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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> MARX E LA PRIMA MONDIALIZZAZIONE DEL CAPITALE (II Parte)

MARX E LA PRIMA MONDIALIZZAZIONE DEL CAPITALE (II Parte)

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di Alain Bihr

 

La precedente citazione di Marx ci dice che, contrariamente a quello che ripetono vari discorsi (politici, mediatici, ma anche accademici) contemporanei, la globalizzazione non data da ieri [si veda la I Parte del saggio pubblicata in questo sito il 6 maggio 2018, Marx e la prima mondializzazione del capitale (Parte I) ].

 

Le due ondate dell’espansione europea

Ci riferiamo all’ultimo quarto del XX secolo. Se con questo si intende l’interconnessione tra l’insieme dei continenti del pianeta e il loro inserimento in una stessa unità, in uno stesso mondo, bisogna allora farne risalire l’origine all’espansione europea al di fuori dell’Europa avviata nel corso del XV secolo. Ed è nel quadro di tale espansione, e grazie a questa prima mondializzazione, che finiranno di formarsi i rapporti capitalistici di produzione. Insomma, il capitale è nato da una mondializzazione che, da allora, non ha smesso di estendersi e di approfondirsi, in sintesi, di completarsi.

Tale espansione avverrà in tre direzioni (le Americhe, l’Asia e l’Africa) e in due successive ondate.

La prima ondata avviene per iniziativa degli Iberici: spagnoli (in effetti castigliani) e portoghesi. Le loro motivazioni sono in primo luogo di ordine economico: da un lato, vanno alla ricerca di metalli preziosi (oro e argento) per rispondere alla scarsezza monetaria generata in tutta l’Europa dal precedente sviluppo dei rapporti mercantili; dall’altro lato, vanno in cerca delle spezie (soprattutto del pepe), merci molto valorizzabili sui mercati europei, provenienti dall’Asia (India e Indonesia), di cui i Veneziani si sono garantiti il semi-monopolio a partire dalle loro filiali commerciali del Levante (Aleppo, Tripoli) o dell’Egitto (Alessandria), dove sboccano le vie commerciali che passano sia per l’Asia centrale, sia dall’Oceano Indiano, il Golfo Arabo-Persico e il Mar Rosso.

A queste motivazioni economiche se ne aggiungeranno altre di ordine politico-ideologico. Su questo piano, gli Iberici cercano di proseguire la Reconquista: la plurisecolare guerra che ha consentito loro di espellere dalla penisola iberica gli Arabi musulmani, sognando di (ri)conquistare l’Africa settentrionale e la Palestina per liberare i luoghi santi cristiani (Nazareth, Gerusalemme). In altri termini, si tratta per loro di prendersi la rivincita dopo il fallimento delle Crociate.

Ne conosciamo i principali risultati. Si tratta dell’apertura di una via marittima verso l’Asia che circumnaviga l’Africa per iniziativa dei Portoghesi (tra il 1415 e il 1498) e dell’instaurazione da parte di questi ultimi di un proprio “impero commerciale” in Asia nei primi decenni del XVI secolo; della creazione di una posizione predominante in seno ai rapporti commerciali di tutte le coste dell’Oceano Indiano, dall’Africa Orientale fino alla Malesia, passando per quelle dell’India e del Bengala, che si prolungherà in direzione della Cina (Macao) e del Sud del Giappone nei decenni successivi.

È del resto, e quasi simultaneamente, la (ri)scoperta del continente americano (1492-1504) da parte di un Cristoforo Colombo che cercava di inaugurare un’altra rotta commerciale verso le Indie orientali navigando verso Ovest, presto seguita dalla conquista e dalla colonizzazione, oltre alle Antille, del Messico (sede dell’Impero Azteco), di parti dell’America Centrale e di tutta una parte della Cordigliera delle Ande (soprattutto l’attuale Perù, sede dell’Impero Inca). Mentre, in virtù del Trattato di Tordesillas (1494), i portoghesi avrebbero occupato e colonizzato le coste dell’attuale Brasile a partire dal 1502.

