Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Ma cos’è il fascismo?

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di Antonio Moscato

A proposito del mio ultimo articolo Reticenze sul Brasile e l’America Latina mi è stato osservato che avevo dato per scontato il dibattito ormai quasi secolare su cos’è il fascismo. È vero, ma non si possono sviluppare in ogni articolo tutti gli argomenti che si sfiorano, anche per la verificata reazione negativa di molti lettori a testi troppo lunghi. D’altra parte del fascismo e delle altre forme di dittatura violenta della borghesia si parla in molti miei testi pubblicati sul sito, come Ceti medi esasperati e fascismo o Fascismo vecchio e nuovo, e anche in Un testo di Mandel sulle origini del fascismo, oltre che in altri articoli più legati all’attualità. In ogni caso ho pensato che tra i frequentatori del sito ce ne sono sempre di nuovi, e altri sono intermittenti (parecchi spariscono quando leggono segnali volutamente allarmistici sul sito “non sicuro”). Ho scelto quindi un ampio stralcio da un mio libro già ripreso sul sito cinque anni fa in un articolo dal titolo Ma non siamo al fascismo, la cui prima parte era però molto legata alle polemiche innescate dalla manifestazione dei “forconi”, di cui non resta giustamente nulla più che un vago ricordo, e che quindi ho tagliato volentieri.

Mi sembra invece ancora utile la seconda parte, che è in qualche modo una rassegna delle discussioni sul fascismo, che parte della sinistra periodicamente crede già realizzato e saldamente installato al governo, solo perché la democrazia realmente esistente è poco rassicurante e si riduce al fatto che formalmente “esiste ancora un parlamento, esistono elezioni, libertà democratiche o i loro avanzi”, per usare l’espressione che Trotskij usava per caratterizzare la Francia del 1934 (cioè la Francia alla vigilia del mitizzatissimo ma effimero Fronte Popolare). Forse questa angolazione è un po’ troppo “eurocentrica”, e risente fortemente del dibattito degli anni Trenta: quindi può essere utile ricordare che il dibattito latinoamericano fu fortemente falsato dall’abitudine dei partiti comunisti stalinizzati di etichettare come “fascista” ogni leader nazionalista come il primo Perón o il brasiliano Getulio Vargas o il boliviano Gualberto Villaroel, e soprattutto quelli che apparivano concorrenti da sinistra, come il cubano Antonio Guiteras (che sarà invece considerato un precursore da Fidel Castro e Che Guevara), o il nicaraguense  Augusto Sandino, che furono a lungo calunniati. Viceversa nel 1942 due comunisti entrarono come ministri nel governo del dittatore Fulgencio Batista, che si presentava come “antifascista”. Un metodo che ha lasciato tracce profonde anche dopo la quasi totale estinzione di molti di quei partiti e soprattutto del “partito guida” che da Mosca assolveva ed elogiava le dittature militari che facevano buoni affari con l’URSS, e condannava come avventuristi i giovani coraggiosi che la sfidavano. Ma di questo abbiamo parlato a lungo a proposito della solitudine dell’ultima battaglia di Ernesto Che Guevara... [a.m. 2018]

Il fascismo e i fascismi, figli naturali del capitalismo in crisi

Una premessa metodologica

Gli ideologi borghesi, naturalmente, negano ogni rapporto tra il capitalismo e il fascismo.

Soprattutto da chi ha appoggiato nella sua fase iniziale il fascismo in Italia e in Germania, e se ne è staccato solo quando questo, arrivato al potere, ha accantonato il personale politico liberale che ne aveva consentito il successo, il fascismo viene visto sotto l’aspetto di una tecnica di utilizzazione del mito, o di rivalutazione dei simboli, o di creazione di nuovi rituali, cogliendone solo gli aspetti esteriori.

Uno dei migliori storici italiani del nazismo, Enzo Collotti, ha osservato che, soprattutto in Germania, la storiografia borghese tende a spostare il giudizio sul nazionalsocialismo dal concreto terreno storico-politico-sociale alla sfera delle astrazioni metafisiche o metapolitiche, quali il richiamo ad elementi satanici e demoniaci o verso elementi puramente esterni di caratterizzazione di talune forme di Stato moderno (il totalitarismo in astratto).

Più diffusa, a livello di volgarizzazione, l’attribuzione di ogni responsabilità alla personalità distorta di Adolf Hitler, sorvolando sul piccolo particolare che, ammesso che egli fosse pazzo, pazzi non erano i borghesi liberali, protestanti, cattolici e perfino ebrei che lo finanziarono e lo portarono al potere proprio mentre aveva cominciato il suo declino elettorale.

Altri hanno insistito sulle specifiche matrici culturali della ideologia nazista, che affondava effettivamente le sue radici in movimenti irrazionalistici, razzisti e specificamente antisemiti presenti nella società tedesca, mettendo in sordina le ragioni che lo trasformarono da uno dei tanti gruppuscoli di estrema destra revanscista in un poderoso movimento armato, con la complicità dell’intero apparato statale.

