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Zibechi: Bolivia-Ecuador

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BOLIVIA-ECUADOR: LO STATO CONTRO LE POPOLAZIONI INDIGENE

Raúl Zibechi

 

 

Dall’ottimo seminario di Cortona (9-11 luglio 2010)   della Fondazione Neno Zanchetta, su: AMERICA LATINA DESDE ABAJO - MOVIMENTI SOCIALI E POPOLI INDIGENI, con la partecipazione - tra gli altri - di Raúl Zibechi (Uruguay, in teleconferenza), Aldo Gonzales (Chiapas, Mejico) e Manuel Rozental (Colombia), inserisco per il momento una interessante e tempestiva relazione di Raúl Zibechi. Ma il materiale utile è molto…

 

 

 

 

19 luglio 2010: «Sono stranieri che ora arrivano a piccoli gruppi come ONG. Non ci raccontino storie. Questa è gente che ha già il pancino ben pieno», ha detto il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, riferendosi ai manifestanti appartenenti alla Confederazione Nazionale Indigena dell’Ecuador (CONAIE).[1] Evo Morales ha detto quasi la stessa cosa: «Poiché la destra non trova argomenti per opporsi al processo di cambiamento, ricorre ormai ad alcuni dirigenti contadini, indigeni o nativi, pagati con prebende di qualche ONG».[2]

A quanto pare, il presidenti di entrambi i paesi non si sono preoccupati di ricorrere agli stessi argomenti dei loro avversari, quando accusavano i movimenti sociali di far parte della “sovversione comunista internazionale” o di essere finanziati dall’«oro di Mosca». Due errori in uno: credere che gli indios possano essere manipolati, e che lo siano dall’esterno del paese. Niente di strano che abbiano sentito le affermazioni dei due presidenti come offese che cercano di sviare l’attenzione dai problemi reali.

Si può star certi, come ha sostenuto il vicepresidente boliviano Alvaro García Linera, che l’Agenzia di Cooperazione degli Stati Uniti (USAID) stia infiltrando alcuni movimenti sociali perché si esprimano contro il governo. Ha assicurato che su 100 milioni di dollari investiti da USAID in Bolivia, 20 sono destinati a spese tecniche e «il resto ai propri amiconi, alla propria clientela politica, patrocinando corsi, pubblicazioni e gruppi promotori di scontri».[3]

Le organizzazioni sociali coinvolte hanno negato di essere finanziate da USAID, ma quel che maggiormente richiama l’attenzione è che si faccia questa critica proprio mentre si stanno facendo mobilitazioni contro il governo e non prima. Il primo ministro degli Idrocarburi del governo di Evo si è spinto più in là, ricordando al presidente che deve spiegare perché ha permesso a USAID, alla Banca Mondiale e a ONG europee di disegnare lo Stato Plurinazionale vigente. Infatti, «USAID ha finanziato nel 2004 l’Unità di Coordinamento per l’Assemblea Costituente», oltre ad altre iniziative ufficiali.[4]

 

 

La marcia indigena in Bolivia

 

Il 17 giugno centinaia di indigeni delle pianure si sono concentrati a Trinidad, capitale del dipartimento del Beni, a circa cinque ore da Santa Cruz de la Sierra. Intendevano realizzare una marcia di 1.500 chilometri a piedi fino a La Paz, salendo dalle zone selvagge fino a 4.000 metri. La Confederazione delle Popolazioni Indigene di Bolivia (CIDOB) che riunisce 34 nazioni dell’oriente organizzate in 11 comitati regionali,[5] ha convocato i marciatori con l’appoggio del Consiglio nazionale di municipi (Ayllus) e regioni (Markas) del Qullasuyu (CONAMAQ).

Si tratta di due delle cinque principali organizzazioni indigene che nel 2006 hanno dato vita al Patto di Unità durante l’Assemblea Costituente, e finora costituivano un saldo sostegno per il governo di Evo Morales. Le altre tre, la potente Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini di Bolivia, la Confederazione delle Comunità Native di Bolivia e la Federazione delle donne di Bolivia Bartolina Sisa, continuano a sostenere il governo.

Dall’inizio dell’anno, la CIDOB stava trattando con il ministro delle Autonomie, Carlos Romero, la Legge Quadro delle Autonomie, arrivando al consenso su 50 articoli, mentre su altri 13 c’erano differenziazioni.[6] I punti di disaccordo sono stati sostanzialmente due: i popoli indigeni rivendicavano che gli accordi si approvassero in base agli usi e costumi, mentre lo Stato esige il referendum; il secondo punto riguarda i territori indigeni che vanno oltre i confini dipartimentali, poiché le popolazioni chiedono che le autonomie travalichino quei confini.

