Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Reticenze sul Brasile e l’America Latina

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In Italia c’è stata una scarsissima attenzione all’inquietante risultato delle elezioni in Brasile, sia da parte della sinistra, sia da parte dei partiti e dei “giornaloni” borghesi, probabilmente imbarazzati dalla grossolanità delle esternazioni di Bolsonaro, che rende difficile un’utilizzazione “italiana”, che non reggerebbe a un’analisi attenta: così al massimo fanno qualche superficiale e poco convincente divagazione sul pericolo fascista e “populista” nel mondo mettendo insieme Bolsonaro, Trump e Salvini.

Il silenzio della sinistra si spiega con l’inveterata abitudine a non fare bilanci del fallimento delle proprie illusioni. Basti pensare a come il Cile di Allende e degli Inti Illimani sia stato collocato su un piano mitico, senza che ci si domandi come mai l’altro Cile, quello dei latifondisti, dei magnati del rame, di una potente casta militare, abbia potuto trovare consensi già nell’ultimo periodo di Unidad Popular e anche dopo la lunga dittatura. Dopo la parentesi della scialba e moderatissima Michelle Bachelet, il paese è tornato infatti per via elettorale di nuovo nelle mani di una destra impegnata nel costruire uno schieramento conservatore in tutto il continente. Non fascista, anche se con espliciti riferimenti alla dittatura di Pinochet.

Del terremoto politico in corso in America Latina, la stampa italiana non dà molto conto, a parte qualche periodico rilancio della solita foto del ponte affollato da venezuelani (in fuga o semplicemente alla ricerca di cibo). E anche un mensile che spesso è ancora molto utile come Le Monde Diplomatique non fornisce esempi significativi del dibattito appassionato che attraversa la sinistra brasiliana e latinoamericana. Va detto che per il Venezuela nel numero di novembre la redazione ha scelto giustamente di dare la parola a uno stretto collaboratore di Chávez e dello stesso Maduro (fino al 2013), Temir Porras Ponceléon, che con toni pacati ha distrutto il principale cavallo di battaglia di Maduro, la cosiddetta “guerra economica”, spiegando dettagliatamente le straordinarie oscillazioni della politica governativa, passata con disinvoltura da un errore a un altro opposto, con brusche sostituzioni di ministri e manager, col risultato che “l’unica continuità tra i destinatari dell’incarico è la totale inesperienza”. Ma sul Brasile Le Diplò ha affidato il commento sull’ascesa di Bolsonaro a un collaboratore abituale, Renaud Lambert, che ha invece fornito un’analisi fiacca e superficiale che ignora molti dei temi discussi nello stesso PT soprattutto nella fase tra lo shock del primo turno e il ballottaggio. Ad esempio Lambert attribuisce la sconfitta di Haddad semplicemente all’assenza forzata di Lula imposta da una magistratura faziosa e non alla scelta del PT di non discutere la candidatura con altre forze della sinistra, e di designare come “surrogato” il poco carismatico professore già sconfitto come sindaco di São Paulo: una scelta in nome della continuità del “lulismo”, che secondo molti commentatori indicava una totale incomprensione delle dimensioni dello scollamento tra il PT e la sua base storica.

Lambert, che aveva firmato poco tempo fa anche un articolo sostanzialmente indulgente su Maduro, accenna a questo problema, datando giustamente al 2013 l’inizio dei problemi, ma descrivendoli in modo del tutto inadeguato: anziché ammettere i gravi errori fatti stroncando con una violenta repressione il movimento che contestava l’aumento delle tariffe dei trasporti in un momento in cui si sperperavano centinaia di milioni di dollari per folli “spese di rappresentanza” in vista delle Olimpiadi e dei Mondiali di calcio, dà la colpa di tutto ai “media privati”, che avrebbero “travisato” le motivazioni di quelle scelte. Sottovaluta invece il contesto economico mondiale, che proprio a partire da quell’anno colpisce il Brasile in vario modo, sia con la diminuzione del prezzo del petrolio sia con una brusca flessione delle esportazione di diverse materie prime. Il Brasile, che pochi anni prima aveva concesso prestiti miliardari al FMI, è costretto da quell’anno a fare drastici tagli al proprio bilancio, che gravano sui più poveri. E per farlo senza esitazioni, nel secondo gabinetto di Dilma Rousseff sono entrati ministri apertamente liberisti come Joachim Lewi all’Economia o Kátia Abreu all’Agricoltura e diversi altri, spesso provenienti dal mondo della finanza, o da partiti inequivocabilmente conservatori.