In Italia, poi, è presente una robusta corrente revisionista, che tende ad assolvere il fascismo dalle sue colpe solo perché, per un lungo periodo, ebbe un effettivo consenso da parte di una parte, probabilmente maggioritaria, della popolazione (probabilmente, dato che, non essendoci elezioni, era difficile valutarla esattamente). Gli storici di questa tendenza, e soprattutto i loro divulgatori sui quotidiani di opinione, ingigantiscono le differenze culturali tra il fascismo italiano e quello tedesco, che ci sono state, ma su terreni non essenziali. Si insiste, ad esempio, su una presunta minore virulenza dell’antisemitismo nel nostro paese, magari a partire da episodi in cui un ufficiale di polizia salvò qualche ebreo dalla deportazione.

Ma le direttive erano analoghe, in Germania e in Italia; e se l’applicazione fu diversa, lo si deve alle specifiche tradizioni dei due apparati amministrativi e repressivi: era certo più difficile, in Germania, trovare un funzionario disposto a fare mettere in salvo un ebreo in cambio di denaro, mentre era assai più facile in Italia. Anna Harendt, nel bellissimo libro La banalità del male sul processo Eichmann, ha spiegato magnificamente le ragioni che portavano zelanti funzionari, magari personalmente attratti dalla cultura ebraica (lo stesso Eichmann aveva studiato un po’ di ebraico e si era recato in Palestina) a portare a termine lo sterminio, in nome della virtù suprema dell’obbedienza alle leggi, a prescindere dalla loro natura.

A complicare le cose, si aggiunge l’abitudine inveterata della sinistra di dare del “fascista” a ogni avversario, senza alcun fondamento. Per anni, molti compagni del PCI non avevano dubbi nel definire “fasciste” non solo le Brigate Rosse, ma perfino Lotta Continua. Viceversa, alcuni gruppi della “nuova sinistra” definivano “fascisti” Amintore Fanfani, Comunione e Liberazione e magari il gruppo più direttamente concorrente, ricorrendo anche alle sprangate per combatterlo. Per anni, inoltre, la Cina maoista ha definito “fascisti” i dirigenti sovietici, che li ricambiavano con la stessa moneta.

È un vecchio vizio. Tra le ragioni della vittoria di Hitler nel 1933, senza la minima reazione dei pur forti partiti operai, ci fu anche la mancata unità del movimento operaio tedesco: i due maggiori partiti si scambiavano accuse sanguinose e ciascuno considerava l’altro “fascista”. In particolare, il Partito comunista tedesco, come tutti i partiti della Terza Internazionale stalinizzata tra il 1929 e il 1933, considerava il socialfascismo, (come definiva la Socialdemocrazia) la peggiore forma di fascismo.

Il pericolo di una vittoria di Hitler fu, inoltre, decisamente sottovalutato, anche perché da tempo venivano definiti “fascisti” anche i governi democristiani di Brüning e von Papen (che erano conservatori, reazionari, ma non fascisti). La sottovalutazione del pericolo fu tale che, ancora nel 1932, meno di un anno prima dell’arrivo di Hitler al potere, il Partito comunista si associò a un referendum promosso dai nazisti contro il governo socialista del Land prussiano! Un metodo disastroso, non foss’altro perché, gridando sempre al lupo, non si riesce più a capire quando il lupo vero arriva.

Che cos’è il fascismo

Del fascismo sono state date molte definizioni, anche all’interno della sinistra. Quella più convincente è che si tratta di una dittatura aperta e spietata a cui ricorre il grande capitale in casi estremi, quando è con l’acqua alla gola e non funzionano più gli altri metodi per fronteggiare (o ingabbiare) il movimento operaio. Il fascismo al potere elimina tutti gli elementi di democrazia proletaria nella società borghese, cioè ogni forma di organizzazione politica, sindacale, cooperativa, ecc. della classe operaia. Per questo non si limita a vietare questo o quel partito operaio (come hanno fatto infinite volte altri governi autoritari borghesi in moltissimi paesi, compresa la “democratica” Svizzera, che vieta nella sua Costituzione l’esistenza di un partito comunista), ma deve soffocare ogni forma di democrazia, in primo luogo sopprimendo ogni possibilità di rappresentanza parlamentare. Lo scopo è quello di evitare che i partiti operai messi al bando possano utilizzare altri partiti per agire alla luce del sole.

Il fascismo ha un’altra particolarità: i suoi effettivi sono formati dalla piccola borghesia urbana e rurale, stritolata dalla crisi economica e dalla lotta tra capitale e lavoro. Il fascismo è al servizio della grande borghesia, ma si appoggia su una “polvere di umanità”, a cui offre l’illusione di essere una forza indipendente e che scaglia contro la classe operaia, alla quale si addebita la causa di ogni male.