Quanto al continente africano, viene allora doppiamente colpito da questa prima ondata dell’espansione europea, per esclusiva iniziativa dei portoghesi. Da un lato, questi ultimi insediano lungo le coste occidentali e orientali una serie di filiali commerciali e basi d’appoggio lungo la via delle Indie. Dall’altro lato, e soprattutto, si lanceranno nella colonizzazione di due zone: 1) ad Ovest, la zona congolese e angolana, in cui cercano di procurarsi schiavi come manodopera per le piantagioni di canna da zucchero che hanno avviato in alcune isole dell’Atlantico (Madera, São Tomé) e che si mettono a sviluppare nel Nordest Brasiliano a partire dalla metà del XVI scolo; 2) ad Est, lungo lo Zambesi, la zone del Mozambico e dello Zimbabwe, dove è soprattutto l’oro ad attirarli, perché ne hanno bisogno per rianimare il loro commercio nell’Oceano Indiano.

La seconda ondata dell’espansione europea avverrà invece per iniziativa dell’Europa del Nord (Inghilterra, Province Unite dei Paesi Bassi e, in minor misura, Francia). Consisterà essenzialmente sia nell’impossessarsi di postazioni già occupate dagli iberici o lasciate libere da questi, sia nel saccheggio (in senso proprio o figurato) di quelle occupate di cui, però, non avevano la forza di impadronirsi, pur contendendosi tra loro i risultati di queste operazioni.

È così che tra il 1600 e il 1660 gli olandesi raggruppati nella Vereenigde Oost-Indische Compagnie (Compagnia unificata delle Indie Orientali) espelleranno manu militari i portoghesi dalla quasi totalità dei loro insediamenti commerciali, garantendo così a propria volta una posizione predominante sia nel commercio “d’India in India” sia in quello degli scambi tra Asia ed Europa. E cominceranno simultaneamente a colonizzare Ceylon (Sri Lanka) e parte dell’Indonesia (essenzialmente la parte centrale di Giava) per produrvi spezie.

Per altro verso, a partire dal 1729 sono i britannici, raggruppati in seno all’East India Company (la Compagnia delle Indie Orientali) e i Francesi, raccolti in una analoga Compagnia delle Indie Orientali, che cercheranno, a partire da filiali commerciali precedentemente installate (Madras e Calcutta da parte britannica, Pondichéry e Chandernagor da parte francese), di estendere la loro influenza territoriale in due regioni dell’India (Il Deccan orientale e il Bengala), entrando così in un conflitto violento che volgerà a vantaggio dei britannici, nel quadro della Guerra dei Sette Anni (1756-1763).

Nel frattempo britannici, olandesi e francesi si sarebbero insediati lungo le coste orientali dell’America del Nord e avrebbero cominciato a colonizzare, a partire da là, i territori interni, i primi ad Est degli Appalachi tra la Florida (in mano agli spagnoli) e il Maine, gli ultimi lungo il Saint-Laurent. I britannici ne cacceranno rapidamente gli olandesi, dopodiché la rivalità con i francesi per l’accesso alle pelli canadesi (la principale ricchezza immediata del paese) andrà crescendo e finirà, anche qui, con una vittoria britannica nel quadro della Guerra dei Sette Anni.

Le posizioni si muoveranno un po’ in Sudamerica, se si eccettua il breve quarto di secolo (1630-1654) in cui gli olandesi, raccolti nella West-Indische Compagnie (Compagnia delle Indie Occidentali), erano riusciti ad occupare la maggior parte del Nordest brasiliano, all’epoca principale zona di produzione dello zucchero di canna.

Gli spagnoli, da pare loro, perderanno la quasi totalità delle Antille (tranne Cuba, la parte orientale di Hispaniola [Haiti] e Porto Rico) in favore degli inglesi, degli olandesi e dei francesi, che se la disputeranno tra loro. Doppia la posta in gioco della loro rivalità. Da un lato, lo sviluppo di piantagioni di canna da zucchero (soprattutto in Giamaica, dal lato britannico; a Santo Domingo, la parte occidentale di Hispaniola, da quello francese), per far concorrenza allo zucchero brasiliano; dall’altro lato, il commercio di contrabbando con l’insieme delle colonie britanniche. Si noti che un secondo centro di contrabbando si svilupperà rapidamente, a partire dal Rio de la Plata, sia verso il Sud del Brasile (portoghesi) sia verso quello del Perù spagnolo. Dall’inizio del XVIII secolo, i britannici ne saranno i “grandi maestri”.

