria” e che partivano correndo verso Mariel per lasciare Cuba, mentre “molti di quelli che erano stati puniti o discriminati, sono rimasti qui, anche oggi, partecipando alla Rivoluzione”.

È ancora un punto di contatto con Celia Hart Santamaria, che fu ancora più impressionata da quella vicenda, perché la madre, eroina del Moncada e della Sierra, si suicidò guardando quell’esodo che rappresentava indubbiamente un fallimento della rivoluzione per cui aveva lottato. Ricordo anche l’esperienza del colonnello “bandido” che ho ricostruito nell’articolo sulle Damas de blanco a Cuba, sempre a proposito dell’esodo di Mariel e dei “ripudi” organizzati.

Ma Mariela Castro si ferma a metà, limitandosi a “scommettere su un socialismo basato su una impostazione dialettica, in cui siamo obbligati a prestare attenzione a tutte le contraddizioni che stanno sorgendo e caratterizzando i cambi verso lo sviluppo”. E auspica “meccanismi di partecipazione”, che portino a una “democrazia partecipativa”. È un po’ poco, come proposta.
Quasi tutti, compresa la pessima zia di Miami di cui ho già scritto in Juanita, Guevara e la CIA, parlano bene di Mariela Castro, ma si ferma molto indietro nella sua riflessione rispetto ad alcune coetanee che hanno attraversato le stesse esperienze, come Celia Hart o Soledad Cruz. Ma nel vuoto di dibattito l’esposizione di quelle sue modestissime inquietudini è sembrata un segnale di svolta.

Se si pensa a come i dirigenti dello Stato e del partito cubano non sappiano affrontare neppure una modestissima richiesta di amnistia per un gruppo di oppositori di cui ripetono (giustamente) che non rappresentano molto più che sé stessi, e continuano a rinviare un congresso che doveva essere stato fatto da anni e da cui avrebbe potuto trarre maggiore legittimità un gruppo dirigente continuamente rimaneggiato escludendo qualcuno senza spiegare il perché, capiamo la risonanza che ottengono all’estero (e in patria per i pochi che hanno accesso a una qualche forma di internet) queste modestissime aperture. Forse stupisce che vengano dalla figlia dell’attuale líder máximo, che contrariamente a molti ottimisti è sempre stato più rigido e stalinista del fratello maggiore.  

 

D’altra parte almeno una dozzina tra figli e nipoti dei Castro hanno espresso in forma assai più radicale di Mariela il loro dissenso, e se ne sono andati alla spicciolata da Cuba in questi anni, quando ne hanno avuto l’occasione. Ne fa un elenco dettagliato la zia Juanita, verso la fine del suo libro, in cui parla della sua solitudine. In rottura con la CIA, con i rapporti interrotti con quasi tutti i fratelli e le sorelle, messa al bando anche dai nipoti, Juanita Castro ha scoperto per caso da un incontro casuale e poi da una parente che la sua partenza dall’isola non era rimasto un caso isolato.

 

Ma, come abbiamo già segnalato, ci sono anche i cubani fedeli alla rivoluzione, che non se ne vanno e non si arrendono, ma trovano il coraggio di fare critiche severissime, assai meno generiche e reticenti di quelle di Mariela Castro. Ne riporto di seguito un esempio, uscito a Cuba sul sito ufficiale dell’UNEAC anche se non su un giornale leggibile dai comuni mortali sprovvisti di internet…

Il lettore non particolarmente esperto del linguaggio politico cubano rimarrà forse sorpreso o infastidito dalla forte insistenza sui “servizi segreti in ascolto”, sulla possibilità di un ricatto ai corrotti per costringerli a collaborare con gli Stati Uniti. Si tratta di un dato reale, su cui Esteban Morales però insiste fortemente, presumibilmente per sottolineare che la sua denuncia della corruzione è mossa non da una volontà di polemica antiautoritaria, ma piuttosto dal patriottismo cubano. In tal senso va letta anche la citazione rituale dei “cinque eroi” detenuti nelle carceri statunitensi. Ma la sostanza della denuncia è chiara, e si riallaccia a quanto diceva, tra lo scandalo generale, Haroldo Dilla nel 1998 sul pericolo di formazione di un ceto politico borghese a partire da settori della burocrazia statale, civile e militare, impegnata nelle società miste. Cfr. Dilla: una transizione incerta

a.m. 6/07/2010

 

