Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Catalogna | Di alcune sciocchezze delle quali non si sentiva proprio la mancanza

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Cristiano Dan prende spunto da un articolo sulla Catalogna che conteneva alcune inesattezze per ripercorrere la storia secolare dei suoi rapporti con la Spagna, e criticare alcune idee sulla fase attuale abbastanza diffuse nella sinistra italiana. (a.m.)

Il dibattito sulla Catalogna ci riguarda tutti, e da vicino. Anche se è naturale che in questi giorni l’attenzione della sinistra italiana si focalizzi principalmente sulle prossime elezioni o sul continuo susseguirsi di drammatici avvenimenti (ultimo in ordine di tempo, ciò che è in corso in Iran), è anche vero che vi sono situazioni che non richiedono da parte nostra solo uno schierarsi dalla parte “giusta”, dopo averla individuata, ma ci impongono una riflessione più di fondo, perché toccano le ragioni stesse del nostro “essere di sinistra”.

Ne è un esempio il dibattito attorno al “caso Venezuela”, cui non per niente questo sito ha dedicato e sta dedicando tanto spazio, perché qui vengono al pettine tutti i nodi di una sinistra internazionale ancora lacerata fra la nostalgia di un passato mitizzato (e spesso anche mistificato) e la volontà di riportare al centro dell’attenzione un’idea di socialismo all’altezza dei nuovi tempi.

Il caso catalano è diverso, ma pone anch’esso grossi problemi. È un caso la cui soluzione spetta in primo luogo ai compagni catalani e spagnoli, ma che richiede da parte nostra un serio sforzo di comprensione, non una passiva adesione a una posizione o all’altra.

E il caso catalano ci ha trovati prevenuti e impreparati. Prevenuti, perché le farneticazioni leghiste sull’immaginaria Padania di qualche anno fa ci hanno resi sospetti termini come “secessione” e “indipendenza” su base (presuntamente) etnica. Impreparati, perché nonostante che nel corso di questi decenni sia stato pubblicato un certo numero di libri e di articoli sulla Catalogna, sulla sua storia, sulla sua cultura, s’è trattato quasi sempre di lavori concepiti per un ristretto pubblico, perlopiù accademico, che hanno lasciato ben poche tracce di sé nella cultura politica corrente. Per farla breve, in Italia non esiste una storia, sia pure sommaria, della Catalogna. L’unico tentativo fatto in questo senso non è certo raccomandabile, trattandosi di Catalogna, breve storia di una nazione europea che ha lottato per la sua autonomia, la sua identità, la sua libertà, la sua lingua, di Aldo Rozzi Marin, pubblicato a Venezia nel 1996 dal Consiglio regionale del Veneto, a cura del Gruppo consiliare della Lega Nord-Liga Veneta…

Solo negli ultimissimi tempi, con l’acuirsi della crisi catalana, hanno cominciato a uscire lavori interessanti, come, per limitarci a due esempi, Catalogna indipendente. Le ragioni di una battaglia (manifestolibri, Roma 2017), una “autopresentazione” della CUP a opera di diversi suoi militanti, preceduta da una intelligente e critica introduzione di Marco Grispigni; e, su un versante piuttosto critico nei confronti dell’indipendentismo, Nazionalità e nazionalismo in Spagna: autonomie, federalismo e autodeterminazione, di Jordi Solé Tura (Editoriale Scientifica, Napoli 2016). Ma quanto hanno circolato questi libri? Che peso hanno avuto nel formarsi delle opinioni a sinistra?

Sciocchezze in rete. In verità, le opinioni a sinistra sul caso catalano sembrano essersi formate più che altro strada facendo, sulla base di articoli e contributi in rete o cartacei. Niente di male, se non fosse che il volume delle sciocchezze riversate, soprattutto in rete, è stato tale da soverchiare spesso e volentieri i contributi più seri.

