Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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A quando risalgono i problemi idroelettrici del Venezuela

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In ogni dichiarazione pubblica del governo venezuelano (ad esempio del ministro degli Esteri Jorge Arreaza a Mosca ieri) si ribadisce la tesi che attribuisce al sabotaggio ogni problema del paese, compreso quello dell’approvvigionamento idrico e idroelettrico. Seguo da anni molti siti venezuelani, e mi ricordavo di aver parlato del problema in passato. Per rinfrescarmi la memoria comunque ho riletto gli articoli sul Venezuela pubblicati sul mio sito negli anni: ad esempio ho trovato un articolo interessante del 2010 di due compagni (uno belga, l’altro francese, che vivevano a Caracas da tempo e che ho conosciuto personalmente). L’articolo era apparso su Inprecor. Riporto integralmente la parte sull’acqua e l’energia, perché dimostra la crisi dell’approvvigionamento idrico ed elettrico era già cronica nel 2010, tanto è vero che aveva spinto Chávez a dichiarare il Venezuela in stato di “emergenza elettrica” [decreto n. 7.228, dell’8 febbraio 2010]. L’emergenza era dovuta a cause naturali e aggravata da trascuratezza e scelta di altre priorità di spesa e non da “un attacco esterno”, come ripetono con abbondanza di particolari fantasiosi i difensori di ufficio del governo Maduro.

Colgo l’occasione per dire che non risponderò più su Facebook a chi mi accusa di calunniare il governo Maduro o di non ricordare che c’è Trump. Impossibile discutere seriamente a colpi di messaggini. Ho sempre fornito documentazione precisa dei fatti su cui mi basavo, e di quello rispondo. Ho seguito per anni da vicino, con iniziale speranza, l’esperienza “bolivariana” in Venezuela, dedicandole molti scritti sempre documentati o basati su autori locali conosciuti da tempo. Analogamente avevo seguito con attenzione e con analogo metodo i successi e le contraddizioni di altri paesi con governi “progressisti”, alcuni dei quali (a partire dal Brasile) hanno già mostrato che gli allarmi sul loro crescente distacco dalla base originaria non erano infondati, anche se inizialmente condivisi solo da minoranze; è questo distacco che ha facilitato la controffensiva delle destre, non contrastata a sufficienza dai sostenitori di Lula e pagata poi duramente non solo da chi era stato responsabile dell’involuzione del progetto, ma anche da chi aveva avvertito in tempo sui pericoli. Ma me lo aspettavo, avendo seguito per decenni la crisi strisciante del sistema sovietico, e verificato il trattamento riservato dopo il suo crollo a chi lo aveva combattuto con coerenza da sinistra.

Ed ecco il pezzo che prova che la crisi idroelettrica si manifestava da molti anni e veniva discussa nel Venezuela anche dal governo chavista senza inventarsi frottole...

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[...] Negli ultimi mesi [del 2010], il Venezuela si è trovato di fronte a una delle più forti siccità della sua storia, in seguito al fenomeno de El Niño. La pluviometria indica, per il 2009, un calo dal 30% al 60% a seconda delle regioni, stando all’Istituto nazionale di Meteorologia e Idrologia (INAMEH). L’assenza di piogge ha colpito in particolare il fiume Caroní; il livello delle acque dei suoi affluenti è sceso dell’80%. Nello Stato di Bolivar (nel sud del paese), dove è concentrata gran parte delle centrali idroelettriche, il livello dell’acqua della diga del Rio Gurí si è abbassato di oltre 9 metri. In tutto il paese, la siccità è stata aggravata dal forte aumento delle temperature. A Caracas, il termometro ha segnato per varie settimane circa 40°, invece dei normali 27°-28°.

Una siccità di questa portata ha ovviamente un impatto drammatico. Innanzitutto, a livello dell’ecosistema locale, che è stato notevolmente sconvolto. Le ripercussioni, però, sono molto importanti anche per i venezuelani. Il governo ha dovuto decidere razionamenti di acqua ed elettricità, data la notevole riduzione della produzione idroelettrica. Tutto ciò non poteva non creare una serie di problemi e suscitare un grosso malcontento nella popolazione.

Per far fronte alla carenza d’acqua, il governo ha deciso un’ampia campagna tendente al razionamento e, al tempo stesso, a rendere consapevole la gente al fine di ridurre gli sprechi. Secondo Alejandro Hitcher, il ministro dell’Ambiente, queste misure hanno consentito, solo nel caso di Caracas, di ridurre il consumo di acqua del 30%, vale a dire l’equivalente di 70 milioni di metri cubi [conferenza stampa del 13 marzo 2010]. Tuttavia, tali misure non sono state sufficienti ad arginare il tracollo della produzione agricola. La produzione di latte e carne è scesa del 40%, quella del girasole del 30%. I prezzi si sono impennati di colpo. Quelli di alcuni frutti e legumi (ad esempio il pomodoro, la guayaba, il cocomero) sono aumentati di oltre il 50%. L’Assemblea nazionale (il parlamento) è stata allora costretta a prendere una serie di misure, per contenere le ripercussioni sulla produzione agricola, in previsione del protrarsi della siccità.