In sostanza, si tratta di una questione di sovranità: i popoli delle pianure esigono che le comunità possano esercitare il veto su misure relative ai loro territori, soprattutto le concessioni minerarie e di idrocarburi, e che i seggi nell’Assemblea Plurinazionale salgano da 7 a 18. Iniziata la marcia, il governo ha deciso di trattare separatamente con alcune rappresentanze regionali della CIDOB per dividere il movimento. Per questo motivo, la marcia che partiva da Trinidad il 22 giugno si è fermata dieci giorni dopo ad Asunción de Guarayos, a 400 chilometri da Santa Cruz, dove una delegazione ufficiale ha raggiunto un accordo su otto punti con la CIDOB.[7]

La seconda mossa strategica del governo è stata quella di scagliare indios contro indios. Evo Morales è intervenuto nell’assemblea dei sei sindacati della coca, che hanno disconosciuto la marcia della CIDOB mostrandosi pronti ad impedirla.[8] L’ex portavoce del governo, Alex Contreras Baspineiro, ha denunciato il fatto che «prima di ricercare una soluzione pacifica e concordata, il governo ha avviato una campagna mediatica milionaria per cercare di screditare la mobilitazione indigena»,[9] soggiungendo: «Mai in cinque anni di governo si era assistito a questo tipo di divisione, e meno ancora alle minacce di scontro».

La terza operazione è stata quella della diffamazione, con l’accusa di essere finanziati da USAID. Per questo il presidente della CIDC, Adolfo Chávez, non solo ha respinto l’accusa e ricordato che i partecipanti alla marcia hanno problemi di cibo e medicine, ma ha sfidato il governo: «Sfidiamo il governo a cacciare dal paese l’USAID e vedremo chi saranno i più colpiti».[10]

Contreras è un affermato giornalista sociale boliviano, il quale ha accompagnato la I Marcia per il Territorio e la Dignità, nel 1990, che ha costituito il punto di partenza della ricomposizione dei movimenti in piena fase neoliberista. Per il suo impegno e la particolare copertura data alle regioni indigene ha avuto omaggi dai principali mezzi di comunicazione del paese. In quella marcia, partita anch’essa da Trinidad, aveva conosciuto Pedro Nuni, esponente del popolo mojeño e attualmente deputato del MAS, che gli aveva detto: «alcuni ministri del governo indigeno ci stanno facendo scontrare tra indigeni e indigeni».

Uno dei risultati dell’ultima marcia è che il governo ha perso la sua maggioranza dei due terzi in parlamento (111 voti su 166), visto che otto deputati indigeni hanno deciso di lasciare il MAS (Movimiento al Socialismo). In sintesi, Contreras è convinto che se il governo insiste a non trattare può essere in pericolo la governabilità stessa del paese. Per questo pensa che «non c’è bisogno di uno scontro tra organizzazioni indigene, né della demonizzazione di alcuni dirigenti», ma che si deve soprattutto trattare e «recuperare uno dei pilastri del processo di cambiamento in atto: la cultura della vita, della pace, del dialogo e la concertazione sociale».[11]

Ma il governo ha respinto le principali richieste della CIDOB, sostenendo che farlo avrebbe violato la Costituzione. Il ministro Romero ha sostenuto che alcune richieste «non rispettano i diritti di tutti i boliviani», perché avvantaggiano solo quel determinato settore, e non si può dare ai popoli una rappresentanza superiore alla percentuale della popolazione che rappresentano nel paese.[12]

 

La CONAIE contro Correa

 

Il 25 giugno si è svolto il vertice dei presidenti dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), uno dei cui temi centrali è stata la questione del pluralismo delle nazionalità. L’incontro degli otto presidenti si è tenuto ad Otavalo, a circa 60 chilometri a nord di Quito, una città a maggioranza quichua. Nonostante il tema che si doveva affrontare, le organizzazioni indigene non sono state invitate. Per questo la CONAIE ha deciso di insediare nella stessa città il proprio Parlamento Plurinazionale, per denunciare che non può esservi pluralismo delle nazionalità senza gli indigeni.