Il fascismo utilizza miti precedentemente usati da altre forze di destra e, comunque, radicati nell’ideologia delle masse culturalmente e politicamente più arretrate. Il confronto tra Russia, Italia e Germania nel primo dopoguerra conferma che non è sempre necessariamente l’antisemitismo il cemento principale per tenere insieme questa polvere di umanità e trasformarla in un movimento di massa in lotta per il potere. Lo è in Germania, in Russia e in Ucraina (dove nel 1918-1920 è il cavallo di battaglia dei bianchi in lotta contro la rivoluzione), mentre in Italia gli elementi essenziali sono lo sciovinismo e il colonialismo.

In Italia, nel 1919-1922, c’è il mito della vittoria mutilata, basato sulle frustrazioni per la mancata annessione dell’intera Dalmazia, di un pezzo di Albania e della fascia meridionale della Turchia, che erano gli obiettivi dei nazionalisti italiani al momento dell’entrata in guerra ed erano effettivamente stati promessi nel Patto di Londra con le potenze dell’Intesa. Il mito colonialista della missione civilizzatrice di Roma preludeva, poi, alla riconquista della Libia (persa quasi completamente nel 1915) e a nuove spedizioni africane. Non c’era antisemitismo (tra l’altro, alcuni esponenti fascisti erano ebrei), mentre il razzismo era orientato contro i neri. Il fascismo come soluzione estrema

Abbiamo già accennato che il fascismo è una soluzione estrema, a cui la borghesia ricorre quando non riesce più ad esercitare il suo dominio con altri mezzi. Tuttavia, già molto prima che la borghesia faccia questa scelta, ci sono movimenti di tipo fascista e altri movimenti di destra oltranzista e razzista. Alcuni di essi rimangono gruppuscoli insignificanti, altri raggiungono consensi importanti e si offrono come “carta di riserva”.

La loro pericolosità non è direttamente legata al peso elettorale. Ad esempio, nel 1919, Mussolini non riuscì neppure a essere eletto in Parlamento, ma già nel 1920 - di fronte all’occupazione delle fabbriche e ai segnali di un’ascesa rivoluzionaria - la grande borghesia cominciò a finanziare e ad armare le bande fasciste, sotto gli occhi benevoli o con la partecipazione diretta dell’apparato statale.

Anche il nazionalsocialismo rimase un gruppuscolo marginale (non era neppure il più forte nell’arcipelago dell’estrema destra tedesca) fino al 1929, quando la borghesia tedesca si tappò il naso e cominciò a finanziarlo.

Il 1929 è l’anno della grande crisi economica mondiale del capitalismo, che fece saltare tutti gli accordi di cartello per la spartizione pacifica dei mercati, con effetti catastrofici sulla Germania, che era il paese imperialista con il mercato interno più ristretto rispetto all’enorme potenziale produttivo. L’unico modo per conquistare, o riconquistare, mercati era, a quel punto, la guerra; e il nazismo diveniva indispensabile per spezzare la prevedibile resistenza di un movimento operaio diviso e incoerente politicamente, ma ancora fortissimo socialmente, e che poteva ritrovare la strada dell’unità d’azione di fronte alla prospettiva di una nuova guerra, a poco più di dieci anni dalla fine della precedente, che aveva costituito un trauma anche per chi l’aveva inizialmente appoggiata o accettata.

Per questo i buoni borghesi tedeschi di ogni tendenza politica e di ogni confessione religiosa (compreso alcuni che erano prima di tutto industriali e poi ebrei) decisero di appoggiare il nazismo, considerando il suo antisemitismo uno sgradevole accessorio, del tutto marginale rispetto alla “positività” - dal loro punto di vista - del suo programma di lotta contro il movimento operaio e di preparazione della guerra imperialista.

In realtà, l’antisemitismo non era un accessorio, ma un ingrediente indispensabile per dare coesione a quel pulviscolo di umanità che costituiva la base sociale del Partito nazionalsocialista, offrendogli un capro espiatorio, una spiegazione del tutto falsa ma verosimile (perché basata su vecchi pregiudizi consolidati) della crisi economica e della sua stessa proletarizzazione. L’antisemitismo era - come aveva detto lucidamente August Bebel molti decenni prima - il socialismo degli imbecilli.

Che il Partito nazionalsocialista cominciasse, proprio nel 1929, a essere generosamente finanziato non è un’insinuazione degli antifascisti: lo ha ammesso il più grande industriale dell’acciaio, Fritz Thyssen, quando, nel 1939, ruppe con Hitler. Lo stesso fecero Hugo Stinnes, il re dei Konzerne e simbolo della concentrazione capitalistica nel dopoguerra; l’industriale siderurgico Kirdorf; la famiglia Krupp; e tanti altri, non solo tedeschi, come il magnate della Royal Dutch Shell, Deterding.

