Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Lenin: Una biografia mediocre ricicla vecchie calunnie

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La biografia di Lenin dell’ungherese Victor Sebestyen lanciata in edicola dal “Corriere della sera”[i] non utilizza che in minima parte le presunte “nuove informazioni emerse in seguito all’apertura degli archivi segreti dell’ex Unione Sovietica”, ma ripropone in un impasto un po’ schizofrenico una ricostruzione sostanzialmente corretta dell’enorme e caotico crogiolo della rivoluzione basata largamente su Suchanov, Rabinowitch e lo stesso Trotskij, a cui sovrappone vecchi luoghi comuni basati sulla sua ideologia anticomunista e sulle opinioni degli sconfitti.

Per dare un esempio, il primo paragrafo (Il colpo di Stato), che dovrebbe dare il senso a tutto il resto del libro, che è organizzato invece come una tradizionale biografia che segue un ordine cronologico, riporta largamente descrizioni veritiere della grande confusione che regnava tra gli insorti, e che per l’autore testimonierebbero sulla loro inadeguatezza e impreparazione (cannoni da museo arrugginiti o senza munizioni, introvabile la lanterna rossa per dare segnali all’incrociatore Aurora, giornalisti come John Reed che passavano da un lato all’altro del Palazzo d’Inverno senza che nessuno li fermasse), ma che non gli fanno sospettare che proprio questo rende assolutamente improprio parlare di “colpo di Stato”: l’Ottobre non era un pezzo dell’apparato statale che si rivoltava a poteri riconosciuti e legali, ma lo sfaldamento di un simulacro di potere, il governo provvisorio, che non riusciva a mobilitare in sua difesa che poche centinaia di sostenitori, che si disperdevano per giunta ogni volta che verificavano l’ampiezza delle forze schierate a fianco dei bolscevichi.

Eppure ogni tanto Sebestyen riporta ammissioni che spazzano via la tesi mistificante del colpo di Stato di una minoranza ideologizzata. Ad esempio, già poche settimane dopo l’abdicazione dello zar, il ministro della Guerra Gučkov scriveva al capo di Stato Maggiore e comandante supremo dell’esercito, generale Michail Alekseev: “Il governo non possiede un potere reale e i suoi ordini sono eseguiti nella misura in cui sono consentiti dal soviet, che controlla gli elementi più importanti del potere reale, le truppe, le ferrovie, il servizio postale e telegrafico, [...] il governo provvisorio esiste solo finché glielo consente il soviet”. E di testimonianze disperate di generali che davano ordini e vedevano sparire di colpo quelli che dovevano eseguirli, sono piene le cronache di quei mesi. La rivoluzione non era un colpo di Stato di una minoranza, ma la verifica quotidiana che il vecchio potere non esisteva più e si decomponeva progressivamente, mentre il nuovo cresceva e maturava. Il ruolo di Lenin, insostituibile, era quello di saper interpretare le aspirazioni delle larghe masse stanche di guerra e affamate di terra e di potere operaio.

La definizione di rivoluzione condivisa da Lenin e Trotskij era semplificabile così: quelli che stavano “sotto”, gli oppressi, i soldati decimati da una guerra assurda, i contadini privati della terra e con le cicatrici della cruenta repressione della rivoluzione del 1905, non accettavano più l’ordine esistente, mentre chi stava “sopra” non riusciva più a trovare un accordo per bloccare la rivoluzione, e si divideva tra chi voleva tentare una più brutale repressione e chi si illudeva di ottenere consensi concedendo parzialmente e in ritardo quel che era stato richiesto invano da anni e anni.

La vera forza degli insorti dell’Ottobre non erano le poche armi di cui disponevano, ma il consenso di milioni di operai, mentre sullo sfondo si sentiva l’eco lontana della rivoluzione contadina, che i bolscevichi non avevano promosso, ma che avevano sostenuto incondizionatamente da soli, mentre tutti gli altri partiti subordinavano la riforma agraria alla ripresa della guerra al fianco dell’Intesa. Su questo tema, Sebestyen è reticente o volgarmente denigratorio, attribuendo senza fondamento a Lenin un disprezzo per i contadini analogo a quello delle calunnie staliniane nei confronti di Trotskij.