Circa 3.000 persone hanno dato vita a una marcia pacifica attraverso la città. Con canti e balli che celebravano l’Inty Raymi, il capodanno andino, e al tempo stesso ricordavano il ventesimo anniversario della prima sollevazione degli indios, da cui prese le mosse il processo di mobilitazione che ha alla fine portato Rafael Correa alla presidenza. Il vertice era protetto da poliziotti a cavallo, che si sono spaventati all’arrivo dei manifestanti. Questi hanno raggiunto l’ingresso del recinto dove si svolgeva il vertice per consegnare una lettera al loro “fratello” Evo Morales.

Gli indigeni si scontrano con il governo per la Legge sulle Acque e le concessioni alle imprese minerarie, cosa che ha suscitato numerose mobilitazioni, scioperi, blocchi e sollevazioni.[13]  Il conflitto tra la CONAIE e il governo non è nuovo, anche se sta acquistando una tonalità sempre più seria, per le imputazioni di alcuni dirigenti ad opera della giustizia. Il giorno successivo al vertice, il procuratore della provincia di Imbabura, dove si trova Otavalo, ha avviato un’inchiesta contro le organizzazioni indigene.

In essa si dice che «un gruppo di cittadini di razza indigena» ha infranto la cintura di polizia intorno al luogo dove si riuniva l’ALBA, «gridando parole d’ordine che attentano alla sicurezza dell’ordine pubblico» e sostenendo che la cosa più grave era stata che «a un poliziotto hanno sottratto le manette». Su questa base si accusano i dirigenti della CONAIE e di Ecuarunari (l’organizzazione quichua della sierra) nientemeno che di «sabotaggio e terrorismo». Si tratta di un’accusa di gravità estrema, che cerca di intimorire i dirigenti.

Per l’avvocato e docente universitario Mario Melo, il problema di fondo è che la presenza della CONAIE all’esterno del recinto dove si riunivano i presidenti «ha reso evidente agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale che si stanno escludendo le organizzazioni rappresentative delle nazionalità e delle popolazioni dell’Ecuador dalla definizione di politiche pubbliche che le riguardano».[14] Per questo motivo si ricorre a una risposta politica mascherata da intervento giudiziario, per «spaventare e smobilitare» i movimenti.

I dirigenti indigeni hanno risposto alla sfida. Marlon Santi, presidente della CONAIE, si è presentato alla procura per conoscere le imputazioni e fornire la propria versione. Il 5 luglio, un comunicato congiunto di Equarunari e CONAIE segnala che le accuse di terrorismo mancano di qualunque fondamento giuridico e che si tratta di «una persecuzione politica contro il movimento indigeno e i dirigenti per il solo fatto che sono in disaccordo con le politiche del governo».[15]

Il comunicato ricorda che l’articolo 98 della nuova Costituzione riconosce il «diritto alla resistenza» se sono minacciati i diritti. E si conclude con una frase che preannuncia ulteriori conflitti: «I processi giudiziari contro i dirigenti non fanno altro che rivelare la bassezza d’animo dei governanti e una grave minaccia per la democrazia e la pace degli ecuadoriani.»

Anche Pérez Guartambel, presidente dell’Unione dei Sistemi Comunitari dell’Acqua dell’Azuay (Cuenca), è stato accusato di sabotaggio e terrorismo in seguito a una massiccia protesta nel suo villaggio, Tarqui, il 4 maggio scorso. Il Fronte delle Donne in Difesa della Pachamama [Madre Terra], da parte sua, formula denunce analoghe. Tutto sta ad indicare che il processo che si vive in Ecuador implica una profonda rottura tra movimenti e governo, una cosa che in Bolivia non si è spinta altrettanto oltre.

C’è un abisso che separa i processi nei due paesi, e la linea divisoria è il progetto di paese e il cosiddetto “sviluppo”. Correa è convinto che la minaccia principale per il suo progetto, che chiama “Socialismo del XXI secolo”, provenga da quella che definisce la sinistra “infantile” e dai gruppi ambientalisti e indigeni che – dice - rifiutano la modernità. Per questo critica chi«dice no al petrolio, alle miniere, all’utilizzazione delle nostre risorse non rinnovabili: è come un mendicante seduto su un sacco d’oro».[16]

 

Lo Stato Plurinazionale in questione

 

I processi politici e sociali nei due paesi sono come due gocce d’acqua. Hanno approvato entrambi uno Stato plurinazionale e nuove Costituzioni, ma al momento di applicarle trovano grossi intralci nelle basi sociali indigene e dei settori popolari urbani che hanno portato al governo Evo Morales e Rafael Correa e che ora stanno resistendo ai “loro” governi. In entrambi i casi, i governi hanno optato per l’intensificazione dell’estrazione mineraria e petrolifera per assicurarsi risorse fiscali, invece di scegliere il Buen vivir, come avevano promesso.

