Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Francia | «No, non intendiamo affatto seppellire il Maggio 68»

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Alain Krivine e Alain Cyroulnik rispondono a Daniel Cohn-Bendit e Romain Goupil.

[Come da copione, in Francia, e naturalmente anche in Italia, la scadenza del cinquantenario del “Sessantotto” sta diventando l’occasione non solo per delle utili ricostruzioni storiche di quegli avvenimenti, ma anche per svariati esercizi di “revisionismo storico” i cui obiettivi nulla hanno a che fare con la verità storica e tutto hanno a che fare con l’apologia dell’esistente. In Francia a dar fuoco alle polveri è stato il 6 gennaio un articolo del supplemento del quotidiano “Le Monde” – “M Le magazin du Monde“ – in cui Daniel Cohn-Bendit (già anarco-comunista sessantottino, poi europarlamentare verde d’orientamento social-liberale) e Romain Goupil (all’epoca militante della LCR e ora pentitissimo), sparano ad alzo zero su quell’esperienza. Il 26 gennaio “Le Monde” ha pubblicato una replica a quell’articolo firmata da Alain Krivine e dal Alain Cyroulnik, che qui traduciamo.]

Fra qualche mese si festeggerà il cinquantesimo anniversario del Maggio 68. Sono già state pubblicate diverse decine di libri, e altri sono in preparazione. «M Le magazin du Monde» ci dice addirittura che Daniel Cohn-Bendit e Romain Goupil stanno lavorando a un film per la televisione…

Tra Sarkozy che voleva «liquidare una volta per tutte l’eredità del Maggio 68», da una parte, e coloro che pretendono di ridurlo a una rivoluzione culturale e sessuale che avrebbe modernizzato i costumi, dall’altra, c’è in comune soprattutto la volontà di cancellare, dalla memoria sociale delle generazioni che l’hanno vissuto e di quelle che sono venute dopo, la dimensione sovversiva di quello che è stato il più grande sciopero generale nella storia sociale francese, sulla scia dell’eredità della Comune di Parigi o dello sciopero generale del 1936! C’è la volontà di scrivere un romanzo storico francese sbarazzato dalla lotta di classe e dai massacri coloniali, dove non restano che Carlomagno, San Luigi [il re Luigi IX, “santificato”], Giovanna d’Arco sul rogo, Luigi XIV, Napoleone, De Gaulle e … «Giove Macron».

Quest’ultimo è incerto su come festeggiare il 68: esita fra la manifestazione operaia del 13 maggio e la sfilata reazionaria del 30 maggio [1]. E perché, già che c’è, non le festeggia entrambe, visto che non ci sono più né destra né sinistra? E poi, al suo fianco ci sono Cohn-Bendit e Goupil, ovvero, come scrive «Le Monde»: «Dal Maggio 68 a Macron: il percorso di una generazione».

Ebbene, no… Noi non ci stiamo a festeggiare «quel 68 lì», perché non siamo disposti a seppellire quello che è stato uno dei più grandi scioperi della nostra storia. Non si offendano Dany [Cohn-Bendit], che al Parlamento europeo ha messo messo d’accordo tutta la destra con le sue spiritosaggini e un liberalismo che non aveva più niente a che vedere col 68, o Romain, che si vanta d’essersi «molto divertito» [nel 68] ma di aver poi lasciato perdere tutto: «Non sopporto più nemmeno la vista di un militante politico: sono come gli alcolizzati cronici. Sono ormai intollerante».

Ebbene, no… Maggio 68 non è stato un semplice scatto umorale, una crisi di pubertà. Non è stato e non è compatibile con i pentimenti, le piccinerie. Non è stato un fatto consensuale, e non lo è ancora oggi. Non è stato né patriottico né liberale. La nostra generazione, nata dopo la seconda guerra mondiale, s’è rivoltata contro gli orrori delle guerre d’Algeria e del Vietnam. E le guerre condotte oggi dai Paesi occidentali, fra i quali la Francia, in Africa e in Medio Oriente, ci provocano ancora la nausea. Noi volevamo un mondo che non fosse agli ordini di Washington o di Mosca, e volevamo ridare al socialismo il suo volto umano. E il repellente volto del capitalismo ci ripugna oggi tanto quanto ci ripugnava ieri.