 

LA CORRUZIONE A CUBA: LA CONTRORIVOLUZIONE VERA?

di Esteban Morales

 

 

 

Se osserviamo attentamente l’attuale situazione interna di Cuba non possiamo avere dubbi sul fatto che la controrivoluzione sta guadagnando posizione a poco a poco a certi livelli dello Stato e del governo.

Senza dubbio sta diventando evidente che si sono persone in posti statali e di governo che si stanno preparando finanziariamente per un eventuale crollo della Rivoluzione, ed altre sono in condizioni di avere quasi tutto pronto per determinare il passaggio dei beni statali in mani private, come è accaduto nell’ex Urss.

Fidel ha sostenuto che avremmo potuto noi stessi liquidare la Rivoluzione, ed io sono propenso a pensare che, tra le altre preoccupazioni, il Comandante stesse riflettendo sulle questioni relative alla corruzione. Infatti il fenomeno, già presente, ha continuato ad emergere con forza.

 

Vediamo, a conferma, quanto è accaduto con la distribuzione di terre in usufrutto in alcuni municipi del paese: frodi, illegalità, favoritismi, lungaggini burocratiche, ecc.

In realtà, la corruzione è molto più pericolosa della cosiddetta dissidenza interna. Questa è ancora isolata: è priva di programma alternativo, non ha veri leader, non ha un seguito di massa. Invece la corruzione risulta essere la vera controrivoluzione, quella che può fare maggior danno, perché sta dentro al governo e all’apparato statale, che sono quelli che maneggiano effettivamente le risorse del paese. Ma vediamo qualcosa di molto semplice:

Quando è che c’è al mercato nero il latte in polvere, che è aumentato di prezzo fino ad arrivare a 70 pesos al chilo? Quando il latte in polvere arriva nei magazzini statali. Non c’è un esempio migliore di questo. Ed è così per tutti i prodotti che la maggioranza della popolazione acquista al mercato nero.

Significa che, a spese delle risorse statali, esiste un mercato illegale da cui traggono tutti beneficio tranne lo Stato. E che cosa mi dite dei venditori nei paraggi dei grandi magazzini in divise, che offrono di tutto? Si tratta di una di quelle corruzioni cui partecipano tutti, frutto della corruzione di funzionari statali. Che si sappia, infatti, a Cuba c’è un solo importatore, lo Stato. Non credo che quello che arriva nei pacchetti da Miami serva a creare un mercato così vasto di prodotti durevoli.

Si vedano anche il passaggio della carne di maiale dagli statali ai privati, i prezzi della vendita di bibite e acque a seconda delle varie compagnie turistiche: le sospette differenze di prezzi in cui ci imbattiamo di frequente.

Vuol dire, chiaramente, che esiste un flusso illegale di prodotti tra il commercio statale all’ingrosso e quello in strada. Un’intera economia sommersa che lo Stato non riesce a controllare e che non sarà possibile regolare finché esistono i grandi squilibri tra offerta e domanda che ancora contraddistinguono la nostra economia.

Si tratta dunque, in questo caso, di una controrivoluzione che ha i propri leader occulti, che offre alternative a quelle dello Stato e che conta su una massa che la pratica.

Ma la situazione cui abbiamo appena accennato non rappresenta la parte più pericolosa della questione che stiamo affrontando e che ne rappresenta solo il contorno popolare.