Spiace a chi scrive prendersela oggi con Popoff, un sito prezioso per l’informazione di sinistra, ma, per dirla con Fantozzi, il recente pezzo sulla Catalogna [1] è una “boiata pazzesca”. Non tanto per l’appiattimento senza se e senza ma sulle tesi indipendentiste dell’autore. Si può fare, per carità, purché si argomentino sufficientemente bene le proprie ragioni. Ma non è questo il caso, perché l’articolo in questione è infarcito di svarioni e di distorsioni storiche.

Non insistiamo troppo sugli svarioni. A tutti può capitare di inciamparvi prima o poi, e non è il caso di farne un dramma. Alcuni di quelli in cui inciampa il nostro autore sono però quelli tipici di una certa sinistra convinta che perché una denuncia delle malefatte dell’avversario sia efficace occorra calcare le tinte. Così, per esempio, per denunciare l’impiego della polizia spagnola per contrastare la tenuta del referendum del 1° ottobre era più che sufficiente scrivere che si trattava di 6.000 poliziotti, senza trasformarli in «decine di migliaia di agenti armati»; per dire che Rajoy ha perso le elezioni bastava riportare che aveva preso solo il 4,3 %, e non c’era alcun bisogno di dimezzare questa percentuale già bassa («il 2 % dei consensi catalani»); per dire che la lingua catalana è distinta dalla lingua castigliana non era necessario entrare troppo nei dettagli, col rischio di suscitare l’ilarità dei linguisti: «La Catalogna ha […] una lingua occitana diversa dal castigliano» è una frase che farebbe incazzare ogni catalano. Di “occitano” in Catalogna, a livello linguistico, c’è solo l’aranese, parlato nella Valle d’Aran da quattro-cinquemila persone…

La Storia, materiale infiammabile da maneggiare con cautela. Se tutto si riducesse a questi svarioni, non ci sarebbe motivo di occuparsi dell’articolo. Il guaio è che a questi se ne aggiungono altri, di portata ben più grave e dannosa. Alcuni riguardano la storia antica della Catalogna (e anche qui si potrebbe chiudere un occhio), altri la storia recente e contemporanea (e qui gli occhi non si possono proprio chiudere).

Nel lodevole intento di sottolineare la peculiarità della Catalogna, infatti, il nostro autore non esita a buttar giù alcune frasi lapidarie: «Questa regione [la Catalogna] fa parte del Regno di Spagna dall’11 settembre 1714 […]; la storia catalana […] solo in alcuni momenti ha coinciso con quella del resto della penisola iberica».

Ora, nel 1714 non è, come sembra pensare l’autore dell’articolo, che il Regno di Spagna conquista la Catalogna, che fino ad allora non ne «fa parte». La Catalogna faceva già parte del regno spagnolo da almeno due secoli, sin dall’unione dinastica del Regno di Castiglia con quello d’Aragona. E faceva parte del Regno di Aragona, senz’ombra di dubbio un regno “spagnolo”, sin dal più lontano 1137, quando un altro patto dinastico aveva dato vita a questo regno, che gli storici catalani preferisco chiamare, infatti “regno catalano-aragonese”. Come si vede, gli «alcuni momenti» in cui la storia catalana «ha coinciso con quella del resto della penisola iberica» ammontano alla bellezza di nove secoli. Per non parlare del periodo precedente, quando in epoca carolingia si designano collettivamente come Marca Hispaniae i primi ducati pirenaici che solo un paio di secoli dopo verranno designati come “catalani”.

