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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Marx e la prima mondializzazione del capitale (Parte I)

Marx e la prima mondializzazione del capitale (Parte I)

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di Alain Bihr

da A l'encontre

 

Il titolo sembrerà sicuramente enigmatico alla maggior parte dei lettori. Che cos’è questa prima mondializzazione? E che cosa può dircene Marx? Per cominciare a rispondere a queste due domande, partiamo da quel che Marx ci dice sull’origine del capitalismo.

Effettivamente, ci dice relativamente poco. Rispetto alle migliaia di pagine da lui dedicate al capitalismo, le circa quattrocento pagine in cui parla delle società precapitalistiche, per giunta sparse lungo tutta la sua opera, sembrano un po’ come dei parenti poveri. Evidentemente, il problema non lo interessava troppo.

Eppure, quel poco che ci dice fornisce alcune chiavi per affrontare correttamente il problema e metterci sulla strada per risolverlo. Consentendoci, per cominciare, di riformulare la questione, spostandola e precisandola al tempo stesso.

 

Lo spostamento del problema

Il problema infatti non è l’origine del capitalismo, ma l’origine del capitale. In effetti, che cos’è il capitalismo? È il sistema di produzione che si sviluppa in base a quel rapporto di produzione che è il capitale.

Sistema di produzione è il concetto elaborato da Marx per indicare un determinato tipo di società globale che si sviluppa in base a determinati rapporti di produzione. Egli distingue quindi differenti sistemi di produzione nel corso storico: comunismo primitivo, sistema di produzione “asiatico”, sistema schiavista di produzione, feudalesimo, capitalismo, comunismo sviluppato.

Come nasce il capitalismo dal capitale? Semplicemente come il risultato globale del processo di riproduzione di quest’ultimo, preso nella totalità dei suoi livelli e delle sue dimensioni. Tale processo di riproduzione, infatti, implica:

· da un lato, il divenire-mondo del capitale: la continua espansione spaziale dei rapporti capitalistici di produzione, che finiscono per inglobare il complesso del pianeta e dell’umanità che lo popola, nella forma di un mercato mondiale, ancorché frammentato in unità politiche rivali e gerarchizzate grazie alle disparità di sviluppo di queste ultime;

· dall’altro, il divenire-capitale del mondo: l’appropriazione, trasformazione e subordinazione progressiva del complesso dei rapporti sociali, pratiche sociali, modi di vivere e di pensare, ecc. alle esigenze della riproduzione del capitale come rapporto di produzione, in altri termini la produzione di una società capitalistica adattata all’economia capitalista. Ad esempio: il formarsi di un adeguato sistema di bisogni individuali e collettivi; il formarsi di un adeguato spazio sociale (contraddistinto dalla crescente urbanizzazione e dall’addensarsi di reti di comunicazione); il formarsi di un’individualità adeguata (l’individuo imprenditore di sé); ecc.

Il problema dell’origine del capitalismo, quindi, si risolve da sé e, al tempo stesso, si riformula. Si risolve da sé: si capisce che l’origine del capitalismo è semplicemente il capitale e il suo processo globale di riproduzione. Si riformula: quel che va spiegato non è come si è formato il capitalismo (ormai è noto: è l’effetto della riproduzione del capitale portata avanti da secoli) ma come si è formato il capitale: quali sono state le condizioni storiche della comparsa di questo peculiare rapporto di produzione che è il capitale?

 

Il problema si precisa

Al tempo stesso la questione può precisarsi. Nella misura in cui infatti si conoscono, specie grazie all’analisi fornitacene da Marx, i diversi elementi di cui si compone questo rapporto di produzione che è il capitale, si possono anche precisare le condizioni della sua comparsa. Perché possa formarsi questo rapporto di produzione che è il capitale occorre che ci siano perlomeno le cinque condizioni seguenti.

