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La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Brasile | Un anno dopo l’arresto di Lula, un tentativo di bilancio

Brasile | Un anno dopo l’arresto di Lula, un tentativo di bilancio

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Uno dei più stretti collaboratori di Lula, Gilberto Carvalho, è passato per l’Italia nel quadro di una campagna internazionale Lula livre, che ha ottenuto l’appoggio della CGIL. Claudia Fanti gli ha chiesto un’intervista che è uscita ieri sul Manifesto e che merita qualche commento.

Il primo è che né l’intervistato né la giornalista hanno usato mai il termine golpe. Mi pare importante. È stata un’infamia, ma non un golpe, avevo sostenuto sempre. Un golpe si basa sulla pura forza militare, la destituzione di Dilma e l’incriminazione di Lula sono stati possibili invece grazie al voltafaccia di partiti che avevano collaborato a lungo con i “progressisti” in cambio di tangenti o di concessioni sul programma. L’esercito non si è spostato ora a destra, era sempre rimasto intoccabile e nostalgico del vero golpe del 1964, la magistratura era rimasta la roccaforte della conservazione.

Carvalho dedica attenzione alla possibilità che in seguito alla campagna internazionale qualche giudice conceda a Lula (che non li vuole) gli arresti domiciliari, ma conclude che “un’assoluzione è impossibile, per questa bisognerà aspettare che cambi il rapporto di forze”. Sono d’accordo, finalmente si ammette che si trattava solo di un mutato “rapporto di forze”.

Claudia Fanti a questo punto insiste sulla crisi di popolarità di Bolsonaro, ma Carvalho la gela, ammettendo che in caso di crisi il presidente potrebbe essere sostituito dal suo vice, più brutalmente ed esplicitamente fascista, che ovviamente “per noi sarebbe molto peggio”.

Ma spiega poi che “nel paese non ci sono solo spine, anche fiori”. E si può essere d’accordo con l’identificazione del primo di questi “fiori”, il “processo di convergenza all’interno del fronte progressista, soprattutto tra il PT e il PSOL”, anche se non sarebbe inutile un po’ di autocritica sulla creazione del PSOL, frutto dell’espulsione di senatori e deputati dal PT per aver criticato fin dalla prima presidenza Lula le concessioni alla grande borghesia...

È inevitabile per il PT oggi cercare un’intesa con il PSOL (che è il partito in cui militava Marielle) dopo che nelle ultime elezioni in alcuni Stati importanti come Rio de Janeiro il PSOL ha scavalcato il PT. Ci si poteva pensare qualche anno prima?

Comunque, meglio un’autocritica tardiva che niente. Ma sarebbe meglio non fermarsi a metà: Carvalho assicura che grazie a questa unità “stiamo riprendendo il lavoro di base, che avevamo abbandonato in passato”. Ma, quando viene invitato a precisare altri errori fatti, prima dice una frase un po’ generica, ma successivamente dice:

“Se le alleanze erano necessarie per vincere le elezioni e assicurare la governabilità, ci siamo accomodati alla situazione, dimenticando che tali alleanze andavano relativizzate e completate con una governabilità sociale.”

Questa della “relativizzazione” l’abbiamo già sentita anche in Italia o a proposito della Grecia. Qui ci sono una serie di spiegazioni che non spiegano molto, come l’ammissione che non si è mobilitato il popolo come secondo lui avrebbe fatto Maduro in Venezuela “al di là di tutti i suoi errori” (formula rituale che consente di non precisare mai a quali errori si alluda). Ma torniamo alla riflessione autocritica del PT:

“Noi invece non abbiamo preparato adeguatamente la nostra gente, abbiamo smesso di fare formazione politica, non abbiamo dato importanza alla comunicazione popolare. Abbiamo lasciato che le persone incluse [?] economicamente acquistassero la mentalità della classe media, riproducendo l’ideologia della classe dominante.”

Un po’ fumoso, forse sarebbe bastato non scagliare i corpi speciali nelle favelas e sui giovani che protestavano contro l’aumento delle tariffe finalizzato alla costruzione di stadi e altre Grandi Opere. Ma è importante che si ammetta che “quando Dilma è stata rovesciata, il popolo non è sceso in strada a difendere un progetto che non sentiva suo”. Poi si accenna alla corruzione percepita, che fa male, anche se solo una piccola parte dei ministri si sarebbero arricchiti. Ma subito dopo Gilberto Carvalho assicura che “di certo, se avremo l’occasione di tornare al governo, molte cose dovremo farle diversamente. Pensiamo solo alla nomina dei giudici”. Io aggiungerei che pensare anche a una ripulitura dell’esercito dai covi fascisti non sarebbe stato male, nella fase in cui il gradimento di Lula era al 70%...

Ma nella conclusione c’è un’ammissione ancora più importante: “Si potrebbe quasi dire che, al posto della coscienza di classe, abbiamo mostrato una specie di complesso di classe, cercando di risultare graditi ai detentori del potere”.

Questa è la chiave per capire la fragilità di governi costruiti su maggioranze interclassiste, senza toccare i centri del potere economico! (a.m.)



Tags: Brasile  Lula  Carvalho  Dilma  Venezuela  

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