Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Ricordando Celia Hart

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Ricordando Celia Hart

Celia Hart Santamaria è stata per me, per alcuni anni, una corrispondente preziosa da Cuba. A volte la sua voglia di comunicare la spingeva a subissarmi di mail, una dopo l’altra: anche parecchie in un solo giorno. La notizia della sua morte, e quella dell’adorato fratello Abel, che era con lei in auto, avvenuta all’improvviso domenica 7 settembre 2008 in un incidente stradale in un’Avenida dell’Avana, aveva lasciato folgorati tutti quelli che l’avevano conosciuta. Un compagno italiano, che l’aveva vista un paio di giorni prima per portarle alcune copie del mio Risveglio dell’America Latina per lei e altri compagni, me l’ha descritta tesissima, più nervosa del solito. Forse questo spiega meglio l’urto violento contro un albero in una strada senza traffico, ben più della dietrologia di chi ha immaginato un complotto per eliminare la “trotskera” dell’Avana, come lei si era autodefinita ironicamente in un’intervista che comparirà a breve sul sito anche in italiano.

Celia era figlia di due dirigenti di spicco della rivoluzione cubana, Armando Hart ed Haydée Santamaría. La sua difesa negli ultimi anni delle idee di Lev Trotsky aveva stimolato un acceso dibattito all’interno di Cuba ed a livello internazionale. Una volta mi aveva scritto di volersi chiamare solo col nome della madre, in polemica col padre, che le raccomandava la prudenza e ventilava il rischio che le togliessero il computer, e anzi poi mi chiese scherzando se volevo essere io suo padre. Ma fu un po’ delusa scoprendo che, sia pure per ragioni diverse, le raccomandavo anch’io una maggiore prudenza. Non le tolsero il computer, ma comunque nel 2005 le ritirarono la tessera del partito, cosa che in un paese come Cuba non è cosa da niente.

In questi giorni, scrivendo su Cuba, mi sono accorto che un anno fa, nel costruire il mio sito (che era originariamente finalizzato soprattutto alla pubblicazione di miei libri esauriti e di articoli ormai introvabili, e si è allargato solo gradatamente ad alcuni scritti di Livio Maitan e di Gianni Rigacci), non avevo pensato a inserire qualcuno dei numerosissimi scritti di Celia. Provvederò presto, cominciando subito da quelli tradotti e già pubblicati su “Erre” o in appendice a un mio libro. Ma ce ne sono moltissimi altri, dedicati a Cuba e alla difesa delle idee di Che Guevara, ma anche al Venezuela bolivariano e a molti altri problemi del continente. Cercherò di colmare la lacuna e proverò anche a fare una non facile selezione tra le migliaia di mail che ci siamo scambiati. Pubblico intanto qui di seguito uno dei suoi poemi, Canto intimo, il terzo di una serie piuttosto lunga. Un poema che ha dato un contributo essenziale alla battaglia contro la privatizzazione degli scritti del Che. In Appendice il ricordo che avevo scritto a caldo per “Liberazione”. (a.m. 6/07/2010)

 

 

CANTO INTIMO III

Celia Hart

 

 

Chi può riservarsi i diritti dell’arrivo della primavera?

O chi pretende di poter comprare le onde azzurre del mare?

Chi è il padrone del canto degli uccelli,

di tutto quanto ci lascia senza fiato di fronte a questa meravigliosa natura,

splendida e ogni volta più rivoluzionaria?

Nessuno è proprietario della luce del giorno.

Solo con la luce elettrica possono commerciare,

e nessuno è proprietario delle stelle.

Questo per me è il Che. La primavera,

l’autunno intriso di colore, è il dolore dei poveri del mondo.

Egli sta al fianco di Gesù.

La chiesa egoista e burocrate andrebbe condannata in eterno

perché ruba, per accaparrarsene i diritti, il respiro di Gesù.

Non facciamo noi rivoluzionari quel che ha fatto Costantino con il cristianesimo vero.

Vi sono cose che Dio ha voluto creare comuniste fin dalle loro origini.

Sarà perché ha cercato di esserlo lui.

 

Ho seguito la polemica tra editori e varie personalità di prestigio

sul pensiero del “nostro più vicino Gesù” che è il Che.

Non capisco una sola parola

e mi dichiaro incompetente a capire un temine commerciale.

So che le cose si vendono, gli oggetti si vendono,

ma la vendita delle idee è quella che non mi riesce di concepire,

giacché è come vendere le onde del mare o vendere la primavera,

o esigere denaro per i dorati tramonti d’autunno.

Harry Potter si vende e va benissimo che si venda!

Agli autori, a quelli di noi che cerchiamo di esserlo,

serve vendere i libri per mangiare. Non parlo di questo

Parlo di sapere ad esempio chi ha diritto d’autore sulla Bibbia,

o se qualcuno percepisce i diritti su Giulietta e Romeo.

Gli editori dovranno guadagnare soldi per vivere, come a Roma si incassa

per veder piangere davanti alla Pietà di Michelangelo, ma questo è un conto

è un altro ben diverso è che si percepiscano rendite sulle idee, i pensieri, la passione.