Nel corso della seconda fase della prima mondializzazione, il continente africano si ridurrà sostanzialmente a una grande «riserva commerciale per la caccia alle pelli nere» (Marx), servirà a rifornire di schiavi le piantagioni americane (brasiliane antillane, nord-americane) di canna da zucchero, cotone, tabacco, ecc. In particolare tre zone saranno interessate dalla tratta negriera: la già citata Angola, l’entroterra del tratto di costa guineana denominato la Costa-degli-Schiavi (corrispondente alle attuali coste del Togo e del Benin) e l’area Senegambiana.

 

La duplice dimensione commerciale e coloniale dell’espansione europea

Come suggerisce questa breve panoramica dell’espansione europea dei secoli XV-XVIII, essa ha assunto soprattutto due forme distinte. L’espansione coloniale è consistita nella colonizzazione e nella dominazione (il controllo, l’amministrazione, l’imposizione fiscale, ecc.) di un territorio esterno all’Europa, nell’appropriazione delle sue risorse naturali (suolo e sottosuolo) e culturali (prodotte e accumulate dalle popolazioni native), nello sterminio o nell’espulsione di queste ultime, o nel loro sfruttamento in varie forme di servitù, più raramente di lavoro salariato). Il tutto, a vantaggio della metropoli europea che ne è l’autrice e dei coloni metropolitani che vi si stabiliscono e vi mettono radici. La colonizzazione determina la “periferizzazione” della colonia ad opera della metropoli: la prima si vede imporre dalla seconda tutta una serie di obblighi (scelte produttive, imposizioni fiscali, ecc.) e di divieti (soprattutto dello sviluppo di attività produttive che possano far concorrenza all’agricoltura, a l’artigianato, alla proto-industria metropolitani, di commerciare con l’estero od anche con altre colonie della stessa metropoli, ecc.), che ne limitano e ne determinano lo sviluppo socio- economico in funzione degli interessi metropolitani, specializzandola nella produzione di beni primari (agricoli e alimentari) e costringendola ad importare dalla metropoli prodotti manifatturieri.

Da quell’epoca dunque si delinea lo sviluppo disuguale tra centro e periferia, che è la caratteristica peculiare della mondializzazione capitalista. Il che, d’altro canto, non manca di creare progressive tensioni tra la metropoli e le sue colonie, via via che gli interessi dell’aristocrazia fondiaria e della borghesia mercantile creole entreranno in contraddizione con gli obblighi e le restrizioni imposti dalla metropoli.

Quanto all’espansione commerciale, essa consiste nell’organizzare circuiti commerciali fra l’Europa e il resto del mondo, al cui interno i capitali mercantili europei si assicurano una posizione di predominio, basata a seconda dei casi sul saccheggio, il commercio forzato e sleale o anche su quello regolare da parte non europea e su una situazione di oligopolio ed anche di monopolio da parte europea. Ciò consente ai capitali europei di massimizzare i loro profitti sul mercato europeo, giocando soprattutto sulle differenze di prezzo dei prodotti tra l’Europa e il resto del mondo (perlopiù prodotti di lusso: le spezie e i tessuti asiatici in seta), su cui girano i loro traffici.

Malgrado gli evidenti contrasti (predominanza della proprietà e delle rendite fondiarie da un lato, del capitale e del profitto mercantile dall’altro), queste due forme si dimostreranno complementari. L’espansione coloniale offrirà molteplici opportunità per l’espansione del capitale mercantile europeo, grazie allo sfruttamento dei circuiti commerciali tra metropoli e colonie. Inversamente, l’espansione mercantile aprirà spesso la strada a quella coloniale, ogni qualvolta risulterà necessario e possibile massimizzare il profitto mercantile con il controllo a monte delle condizioni di produzione dei prodotti commerciali: così accadrà ad esempio a Ceylon e in Indonesia, sulle rive dello Zambesi, nel Deccan e in Bengala.

 

Stati e compagnie commerciali privilegiate

L’espansione europea non sarebbe stata evidentemente possibile senza il diretto intervento, o perlomeno senza l’appoggio, dei vari Stati europei. Indubbiamente, i principali protagonisti ne sono stati gli Stati.