Carenze del sistema elettrico

In un paese che dipende per più del 70% dalla produzione dell’energia idroelettrica, la siccità ha anche un impatto enorme sull’alimentazione della rete. In un decreto presidenziale, Hugo Chávez ha dovuto dichiarare il Venezuela in stato di “emergenza elettrica” [decreto n. 7.228, dell’8 febbraio 2010]. La penuria d’acqua sopraggiunge in una situazione in cui il consumo idroelettrico è aumentato annualmente del 7% negli ultimi anni. Inoltre, lo scorso anno la Colombia ha ridotto la sua vendita di elettricità al Venezuela di 140.000 megawatt, essendo anch’essa colpita dalla siccità.

In concreto, il decreto “Urgenza elettrica” mira a ridurre il consumo di elettricità. Gli uffici pubblici restano chiusi il pomeriggio, le industrie private sono invitate a ridurre i loro consumi del 20% (eliminazione dell’aria condizionata, delle scale mobili, ecc.), i centri commerciali (grandi consumatori di energia) aprono più tardi e chiudono prima, tutte le città (salvo Caracas, dove il fallimento del razionamento era costato il posto al ministro dell’Energia elettrica, Angel Rodríguez) subiscono interruzioni involontarie di varie ore… Tra le altre cose, ci si è sforzati di cercare di integrare sistemi nuovi di produzione di energia elettrica. L’obiettivo? Tentare di arginare le conseguenze del continuo calo della diga del Río Gurí, che da sola produce il 73% dell’energia nazionale! Il governo si è proposto l’obiettivo di dotarsi di un apparato produttivo termoelettrico in grado di produrre 5.900 megawatt per la fine del 2010; ma affiorano parecchi interrogativi sulla sua capacità di raggiungerlo. Secondo l’Agenzia bolivariana dell’Informazione (ABN), alla fine di febbraio del 2010 sono stati aggiunti solo 605 nuovi megawatt. Stando ad alcuni esperti, la diga avrà bisogno almeno di due anni per tornare al livello precedente. Nel frattempo, i frequenti tagli di elettricità, spesso improvvisi, alimentano il malcontento generale. Se Caracas è risparmiata dalle interruzioni, queste fanno ormai parte integrante della vita quotidiana della popolazione insediata nella parte occidentale del paese, che non solo è costretta ad affrontare i tagli nelle ore di punta, ma per la quale l’approvvigionamento irregolare significa anche che una serie di apparecchi e macchinari finiscono per subire danni, spesso irreparabili… La situazione sembra a molti tanto più insopportabile in quanto alcuni esperti rilevano che la siccità non è l’unica responsabile delle carenze elettriche, ma che l’assenza di pianificazione influisce considerevolmente sulla crisi energetica attraversata dal paese. Certuni sono, tra l’altro, particolarmente allarmisti. Per Pedro Rondón, sindacalista della SIDOR, se il consumo elettrico non scende immediatamente di 1.600 megawatt, si potrebbe verificare il crollo del sistema elettrico nazionale.

Finora, il ministero dell’Energia e delle Miniere ha lanciato un piano d’emergenza per riparare gli impianti idroelettrici guasti nella zona andina. Ma se non si prende in fretta qualche misura, entro un paio d’anni i venezuelani potrebbero conoscere razionamenti dovuti alla mancata produzione e non ai soli problemi attuali di mancata trasmissione di energia. La Compagnia energetica nazionale (CADAFE) ha avvertito che occorrerebbe un investimento di circa 7 miliardi di dollari entro il prossimo quinquennio per evitare il rischio di blocchi elettrici molto estesi, e un investimento di 20 miliardi di dollari nel prossimo decennio.

Mentre si stanno costruendo nuove dighe e se ne prevedono altre ancora, la soluzione a lungo termine sembra essere quella dello sviluppo di energia termica, costruendo nuove centrali e riparando quelle esistenti. Il Venezuela, inoltre, ha sottoscritto di recente un accordo con la Russia per sviluppare a lunga scadenza il nucleare civile. Pur se si stanno costruendo alcuni parchi eolici, ad esempio nella penisola di Paraguaná [la prima pietra del cantiere è stata aperta nel 2006, ma l’impianto non è ancora entrato in funzione], la scelta prevalente sembra essere quella di un modello classico di sviluppo, ben lontano da ogni preoccupazione ecologica.