Bandiere rosse in testa. Per noi, il 68 non si può ridurre a una rivoluzione culturale e alla liberazione sessuale, anche se ovviamente vi fu anche questo, come avviene in ogni movimento sociale quando le persone si trasformano giorno per giorno perché felici e gioiose. Maggio 68 è consistito, soprattutto in Francia, in circa 10 milioni di scioperanti che occupavano le fabbriche, bandiere rosse in testa; nell’occupazione delle scuole da parte degli universitari e dei liceali; nella gente che ovunque prendeva la parola nelle assemblee.

Non ci ricordiamo affatto d’una grande farsa o d’un grosso scherzo: ci ricordiamo soprattutto di un momento intenso in cui milioni di persone hanno cominciato a esistere. Guy Hocquenghem, che nel 1968 era il nostro editorialista, ha attaccato la frazione di quella generazione che è passata dall’altra parte in un libro scritto due anni prima di morire, Lettre ouverte à ceux qui sont passés du col Mao au Rotary (1986, rieddito da Agone nel 2003). Ebbene, noi non siamo mai stati fra quelli e continuiamo a non esserlo.

Certo, la situazione è mutata: muri e filo spinato vengono eretti ovunque, migliaia di morti giacciono lungo le strade e in fondo ai mari dell’esilio e sotto le bombe delle guerre in corso in tutti i continenti. E, in Francia, vi sono circa 10 milioni di precari e disoccupati.

Certo, non vi sono più solo 500.000 studenti, ma oltre due milioni, metà dei quali lavorano per pagarsi gli studi e l’alloggio. Le grandi fabbriche come Renault Billancourt non ci sono più, ma mai prima gli sfruttati e gli esclusi sono stati così numerosi. Ed essi non si riconoscono più né nella sinistra né nella destra, perché la destra fa la politica dell’estrema destra e la sinistra quella della destra…

No… Non vogliamo seppellire il Maggio 68. Al contrario, oggi abbiamo almeno altrettante ragioni per rivoltarci. Dopo trent’anni di attacchi liberali che hanno consentito all’estrema destra di arrivare al secondo turno delle elezioni presidenziali e di contaminare ogni dibattito politico, lo spirito del Maggio 68 è più che mai d’attualità.

Per noi, il Maggio 68 è ciò che è necessario rifare, ma questa volta essendo capaci di coordinare le lotte, di stimolare – nelle fabbriche e nei quartieri, nelle città e nelle campagne – un autentico potere dei lavoratori in grado di mettere assieme tutti coloro che - inorganizzati, membri di sindacati o partiti, occupati o disoccupati, francesi o stranieri - credono che un altro mondo è possibile e vogliono costruirlo, senza frontiere, senza muri, senza odi, così come recitava questo slogan del 68: Les frontières on s’en fout!

La solidarietà militante, la speranza in una rivoluzione per rovesciare il «Vecchio mondo», per un nuovo Maggio 68 del XXI secolo che questa volta abbia pieno successo: ecco in cosa noi ancora crediamo.

Alain Krivine, già dell’ufficio politico della LCR, militante del Nouveau parti anticapitaliste.

Alain Cyroulnik, già dell’ufficio politico della LCR, militante del collettivo Ensemble.

24 gennaio 2018

Nota

(1) Il 13 maggio si svolge la più grande manifestazione operaia e studentesca (da 500.000 a un milione di persone), cui risponde il 30 quella gollista della “maggioranza silenziosa”, di dimensioni pressoché simili.

Titolo originale: «Eh bien non, nous n’allons pas enterrer Mai 68». Une réponse à Daniel Cohn-Bendit et Romain Goupil, pubblicato su «Le Monde» il 24 gennaio 2018.

Traduzione dal francese di Cristiano Dan.



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