È evidente di per sé per quanto concerne la colonizzazione, che implica scoperta, riconoscimento, conquista e poi occupazione di territori più o meno vasti, per valorizzarne le risorse materiali e sfruttarne le popolazioni appropriandosi del loro plus-lavoro. Un’impresa del genere non avrebbe potuto essere pacifica, anzi presupponeva, a seconda dei casi, lo scontro con i poteri politici che regnavano su quei territori e con le popolazioni indigene che si trattava di espropriare, costringere al plus-lavoro (in forma schiavistica o servile), oppure massacrare puramente e semplicemente. Tutte operazioni che può intraprendere solo uno Stato, perché è l’unico in grado di “concentrare la violenza sociale”, ma anche la ricchezza sociale, indispensabili per il loro successo, o in cui deve all’occorrenza intervenire per autorizzarne e regolamentarne l’esecuzione ad opera di attori privati, dando loro comunque man forte e, ove occorra, fornendo loro un sostegno materiale.

Ma non meno è richiesto l’intervento statale per quanto riguarda l’espansione commerciale. Raramente quest’ultima è stata pacifica: la protezione delle filiali commerciali ne ha presupposto quasi sempre la militarizzazione (la costruzione di forti o fortezze, l’insediamento stabile di guarnigioni); mentre la sicurezza dei collegamenti marittimi ha reso necessaria la presenza e l’intervento costanti della marina militare. In generale, le spedizioni di esplorazione e di apertura di vie marittime, la creazione e il mantenimento di una marina mercantile, la stessa costruzione di compagnie di commercio che sfrutteranno queste vie hanno presupposto l’intervento e il sostegno degli Stati in varie forme: prestiti o anche donazioni; sempre concessioni vantaggiose o anche privilegi esclusivi, istituendo in loro favore monopoli; politiche commerciali che assicurano la protezione del commercio tra colonie e metropoli nei confronti delle rivalità esterne; guerre commerciali destinate e difendere le posizioni acquisite o ad estenderle, ecc.

È in un contesto del genere che hanno potuto formarsi e prosperare questi altri principali protagonisti della prima mondializzazione capitalista che sono state le Compagnie commerciali privilegiate, di cui sopra sono stati citati alcuni esempi, con le due principali che erano la Vereenigde Oost-Indische Compagnie e l’East India Company. Esse presentano un certo numero di tratti peculiari:

● In primo luogo sono imprese commerciali che, in cambio di quattrini suonanti e ballanti (canoni, prestiti più o meno forzoso se non doni più o meno spontanei al rispettivo sovrano), ottengono il monopolio del commercio estero con, a seconda dei casi, uno Stato o un gruppo di Stati stranieri, un determinato territorio o una zona geografica o un intero continente. Per questo le si definiscono comunemente “Compagnie a privilegio” o “Compagnie privilegiate”. A volte ottengono per giunta dal proprio sovrano, come ulteriore condizione della loro espansione commerciale, il diritto di impossessarsi e di colonizzare territori nelle zone di loro appannaggio, incluso il diritto di esercitarvi funzioni regie: battere moneta, esercitare la giustizia, stringere alleanze ed anche fare la guerra. Così, ciascuna poteva eventualmente possedere la propria marina da guerra e proprie truppe. Erano in tal modo dei vassalli dei rispettivi Stati, con una Carta che ne stabiliva i privilegi, ma anche i doveri cui erano tenute.

● In secondo luogo, le compagnie commerciali privilegiate costituiscono la formula più concentrata del capitale mercantile nel corso dell’era moderna. Esse infatti raccolgono le due condizioni essenziali dell’accumulazione del capitale commerciale nelle formazioni precapitalistiche che sono il commercio remoto e il monopolio: tutte prosperano in base alla monopolizzazione di un settore di questa forma per eccellenza del commercio remoto che costituirà per tutta la fase protocapitalista il commercio d’oltremare. Sono, quindi, tutte capitali societari derivanti dall’associazione di molteplici partner in varie forme giuridiche: società di persone, società in accomandita, società per azioni, delle quali esse costituiscono tra i primi esempi storici.

● Le compagnie commerciali privilegiate, in terzo luogo, costituiranno la forma del capitale mercantile e, più in generale, del capitale tout court, che si assicurerà la migliore valorizzazione durante la fase protocapitalista. Donde la loro eccezionale prosperità, attestata sia dalla massa e dal ritmo dell’accumulazione del loro capitale, sia dal numero, lo splendore e la perennità dei patrimoni privati che costituiranno grazie ad esse.