Cosa succede invece nel 1714, commemorato poi dalla Diada? In quell’anno Barcellona deve arrendersi alle truppe franco-spagnole, dopo una resistenza tanto eroica quanto insensata, ma non nell’ambito di una guerra per l’indipendenza come la si intende oggi, ma nell’ambito di uno scontro europeo di grandi proporzioni, in cui si è combattuto non solo in Spagna ma anche in Italia, Germania, Paesi Bassi eccetera. La posta in gioco di questa guerra – la Guerra di successione spagnola – era allo stesso tempo la corona di Spagna, da assegnare a un Borbone oppure a un Asburgo, e il predominio in Europa. Ne escono sconfitti gli Asburgo, che devono rinunciare alla Spagna ma ottengono in cambio Lombardia, il Napoletano e i Paesi Bassi, mentre la Sicilia passa ai Savoia e l’Inghilterra si prende Gibilterra e Minorca. Si trattò, come si vede, di un bel baratto a spese di intere popolazioni, non dei solo catalani. I quali, va chiarito, non s’erano inizialmente ribellati perché puntavano all’indipendenza, ma perché ritenevano che un re austriaco, un Asburgo, avrebbe tutelato meglio le loro “libertà”. Le quali non vanno intese nel senso moderno del termine, ma in quello che aveva allora, e cioè una serie di privilegi accordati agli strati dirigenti (nobiltà, ecclesiastici, borghesia emergente) che non riguardavano affatto la gran massa della popolazione, prevalentemente contadina. E queste “libertà” vennero perse non perché i Borboni vi fossero pregiudizialmente contrari, ma come “punizione” per aver puntato sul cavallo sbagliato. Paesi Baschi e Navarra, che avevano puntato su quello “giusto”, appoggiando i Borboni, le ebbero confermate.

Gli storici catalani di orientamento nazionalista riferendosi a quegli avvenimenti parlano, a ragione dal loro punto di vista, di “catastrofe”. Ma esistono altre interpretazioni che, paradossalmente, considerano quella “catastrofe” una fortuna per la Catalogna. «[…] Per quindici anni la Catalogna», scrive infatti Jaime Vicens Vives, «visse sull’orlo del fallimento. Ma alla fine risultò che la rimozione dei privilegi e fueros le era tornata inopinatamente vantaggiosa […] perché offrì loro […] uguaglianza di opportunità nel seno della comunità monarchica» (Profilo della storia di Spagna, Einaudi, Torino 1973, pag. 129). Chi ha ragione e chi torto? Lasciamo che siano gli storici a sbrogliare la matassa, senza precipitarci ad abbracciare una tesi o quella opposta, brandendola come una clava in un dibattito su un problema che ha invece radici esclusivamente politiche, che affondano nel presente e nel recente passato, ma non si spingono sino ad alcuni secoli addietro.

La scomparsa della «resistenza di massa». Sulla storia antica si possono anche avere le idee un po’ confuse, ma quando la confusione si estende a quella recente le cose si fanno un po’ più gravi. «La Spagna», scrive infatti il nostro, «è stato l’unico Paese europeo a uscire dalla dittatura per volontà dei vertici dello Stato e senza alcuna resistenza di massa (a parte la guerra civile degli anni Trenta)».

Premesso che era ovviamente un po’ difficile pensare a una «resistenza di massa» dopo la sconfitta militare a opera dei franchisti e le decine di migliaia di fucilazioni che sono seguite, la verità è che in Spagna non è mai cessata la resistenza al franchismo, nelle varie forme in cui era possibile esercitarla.

Possiamo anche sorvolare, perché non «di massa», sui fuochi di resistenza armata dei vari maquis (Catalogna, Levante, Andalusia eccetera) che si prolungano fino agli anni Cinquanta; possiamo ignorare i tentativi di lotta armata urbana di alcuni gruppi anarchici (Sabaté, l’esempio più noto); possiamo non prendere in considerazione il tentativo di invasione organizzato dai comunisti nel 1944 (Valle d’Aran, quella “occitana”). Tutta roba non «di massa», ovviamente. Ma a partire da quegli stessi anni Cinquanta in cui si spegnevano gli ultimi fuochi guerriglieri le lotte «di massa» rispuntano in Spagna, dapprima con ridotte e coraggiose lotte studentesche e poi via via con la discesa in campo degli operai. Negli ultimi anni del franchismo la Spagna è uno dei Paesi europei con il più alto tasso non solo di «resistenza», ma di iniziativa e mobilitazione di massa. E la Catalogna è una delle regioni all’avanguardia di questo movimento (basta ripensare alla lotta della SEAT).