 

Alejandro Rodríguez, figlio del famoso pittore Mariano Rodríguez,

mi ha fatto pervenire qualche giorno fa una lettera

che mia madre gli scrisse quando era piccolo.

La lettera è datata 1967, e potete già immaginarvi.

Mia madre vi racconta, insieme a L’età dell’Oro che donerà al piccolo,

che solo parlando con mio fratello e me del Che

riuscì a contenere la tristezza di quella perdita.

Ripeteva “mi hanno portato via il mio Che”.

Il Che ci appartiene. Un uomo che mi ha fatto capire il senso della vita...

mi appartiene e non permetto che nessuno decida che non è mio.

Fatte salve le distanze, mia madre appartiene agli intellettuali d’America latina,

è più di Roque Dalton e di Victor Jara che mia.

Hanno fatto di più per lei che non io.

I diritti che possiedo io sono questi: le cose che vi racconto e scrivo,

e ho anche i miei dubbi a volte su quanto possa esserci di mia madre

in quei sentimenti.

 

Da un altro lato, mi stupisce che esistano scritti inediti del Che. Dopo tanto tempo?

Chi può avere il diritto di privarci così della primavera?

Quegli scritti infatti ci chiarirebbero tante cose e non pubblicarli equivale

a quel che è successo quando la Bibbia poteva essere interpretata solo da esperti.

Non sono una specialista nell’opera del Che, ma non accetto che nessun essere umano

sotto i raggi di questo stesso sole decida cosa debba leggere o non leggere del Che.

È come lasciare nascoste le opere di Darwin, o Einstein, o Martí,

perché la gente non le capisce. Chi concede questo diritto?

Siamo asfissiati dal capitalismo.

Negarci il Che, in nome del fatto che qualche giudizioso esperto

decida se mettere o no un paragrafo è peccato mortale.

Ed è successo! Ricordo che una volta volevo citare il Che

e nelle edizioni di Scienze Politiche[1] mancava un intero paragrafo

in cui il Che discuteva con Marx a proposito di un suo articolo su Bolívar.

Chi sono queste persone, sempre nell’ombra,

che credono di essere Dio, per censurare il Che?

Che la casa editrice Mondadori pubblichi

e si metta d’accordo con chi vuole.

Non ho competenza per sapere se questa casa editrice

possa o meno scrivere un discorso del Che

senza che la penna le cada di mano.

Ma invito tutte le case editrici rivoluzionarie del mondo

a sentirsi non solo in diritto, ma in dovere di diffondere le idee

dell’uomo più necessario della Terra

 

Settembre 2005

 

 

In ricordo di Celia Hart Santamaria

 

Nel pomeriggio di domenica 7 settembre Celia Hart Santamaria e suo fratello Abel si sono schiantati con la loro auto contro un albero in un'avenida dell'Avana. Celia aveva 45 anni e Abel 48. La notizia è passata in secondo piano tra quelle della minaccia del ciclone Ike.

Celia era una fisica, figlia di due dirigenti storici della rivoluzione, Armando Hart, segretario del partito unificato al momento della partenza di Guevara e poi ministro della cultura, e Haidée Santamaria, una delle due donne del Moncada (i batistiani le uccisero in modo atroce fratello e fidanzato), poi divenne una straordinaria direttrice della Casa de las Américas. A volte Celia diceva che voleva chiamarsi solo Santamaria, come la madre, e sulla sua vicenda è tornata spesso: Haidée è morta suicida nel 1980, al momento della partenza della seconda grande ondata di esuli, quella di Mariel. Celia ricordava la madre inchiodata ai vetri che si affacciavano sul lungomare, con uno sguardo terribilmente amaro di fronte a quell'esodo di disperati… Il fratello Abel, ora morto insieme a lei, era rimasto ancor più profondamente segnato dalla morte della madre, a cui aveva quasi assistito in diretta (era nella stanza accanto).

Al padre Celia non perdonava invece negli ultimi tempi le raccomandazioni di prudenza, che interpretava come pressioni indebite, ed erano invece frutto di esperienza. In realtà il padre la avvertiva del rischio che le togliessero l'accesso a Internet, e anche di pericoli maggiori, ma intanto la proteggeva come poteva. Armando Hart comunque non aveva potuto impedire che nel 2005 togliessero a Celia la tessera del partito, cosa che a Cuba non è una misura da niente...

 

Celia aveva assunto da sola, o quasi, un ruolo di coscienza critica, commentando avvenimenti e prese di posizioni ufficiali. In una bella intervista autobiografica a Manuel Talens apparsa sul sito di Rebelión nel marzo 2006 spiegava che il suo impegno politico era cominciato tardi. Quando aveva studiato fisica nella Germania Est era stata disgustata da quella società, e spaventata dai burocrati che le assicuravano che anche Cuba sarebbe stata così, e avrebbe avuto saponette profumate e cioccolata... “Se questo è socialismo, non mi interessa”. Era entrata in una crisi profonda e quando l'aveva manifestata al padre durante una vacanza, Hart le aveva dato per la prima volta i libri su cui si era formato e che erano inaccessibili per un giovane cubano: prima di tutto la trilogia di Isaac Deutscher su Trotskij, poi alcuni libri dello stesso Trotskij, e alla fine la raccolta segretissima (in 200 copie per i dirigenti) degli scritti di Guevara.