● Infine, ciò che le differenzia subito dalle altre forme contemporanee del capitale mercantile concentrato è la dimensione planetaria del loro campo d’attività. Per garantirsi le proprie condizioni eccezionali di valorizzazione, esse devono coordinare delle operazioni su mercati diversi, suddivisi in vari continenti. In questo senso queste compagnie sono le lontane (molto lontane) prefigurazioni delle attuali nostre imprese multinazionali.

 

Il completamento dei rapporti capitalistici di produzione in Europa occidentale

L’espansione commerciale e coloniale dell’Europa nel corso dei tempi moderni avrà un duplice effetto globale. In Europa occidentale contribuirà al completamento dei rapporti capitalisti di produzione. Più in generale, favorirà il formarsi se non il rafforzarsi delle diverse condizioni sociali (il passaggio da una società divisa per ordini o ceto a una società divisa in classi), politiche (la formazione di uno specifico tipo di Stato, lo Stato di diritto) ed ideologiche (La Riforma, il Rinascimento, l’Illuminismo, ecc.) di questi rapporti di produzione.

Non posso qui presentare l’intero processo, la cui trattazione occuperà l’intero secondo volume del mio lavoro, Premier âge du capitalisme[i] [La prima età del capitalismo]. Mi limiterò ad illustrarne il primo aspetto attraverso l’esempio delle ripercussioni suscitate dal famoso commercio triangolare sul completamento dei rapporti capitalistici di produzione in Europa occidentale: Si tratta di un circuito di scambi che si organizza a partire dalla seconda meta del XVII secolo tra l’Europa, l’Africa e le colonie europee nelle Americhe. Un circuito che si svolge in tre tempi:

● Una compagnia negriera arma ed equipaggia una o più imbarcazioni e vi porta un carico composto di diversi prodotti industriali (tessuti e vestiario di lana o di lino, cappelli, barre di ferro o di piombo, diversi utensili metallici, armi bianche, armi da fuoco e polvere da sparo, e ancora tessuti di cotone alla maniera delle Indie), alcool (vino, acquavite o rhum), tabacco, chincaglieria e ninnoli, ma anche gioielli e porcellana, per non parlare di cauri [conchiglia che funge da moneta]. È infatti in cambio di mercanzia, in forma di baratto, più raramente di oro o di argento, che gli Europei acquistano gli schiavi africani nelle filiali delle compagnie sparse lungo alcune coste africane.

● Giunti in un porto delle Americhe, gli schiavi vengono venduti ai proprietari di piantagioni che ne hanno bisogno per mantenere, rinnovare o accrescere il loro stock di manodopera servile. Anche qui, lo scambio avviene spesso in forma di baratto, con i proprietari di piantagioni che spesso propongono lo scambio diretto degli schiavi con prodotti tropicali (zucchero, melassa, rhum, caffè, tabacco, cotone, indaco, ecc.), ma anche legno, ferro e ghisa, pelli che si sono procurati tramite scambi con le colonie nord-americane. Oppure, con il denaro o con le lettere di cambio ottenute in cambio degli schiavi, il trafficante negriero acquista questi prodotti, effettuando un nuovo carico.

● Il negriero ora deve solo riportare sano e salvo il suo carico in un porto europeo per venderlo o a mercanti che si occuperanno di smaltirlo o ad industriali che lo trasformeranno. Avendo così recuperato il suo capitale iniziale, aumentato di un profitto (con cui deve magari remunerare i suoi partner finanziari), la compagnia negriera può a questo punto rilanciare tutto questo giro di scambi commerciali con il profitto realizzato, che alla fine, gli consentirà di allargarne incessantemente la scala.

● A vantaggio di chi va questa triangolazione commerciale? I beneficiari della tratta sono chiaramente, in primo luogo, le compagnie negriere che vi si dedicano. Ma fra loro si possono anche contare i proprietari delle piantagioni i quali, senza la tratta, non avrebbero potuto valorizzare le proprie terre e le proprie produzioni agricole. Infine, per il ruolo centrale che svolge nel commercio triangolare, la tratta partecipa del generale effetto trainante di quest’ultimo sulle economie protocapitaliste europee. È questo quello che voglio porre in evidenza qui.

