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Il testimone della “primavera araba” passa a Sudan e Algeria?

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Il testimone della “primavera araba” passa a Sudan e Algeria?

di Gilbert Achcar

da Sinistra Anticapitalista

I movimenti popolari che si oppongono ai regimi algerino e sudanese rompono con la regressione controrivoluzionaria che ha interessato il mondo arabo dal 2011-2012. In entrambi i casi, poteri costruiti attorno ad una struttura militare non possono pretendere di condurre da soli una transizione destinata ad eliminare la loro influenza sullo Stato e sulle risorse.

Negli ultimi mesi, le notizie provenienti dall’area arabofona sono state nuovamente dominate dalle immagini di mobilitazioni popolari sulla scia dell’onda d’urto rivoluzionaria che aveva scosso la regione nel 2011 Si sono susseguite rivolte in Sudan, il 19 dicembre, e in Algeria con le grandi marce del Venerdì del 22 febbraio. Come un’immagine eclatante dell’effetto domino, hanno riportato in mente la prima fase, di massa e pacifica, degli stravolgimenti che otto anni prima avevano interessato la Tunisia, l’Egitto, il Bahrein, lo Yemen, la Libia e la Siria.

Eppure questa volta, gli opinionisti si sono mostrati più cauti esprimendo in forma interrogativa la maggior parte delle loro affermazioni – come del resto il titolo di questo articolo. La ragione va cercata nell’amara disillusione seguita all’euforia della “primavera araba” del 2011.

La repressione della rivolta in Bahrein, ad alcune settimane dal suo inizio con la partecipazione di altre monarchie petrolifere del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gulf Cooperation Council – CCG), avrebbe potuto costituire un’eccezione, tenendo conto della natura molto particolare di questo piccolo Stato.

Ma due anni dopo, l’insieme della regione piombava in una fase di riflusso controrivoluzionario, con una nuova reazione a catena. in direzione opposta. All’offensiva lanciata nella primavera 2013 in Siria da Bashar al-Assad, con l’aiuto dell’Iran e dei suoi galoppini della regione, sono seguiti l’instaurazione di un ordine prevaricatore sotto l’egida dei militari in Egitto e il ritorno di parte degli uomini legati al precedente potere in Tunisia. Intanto, in questi due paesi, l’iniziale impeto rivoluzionario era stato imbrigliato dalle forze appartenenti al movimento dei Fratelli musulmani. I reduci del vecchio regime libico e yemenita, ripreso ardore, hanno stretto alleanze opportunistiche con i gruppi che erano saliti sul treno di una rivoluzione già in marcia e che, come loro, erano ostili ai Fratelli musulmani, per tentare di conquistare il potere con la forza, facendo sprofondare il paese nella guerra civile. Allora, l’entusiasmo ha lasciato il posto alla malinconia di quel che è stato definito l’«inverno arabo», in un contesto segnato dai progressi dell’impresa terroristica totalitaria detta «Daesh».

Ora, mentre quest’ultima manifestazione di al Qaeda è stata schiacciata in Iraq e Siria, dei gruppi attivi sotto lo stesso marchio continuano a imperversare in Libia e nel Sinai egiziano e altri attori della controrivoluzione proseguono l’offensiva anche fuori dallo spazio arabofono.

Una contestazione destinata a persistere

Il clan di Assad porta avanti la riconquista della maggior parte del territorio siriano con il contributo della Russia e dell’Iran. In Egitto, il regime sempre più dispotico del maresciallo Abdel Fattah al-Sisi, incurante del potenziale impatto delle ribellioni del vicino Sudan e dell’Algeria, ha predisposto un cambiamento costituzionale grazie al quale il presidente potrà restare in carica fino al 2030 (1). L’emulo libico di quest’ultimo, il generale Khalifa Haftar —incoraggiato da Cairo, Abu Dhabi, Riad, Mosca e Parigi, a cui si è aggiunto infine Donald Trump—, è impegnato da metà aprile in un’offensiva militare nell’ovest del paese per ultimare la conquista del territorio. Questa azione ha come bersaglio il governo libico del compromesso riconosciuto dall’Organizzazione delle Nazioni unite (Onu), dai Fratelli musulmani, dal Qatar e dalla Turchia, e rende vana la mediazione dell’Onu per una nuova soluzione consensuale. Infine, nello Yemen infuria la guerra civile, con conseguenze pesantemente aggravate dall’intervento criminale della coalizione guidata dal regno saudita. Niente lascia sperare in una pace duratura, né nella riunificazione di questo povero paese in un prossimo futuro.