In primo luogo, occorre una concentrazione crescente di denaro (di ricchezza in forma monetaria) nelle mani di una minoranza di agenti economici. Questo presuppone lo sviluppo a monte di rapporti mercantili e quindi della divisione mercantile del lavoro. Nel quadro dei rapporti precapitalistici di produzione, essa si presenta in duplice forma:

· da un lato, è nelle mani di mercanti: agenti socio-economici la cui specifica funzione è quella della circolazione di merci e l’obiettivo personale quello dell’arricchimento monetario (l’accumulazione della ricchezza nella forma astratta della moneta). Ancor più precisamente, quello di una élite commerciale di mercanti all’ingrosso che riescono a monopolizzare segmenti del commercio lontano. Con ciò intendiamo non solo un commercio praticato su lunghe distanze, ma anche e soprattutto un commercio che mette in rapporto aree produttive e di circolazione di merci reciprocamente estranee, che possono comunicare tra loro soltanto tramite questi mercanti;

· dall’altro lato, ci sono i grandi proprietari fondiari che si arricchiscono (accumulano ricchezza monetaria) con la commercializzazione dei prodotti del suolo in loro possesso o del sottosuolo, indipendentemente dalla forma in cui vengono prodotti, quindi quale che sia la forma in cui sfruttano lavoro umano (schiavitù, servaggio, lavoro salariato).

In secondo luogo, occorre l’espropriazione di una parte significativa della popolazione attiva (la popolazione in grado di produrre). Espropriazione intesa nel senso marxiano dello spossessamento immediato di qualsiasi mezzo di produzione e di consumo personale. Cosicché, questa popolazione non ha come unica possibilità di cercare di sopravvivere se non quella di mettere in vendita la propria forza lavoro.

In terzo luogo, occorre entrare nello scambio commerciale dei mezzi di produzione, artificiali (strumenti e macchinari) o naturali (terra: suolo e sottosuolo). Occorre che questi vari mezzi di produzione possano acquistarsi in forma di merci, che si formino quindi specifici mercati in cui siano permanentemente disponibili.

In quarto luogo, occorre inoltre che, in seno ai due precedenti gruppi di mercanti e proprietari fondiari, emerga una classe di capitalisti industriali (nell’accezione di Marx): soggetti che non stiano ad aspettare la valorizzazione del loro capitale ad opera esclusiva della circolazione delle merci ma, soprattutto, grazie alla formazione di un plusvalore che a tale scopo metta insieme in modo produttivo forze di lavoro e mezzi di produzione acquistati sul mercato.

In quinto luogo, occorre anche che si possa rimuovere od aggirare l’insieme degli ostacoli materiali, morali, giuridici, politici, religiosi alle diverse condizioni di cui sopra, che sono molteplici in seno alle società precapitalistiche. Occorre, in particolare, che non vi sia un potere politico abbastanza forte da impedire, bloccare o frenare significativamente l’insieme dei processi precedenti.

 

Le differenti linee della storicità

Marx non solo ci permette di riformulare la questione dell’origine del capitalismo. Ci fornisce anche alcune interessanti tracce per la sua soluzione. Due mi sembrano particolarmente suggestive e feconde.

La prima è abbozzata da Marx nel famoso passo dei Grundrisse, da lui intitolato Forme che precedono la produzione capitalistica (Sul processo che precede la formazione del rapporto capitalistico o l’accumulazione primitiva). Essa è in effetti duplice.

Stando a un paio di righe della Prefazione a Per la critica dell’economia politica (1859), si è a lungo attribuita a Marx (e si continua solitamente ad attribuirgli) la tesi di un divenire storico uniforme delle società umane, del succedersi monotono dei sistemi di produzione dal comunismo primitivo, passando per il sistema di produzione “asiatico”, a quello schiavistico, al feudalesimo e al capitalismo, uno schema che un certo marxismo continuerà a recitare per decenni.

Ora, in questo passo dei Grundrisse, di varie decine di pagine, Marx avanza al contrario l’idea secondo cui, all’uscita dalla preistoria (dal comunismo primitivo), le società umane sono evolute secondo linee storicamente diverse. Più precisamente, ne distingue tre: quella seguita dalle società “asiatiche” (che sarebbe sfociata nel modo di produzione “asiatico”); quella seguita dalle società dell’antichità mediterranea (che sarebbe sfociata nel sistema di produzione schiavistico); infine quella seguita dalle società europee (che avrebbe condotto alla fondazione del feudalesimo).

