Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Ipocrisie e dimenticanze... --> La rivoluzione tedesca del 1918 ricostruita da un nostalgico del compromesso storico

La rivoluzione tedesca del 1918 ricostruita da un nostalgico del compromesso storico

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Pare che tra certi intellettuali parlare di rivoluzione sia di moda. A Genova hanno addirittura organizzato un festival a Palazzo Ducale, con incontri, conferenze, laboratori, curato da Luciano Canfora e da Franco Cardini, e con relatori di orientamenti diversi, alcuni interessanti e competenti, altri meno. Ad esempio mi pare vergognoso che a parlare della “Rivoluzione d’Ottobre e il comunismo novecentesco” siano Silvio Pons e Domenico Losurdo: del primo avevo scritto più volte ad esempio recensendo l’assurda enciclopedia che ha curato (in Comunisti eretici), sul secondo ho scritto più volte, smontandone le affermazioni (Le ossessioni di Losurdo ) o nel quadro di Una polemica decennale con i giustificazionisti. Ma è ancora più assurdo (o rivelatore delle complicità tra accademici) che la relazione sulla rivoluzione di novembre in Germania sia stata assegnata al più conformista degli “storici di sinistra”, Gian Enrico Rusconi, che già da decenni ha sostenuto che in Germania nel 1918-1919 non c’era stata nessuna rivoluzione. Come prova, il fatto che pur avendo spazzato via l’impero e costretto i capi militari ad accettare la fine della guerra, quel moto gigantesco di marinai, soldati, operai non aveva vinto. Con questo criterio, tolte le due grandi rivoluzioni francese del 1789 e russa del 1917 non ci sarebbe stata mai nessuna rivoluzione! Neppure quella russa del 1905, che pure di quella di ottobre fu considerata la “prova generale”, anche se fu momentaneamente sconfitta.

Non a caso la relazione di Rusconi è stata prescelta da “la Stampa” per presentare il convegno genovese “La storia in piazza”. Una scelta di classe. Infatti Rusconi, costretto questa volta ad ammettere che l’ammutinamento dei marinai del Baltico stava trasformandosi in rivoluzione (costretto dal tema stesso del convegno, «Rivoluzioni»), elenca subito i fattori che la portano secondo lui fatalmente alla sconfitta: in primo luogo il dilemma tra la parola d’ordine «fare come in Russia», e la necessità di evitare assolutamente “quel modello che nel frattempo è degenerato in repressione indiscriminata, guerra civile e terrorismo?” Il «nel frattempo» retrodata di parecchio l’involuzione del presunto «modello»: dall’ottobre sono passati solo 13 mesi, che hanno visto l’invasione tedesca e l’intervento di 14 paesi a sostegno dei controrivoluzionari. Ma Rusconi non ha dubbi, l’errore, fin dal primo giorno - in Russia come in Germania - era stato tentare di vincere...

Rusconi comunque ancora oggi ammette che non ama il termine rivoluzione e spiega che nel caso tedesco preferirebbe parlare piuttosto di «democrazia contrattata», perché “fondata e dipendente da patti/compromessi”. Ci gira intorno, ma è al «compromesso storico» che pensa, e di cui è nostalgico. E fa una ricostruzione, anche storicamente inesatta, che nasconde uno dei fattori essenziali, la feroce violenza con cui il triplice compromesso è stato imposto, con l’assassinio non solo di Rosa Luxemburg e Karl Liebkhnecht ma di molte centinaia di militanti della sinistra spartachista.

I tre compromessi sarebbero stati quello tra il governo socialdemocratico e “le forze armate sopravvissute al tracollo”; quello tra sindacati e imprenditori, e quello di collaborazione tra la direzione socialdemocratica e i partiti di centrodestra. Del primo compromesso accenna pudicamente che era necessario alle due parti, quella militare perché ridotta ai minimi termini dall’insurrezione e dalla diserzione di marinai e soldati, quella governativa perché senza una base solida. Rusconi dice che “il governo della repubblica era virtualmente indifeso di fronte ad attacchi armati”, ma non dice da parte di chi, e riprende semplicemente la tesi degli alti comandi e della destra che allora e ancora oggi presentano assurdamente Rosa come la sanguinaria, e la protesta contro la destituzione del prefetto designato dalla rivoluzione come una vera e propria insurrezione.

Più onesta la ricostruzione del maggior compromesso, quello tra sindacati e associazioni padronali. Rusconi ammette che alcune richieste dei lavoratori vengono accolte “disinnescandone però il potenziale rivoluzionario”, ad esempio inserendo qualche lavoratore e molti dirigenti sindacali in organismi di cogestione.

Ma quello che rende incredibile la logica di questo sedicente “storico di sinistra” è la reticenza con cui presenta come un fatale sbocco il fatto che “alla fine prenderà forma e sopravvento la «rivoluzione nazionalsocialista»”. Come se non ci fosse un nesso preciso tra l’avvento del nazismo e i tre compromessi che hanno deviato e soffocato (anche con la violenza) una rivoluzione che si presentava nel novembre 1918 non meno profonda e radicale di quella russa nel marzo 1917. (a.m.)

P.S. Di Rosa Luxemburg sul sito si parla molto, soprattutto nella sezione I GRANDI NODI DEL NOVECENTO. Segnalo anche una riflessione particolarmente attuale sul contesto in cui avvenne la svolta che aprì la strada al nazismo: Ceti medi esasperati e fascismo e uno scritto sul più stretto collaboratore di Rosa, e tenace oppositore del militarismo tedesco, non a caso ignorato anche in questa occasione: Una voce controcorrente: Karl Liebknecht



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