Quanto ai legami del fascismo italiano con il grande capitale, basti pensare che la prima legge presentata da Mussolini appena diventato Primo ministro aboliva la nominatività dei titoli azionari, introdotta da poco e che avrebbe dovuto permettere di tassare in modo progressivo le grandi ricchezze salvando i piccoli risparmiatori.

Il fascismo come tentazione permanente per le borghesie “democratiche”

Un altro luogo comune che va smontato è quello del carattere eccezionale del fascismo, che sarebbe per giunta legato all’arretratezza particolare di un determinato paese senza tradizioni democratiche.

Questa definizione potrebbe, al massimo, andare bene per l’Italia, governata da una dinastia vile che non aveva esitato a fare sparare cannonate sul suo popolo quando chiedeva pane o di mandarlo a morire in guerre inutili e dannose, mentendo spudoratamente sui suoi obiettivi. Ma che dire della Germania di Goethe e di Marx, che nel primo dopoguerra ebbe la Costituzione più democratica, non a caso presa a modello per quella italiana nel 1946-1948? E come spiegare che la dittatura fascisteggiante di Pinochet si è avuta nel Cile, giustamente considerato il paese più democratico dell’America Latina?

Tra l’altro, anche se non sono arrivati alla conquista del potere, forti movimenti fascisti si sono avuti nella Francia degli anni ’30 e in molti altri paesi. Negli Stati Uniti, nello stesso periodo, il grande industriale Henry Ford guardava con grande simpatia al nazismo e faceva stampare a milioni di copie il famoso falso della polizia zarista, I protocolli dei saggi di Sion, cavallo di battaglia di Hitler. Poi, i duri colpi inflitti alla classe operaia statunitense, uccidendone i più coraggiosi e incorruttibili esponenti e comprandone altri, rese meno necessario il ricorso al fascismo e all’antisemitismo. Bastava il razzismo contro i neri, gli italiani, i chicanos, a dividere la classe operaia, senza dover ricorrere a quell’estremo e controproducente rimedio.

Russia 1917: il tentativo di Kornilov

A questo proposito, va accennato un altro caso emblematico. Oggi, nella campagna anticomunista che ha avuto il suo vangelo nel Libro nero del comunismo, si sente dire spesso che la Rivoluzione d’Ottobre avrebbe bloccato in Russia un sereno passaggio dall’autocrazia dello zar a una moderna democrazia occidentale. Naturalmente, siamo noi a parlare di autocrazia: lo zar viene in genere presentato, anche dai “democratici” russi, come Eltsin, come un buon uomo vittima della ferocia bolscevica, sorvolando sui milioni di russi morti nelle guerre che Nicola II volle, per non parlare degli operai assassinati nel 1905 e nel 1917. È vero che, per effetto della Rivoluzione di Febbraio - e soprattutto della grande e permanente mobilitazione di operai, di donne, di soldati - in Russia ci fu un breve periodo di effettiva democrazia (fino al luglio 1917, quando i bolscevichi furono arrestati in massa, accusati di essere agenti della Germania, ecc.).

Il regime democratico aveva i piedi di argilla, ed era minato dalla reazione, solo momentaneamente sconfitta e disorientata. Per fronteggiarla, Kerenski non trovò di meglio che nominare capo dell’esercito il generale ultrareazionario e antisemita Kornilov, che non solo era apertamente nostalgico dello zarismo e furiosamente ostile ai soviet e alla democrazia, ma che considerava lo stesso Kerenski un pericoloso sovversivo. Nel settembre del 1917, Kornilov tentò un colpo di Stato militare, che non riuscì solo perché i bolscevichi, anche dal carcere o dall’esilio, mobilitarono le masse operaie, contadine e i soldati, che circondarono il treno blindato che portava il generale reazionario verso la capitale, convincendo prima i suoi soldati a passare dalla loro parte, poi gli ufficiali a disertare, sicché il colpo di Stato finì in una bolla di sapone (i bolscevichi furono fin troppo generosi e, dopo avere catturato Kornilov, lo rilasciarono, consentendogli di fare ancora migliaia di vittime come capo di un’armata bianca).

Quindi, senza i bolscevichi, la Russia - in cui le contraddizioni sociali erano troppo stridenti per poter esser conciliate pacificamente in un regime parlamentare decente - avrebbe conosciuto una spietata dittatura. Probabilmente, invece del termine “fascismo”, diffusosi in tutto il mondo in seguito all’arrivo di Mussolini al potere, il “kornilovismo” sarebbe stato il riferimento per ogni progetto reazionario nel mondo.

Regimi fascisti, bonapartisti e autoritari

Abbiamo accennato al caso del Cile, che richiede un’ulteriore precisazione metodologica. Il regime di Pinochet era fascisteggiante, ma non esattamente fascista, perché si reggeva soprattutto sulla forza bruta dell’esercito e non aveva messo in piedi un movimento di massa basato sulla piccola borghesia. Analoga cosa si può dire, a maggior ragione, per altri regimi autoritari degli anni ’30, come quello dell’ammiraglio Horty in Ungheria, del generale Pilsudski in Polonia, di Metaxas in Grecia, e di altri che si crearono nei Balcani e in altre parti del mondo.