Nel 1999, il parlamento ha varato una legge sui servizi elettrici che incentiva l’investimento privato nella produzione di elettricità, con l’obiettivo di consentire la libera concorrenza in questo campo, pur conservando in mano pubblico la distribuzione e le reti di trasmissione. Attualmente, la cattiva manutenzione del sistema di distribuzione fa sì che esistano parecchi punti neri che determinano strozzature, mentre le compagnie elettriche private continuano ad arricchirsi.

Da parte loro, i lavoratori del settore elettrico rivendicano da parecchi mesi di poter partecipare alle decisioni. Essi, peraltro, denunciano sia una gestione del modello produttivo, che è ancora di ispirazione liberista e in cui agli errori di valutazione della IV Repubblica si sono aggiunti quelli della V, sia la mancanza di un razionamento coerente del consumo elettrico, che potrebbe evitare una serie di sprechi.

In effetti, se il governo venezuelano non prende in fretta le misure adeguate, ascoltando soprattutto le tante voci che si levano dal versante dei lavoratori del settore elettrico, c’è da scommettere che il conto si paghi in occasione delle prossime elezioni. [...]

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L’ intero articolo affrontava molte altre questioni, e per questo ne riporto il link. Mi pare evidente che l’allarme per il río Caroní e la centrale idroelettrica del río Gurí era già vivo nove anni fa, ma era ricondotto a ritardi nel prendere misure adeguate anziché alla solita leggenda del perfido sabotaggio o della “guerra economica”... La questione della datazione è importante per capire la fragilità della propaganda dei sostenitori incondizionati di Maduro, che sorvola sul fatto che le prime sanzioni statunitensi sono arrivate nel 2017: erano e sono infondate e criminali, ma non erano e non sono la principale causa della crisi.

http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=321:venezuela-verso-le-elezioni&catid=8:lamerica-latina&Itemid=16

PS Ho accennato più volte ai regali fatti dal governo Maduro a grandi gruppi finanziari internazionali, col risultato di prosciugare le riserve di valuta che avrebbero dovuto essere usate per il mantenimento e le riparazioni degli impianti di PDVSA e delle centrali idroelettriche in crisi. Riporto qui parte di un articolo di due anni fa dell’economista marxista argentino Rolando Astarita che forniva un quadro preciso degli affari sporchi con imprese nordamericane resi pubblici dal Wall Street Journal.

Lo scorso 28 maggio [2017] il Wall Street Journal ha dato la notizia che poco prima Goldman Sachs aveva acquistato buoni di PDVSA – l’industria petrolifera statale venezuelana – al valore nominale di 2,8 miliardi di dollari e un tasso a cedola del 6%, pagando 865 milioni di dollari, vale a dire, 31 centesimi a dollaro. L’impresa aveva emesso i buoni nel 2014 e il grosso scadrebbe tra il 2020 e il 2022. Così, il governo venezuelano si impegna a pagare 2,8 miliardi di dollari alla scadenza, più 756 milioni di interessi. In altri termini: ora incassa 865 milioni di dollari e ne pagherà 3 miliardi e 650 milioni nel 2022. Con cifre del genere, anche se ci fosse una ristrutturazione e il debito si riducesse al 50%, ad esempio, Goldman otterrebbe guadagni notevoli. Non c’è da stupirsi che il governo Maduro non abbia reso nota l’operazione alla popolazione venezuelana.

Come c’era da aspettarsi, l’opposizione venezuelana ha accusato Goldman di aiutare il governo venezuelano. Julio Borges, alla testa dell’opposizione [che ha la maggioranza] in parlamento, dichiarò che raccomandava a qualsiasi futuro governo venezuelano di disconoscere quei buoni e di non pagarli (Il chavismo accusa Borges di essere un agente dell’imperialismo). Goldman si è difeso sostenendo di avere acquistato quei buoni sul mercato secondario. Tuttavia esperti finanziari dicono che non c’era mercato secondario sufficiente per un’operazione di quelle dimensioni, che i buoni erano fino a una data recente in mano alla Banca Centrale Venezuelana e che Goldman li avrebbe acquistati tramite intermediari. Per questo motivo, immediatamente dopo averli venduti, le riserve internazionali della BCV sono cresciute di 749 milioni di dollari, raggiungendo 10 miliardi e 860 milioni di dollari. La stessa Goldman ha spiegato che anche altri investitori detengono buoni venezuelani. Stando al Financial Times, grandi aziende che manovrano fondi di investimento, come Fidelity, Pimco, BlackRock, T Rowe Price, Ashmore, GMO e PGIM, sono creditrici del Venezuela e di PDVSA.

Il testo completo è in:

http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2811:debito-estero-e-liberazione-nazionale-del-xxi-secolo-in-venezuela&catid=8:lamerica-latina&Itemid=16



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