A questo Marx aggiunge che, nei due primi andamenti storici, i vari processi che avrebbero potuto condurre al formarsi del rapporto capitalistico di produzione sopra precisato, o non si saldano o, una volta saldatisi, si inceppano e finiscono per abortire; o, ancora, per combinazione con, o per perversione attraverso i rapporti di produzione predominanti, sfociano in risultati diversi, se non in risultati opposti. Solo in seno alla terza linea storica, quella che porta al feudalesimo, questi vari processi possono sperare di svilupparsi fino a dar vita al rapporto capitalistico di produzione.

Così, questo passo dei Grundrisse suggerisce questa ipotesi assolutamente originale e paradossale che solo nel quadro del feudalesimo si sia potuto formare il rapporto capitalistico di produzione, o abbiano perlomeno potuto svilupparsi le sue premesse (i presupposti) e le sue primizie (le sue forme embrionali). Un’ipotesi che sono in buona parte riuscito a confermare.[1] Effettivamente, il capitalismo implica soprattutto:

Il lavoro servile. Si tratta di un rapporto di sfruttamento e di dominazione che lega un contadino e la sua famiglia a una terra e al suo signore: con contropartita del possesso in linea di principio ereditario (tenuta [possesso feudale a lungo termine]) di una particella del dominio del signore che il contadino non ha il diritto di abbandonare, per la quale deve versare vari canoni, in lavoro (corvée), in natura (parte più o meno consistente del frutto del suo lavoro agricolo e artigianale), o in moneta. Egli resta tuttavia padrone del suo processo produttivo e dispone della parte del suo sovraprodotto che può eccedere i prelievi suddetti, e può farla entrare negli scambi sui vicini mercati rurali e urbani, eventualmente integrati in circuiti di scambio lontani. Questo rende dinamico il complesso degli scambi commerciali e favorisce il formarsi e l’accumularsi di capitale mercantile.

L’esclusione dalla città dell’organizzazione della proprietà fondiaria e del potere politico. È un punto su cui Marx insiste in maniera particolare nel passo citato.

Al contrario di quanto accaduto nelle società “asiatiche” e nelle antiche società mediterranee, in cui la città è la sede dei proprietari terrieri e dei detentori del potere politico (siano o meno gli stessi), nel feudalesimo la proprietà fondiaria e il potere politico hanno la loro sede in campagna, si basano sulla gerarchia feudale (quella dei rapporti tra sovrano e vassallo e della consecutiva suddivisione dei feudi). Ciò consentirà il formarsi di città emancipate nei confronti dei proprietari terrieri e dei poteri politici (i signori laici e religiosi), in mano a una piccola borghesia di artigiani, o anche da una borghesia mercantile di commercianti all’ingrosso e di banchieri (dediti ai cambi e all’usura, ecc.). Così, quest’ultima potrà assicurarsi una base materiale e istituzionale salda per la propria attività economica nella forma del controllo di vere e proprie reti delle città-Stato mercantili (si vedano l’Italia settentrionale e centrale, l’antica Olanda, l’Ansa intorno al Baltico).

Lo sbriciolamento del potere politico. La formazione del feudalesimo corrisponde al notevole indebolimento, se non a una vera e propria eclissi, delle forme statuali del potere politico. Quest’ultimo assume ormai la forma prima citata della gerarchia feudale. E questo procede di pari passo con lo sbriciolamento di questo potere politico, disperso in una moltitudine di signorie rivali. Anche se la dinamica dei conflitti fra signori porta a un progressivo riaccentramento del potere (nella forma della trasformazione dei regni in monarchie), tutti questi poteri sono troppo deboli per riuscire a bloccare, o anche a ostacolare seriamente, sia lo sviluppo dei rapporti commerciali, sia la forte ascesa della borghesia mercantile.