● In primo luogo, questo commercio contribuisce allo sviluppo della produzione navale e dell’armamento marittimo, quindi al rafforzamento della potenza marittima delle nazioni e dei capitali che vi si dedicano. Ora, la costruzione navale esercita a sua volta importanti effetti di trascinamento a monte (dal lato delle attività agricole, silvicole, artigianali, industriali, alimentando i cantieri navali in mezzi di produzione: legno, ferro, rame, tele, corde, ancore e catene marine, ecc., nonché in mezzi di consumo, soprattutto alimentari), senza contare le attività connesse di assicurazione, di intermediazione, ecc. Con il tutto che contribuisce ad ampliare i mercati.

● In secondo luogo, questo commercio aprirà sbocchi supplementari all’agricoltura, alla pesca e all’industria delle metropoli europee e, questo, in maniera duplice.

Da un lato, attraverso la mediazione delle compagnie negriere, i loro prodotti servono da moneta di scambio contro il “legno d’ebano sulle coste africane. Come esempio, si può certamente stabilire un rapporto diretto causa-effetto tra la nascita della tratta negriera di Liverpool e la notevole crescita conosciuta dall’attività manifatturiera nel suo retroterra durante il XVIII secolo, si tratti dell’industria tessile di Manchester e del Lancashire o della metallurgia di Sheffield: fornendo loro sbocchi, la tratta negriera avrebbe stimolato l’accumulazione del capitale e il successivo passaggio dalla manifattura verso l’industria meccanica.

Dall’altro lato, la prosperità delle piantagioni nelle colonie americane, la cui condizione essenziale è il lavoro servile, contribuisce all’espansione del mercato coloniale, a partire dalla domanda di prodotti metropolitani da parte dei coloni: prodotti di lusso destinati alla clientela delle famiglie dei proprietari di piantagioni e prodotti delle industrie della canna da zucchero, ma anche domanda di prodotti di uso corrente per il sostentamento della massa degli schiavi, ad esempio i tessuti di lino o di lana di mediocre qualità per vestirli, o la carne e il pesce salato che serve a nutrirli. Ma si può dire altrettanto per quanto riguarda tutto il materiale per il trattamento della canna da zucchero (mulini, caldaie, ecc.), o dell’indaco (vasche) importato dalle metropoli.

● In terzo luogo, lo sviluppo degli scambi tra metropoli e colonie nel quadro del commercio triangolare fornirà al settore del capitale mercantile proprietario del commercio coloniale la conseguente fonte di valorizzazione e accumulazione. E, attraverso le ri-esportazioni, gli scambi tra colonie e metropoli stimolerà il commercio tra i vari Stati europei, con i medesimi effetti.

● In quarto luogo, il super-sfruttamento del lavoro consentito dallo schiavismo è una condizione fondamentale per l’Europa per procurarsi un insieme di mezzi di produzione ( soprattutto materie prime), ma anche di mezzi di consumo (soprattutto prodotti di lusso), che saranno essenziali per l’accumulazione del capitale industriale nelle metropoli europee, dal duplice punto di vista del loro valore (sono prodotti a costo inferiore) e del loro valore d’uso (consentiranno l’introduzione e lo sviluppo di nuove branche industriali). Si pensi ad esempio allo sviluppo delle raffinerie di zucchero, delle distillerie di rhum, della confetteria, della cioccolateria, delle manifatture di tabacco, di quelle dei tessuti di cotone, delle tintorie, ecc. L’industria del cotone, chiamata a svolgere il ruolo di pilota e di motore nella “rivoluzione industriale”, non si sarebbe mai potuta sviluppare senza le piantagioni di cotone delle Antille. E questo effetto di stimolo allo sviluppo industriale metropolitano attraverso la triangolazione commerciale si farà sentire non solo nei porti che vi parteciperanno direttamente e nei loro immediati retroterra, ma spesso anche ben lontano da questi: ad esempio, manifatture del cotone nascono nel Bacino parigino, nel Delfinato, in Alsazia, in piena Svizzera, ecc.

● Per finire, benché una parte ne sia stata immobilizzata in spese sontuarie, i profitti indotti dallo sviluppo delle piantagioni schiavistiche nelle colonie, nonché quelli accumulati con la triangolazione commerciale sono, per altro verso, intervenuti ad alimentare l’accumulazione del capitale (mercantile ma anche industriale) nelle metropoli. Nel XVIII secolo, essi contribuiscono in questo rapporto anche a determinare le condizioni della rivoluzione industriale, sia in Francia sia in Gran Bretagna. Sono dunque dei mercanti arricchitisi nel commercio triangolare a finanziare i lavori di Watt (1736-1819) e di Bulton (1728-1809) che concluderanno la messa a punto della macchine a vapore, mentre capitali accumulati in questo stesso commercio si riconvertiranno nel corso della seconda metà del XVIII secolo nelle industrie minerarie e siderurgiche.