La FEJUVE (Federazione di Giunte Vicinali di El Alto), una delle principali organizzazioni sociali boliviane, ha emanato un severo documento, il Manifesto Politico del XVI Congresso Ordinario,[17] che afferma che «pur avendo un presidente indigeno come è Evo Morales, lo Stato continua ad essere governato dall’oligarchia creola», giacché «continua a conservare il sistema economico capitalista e quello politico neoliberista». Afferma che la popolazione povera continua ad essere «dominata politicamente», «sfruttata economicamente» ed «emarginata dal punto di vista razziale e culturale».

Più grave ancora, «Il governo del MAS, dopo avere assunto il mandato, si è semplicemente servito delle popolazioni indigene e di settori popolari per le sue campagne politiche, mentre questi continuano ad essere esclusi dalle decisioni politiche e sono sfruttati dal governo solo per legittimarsi ed ergersi al potere». Esige inoltre che il governo non si intrometta nelle organizzazioni sociali, che vi sia un cambiamento nel comportamento del vicepresidente Alvaro García Linera e della sua cerchia, definiti «nemici della classe contadina e indigena», e sostiene la marcia dei popoli d’oriente.

Tono e contenuto sono molto forti. La FEJUVE non è un’organizzazione qualsiasi, ma una delle protagoniste della Guerra del Gas (ottobre 2003), che ha provocato la caduta del governo di Gonzalo Sánchez de Lozada affondando il neoliberismo. Sta pensando di chiedere le dimissioni di Evo. In Ecuador, la CONAIE è altrettanto importante, essendo stata protagonista di una decina di sollevazioni a partire dal 1990, che hanno fatto cadere tre governi. La rottura con queste organizzazioni è molto grave per qualsiasi governo, ma ancor più per questi che si basano su di esse.

In sostanza, si stanno creando le prime crepe nello Stato Plurinazionale, un edificio che non si è ancora finito di costruire. Perché emergono queste crepe? Perché esiste una forte lotta per il potere, visto che i popoli originari non hanno motivo di accettare il quadro dello Stato nazionale, a cui si riduce lo Stato Plurinazionale. Su questo, emergono due visioni che cercano di spiegare i processi in corso.

Alberto Acosta, economista ecuadoriano ed ex presidente dell’Assemblea Costituente, pensa che si stia attraversando la fase di approvazione delle leggi che debbono radicare il testo nella vita di ogni giorno. Se non si fa questo, la Costituzione, per avanzata che sia, finisce in niente. Il problema è che il presidente Correa ritiene che le leggi sull’acqua e le comunicazioni non siano importanti, cosa che per Acosta equivale ad affermare che «la Costituzione non è fondamentale né prioritaria». Si domanda: “Non sarà per caso che la Costituzione comincia a trasformarsi in camicia di forza per il presidente Correa?[18]

È convinto che l’opposizione di destra che si è opposta alla Costituzione stia ostacolando ogni legge per impedire qualsiasi progresso. Per altro verso, «il modo di governare di Correa, che in sostanza è una direzione irriflessiva, non lascia spazio alla discussione». La conclusione è che la Costituzione destinata a rifondare il paese, «sia in preda a una manipolazione politica che non ne assicura la piena vigenza». La società non la sostiene, ma da parte del governo «c’è una specie di controrivoluzione legale».

Lo scrittore e filosofo boliviano Rafael Bautista sostiene che rifondare lo Stato in Bolivia senza rafforzare le popolazioni originarie significhi «non cambiare niente», o una «mera operazione cosmetica». Ma se non vi è rifondazione, ossia decolonizzazione, «ciò che avviene è la pura e semplice ricomposizione della natura feudale dello Stato».[19] Insomma: più Stato coloniale, basato sul fatto di credere nella superiorità sugli indios, che si perpetua nello Stato Plurinazionale, poiché si tratta di un modello che di fatto non ha subito modifiche.

Bautista afferma che «il cambiamento non consiste nella trasformazione dei contenuti del nuovo Stato», ma nell’adattamento subordinato dell’elemento plurinazionale alle esigenze funzionali dell’istituzione statale». Questo è esattamente quel che rivela la marcia: il senso di superiorità sugli indios (sono manipolati, non si muovono da soli, dice il governo) e l’impossibilità che lo Stato cessi di trovarsi “sopra” o “al centro”.