Sarebbe in genere più corretto definirli bonapartisti. Il termine deriva dal modello del regime di Napoleone I, che usava un forte prestigio personale conquistato in guerra per imporre dall’alto un equilibrio forzato tra le classi. Ancora più interessante il caso del Secondo Impero, guidato dal nipote e imitatore caricaturale del grande Bonaparte, Napoleone III (detto “il piccolo” da Victor Hugo). In questo caso si combinavano una mobilitazione di “squadracce” di sottoproletari e avventurieri, l’uso del fascino riflesso del nome del primo imperatore e il ricorso al plebiscito anziché a normali elezioni.

Di regimi così ce ne sono stati moltissimi, e sono tuttora caratteristici di molti paesi latinoamericani: dal Perù alla Bolivia, al Messico... In realtà, in quasi tutti i paesi semicoloniali ci sono sempre dittature più o meno mascherate, e anche molti regimi sorti dal crollo dell’URSS e della Jugoslavia hanno un grande deficit di democrazia. Non sono “fascisti” in senso proprio, ma non sono neppure “democratici”, come in genere si autodefiniscono. La ragione è evidente: quando pochi ricchi o arricchiti governano molti che sono privati di tutto, non possono permettersi una verifica elettorale onesta, tanto più se lo fanno come agenti dell’imperialismo e, quindi, di interessi stranieri.

Alcuni di questi regimi non formalmente fascisti hanno comunque compiuto crimini non inferiori a quelli del nazismo: pensiamo al regime di Suharto in Indonesia, affermatosi con un bagno di sangue spaventoso nel 1965 (allora si calcolarono 600.000 morti, ma stime successive hanno valutato che ammontassero forse a un milione). Il pretesto era un presunto “colpo di Stato comunista” che, in realtà, era solo il tentativo di dissociazione di alcuni ufficiali dalla strage che si preparava. E le vittime non furono solo comunisti: la plebe fanatizzata fu scagliata anche contro la consistente minoranza cinese che, essendo dedita in tutta l’Asia sudorientale al commercio, poteva essere utilizzata come capro espiatorio, esattamente come gli ebrei in Europa o gli armeni nell’Impero ottomano. Basta che ci sia un “diverso”, per origine, per religione, per cultura, per stato sociale, e il meccanismo del socialismo degli imbecilli può scattare.

Questo spiega anche l’enorme diffusione dei conflitti “etnici”, o presunti tali, nel mondo attuale. Ad esempio, quando i governanti degli Stati della ex Jugoslavia, dopo il 1989, hanno dovuto abbellire il loro regime con una parvenza di democrazia formale, non avevano meriti di amministratori da vantare con gli elettori, e hanno inventato il “pericolo esterno”: gli albanesi del Kossovo, accusati grottescamente di praticare il genocidio dei serbi solo perché, come tutti i più poveri, avevano più figli e con la loro crescita demografica modificavano l’equilibrio etnico in quella sfortunata terra; i serbi, a loro volta, sono diventati i nemici per i croati, e viceversa. Lo stesso processo si è avuto nel Caucaso, nelle repubbliche asiatiche della ex Unione Sovietica, ecc.

In Africa, ce ne sono casi infiniti: dal Biafra al conflitto indotto tra tutsi e hutu, prima dai colonialisti tedeschi e belgi, poi dalla Francia, che si è inserita come potenza neocoloniale in tutta l’Africa francofona, compreso quella ex belga. E il caso di tutsi e hutu rivela l’artificiosità di queste contrapposizioni indotte dall’esterno: si trattava di due gruppi dello stesso popolo, con la stessa provenienza, la stessa lingua e una lunga tradizione di convivenza. Gli hutu erano agricoltori, i tutsi allevatori e guerrieri. Una specializzazione funzionale non rara (in Africa esistono gruppi specializzati come fabbri, ecc.) e che permetteva una complementarità logica. L’unica differenza era la statura, assai più alta per i tutsi che, secondo vari antropologi, era dovuta probabilmente all’alimentazione più ricca di proteine. I colonialisti contrapposero i tutsi agli hutu, con la tecnica di divisione usata da ogni dominazione, salvo scagliare gli hutu contro i primi subito dopo l’indipendenza, per servirsi ancora del conflitto per stabilire nuove forme di controllo.

Ne abbiamo già parlato a proposito del Libano dove, fino all’arrivo dei primi agenti europei alla metà del secolo scorso, maroniti, drusi, ebrei, armeni, sciiti e sunniti avevano convissuto, nonostante le differenze religiose e culturali, e non dubitavano di appartenere allo stesso popolo. Su questo, rinvio a un mio libro, Libano e dintorni. Integralismo islamico e altri imperialismi (Sapere 2000, Roma, 1991), che affronta ovviamente il problema con una prospettiva più ampia.