 

Un primo mondo capitalista

Simultaneamente, l’espansione europea darà vita a un primo mondo capitalista, che ingloba larga parte del pianeta e che presenta una sua struttura specifica:

● L’Europa occidentale costituisce il centro che domina (ordina e controlla) questo mondo; centro in cui i principali Stati si contendono in permanenza il predominio nel corso di conflitti quasi permanenti, con la Spagna, i Paesi Bassi, la Francia e la Gran Bretagna, che occupano in sequenza il primo posto.

● Il resto d’Europa (l’Europa settentrionale, quella centrale e orientale, l’Europa meridionale: l’Italia, la Spagna e il Portogallo, a partire dal XVII secolo) costituisce una sorta di semi-periferia, che raggruppa le formazioni che non sono riuscite a partecipare all’espansione commerciale e coloniale oltremare, o non sono riuscite a conservare le loro posizioni.

● Abbiamo visto come, al di fuori dell’Europa, si formi una vasta periferia che ingloba zone più o meno estese dei continenti americano, africano ed asiatico

● Al di fuori figurano formazioni marginali, non nel senso che si tratti di formazioni trascurabili, ma nel senso che si collocano al margine di questo primo mondo capitalista: una corona di formazioni che vanno dall’Impero Ottomano al Giappone passando per l’Impero Safavide (in Iran), l’Impero Moghol (in India) e naturalmente l’Impero Cinese (sotto le dinastie Ming e Qing). Queste formazioni ai margini entrano ormai in comunicazione (commerciale, diplomatica) con il primo mondo capitalista; le formazioni centrali tendono ad integrarle (in posizione periferica o semiperiferica), ma le prime resistono a questa integrazione con maggiore o minor successo.[ii]

 

Conclusione

A parte la questione specifica cui si riferisce, questo mio approccio punta a sostenere e ad illustrare come sia indispensabile e sia possibile avvalersi di Marx per affrontare problemi su cui egli stesso si è soffermato poco o che ha trascurato del tutto.

Perché è indispensabile? Per la ricchezza insostituibile e ineguagliabile della sua opera – e questo nonostante i limiti o le lacune. La ricchezza non si riferisce ai risultati direttamente acquisiti da Marx nelle sue analisi (del modo di funzionare del capitalismo, delle lotte di classe, dei conflitti internazionali, delle formazioni ideologiche, ecc.), quanto agli strumenti intellettuali da lui forgiati (a partire da quelli di rapporti di produzione, di rapporti di classe, ecc.); per il metodo che segue (andare dall’astratto al concreto: partire dalla logica dei rapporti sociali per capire come questa ordini i fenomeni sociali, ma possa talvolta venire aggirata dalla complessità di questi ultimi e dalle contraddizioni che si sviluppano al loro interno); per il modello di intellegibilità del sociale da lui sostenuto, che pone al centro il concetto di produzione (ogni realtà sociale è a un tempo prodotta e produttrice) e, quindi, il nesso dialettico soggetto-oggetto.

Come si può fare questo? Semplicemente prendendosi la briga di leggere direttamente Marx, non accontentandosi di quel che di lui si va ripetendo da decenni, sia per elogiarlo, sia per criticarlo. Leggendo direttamente gli scritti di Marx vi si trova spesso tutt’altro, molto di più e di meglio di quel che il marxismo o l’antimarxismo gli hanno attribuito. Ed è il migliore omaggio che gli si possa fare, a duecento anni dalla sua nascita.

 

Traduzione di Titti Pierini



[i] Sarà oggetto del secondo tomo (A. Bihr, La premier âge du capitalisme, t. 2, (“Il cammino dell’Europa occidentale verso il capitalismo”), di prossima pubblicazione (primavera 2019).

[ii] La presentazione dettagliata di questo mondo occuperà il t. 3 dell’ op. cit, che uscirà insieme al t. 2 [mentre uscirà presto il t. 1: si veda la Parte I del presente saggio, uscita in traduzione italiana su questo sito].



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