Presto Celia aveva cominciato a scrivere, in maniera inarrestabile. Prima di tutto in difesa del pensiero nascosto e dimenticato del Che (la pubblicazione di parte dei famosi inediti si deve anche e soprattutto alla sua battaglia), e in difesa del ruolo storico di Trotskij. Solo sul sito catalano di "Kaos en la red",  ci sono una cinquantina di suoi scritti, alcuni anche ponderosi. Altri (tra cui diversi poemi) se ne possono trovare in Rebelión, in Aporrea e sul sito del Militant. Alcuni sono stati pubblicati in Italia, su Erre, nei quaderni della Fondazione Guevara e anche in appendice al mio libro sul Che inedito.

Di solito erano firmati solo da lei, ma nel marzo di quest'anno aveva fatto una Declaración desde Cuba contro l'assassinio in Ecuador del comandante delle FARC Raúl Reyes, firmata insieme ad alcuni vecchi compagni trotskisti cubani, uno dei quali era stato protagonista della guerriglia sulla Sierra e poi condannato negli anni Settanta a 12 anni di carcere per "calunnie all'Unione sovietica".

Spesso è intervenuta "controcorrente", ad esempio difendendo le FARC che a Cuba non sono ben viste, e polemizzando apertamente con Chávez sulla necessità della lotta armata; ha anche respinto spesso la posizione ufficiale cubana che considera la Cina "socialista".

Tuttavia spesso è stata fraintesa: non era in senso stretto una "dissidente" o un'oppositrice, ma uno spirito critico e libero. Tuttavia non rinunciava ad alcuni omaggi rituali (forse tattici) a Fidel Castro, e a nominare Fidel ogni volta che parlava del Che. Era stata attaccata dal movimento libertario cubano per un articolo di questo genere (che asseriva che non poteva esserci nulla a sinistra di Fidel) ed era stata sollecitata dai dirigenti del partito a rispondere, ma si era rifiutata. Mi spiegò che era in difficoltà perché aveva capito che le critiche di quei compagni erano sostanzialmente corrette, e anche perché aveva saputo che uno di loro era il nipote del Che (figlio di Hilda Guevara) che lei conosceva benissimo.

Queste ambiguità e contraddizioni avevano una spiegazione particolare: da un lato sono presenti in tanti altri ottimi compagni cubani critici sul presente ma incapaci di affrontare serenamente e apertamente il problema delle responsabilità di Fidel (i cui eccezionali meriti storici non possono cancellare i tanti errori dei tempi recenti), dall'altro si devono a una scelta politica di Celia che ha sempre mantenuto rapporti cordiali con tutte le tendenze trotskiste, (in Italia ha voluto incontrare Turigliatto e Malabarba) ma ha finito poi per legarsi molto al gruppo del Militant, che ha una tattica che si potrebbe definire "opportunista" verso il regime cubano o quello venezuelano, che evita di criticare apertamente.

Lo ricordiamo per spiegare alcune sue oscillazioni, non per giudicare. Il suo ruolo è stato nettamente positivo, anche se, per certe sue rigidità, non è riuscita bene a legarsi ad altri più consistenti gruppi di compagni che a partire dal gennaio 2007 si sono fatti coraggio e hanno cominciato a scrivere mail e a prendere iniziative.

Appena il 1 settembre aveva scritto un testo che prendeva di fatto le distanze da un documento messo in Internet da alcuni dirigenti cubani, non dissidenti, che reclamavano un "socialismo partecipativo e democratico". Tra essi l'ex diplomatico Pedro Campos: Celia scrive che lo conosce bene e ha discusso più volte con lui, sicché "non vale la pena di riferire le discussioni fatte..." Si limita così a polemizzare con l'utilizzazione strumentale del documento da parte del giornale argentino "Clarín". Un po' come aveva fatto con gli anarchici. E una testimonianza in più delle sue contraddizioni che l'hanno forse sottoposta a uno stress che potrebbe forse spiegare l'incidente, avvenuto in una strada deserta e larghissima in pieno giorno.

Certo molti, anche di quelli che hanno polemizzato con lei, la piangeranno e rimpiangeranno. A partire da suo padre, Armando Hart, che ne temeva le imprudenze, ma aveva avuto un ruolo decisivo, non inferiore a quella della straordinaria Haidée, nella sua formazione di rivoluzionaria.

 

Antonio Moscato

 

Gli scritti più recenti di Celia possono essere trovati sul sito: http://www.kaosenlared.net/colaboradores/celiahartsantamaria

 

 



[1] Celia Hart, “Balance de Sueños y Resurreción en la Habana [Bilancio di Sogni e Resurrezione all’Avana]”, in Rebelión, Dicembre 2004

 



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