Se le cose stanno così - e stanno così - dire che la Spagna «è stato l’unico Paese europeo a uscire dalla dittatura per volontà dei vertici dello Stato» è rendere un pessimo servizio ai compagni spagnoli, catalani compresi. La verità è che nessuna dittatura si trasforma in democrazia, per quanto imperfetta, se non vi è costretta. Il franchismo era un regime ormai giunto all’ultimo stadio, fratturato al suo interno fra un’ala intransigente (i falangisti), un’ala camaleontica (il “franchismo sociologico” di Fraga Iribarne) e un’ala tecnocratica (Adolfo Suárez). I «vertici dello Stato» erano divisi, non compatti. Dal loro scontro interno è uscita vittoriosa la soluzione tecnocratica, “aperturista”, che s’è fatta forte proprio dell’emergere d’una “resistenza di massa”. Ne è scaturito un compromesso, un compromesso al ribasso, certo, che noi oggi chiamiamo il “regime del ‘78”. Non è questo il luogo dove affrontare il problema se fosse o no possibile un’altra soluzione, una ruptura più netta, chirurgica, col franchismo. Limitiamoci a dire che la spinta «di massa» c’era, ma a questa spinta mancava una direzione politica adeguata. Il Partito comunista spagnolo, in piena fase eurocomunista, non si batteva in realtà per questa ruptura; i socialisti giocavano al massimalismo per strappare i voti ai comunisti ma preparavano già il loro abbandono del marxismo e dello stesso socialismo; l’estrema sinistra era vivace, attiva e coraggiosa (e anche settaria in diverse sue componenti) ma non in grado di “dirigere le masse”.

Uno Stato «fortemente autoritario» con una «Costituzione semifascista»? Con tutti i limiti che ha il “regime del ‘78”, e ne ha molti, è però insensato ricavarne, come fa il nostro autore, che ci troviamo oggi di fronte a uno «Stato spagnolo non solo conservatore ma fortemente autoritario», dotato di una Costituzione «in parte permissiva e al tempo stesso autoritaria» (?) e addirittura, in un crescendo wagneriano, di una «Costituzione semifascista».

Che lo Stato spagnolo abbia in sé non poche tracce del passato regime è evidente. Che queste vadano combattute è ovvio. Ma non si devono confondere le tracce con il tutto. Dire che la costituzione spagnola è «semifascista» equivale a dire che l’attuale Stato spagnolo è «semifascista». Il che è un’aberrazione analitica, frutto di un estremismo ideologico che, involontariamente, finisce con l’idealizzare la democrazia così come la conosciamo. Se non commettiamo la sciocchezza di confondere il governo di uno Stato con lo Stato stesso, vediamo facilmente come spinte “autoritarie” siano in atto in molte democrazie europee, dalla Francia di Macron all’Italia di Renzi, per fare solo due esempi. La democrazia come la conosciamo è sì minacciata dall’ascesa dei partiti xenofobi e d’estrema destra, ma anche dall’azione delle élite che si dicono “liberaldemocratiche” e stanno affossando la democrazia: quella parlamentare, svuotando e svilendo del tutto il ruolo dei parlamenti (quello italiano è a direzione “extraparlamentare”, grazie a Renzi), svilendo e mortificando il ruolo dei sindacati, svilendo e mortificando il ruolo della scuola, e via discorrendo.

Ma, dice il nostro, «ne è un esempio [di autoritarismo] il famigerato articolo 155, che ha permesso al governo centrale di revocare l’autonomia catalana».

E vediamo questo «famigerato» articolo 155:

«Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni […] nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell'unità giuridica o dell'unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali».

È orribile? È semifascista? No, questa è la formulazione della costituzione italiana (art. 120), ed ha il pregio, rispetto a quello spagnolo, di essere più dettagliata e pertanto meno soggetta a interpretazioni contrastanti. Ma nella sostanza dice lo stesso: un Governo regionale può essere “commissariato”, in determinate circostanze. Non abbiamo le competenze necessarie per affermarlo, ma siamo quasi sicuri del fatto che articoli analoghi si trovino in tutte o quasi le costituzioni europee. Dire questo significa “giustificare” Rajoy? Niente affatto. Significa solo rimettere le cose nella loro giusta prospettiva.

