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Attualità e Polemiche --> Medio Oriente e mondo arabo-islamico --> Turchia | La proibizione dello sciopero dei metalmeccanici: guerra di classe in tempo di guerra

Turchia | La proibizione dello sciopero dei metalmeccanici: guerra di classe in tempo di guerra

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di Metin Feyyaz *

«Ora, con lo stato di emergenza, interveniamo immediatamente ovunque vi sia una minaccia di sciopero. No, non tollereremo alcuno sciopero qui» (Recep Tayyip Erdoğan, al meeting della YASED, l’Associazione internazionale degli investitori, 12 luglio 2017).

«Vi sono certuni che continueranno a tentare di scioperare… Mi dispiace, ma non se ne parla nemmeno» (Recep Tayyip Erdoğan in un discorso alla XXIV assemblea generale del MÜSIAD [Associazione degli industriali e degli uomini d’affari indipendenti], 7 giugno 2017).

«Se aderite a questo appello [a protestare contro l’operazione di Afrin] e se commettete l’errore di scendere in piazza, vi costerà molto caro. Questa è una lotta nazionale. Qualunque sia l’opposizione a questa lotta nazionale, la schiacceremo e andremo avanti. Lo sapete perfettamente. Non vi sarà alcuna concessione né alcun passo indietro» (Recep Tayyip Erdoğan, discorso del 21 gennaio 2018 in cui annuncia l’operazione “Ramo d’olivo” contro Afrin).

Minacce. Il 21 gennaio, nello stesso momento in cui Erdoğan annunciava l’operazione militare contro Afrin, nella città di Bursa, cuore dell’industria automobilistica del Paese (e uno dei più importanti centri dell’industria automobilistica europea), i sindacati metalmeccanici proclamavano uno sciopero che avrebbe interessato la maggior parte delle industrie cittadine. Nel suo discorso, Erdoğan aveva minacciato chiunque avesse protestato per l’attacco ad Afrin. Coerentemente con ciò, dopo la proclamazione dello sciopero nell’industria metallurgica, il Consiglio dei ministri approva un decreto che proibisce questo sciopero, perché metterebbe a repentaglio la sicurezza nazionale. Perché, anche se l’obiettivo principale dell’operazione militare cinicamente battezzata “Ramo d’olivo” è l’enclave curda di Afrin, per Erdoğan «il vero nemico è ancora fra noi». Ecco perché vuole mettere a tacere ogni opposizione alla guerra e impedire ogni mobilitazione dei lavoratori in difesa delle proprie condizioni di lavoro.

Rivendicazioni. La decisione di proclamare uno sciopero nell’industria metalmeccanica dipende dallo stato della contrattazione collettiva con la Confederazione dei datori di lavoro del settore. I principali obiettivi della vertenza consistono in un aumento salariale e nella durata dell’accordo. I sindacati chiedono una durata di due anni, i padroni di tre. In seguito a scioperi selvaggi, al di fuori dei sindacati, contro i bassi salari e le pessime condizioni di lavoro, persino i sindacati gialli s’erano fatti più prudenti nel corso dei negoziati. Dopo il fallimento di questi negoziati, tutti i sindacati sono stati costretti dai lavoratori a proclamare lo sciopero.

Il settore dell’automobile è quello che esporta di più. Secondo uno studio del 2016 della Camera di commercio di Istanbul, i quattro maggiori esportatori della Turchia sono multinazionali dell’automobile: la Ford (3958 miliardi di dollari), la FIAT joint venture (3247 miliardi), la Renault (2834 miliardi) e la Toyota (2685 miliardi). Ma nonostante questa enorme quantità di denaro, i lavoratori dell’automobile delle varie multinazionali (Renault, Mercedes, Ford, FIAT eccetera) hanno salari molto bassi, di 390 euro mensili per 45 ore di lavoro settimanali. Le loro rivendicazioni per migliori condizioni di lavoro sono passate in primo piano in un Paese in cui ogni rivendicazione sindacale è considerata come un tradimento.

Guerra e repressione. La guerra ha fornito un alibi ai sindacati che esitavano di fronte allo sciopero. Subito dopo l’inizio della campagna militare è rispuntata la retorica sulla «sicurezza nazionale», e il sindacato Türk Metal ha pubblicato questo comunicato:

Siamo completamente a fianco delle Forze armate turche, e così il Consiglio amministrativo del Sindacato metalmeccanico turco ha deciso di non promuovere azioni di piazza, tenendo conto della situazione del nostro Paese in seguito all’operazione effettuata oltre frontiera dalle Forze armate turche.

Da lungo tempo Erdoğan parlava di questo attacco militare, e lo preparava. La Turchia ha cercato di procurarsi l’appoggio (o quanto meno l’assenso) degli Stati Uniti e della Russia prima di dare il via alle operazioni. Ora, a una settimana dall’inizio dell’attacco, vi sono molti video e fotografie che documentano le distruzioni prodotte dai bombardamenti aerei e le torture inflitte ai prigionieri dalle milizie islamiste appoggiate dalla Turchia. Dopo l’inizio delle operazioni, il governo ha mantenuto la sua promessa e sono già circa 400 le persone incarcerate a causa delle loro prese di posizione contro la guerra. Tutti i componenti del Comitato esecutivo della Camera turca di medicina sono stati arrestati per aver pubblicato una dichiarazione contro la guerra, intitolata La guerra è un problema di salute pubblica.

Il governo Erdoğan si serve della guerra per risolvere la sua crisi. La retorica sulla sicurezza nazionale è riuscita a compattare la società turca. Il pretesto della crisi nazionale consente al governo di portare avanti il suo programma autoritario, che comprende appunto la proibizione dello sciopero dei metalmeccanici.

1° febbraio 2018

L’autore. Metin Feyyaz è un militante sindacale che collabora con regolarità a yeniyol.org, il sito Internet della Sezione turca della IV Internazionale.

Titolo originale: Turquie: Interdir la grève des métallos – La guerre de classe en temps de guerre, pubblicato da Europe Solidaire Sans Frontières:

http://www.europe-solidaire.org/spip.php?article43046



Tags: Turchia  sindacati  guerra  

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