Ciò che si è scoperto di recente sulle debolezze di un gruppo di funzionari ad altissimo livello che avevano a che fare con favoritismi, privilegi amicali, certi atti di corruzione e di negligenza nell’uso di informazioni delicate, come pure su alcune inclinazioni alla lotta per il potere presenti in questi funzionari, erano informazioni che, purtroppo, stavano già passando per le mani di agenti dei servizi spagnoli, anche se questi sono stati molto cauti nel non accettare di partecipare. Queste sì sono questioni particolarmente gravi.

Insomma, questioni particolarmente delicate, come pretese e aspirazioni di potere, favoritismi, corruzione ed indebite espressioni sulla più alta direzione del paese, giunte a conoscenza dei servizi speciali stranieri. Un vero e proprio “commercio politico”, di altissimo valore aggiunto, nelle mani dei nemici della Rivoluzione.

Quando il governo cubano consegnò alla FBI tutte le informazioni di cui disponeva sull’attività della controrivoluzione negli Stati Uniti, la cui attività comportava addirittura la possibilità di attentato contro la presidenza nordamericana, che cosa aveva fatto la FBI? Invece di intervenire contro la controrivoluzione, invece di prendere misure contro la mafia cubano-americana, cercarono, da bravi segugi, di scoprire da dove provenisse l’informazione fornita loro da Cuba, quali fossero le sue fonti, ed ecco che i nostri cinque eroi, compatrioti pronti al sacrificio, stanno scontando undici anni di ingiusta detenzione nelle carceri nordamericane.

Dopo le dichiarazioni di Fidel sul fatto che noi stessi possiamo distruggere la Rivoluzione, e che ci sono ragioni di pensare che la rivoluzione sia reversibile, quello che debbono star facendo i servizi segreti nordamericani è ricercare l’informazione che corrobori le preoccupazioni di Fidel.

Stanno cercando la conferma delle parole del Comandante in capo, seguendo passo passo quello che sta accadendo quotidianamente a Cuba, frugando in tutto ciò che consenta loro di scoprire dove stia la vera forza controrivoluzionaria a Cuba che possa distruggere la Rivoluzione, forza che non sembra stare in basso ma in alto, ai livelli stessi del governo e dell’apparato statale.

Una forza costituita dai corrotti non di scarso rilievo che si vanno scoprendo in cariche elevatissime e con forti connessioni personali, interne ed estere, create in decenni di occupazione delle medesime posizioni di potere. Si badi bene, nessuno dei “defenestrati” finora è un semplice impiegato.

Più di recente, è stato destituito il generale Acevedo, direttore dell’IACC (Istituto dell’Aeronautica civile di Cuba) e ciò che circola nei mezzi di informazione non ufficiali sui motivi della sua destituzione è tale da far perdere il sonno.

Ci deve essere qualcosa di vero in queste notizie, perché questo è un paese molto piccolo e familiare; la vicenda non ha ancora avuto la spiegazione ufficiale esauriente che la gente si aspetta; perché se quel che hanno fatto è stato dilapidare i soldi e le risorse del popolo, nel pieno di una situazione economica piuttosto critica, questo blocca il paese. Perciò, sia per riabilitare Acevedo che per condannarlo, occorre dare una spiegazione al popolo, un popolo che la Rivoluzione ha creato, formato tecnicamente e scientificamente e al cui interno si trovano persone preparate con capacità sufficienti.

In realtà debbo dire, a livello di ipotesi, che quanto è avvenuto con l’IACC non è un caso unico e che lo si è scoperto in altri posti e possono anche esservi altre imprese dove sta succedendo la stessa cosa. Dove cioè i capi possono stare ottenendo commesse e aprendosi conti in banca in altri paesi. Ed è un’ipotesi di lavoro valida per aprire altre indagini e perché cose simili non possano coglierci di sorpresa.

In economia esiste l’«indagine a sorpresa», che non è fatta per ledere qualcuno e con la quale non se la può prendere nessuno. Indagare non significa accusare, è un meccanismo di previsione che contribuisce all’onorabilità.