Facciamo un esempio, per amor del paradosso. Se un governo regionale lombardo a guida leghista proclamasse la “secessione”, quanti di noi protesterebbero se il governo italiano applicasse il 120? Ma, si dirà, una secessione a guida leghista è ben diversa dalla secessione catalana. Ed è vero, ovviamente. Ma qui non si discute della “natura” più o meno “progressista” della secessione, ma del fatto se l’intervento “repressivo” dello Stato resta nell’ambito “costituzionale” (e cioè della democrazia così come la conosciamo) o lo supera.

Nel caso catalano vi sono non pochi e fondati motivi di ritenere che Rajoy abbia interpretato in modo estensivo l’articolo 155. Ma non ci addentreremo in questa discussione, per mancanza di competenza. Quel che preme invece sottolineare è che la critica e la condanna di Rajoy e del Partido Popular vanno portate avanti non sul piano formale (e cioè perché hanno “calpestato la democrazia”), ma su quello sostanziale, politico, perché sono loro che hanno fatto in modo che il problema catalano si incancrenisse fino al punto di non ritorno. E questo in parte a causa del loro “retroterra ideologico” reazionario, in parte per puro calcolo elettorale: stuzzicare l’indipendentismo e il nazionalismo catalani per provocare una reazione nazionalista “spagnola”. Cosa che sta regolarmente avvenendo, anche se in un modo che non sta affatto favorendo Rajoy, ma il suo concorrente Ciudadanos.

Prigionieri politici e repressione. Ma, si può obiettare, e i “prigionieri politici” catalani? E la feroce repressione poliziesca nel giorno del referendum indipendentista?

Tutte cose che sono state denunciate a suo tempo, senza esitazione. Ma che non dovrebbero spingerci a parlare alla leggera di fascismo di ritorno. Perché sono tutte cose che sono già accadute nelle democrazie occidentali, senza che nessuno a suo tempo ne traesse conclusioni apocalittiche. Se accettiamo la definizione di “prigionieri politici” per i leader indipendentisti catalani (incarcerati sulla base delle leggi vigenti, anche se innegabilmente con più di una forzatura), dovremmo retrospettivamente autocriticarci per non avere, a suo tempo, preso le difese con energia di altri “prigionieri politici” che non ci erano simpatici.

Esigere la libertà dei leader secessionisti catalani è una necessità per noi, ma non perché li riteniamo delle innocenti mammolette, ma perché solo così si può sperare di arrivare a una soluzione politica del problema catalano.

Quanto alla repressione, che c’è stata ed è stata odiosa, non è un episodio ascrivibile a una sorta di colpo di coda d’un regime “semifascista”, ma solo l’ultimo di una serie di interventi repressivi che caratterizzano la storia recente di gran parte delle democrazie occidentali, senza che per questo si sia mai arrivati a parlare di restaurazione di regimi fascisti o parafascisti. Se alcuni episodi sono ormai troppo lontani nel tempo – dalle giornate del luglio 1960 in Italia al comportamento delle truppe britanniche nell’Irlanda del nord all’annegamento in massa nella Senna di inermi manifestanti algerini a opera della polizia francese, per citare alla rinfusa – la memoria dovrebbe essere ancora fresca per quanto riguarda la “macelleria messicana” nella Genova di non tanti anni fa. Non si tratta di rigurgiti di fascismo, ma del “normale” comportamento delle nostre classi dirigenti democratiche quando si trovano con le spalle al muro e vogliono stroncare sul nascere movimenti politici o sociali.