Quello che qui si vuole sottolineare è che i governanti periodicamente additati dalle campagne intossicanti della stampa borghese come “mostri” erano stati creati, o utilizzati, dall’imperialismo: quando Gheddafi, dopo avere reso preziosi servizi anticomunisti in Sudan, si avvicina all’URSS; Saddam Hussein, che nessun governo occidentale criticava quando attaccava l’Iran o massacrava i curdi, prima di diventare un comodo bersaglio per una dimostrazione di forza (anche su questo, per brevità, sono costretto a rinviare al mio libro: Israele, Palestina e la Guerra del Golfo, Sapere 2000, Roma, 1991, e al successivo Tempeste sull’Iraq.

A un certo punto, quando non servivano più, divennero “mostri” Idi Amin o Bokassa, che prima venivano vezzeggiati e protetti. Bokassa, un vero mostro (quando cadde risultò che aveva nel frigorifero i cuori degli studenti assassinati, che egli mangiava) era intimo amico del presidente francese Giscard d’Estaing, che non aveva avuto problemi ad accettare in dono da quell’immondo personaggio preziosi diamanti.

Abbiamo tracciato questa rapida panoramica degli orrori della dominazione imperialista per sottolineare che il fascismo (o comunque una spietata dittatura) non è stato una rara eccezione, ma una tentazione permanente per la borghesia.

Il fascismo come carta di riserva

Anche quando la borghesia non ha deciso di ricorrere alla soluzione estrema, usa il fascismo come “carta di riserva”. In Francia, il Fronte Nazionale di Le Pen ha approfittato delle contraddizioni e dei limiti dei governi di sinistra per costituire una forza pericolosa, che fa leva sui pregiudizi contro gli immigrati. Lo stesso è accaduto nelle provincie fiamminghe del Belgio con il Vlaam Front, e in molti altri paesi.

Il Movimento Sociale Italiano (oggi riverniciatosi di una leggera patina democratica) ha combinato il ricorso a squadracce a volte interne al partito, a volte formalmente esterne e organizzate in gruppuscoli estremisti, ma sempre collegate strettamente. Il MSI ha in molti casi fornito una ruota di scorta a giunte di centrodestra e, nel 1960, anche al governo Tambroni, pur conservando il suo potenziale eversivo. Il mito del fascismo e della RSI serviva da cemento ideologico e, quindi, consentiva di mantenere aperta la prospettiva di un ritorno sistematico all’azione violenta. Nessun governo di centro, ma anche di centrosinistra, in Italia ha voluto applicare le norme transitorie della Costituzione che vietano la ricostituzione di un partito fascista: evidentemente, faceva comodo tenersi una carta di riserva. E larghi settori dell’apparato statale e militare - dai paracadutisti ai lagunari, per non parlare di molti alti ufficiali dell’esercito, della marina, dei carabinieri, delle guardie forestali, ecc. - hanno fiancheggiato e protetto le più spudorate azioni eversive, il terrorismo nero. Tanto la Strage di Stato di Piazza Fontana, quanto quella di piazza della Loggia a Brescia, hanno visto aperte e vergognose connivenze di chi avrebbe dovuto difendere l’ordinamento democratico dello Stato repubblicano. [A chi ha avuto la pazienza di arrivare fin qui, ricordo che il testo è del 1998. NdA]

Il fascismo e la guerra

Molti nostalgici del fascismo affermano in Italia che Mussolini “fece molte cose buone”, e fece solo l’errore di entrare in guerra. Tra le cose buone, viene ricordata ovviamente al primo posto la bonifica delle paludi pontine che, in realtà, fu solo completata in periodo fascista, ma era l’ultima di una serie di bonifiche avviate da decenni (Polesine, Lago del Fucino, ecc.). Tra l’altro, quelle che venivano definite paludi erano, di fatto, quelle “zone umide” che oggi vengono tutelate in tutto il mondo, perché indispensabili per l’equilibrio ecologico.

Ma vediamo la questione della guerra: non è stata un infortunio o una scelta sbagliata del 1940, ma una costante della politica fascista. Non c’è stato un solo anno del famigerato ventennio senza guerra: dalla riconquista della Somalia (che aveva conosciuto la grande ribellione guidata dal patriota e poeta Mahammad ‘Abdille Hassan), alla preparazione dell’aggressione all’Etiopia, alla guerra di Spagna. E, poi, l’Albania e la Grecia. Il governo fascista fu sostenuto effettivamente da una parte degli italiani: tra la guerra di Etiopia e quella di Grecia, cioè finché il fascismo vinceva, il consenso popolare per il regime fu molto largo e i comunisti e gli antifascisti più coerenti dovettero andare fortemente controcorrente.