Un elemento che non possiamo tralasciare di considerare è che da molto tempo (1986-1994) l’obiettivo della politica degli Stati Uniti nei confronti di Cuba è cambiato. Ora si presta una particolare attenzione alla realtà interna di Cuba. Non è un orientamento assoluto, ma è fondamentale e prioritario. Tutto ciò che sta succedendo all’interno di Cuba viene osservato, monitorato dai politici nordamericani, in particolare dai servizi speciali degli Stati Uniti.

Per ovvie ragioni che non serve spiegare, devono sapere meglio di noi quali e quanti cubani hanno conti all’estero. Chi ottiene commesse e che traffici fanno.

Infatti, tutte quelle imprese con cui Cuba traffica hanno apparati di intelligence e sono tutte coordinate con i servizi nordamericani e, se non lo sono, ci sono funzionari che, avendo in mano un’informazione delicata su Cuba, stringono legami con i servizi nordamericani che, sia detto en passant, pagano molto bene queste informazioni. Purtroppo, i servizi nordamericani sono più informati di noi su tutti i possibili movimenti dei nostri imprenditori. E si tratta di un’informazione che, lasciata circolare, e accumularsi, rappresenta una strada eccellente per subornare, ricattare e reclutare qualsiasi funzionario cubano.

Non vuol dire che funzioni sempre, può darsi che vi sia chi si corrompe ma non si lascia reclutare, trattandosi di una questione molto sottile: Ma chi ricorre alla corruzione per arricchirsi è poi difficile che mantenga ancora altri valori.

Un funzionario cubano che si corrompa nei suoi rapporti con una qualsiasi impresa straniera deve sapere che questa informazione può finire nelle mani dei servizi speciali di qualsiasi paese, e di lì a quelle dei servizi americani il passo è breve. Si apre subito un varco, che si continua a riempire finché si ritenga utile o pertinente svolgere contro quel funzionario un’azione di corruzione, ricatto o reclutamento.

Non vi è niente di paranoico in questo: è da stupidi non sapere che qualsiasi informazione delicata su Cuba, le sue attività all’estero o su alcuni funzionari cubani che si ritenga utile, è pagata molto bene dai servizi speciali degli Stati Uniti. E se non lo sappiamo a quei livelli, siamo spacciati.

Si tratta dunque di un’area occulta del lavoro di sovversione contro Cuba, che a medio e lungo termine produce ottimi dividendi politici. Si tratta di un’area della controrivoluzione che non ha nulla a che vedere con la cosiddetta dissidenza, con i gruppetti o le cosiddette “donne in bianco”.

Si noti come le debolezze di alcuni funzionari cubani dell’Esercito Rivoluzionario e del Ministero degli Interni coinvolti nel narcotraffico fossero già state trasmesse ai servizi segreti spagnoli. Scoperti da Cuba nel 1989, già costituivano tuttavia una notizia privilegiata in mano alla DEA, alla FBI e al resto dei servizi nordamericani.

Comportamenti del genere inficiano seriamente la capacità del paese di continuare ad andare avanti e si verifica, come un algoritmo matematico, che la capacità di qualsiasi nazione di affrontare lo scontro internazionale si misura, in primo luogo, dalla sua forza interna.

Se perlomeno Cuba riuscisse a scoprire in anticipo i suoi corrotti, il danno potrebbe essere minore.

 

[Esteban Morales Dominguez (L’Avana 1942), è laureato in Economia, dottore in Scienze, docente e ricercatore. Specializzato in temi di politica estera statunitense e autore di numerosi testi sul problema razziale a Cuba. Questo testo è stato pubblicato in aprile del 2010 sul sito dell’UNEAC - Unione degli Scrittori e Artisti di Cuba, e poi rimesso in rete il 4 luglio da Sin permiso di Buenos Aires. Traduzione di Titti Pierini]