L’effetto retroattivo dei processi precedenti sul rapporto feudale di produzione. L’azione retroattiva di questi processi influirà su questi rapporti in direzione capitalistica (nel senso del formarsi delle varie condizioni dei rapporti capitalistici di produzione). Comporterà infatti:

· l’accumulazione di ricchezza monetaria (sotto forma di capitale mercantile) in mano alla borghesia mercantile, ma anche tra una parte della nobiltà feudale, che verrà stimolata a trasformare i canoni in lavoro e le spettanze in natura in denaro, costringendo così il mondo contadino ad integrarsi sempre più nell’economia mercantile e monetaria;

· la differenziazione socio-economica del mondo contadino per l’effetto, appunto, del coinvolgimento nell’economia: da un lato, l’emergere di uno strato di contadini ricchi che riescono a riscattare la propria libertà (quindi ad esimersi in tutto o in parte dai prelievi dei signori), ad accumulare terre (affitti od acquisti), ad accrescere le loro attrezzature agricole, ad assumere occasionalmente o stabilmente operai agricoli, ecc.; dall’altro, il formarsi di un proletariato agricolo, di contadini entrati nel circolo vizioso del sovra-indebitamento, che non lascia loro altra scelta che affittare le proprie braccia (in occasione di lavori agricoli stagionali, o nelle miniere, ecc.), o abbandonare la propria terra (per sfuggire ai canoni e ai creditori), andando a gonfiare le fila dei vagabondi, o della plebe urbana che vive di rapine e di elemosina;

· la formazione di una proto-borghesia industriale (in senso marxiano), che si alimenta di tre fonti. La prima ci è già nota: si tratta dello strato dei contadini arricchiti, alcuni dei cui membri si convertiranno in capitalisti agrari. La seconda si situa dal lato dei proprietari terrieri feudali, una parte dei quali verrà sospinta a fare altrettanto, sostituendo lavoro salariato al lavoro servile nei loro domini (cacciando i servi per sostituirli con braccianti – talvolta si tratta delle stesse persone). Anche la terza ci è già nota: si tratta della borghesia mercantile, appena essa cerca di massimizzare la valorizzazione del proprio capitale commerciale mettendosi a controllare le condizioni di produzione delle merci che mette in circolazione. Questo avverrà in primo luogo nella forma della comparsa e dello sviluppo di manifatture diffuse (ricorrendo al lavoro a domicilio di contadini o artigiani) soprattutto nelle campagne, per aggirare le regolamentazioni corporative vigenti nelle città.

Tutto questo processo occupa la parte centrale del Medioevo (XI-XIII secolo), concentrandosi in particolar modo nell’Italia settentrionale e nel cuore del feudalesimo europeo (lo spazio compreso tra la Loira, il Reno e il Tamigi). La sua dinamica verrà tuttavia interrotta per un buon secolo (tra la prima metà del XIV secolo e la metà del XV) dall’effetto congiunto di una serie di crisi agricole, da episodi di pestilenza e della guerra dei Cento Anni (1337-1453), che vede contrapposti dapprima i regni di Francia e Germania, a cui però si mescoleranno i regni di Scozia, di Castiglia e del Portogallo. Dopodiché, questa dinamica riprenderà, ma in un contesto destinato a cambiare in parte natura e dimensioni.

 

La cosiddetta accumulazione primitiva e la prima mondializzazione

La seconda traccia euristica che interessa il problema delle origini del rapporto capitalistico di produzione è stata aperta da Marx in un passaggio ancor più famoso della sua opera: l’ultima sezione del Libro I del Capitale intitolata “L’accumulazione primitiva [od: originaria]”.

In essa Marx affronta esplicitamente le condizioni che hanno reso possibile il rapporto capitalistico di produzione nel periodo che va dal Medioevo fino a quella che si suole chiamare la “rivoluzione industriale”, che prende slancio nell’ultimo terzo del XVIII secolo in Inghilterra. Per questo, del resto, egli incentra la sua analisi su questo paese. Egli insiste soprattutto sulla più essenziale di queste condizioni: l’espropriazione dei produttori, che costituisce per lui il vero “segreto dell’accumulazione primitiva”, cosa che lo porta ad attribuire una grande importanza allo stravolgimento intervenuto nei rapporti di produzione all’interno dell’agricoltura inglese (in particolare con le enclosures [la “recinzione” dei terreni comuni, delle terre demaniali, a favore dei proprietari terrieri della borghesia mercantile]) e nella “sanguinaria legislazione” abbattutasi sul proto-proletariato dei contadini espropriati, per costringerli a dare in pasto la propria forza lavoro ai proprietari delle miniere, delle manifatture e delle fabbriche inglesi.