L’essenza del pluralismo nazionale passa per l’estensione dell’ambito decisionale, per l’ampliamento del potere. «Plurinazionale non vuol dire somma quantitativa dei soggetti, ma il modo qualitativo di esercitare il diritto di decidere: siamo effettivamente plurinazionali se estendiamo l’ambito decisionale». Ma è questo che non succede, per cui Bautista sostiene che il governo attuale «governa comandando, non ubbidendo».

Il governo non trasferisce poteri alle popolazioni native, ma lo decentra tra governatori e sindaci, ovverosia riproduce la logica dei privilegi, perché a partire dalla Colonia sono questi gli spazi delle élites locali. La marcia sta evidenziando la rinuncia a trasformare lo Stato per limitarsi a migliorarne le prestazioni, cosa che implica «l’attualizzazione del paradosso feudale», conclude Bautista. La marcia indigena non fa che rivelare la nudità della proclamata decolonizzazione dello Stato.

I popoli originari, che hanno determinato le condizioni per la propria libertà, non continueranno a tollerare l’emarginazione politica. Sanno che gli Stati hanno bisogno di sfruttare le risorse naturali per saldare i loro conti. Ma sanno anche che questa logica porta alla distruzione. Per questo si sono messi in marcia: perché hanno avuto la forza di arginare il neoliberismo e ora non vogliono perdere l’occasione.

(Traduzione di Titti Pierini, 22/7/10)

Fonti

  • Alberto Acosta, “Rafael Correa nos invita a violar la Constitución ”, diario Expreso, Guayaquil, 26 de junio de 2010.
  • Alex Contreras Baspineiro, “Indígenas contra indígenas”, ALAI, 29 de junio de 2010.
  • Andrés Soliz Rada, “Evo y Usaid”, Bolpress, 3 de julio de 2010.
  • FEJUVE El Alto, “Manifiesto político del XVI Congreso Ordinario”, 27 de junio de 2010.
  • “Lucha Indígena” No. 47, julio de 2010, Cuzco.
  • María José Rodríguez, “El iceberg tras las luchas por los recursos”, Bolpresss, 2 de julio de 2010.
  • Mario Melo, “La justicia penal como arma de represión política”, Red de Comunicadores Interculturales Bilingües del Ecuador, 1 de julio de 2010.
  • Patricia Molina, “Crónica de la VII Marcha Indígena por la autonomía y la dignidad”, Bolpress, 7 de julio de 23010.
  • Rafael Bautista, “Bolivia: ¿Qué manifiesta la marcha indígena?”, Bolpress, 30 de junio de 2010.

 

 



[1] Telesur TV, in www.telesurtv.net, 25 giugno 2010.

[2]La mano de EE.UU. en el conflicto indigena” [La mano degli USA nel conflitto indigeno], in www.prensamercosur.cpm.ar, 2 luglio 2010.

[3] La Jornada, 26 giugno 2010.

[4] Andrés Soliz Rada, “Evo y USAID”, Bolpress, 7 luglio 2010.

[5] Si tratta, tra gli altri, di mojeños, guaraníes, trinitarios, tacanas, izozeños, yukis, mosetenes, guarayos, sirionós e matacos.

[6] Patricia Molina, Bolpress, 7 luglio 2010.

[7]Detienen temporalmente la marcha indigena” [Sospendono temporaneamente la marcia indigena], Bolpress, 7 luglio 2010.

[8] Agenzia Boliviana di Informazione (ABI), 5 luglio 2010.

[9] ALAI, “Indigenos contra indigenos, 29 giugno 2010.

[10] Ivi, e agenzie varie.

[11] Ivi,

[12] ABI, 8 luglio 2010.

[13] Cfr. “Ecuador: Se profundiza la guerra por los bienes comunes” [Ecuador: si approfondisce la battaglia per i beni comuni], Programa de las Americas, 19 ottobre 2009.

[14] Mario Melo, “La justiciaa penal como arma de represión política” La giustizia penale come arma di repressione politica], 1 luglio 2010, www.redci.org

[15] CONAYE e Ecuarunari, “La ‘revolución ciudadana’ persigue a los dirigentes indigenas y sociales del país” [la rivoluzione civica persegue i dirigenti indigeni e sociali del paese], 5 luglio 2010.

[16] Agenzia Reuters, 6 luglio 2010.

[17] 27 giugno 2010, in www.alminuto.com.bo

[18] Intervista ad Alberto Acosta, in Expreso, Guayaquil, 26 giugno 2010.

[19] Rafael Bautista, “Qué manifesta la marcha indigena?” [Che cosa rivbela la marcia indigena?], Bolpress,30 giugno 2010.

 



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