Il punto debole del libro è però la quasi totale incomprensione delle caratteristiche del movimento operaio russo ed europeo, negli anni che hanno preceduto la prima guerra mondiale. Così non capisce e non fa capire la sostanza dello scontro tra Lenin e Martov, o di quello con Plechanov, che riduce a conflitti caratteriali. Ancor meno riesce a interpretare le decine di testimonianze sulla vita austera di Lenin, mal conciliate con la sua idea fissa di presentarlo come un uomo assetato di potere. Sebestyen, come tutti quelli che si sono alimentati di pregiudizi ideologici, non riesce a spiegarsi quel che a tratti deve ammettere, cioè che Lenin non era il capo assoluto e carismatico di un partito monolitico, ma era stato più volte messo in minoranza, reagendo nei casi più gravi (come la discussione sulla pace di Brest Litovsk) dichiarandosi disposto a portare la discussione alla base, fuori del Comitato Centrale. Sebestyen ci vede solo un ricatto, una minaccia, e non si domanda in quali altri partiti sarebbe possibile.

Ovvio che con queste premesse non colga le ragioni che hanno spinto Lenin ad accettare le mediazioni di socialisti svizzeri ma anche tedeschi per poter raggiungere la Russia. Conosceva il rischio, anzi aveva la certezza che molti avversari politici avrebbero speculato su ipotetici accordi segreti con l’impero germanico, ma era ancor più sicuro che per tirar fuori la Russia dalla guerra fosse necessario intervenire direttamente nel dibattito del partito bolscevico per cambiarne l’atteggiamento troppo benevolo nei confronti del governo provvisorio. Sebestyen, sempre più interessato ai fatterelli (come il bagaglio o il samovar di Lenin sul vagone piombato) che alle battaglie politiche, non dà importanza alla censura esercitata dalla redazione della Pravda di Pietrogrado mutilando la prima delle Lettere da lontano e cestinando le altre. Senza la svolta imposta da Lenin i bolscevichi (che avevano avuto un ruolo marginale nella rivoluzione del 1905 ed erano stati sorpresi e disorientati da quella di febbraio) sarebbero rimasti un insignificante gruppuscolo di cui si sarebbe interessato solo qualche erudito.

Ovviamente senza capire lo scontro politico sul proseguimento della guerra che divideva gli stessi bolscevichi non si poteva comprendere la fretta di arrivare a Pietrogrado, che tra l’altro era non solo di Lenin ma di tutti i rivoluzionari in esilio, compreso lo stesso leader menscevico Martov che anzi aveva avuto per primo l’idea di far leva sull’interesse della Germania per ottenere l’autorizzazione ad attraversare il suo territorio per raggiungere la neutrale Svezia; aveva poi rinunciato a partire di fronte alla campagna di insinuazioni sugli scopi del viaggio. Interessante che Sebestyen ripeta più volte la calunnia lanciata in luglio sui milioni tedeschi, nonostante le “fonti” fossero tutte senza eccezione “arruolate” dal governo provvisorio tra i nemici politici di Lenin. Su questo punto effettivamente le contraddizioni dell’autore sono clamorose: ad esempio riporta imbarazzato che “il governo britannico considerò l’idea di corrompere Lenin affinché facesse campagna per indurre la Russia a non abbandonare la guerra”, limitandosi a dire che evidentemente “non conoscevano il loro uomo né quale fosse la posta in gioco per lui”. In realtà un uomo politico borghese non riesce neppure a immaginare la molla che muove i rivoluzionari. In un altro paragrafo Sebestyen adduce come prova che “i bolscevichi avevano creato un fiorente impero della carta stampata, di gran lunga superiore a ogni altra organizzazione politica del paese.” Ma lo immagina come un’operazione di conquista di mercato realizzata con i marchi tedeschi, e non come l’esplosione di una caratteristica di ogni vera rivoluzione: il bisogno di leggere proposte semplici e chiare, che passavano di mano in mano, più simili a volantini che a giornali; ultima preoccupazione era quella di pagare la stampa nelle grandi tipografie dei giornali conservatori. Ovviamente questo era possibile grazie alle cellule dei tipografi, se necessario appoggiate dall’arrivo di un plotone di guardie rosse. In ogni caso Sebestyen riporta senza riflettere presunte “testimonianze” come quella del principale esponente della destra della socialdemocrazia tedesca, Eduard Bernstein, che parlò di 50 milioni di marchi oro, pur ammettendo di non poter provare nulla di quanto aveva saputo da “fonti senza dubbio affidabili”.