Questa era la causa principale del crollo della fiducia nel PT in quelle che erano state le sue roccaforti, l’area metropolitana di São Paulo o Porto Alegre, invano contrastate dalla resistenza del partito nel poverissimo nord est. Ridicolo prendersela col nemico (e soprattutto con i mass media rimasti sempre nelle stesse mani) perché approfitta delle difficoltà della sinistra: ovviamente fa il suo mestiere, e non lo fa neppure tanto bene se deve sacrificare la destra tradizionale che si era raccolta intorno a Temer e che al primo turno ha perso quasi la metà dei seggi, e deve fare i conti oggi con l’imprevedibilità del nuovo leader: lo sostiene ma con una forza contrattuale più che ridimensionata.

È questo che viene sottovalutato da chi dà per già sicura la trasformazione del Brasile in uno Stato fascista (spesso avendo un’idea molto approssimativa del fascismo, che mette insieme esperienze diversissime tra loro). Bolsonaro deve costruire una maggioranza con un gran numero di cordate parlamentari, che difendono diversi interessi locali o di classe, e deve anche tenere conto sia di un’opposizione di sinistra non insignificante e che è per giunta al governo di diversi Stati, sia di alcuni movimenti sociali ben radicati e non riducibili a cinghie di trasmissione del PT: la minaccia di metterli fuori legge è allarmante, ma non facile da mettere in pratica, dal momento che la massa dei senza terra e dei senza casa non ha nulla a che vedere con la corruzione che ha coinvolto i vertici del PT nei giochi sporchi della politica tradizionale. E peserà la consapevolezza che la regressione del Brasile sarà incalcolabile se il nuovo presidente riuscirà a mantenere tutte le sue “promesse”... Ha preannunciato non solo la controriforma del diritto del lavoro e delle pensioni, e “la guerra contro i rossi”, veri o presunti, ma il trionfo dell’omofobia, il disprezzo per gli indigeni, la denigrazione degli afrodiscendenti, la violenza alle donne e la penalizzazione della diversità sessuale. Claudio Katz si domanda se Bolsonaro riuscirà a realizzare tutti i punti di questa agenda retrograda o diventerà una figura in più della destra tradizionale, in un paese complesso e vivace.

Tanto più che un’altra delle sue promesse decisamente inquietante, lo sradicamento della criminalità, difficilmente sarà realizzabile. Il Brasile infatti ha la terza popolazione carceraria del mondo, e ha registrato ben 63.880 assassinii nel 2017, senza che le misure già prese non solo da Temer ma anche dalla Rousseff come la militarizzazione delle favelas di Rio abbiano avuto il minimo effetto, analogamente a quanto successo nel Messico. La semplicistica illusione di uscire da questo incubo con un ulteriore aumento della violenza di Stato può aver rafforzato la pattuglia parlamentare degli apologeti dell’uso indiscriminato delle armi ma ha accresciuto l’insicurezza dei cittadini. Il bilancio di un analogo tentativo nel Messico, basato su un massiccio ricorso all’esercito per arginare il narcotraffico, è ancora più inquietante: Enrique Peña Nieto lascia in eredità al suo successore di centrosinistra ben 200.000 morti e 30.000 desaparecidos, senza che all’orizzonte si veda la fine del massacro.

Quindi la partita non è chiusa come potrebbe sembrare. Il problema è come ricostruire la sinistra, ma il punto di partenza è decisamente migliore di quello che abbiamo in Italia. Nonostante le apparenze, il PT è tuttora ben diverso dal PD. Per giunta gran parte delle formazioni della sinistra, a partire dalla più consistente, il PSOL (che rispetto al 2014 in queste elezioni ha quasi raddoppiato i suoi voti), sono nate da scissioni da sinistra del PT, e possono (anzi devono) essere coinvolte fin da ora nell’organizzazione della resistenza ai tentativi autoritari di Bolsonaro. Per questo è indispensabile rinunciare a ogni pretesa di continuità con l’esperienza governativa di Lula e soprattutto di Dilma (che è diventata il simbolo vivente dell’involuzione liberista del PT, ma non ne era naturalmente la sola responsabile), per riallacciarsi alla tradizione di lotta anticapitalista e contro la dittatura militare da cui era nato il PT.

(a.m.)



Tags: Brasile  fascismo  resistenza  PT  PSOL  Bolsonaro  

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