Alcune di queste guerre furono motivate con grottesche ragioni di prestigio: in Etiopia doveva essere cancellata l’onta di Adua; l’Albania, che era di fatto un protettorato, doveva aggiungere una corona sulla testa di Vittorio Emanuele III, il reuccio vile e cinico che il 25 luglio 1943 avrebbe tradito il suo stesso complice, Mussolini, e avrebbe poi abbandonato l’8 settembre un esercito allo sbando. Per questo fu liquidato il vecchio complice Zogu, che aveva cominciato la sua carriera come capobanda al soldo dell’Italia e si era poi autoproclamato re Zog, e il piccolo paese fu trascinato nella preparazione della Seconda guerra mondiale.

Preparazione: si fa per dire. Nulla di più insensato e meno preparato ci fu in tutta la Seconda guerra mondiale della aggressione italiana alla Grecia. Avviata per ragioni simboliche il 28 ottobre 1940, anniversario della marcia su Roma - data quanto mai inadatta, perché coincidente con l’inizio della freddissima stagione delle piogge e delle nevi nei Balcani - la guerra si scontrò con una resistenza straordinaria del popolo greco che, nonostante fosse impreparato, essendo stato governato fino a quel momento dalla dittatura filofascista di Metaxas, ricacciò in poco tempo indietro l’esercito italiano, relativamente meglio armato ma pochissimo motivato, inseguendolo ben dentro l’Albania, da cui era partito.

Bene per il popolo greco (che vide in quel caso una straordinaria partecipazione femminile alla resistenza, che suppliva alle carenze logistiche dell’esercito, portando a spalla munizioni, armi e vettovagliamenti su monti in cui non c’erano strade), ma non altrettanto bene per gli albanesi, che si trovarono la guerra in casa senza averla voluta (con tutto lo strascico di civili morti, anche dopo anni, per mine e proiettili inesplosi).

Di queste cose la maggior parte degli italiani non ha il minimo sospetto. “Italiani brava gente”, si pensa; e si ritiene che tutti nel mondo abbiano un bellissimo ricordo della nostra presenza “civilizzatrice” anche in Africa, e anche in quei Balcani dove abbiamo dato un bel contributo a raggiungere in Jugoslavia i 2.000.000 di morti, che rappresentano dal punto di vista percentuale un record ineguagliato nel mondo contemporaneo (a parte forse la Libia, di cui abbiamo già parlato).

Per rimuovere questo peso dalla coscienza, la nostra stampa “libera” e “indipendente” non si è limitata a tacere, ma ha calunniato sistematicamente le popolazioni che hanno subito la nostra oppressione.

A proposito dei conflitti “etnici”, nella ex Jugoslavia non solo si è nascosto il nostro ruolo recente, ma si è insistito su una presunta “barbarie congenita”, che porterebbe gli slavi a odiarsi e a scannarsi tra loro, sorvolando sul fatto che fino alla conquista italo-tedesca  del 1941 croati e serbi (molto meno lontani tra loro di quanto non siano ad esempio veneti e campani, o lombardi e pugliesi, ma anche laziali e calabresi) avevano convissuto per secoli normalmente. Quasi nessun italiano sa che il genocidio fu iniziato dal piccolo gruppo fascista ustascia di Ante Pavelic, al soldo dell’Italia da decenni e collocato alla testa di una grande Croazia, che avrebbe dovuto avere per re un Aimone di Savoia (questi accettò la corona, ma prudentemente rimase a giocare nel casinò di Saint Moritz senza rischiare la testa) e includeva tutta la Bosnia e, quindi serbi e “musulmani”, che furono sterminati ferocemente. Il genocidio provocò poi una spirale di vendetta; ma non a caso l’armata popolare di Tito si rafforzò e vinse proprio perché si contrapponeva a quegli odii e la sua composizione multietnica appariva una garanzia dell’unità della Jugoslavia.

Torniamo però all’Albania. Dal 1912, nel quadro delle guerre balcaniche, essa divenne un protettorato italiano, accettato dalle altre potenze dell’Intesa, con cui anzi nel Patto di Londra che stabilì le condizioni per l’entrata dell’Italia in guerra si contrattava una vera e propria annessione di Valona.

Per finanziare i complici della nostra misera dominazione indiretta (allora il nostro era ancora veramente un “imperialismo straccione” e velleitario) in Albania furono sperperati molti milioni di allora, senza frutti significativi (pare che una delle poche attività redditizie impiantati dagli italiani fossero i bordelli, che ponevano tuttavia problemi di prestigio e onore nazionali, dato che le “signorine” in offerta erano italiane...).

Una corte di arrivisti, di “magliari”, di imprenditori rampanti si precipitò poi nel paese quando nell’aprile 1939, si passò dalla protezione alla conquista; ma la brevità dell’occupazione non consentì di fare affari veramente allettanti (da qui la leggenda che “ci avremmo rimesso”).