Solo in una nota (ce ne sono parecchie che rettificano quanto scritto nel testo) Sebestyen riporta un giudizio del primo inviato degli Stati Uniti, Edgar Sisson, che in un librone del 1918 su La cospirazione tedesco-bolscevica sosteneva che anche se molto denaro era passato di mano, c’erano seri dubbi su alcuni documenti presentati dal governo provvisorio, che non “avrebbero retto come prova di spionaggio”. Ma sempre in nota Sebestyen ammette che “uno dei più noti studiosi e conoscitori americani della Russia, il diplomatico George Frost Kennan, che fu in seguito ambasciatore a Mosca”, e “che non aveva certo simpatie bolsceviche, liquidò come false la maggior parte delle prove addotte dal governo”.

La conclusione di Kennan era netta: “Le circostanze che emergono dall’intero corpus dei documenti sono talmente poco plausibili dal punto di vista storico da chiedersi se, nel loro insieme, non dovrebbero essere considerati fraudolenti.” Al punto di dover ammettere che “si trovano continuamente gravi discrepanze tra le circostanze indicate nelle carte e i fatti storici noti”.

Questa oscillazione tra accuse non fondate raccolte con superficialità e smentite o correzioni almeno parziali si ripropone in varie parti, e ha una spiegazione abbastanza semplice: Sebestyen ha esaminato con zelo ma senza grande discernimento moltissime biografie, quasi tutte molto ostili a Lenin, ma non conosce bene e non riesce a capire la vicenda della rivoluzione russa, e anche quella di altre rivoluzioni ugualmente caotiche e imprevedibili, e che soprattutto non seguivano i progetti della maggior parte dei protagonisti. Così non riesce a capire la dinamica autonoma della rivoluzione agraria, e della progressiva diffusione dell’insubordinazione militare, che attribuisce alla sobillazione bolscevica, mentre fino al tentativo di golpe di Kornilov (di cui parla poco e che minimizza) quasi tutti i soviet dei soldati votavano documenti “contro il traditore Lenin pagato dai tedeschi”, salvo poi silenziosamente “votare con i piedi” abbandonando la trincea per raggiungere il villaggio natale per partecipare alla spartizione delle terre dei nobili. I bolscevichi erano gli unici ad appoggiarli, ma non avevano legami solidi con le campagne, e questa sarà la preoccupazione costante di Lenin.

Il libro in definitiva è poco utile, soprattutto perché non aiuta a capire la dialettica della rivoluzione e a spiegarne il successo, e si perde spesso in quadretti di colore sull’amore di Lenin per la natura, oltre che in una prolissa ma non nuova ricostruzione delle sue relazioni con la donne, la madre e le sorelle, ma anche Inessa Armand e Nadezda, sul cui rapporto di amicizia ritorna in varie occasioni. In alcune parti utilizza anche gli scritti di Trotskij, di cui riconosce la grandezza. Anzi ammette nella Nota bibliografica che “i migliori resoconti della Rivoluzione d’Ottobre restano quelli di tre autori che ne furono testimoni”, Nikolaj Suchanov, John Reed e Lev Trotskij, aggiungendo che da questi tre avrebbe attinto per la stesura del libro. È vero in parte, ma il problema è che insieme a questi tre Sebestyen mette (sullo stesso piano!) anche un libro di Orlando Figes, La tragedia di un popolo, che in una rassegna di Testimonianze sullo stalinismo avevo definito “di mole monumentale, ma con molte banalità e luoghi comuni anticomunisti”. È questa dunque in realtà la sua “fonte” principale.

È una conferma in più dei gravi limiti del libro: Sebestyen, basandosi su testi così clamorosamente contrastanti, non riesce a collegarli e interpretarli dialetticamente e quindi non capisce la rivoluzione, e neppure i comunisti della straordinaria stagione della rivoluzione russa e dei primi anni dell’Internazionale. Quelli che ha conosciuto avevano come modello non Lenin (anche se a volte lo citavano) ma nel migliore dei casi Janos Kadar. (a.m.)

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Un consiglio di lettura sullo stesso argomento soprattutto per i giovanissimi, dal mio sito: Il vicolo cieco. Trionfo, involuzione e tragedia del movimento comunista http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_docman&task=doc_download&gid=16&Itemid=2 e soprattutto il bellissimo libro di Ernest Mandel, Ottobre ’17, LaCoRi, Torino, 2017, acquistabile in libreria o scrivendo a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.



[i] Lenin, La vita e la rivoluzione, BUR Rizzoli- Corriere della sera, Milano, 2019

 



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