Strada facendo, tuttavia, Marx segnala l’esistenza di ben altre condizioni che hanno presieduto durante quei tre-quattro secoli alla formazione del capitale. Soprattutto nel seguente passo:

«La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie Orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva di caccia commerciale di pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idillici sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria. Alle loro calcagna viene la guerra commerciale delle nazioni europee, con l’orbe terracqueo come teatro. La guerra commerciale si apre con la secessione dei Paesi Bassi dalla Spagna, assume proporzioni gigantesche nella guerra antigiacobina dell’Inghilterra [contro la Rivoluzione francese] e continua ancora nelle guerre dell’Oppio contro la Cina, ecc.

I vari momenti dell’accumulazione originaria si distribuiscono ora, più o meno in successione cronologica, specialmente fra Spagna, Portogallo, Olanda, Francia e Inghilterra. Alla fine del secolo XVII quei vari momenti vengono combinati sistematicamente in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema tributario e protezionismo moderni. I metodi poggiano in parte sulla violenza più brutale, come p. es. il sistema coloniale. Ma tutti si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciare i passaggi. La violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova. È essa stessa una potenza economica».[2]

Quanti – e sono numerosi – hanno rimproverato a Marx di aver trascurato o minimizzato il ruolo dello Stato, o di averlo ridotto a una “sovrastruttura” completamente subordinata alla “infrastruttura economica”, non hanno probabilmente mai letto questo passo. O evidentemente non ne hanno capito niente…

È però su un altro punto che insisterò qui. In questa panoramica generale della “accumulazione primitiva” ciò che passa in primo piano, come il ruolo di levatrice della storia che è la violenza concentrata dello Stato, è quel che bisogna ben chiamare prima mondializzazione, di cui Marx indica qui alcuni momenti: la scoperta e la colonizzazione delle Americhe; l’affluenza in Europa di metalli preziosi connessi al saccheggio e allo sfruttamento minerario di queste stesse Americhe; lo sviluppo del sistema delle piantagioni schiavistiche, sempre nelle Americhe e la tratta negriera che le rifornisce di manodopera, a partire dalle coste africane; la conquista dei mercati orientali e l’inizio della colonizzazione di alcune contrade orientali; la rivalità tra potenze europee per appropriarsi di quei flussi di ricchezze mercantili e monetarie, esacerbata dall’attuazione di politiche mercantili che degenerano regolarmente in guerre che finiranno per assumere una dimensione mondiale; la necessità quindi del rafforzamento militare, ma anche amministrativo e fiscale, degli Stati; la necessità di sviluppare anche il credito pubblico; ecc.

Quella delineata qui chiaramente è l’ipotesi che, in questa prima mondializzazione e attraverso di essa, si è compiuta la formazione del rapporto capitalistico di produzione. Ed è questa l’ipotesi che mi è servita da filo conduttore del mio libro La prima era del capitalismo, il cui primo tomo uscirà il prossimo settembre.[3] (Continua)

[Il presente testo riprende e sviluppa una relazione dell’Autore presentata all’Università di Losanna il 17 aprile 2018. La traduzione è di Titti Pierini]



[1] Cfr. A. Bihr, La préhistoire du capital, Ed, Page 2, Losanna, 2006.

[2] K. Marx, Il Capitale, Libro I, Editori Riuniti, Roma 1964, pp. 813-814 [traduzione di Delio Cantimori].

[3] A. Bihr, La première âge du capitalisme, t. I: L’expansion européenne, Ed. Page 2-Sylleps, Losanna-Parigi, di prossima pubblicazione (settembre 2018).

 



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