L’onore del paese, dopo la vergognosa campagna di Grecia e il caos seguito alla sconfitta su tutti i fronti e, poi, allo sbandamento dopo l’8 settembre 1943, fu salvato da quelle migliaia di soldati che, come in Grecia e soprattutto in Jugoslavia, decisero di non consegnare le armi e se stessi ai tedeschi e si unirono ai partigiani locali.

Di questo, tuttavia, la maggior parte degli italiani non sa praticamente nulla. Inoltre, ben pochi riflettono sul fatto che, nel 1939, la Seconda guerra mondiale, paradossalmente, non la volevano neppure Hitler e Mussolini. Non la volevano già come guerra mondiale, s’intende, perché non erano preparati (Hitler, in particolare, aveva avuto per il riarmo solo sei anni, cioè molto pochi). Pensavano di potere continuare a mangiarsi il carciofo foglia a foglia, contando sulla passività o complicità delle grande potenze “democratiche”.

Ma tutte le guerre “locali” portavano in quella direzione. Soprattutto l’impresa di Etiopia, che aveva isolato l’Italia, la sospinse verso quella Germania contro cui ancora, nel 1934, erano state schierate le divisioni sul Brennero, dopo il primo tentativo di annessione dell’Austria con il colpo di mano nazista contro il cancelliere clericale Dollfuss, grande amico di Mussolini.

L’entrata in guerra contro la Francia fu particolarmente insensata, oltre che vile: si trattava, per Mussolini, di “gettare qualche migliaia di morti sul tavolo della pace”, senza immaginare il discredito per l’incapacità militare e logistica mostrata subito dall’esercito italiano.

E l’aggressione all’Unione Sovietica, invano contrastata dallo stesso Stato Maggiore tedesco, che temeva di mettersi - come avvenne - in un’impresa disastrosa, fu accettata con la massima irresponsabilità da Mussolini, nonostante la spaventosa impreparazione: così, centinaia di migliaia di italiani furono mandati a morire nella neve, con le scarpe di cartone fornite dagli industriali “patriottici”.

La “resistibile ascesa” del fascismo

Un dramma di Bertolt Brecht, che allude all’arrivo di Hitler al potere, ha il titolo significativo: La resistibile ascesa di Arturo Ui. In effetti, l’ascesa di Hitler non era certo irresistibile, né il suo esito finale imprevedibile (il programma di espansione ad Est e la stessa “soluzione finale della questione ebraica” erano indicate a chiare lettere nel Mein Kampf, scritto fin dal 1923). Ma l’appoggio di tutta la borghesia e la complicità delle potenze europee che volevano sospingere la Germania contro l’URSS gli facilitò il compito.

Quello che non si dice, di solito, è che il Partito nazionalsocialista, che aveva avuto una crescita elettorale impetuosa tra il 1929 e la prima metà del 1932, nel novembre 1932 aveva perso un terzo dei voti. Nella prima fase aveva approfittato delle assurde divisioni del movimento operaio, i cui due partiti si combattevano aspramente, ma non affrontavano in modo serio il drammatico problema dei 4 milioni di disoccupati (ad esempio, non proponevano la riduzione d’orario). Hitler, invece, offriva la prospettiva futura della conquista dello “spazio vitale” della nazione tedesca, ma intanto ne dava una, più modesta ma concreta, arruolando nelle sue Brigate d’Assalto (Sturmabteilungen, S.A.) 600.0000 disoccupati, pagati per assaltare le sedi comuniste e socialiste, quelle sindacali, ecc.

I quadri superiori delle SA provenivano in gran parte dai Corpi Franchi, che nel 1919-1923 erano stati assoldati dal ministro socialdemocratico Gustav Noske per attaccare gli spartachisti, assassinare Rosa Luxemburg, Karl Liebkhnecht e migliaia di altri rivoluzionari. Nel 1933, i partiti borghesi decisero di chiamare Hitler al potere, nonostante non avesse una maggioranza parlamentare e stesse conoscendo, appunto, l’inizio di un fase discendente.

Ci sono molte analogie con quello che è accaduto nell’ottobre 1922 in Italia. La marcia su Roma fu una squallida parata, che aveva la sicurezza di non trovare resistenza. Mussolini arrivò a Roma in vagone letto, certo dell’appoggio del re che, in effetti, rifiutò di firmare lo stato d’assedio. La complicità del Partito popolare (che entrò anche nel primo governo Mussolini con diversi ministri) e della maggior parte del personale politico liberale che aveva governato l’Italia fu determinante, e i pentimenti successivi all’assassinio Matteotti (quando era ormai tardi), non tolgono nulla alla responsabilità della borghesia nei confronti di quel regime che avrebbe portato tanti lutti all’Italia. […](a.m. 1998)

[Per maggiori approfondimenti si vedano: Enzo Collotti, La Germania nazista, Einaudi PBE, Torino, 1962; Daniel Guerin, Fascismo e gran capitale, Erreemme, Roma, 1997.]