Se anzi vogliamo vedere le cose come realmente stanno, e a costo di scandalizzare qualcuno, dobbiamo dire che il sornione e reazionario Rajoy ha fatto di tutto per dosare la repressione. Non perché a lui la repressione faccia schifo, ma perché gli faceva gioco non esagerare. E per due motivi: primo, perché voleva che la direzione borghese (Puigdemont e soci) del movimento indipendentista si ficcasse da sola in un labirinto da cui non avrebbe poi saputo uscire (cosa regolarmente avvenuta con la dichiarazione di indipendenza “sospesa” dopo una manciata di secondi); secondo, perché doveva a tutti i costi tener conto dei “consigli” impartitigli dall’Unione europea, disposta ad appoggiarlo purché certi limiti non venissero superati. E questo sforzo di non superare questi “limiti” lo si è visto bene quando Rajoy ha fatto intervenire il Tribunale costituzionale per sbarrare il passo a un settore della magistratura che voleva picchiare ancora più duro sugli indipendentisti. Particolare che forse è sfuggito a qualcuno. Al quale qualcuno non dovrebbe però essere sfuggito l’altro fatto importante: e cioè il rapido passaggio all’estrema destra – su questa questione – dei “centristi” di Ciudadanos, che – non dovendo rendere conto all’Unione europea non essendo loro al governo – erano pronti a chiedere la messa fuorilegge dei partiti indipendentisti e sono pronti a rimettere mano al sistema autonomico spagnolo in una chiave ben più centralista di quella di Rajoy. Questi di Ciudadanos non vanno sottovalutati: non si sono (ancora) sporcati con la corruzione, hanno dirigenti giovani e “di bella presenza”, appaiono moderni e spregiudicati, sono a capo di un partito che può essere considerato una versione aggiornata del renzismo e un tentativo di imitazione del macronismo. I “poteri forti” della Spagna (compresi quelli catalani) guardano a loro con crescente interesse («El País» ne fa l’elogio tutti i giorni, deluso dal PSOE). E guarda a loro con crescente interesse anche la FAES, che s’è affrettata ad appoggiarli. E la FAES, per la cronaca, è la fondazione di quell’Aznar, già dirigente carismatico del PP prima di Rajoy, che ha tra i suoi meriti quello di essere stato uno dei più fedeli e oltranzisti alleati degli USA nella guerra contro l’Iraq e di aver tentato pervicacemente di attribuire all’ETA la strage della stazione di Atocha pur sapendo che era opera di qaedisti.

C’è il rischio, insomma, che mentre si va alla ricerca dei residui di franchismo in Rajoy e nel suo partito non ci si accorga del vento in poppa che spira a favore di un partito, Ciudadanos, che incarna una forma di neoliberismo “autoritario” ben più moderno, più pericoloso e soprattutto più difficile da battere con certa muffita retorica “di sinistra”.

Una prima e provvisoria conclusione. Chi ha avuto la pazienza di seguirci sino a qui può però legittimante domandarci: «E allora? Dove si vuole andare a parare?» A un paio di modesti obiettivi. Quello primario era quello, strapazzando un po’ l’incauto autore dell’articolo su Popoff, di mettere in guardia contro certe “narrazioni” della vicenda catalana che sembrano aver dimenticato del tutto la concezione marxista della storia, dove si va a caccia innanzitutto delle classi oppresse e di quelle dominanti, e non degli Stati oppressi o dei “popoli” oppressi, dove con questo termine alquanto vago si mettono nello stesso sacco padroni e lavoratori, per dirla brutalmente. Il secondo obiettivo, conseguente, era quello di invitare quindi a considerare il problema dell’indipendenza catalana non in chiave etno-nazionalista (concezione purtroppo presente in dosi non trascurabili nella stessa CUP), ma nei suoi termini più corretti. La sinistra come deve comportarsi di fronte a un movimento di massa secessionista? Deve vedere solo il “di massa” o guardare anche al suo contenuto politico-sociale? E se questo contenuto politico-sociale non è accettabile, o è insufficiente, o è confuso, qual è l’atteggiamento da prendere?

Tutte domande che richiedono risposte lunghe, e che quindi lasciamo per ora in sospeso, ben sapendo che la crisi catalana è ancora lontana da una qualsiasi conclusione, e pertanto ci sarà tempo e modo per tornare ad occuparcene.

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[1] Vedi Catalogna, sovranità popolare o geopolitica? di Andrea Zennaro:

http://popoffquotidiano.it/2017/12/27/29745/



Tags: Catalogna  Spagna  Dan  Rajoy  

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