Tenendo conto della continua degenerazione controrivoluzionaria, le esplosioni sudanese e algerina, invece di apparire come una nuova «primavera araba», al momento restano isolate in un contesto instabile e contraddittorio. Potrebbero anche amplificarsi ed espandersi a macchia d’olio o essere brutalmente interrotte. Oggi, il destino della regione dipende in larga misura da quel che accadrà ai movimenti popolari di questi due paesi.

In compenso, trova piena conferma il fatto che l’esplosione del 2011 fosse solo una prima fase di un processo rivoluzionario di lunga durata. In quest’ottica, la definizione «primavera araba» poteva essere ritenuta valida solo se intesa non come fase di transizione di breve durata e relativamente pacifica —speranza di molti nel 2011—, ma come il primo momento di un susseguirsi di «stagioni» destinato a durare diversi anni, se non decenni.

Infatti, nel mondo arabo, l’imperativo non è l’adeguamento del sistema politico a una società e a un’economia giunte alla maturità dello sviluppo, come è accaduto nei paesi dell’America latina o dell’Asia orientale, la cui modernizzazione politica ha completato la modernizzazione socioeconomica. Qui, si tratta piuttosto di eliminare un sistema politico che, dagli anni 1980, blocca lo sviluppo economico e sociale. Il sintomo più rilevante è la disoccupazione dei giovani, per la quale la regione da molto tempo detiene il record nei grandi complessi geopolitici del pianeta (2).

In quest’ottica, l’apice raggiunto nel 2011 poteva condurre a un nuovo periodo di stabilità duratura solo a fronte di un cambiamento radicale degli orientamenti economici. Ma questa rottura era —e resta— inconcepibile senza un’evoluzione sociopolitica che sovverta i sistemi statali responsabili dello stallo. Così, la contestazione, invece di riassorbirsi, era destinata a persistere, se non a intensificarsi, poiché la destabilizzazione creata dalla «primavera araba» avrebbe necessariamente aggravato l’astenia economica generale. E i fatti l’hanno confermato: nonostante l’offensiva controrivoluzionaria, dal 2011 diversi paesi dello spazio arabofono sono stati attraversati da nuove e forti convulsioni sociali.

È il caso della Tunisia, spesso presentata come la success story della «primavera araba» perché ha saputo difendere le conquiste democratiche. Ora, anche se generalmente si tende a dar credito alle letture che puntano su una presunta differenza «culturale» —dovuta soprattutto alla resistenza negli ultimi tre secoli dello Stato tunisino—, l’«eccezione tunisina» è legata principalmente al ruolo dell’Unione generale tunisina del lavoro (Ugtt), unico movimento operaio organizzato nel mondo arabo, al tempo stesso autonomo e potente (3). Il paese ha continuato a essere colpito da esplosioni sociali, locali o nazionali, tra cui quella nel gennaio 2016 della città di Kasserine, nel centro del paese, e dalle importanti manifestazioni del gennaio 2018. Tra gli altri paesi della regione in cui sono sorti movimenti sociali di rilevante entità dopo il 2011 figurano il Marocco, specialmente nella regione del Rif da ottobre 2016, la Giordania, in particolare nella primavera 2018, e l’Iraq, in maniera intermittente dal 2015. Quanto al Sudan, è stato attraversato da diverse ondate di protesta sociale dal 2011, tra cui quella del 2013, duramente repressa.

Ovunque, al centro delle rivendicazioni trovavano posto le questioni dell’impiego e del costo della vita. Questi problemi erano spesso aggravati dalla lunga mano del Fondo monetario internazionale (Fmi), che ha dato prova di incrollabile lealtà alla religione neoliberista su cui si regge. Quest’ultimo dimostra un dogmatismo totalmente contrario agli insegnamenti dell’esperienza, confermando l’accusa di essere intimamente compromesso nel rappresentare gli interessi del grande capitale, piuttosto che rivolto a una travisata razionalità pragmatica. L’Fmi ha concluso che l’implosione del mondo arabo fosse dovuta a un’applicazione insufficiente delle sue disposizioni, sebbene sia evidente che è frutto delle sue stesse disposizioni, totalmente inadeguate al contesto regionale.

L’Fmi, caldeggiando la riduzione dell’impegno dello Stato e l’affermazione di un ruolo propulsore del settore privato nello sviluppo, finora marginale, ha contribuito notevolmente a creare il blocco «economico della regione. Dal 2011, ha aumentato le pressioni sui governi per obbligarli a osservare alla lettera i suoi piani di austerità. Il risultato non si è fatto attendere: ai casi succitati si è aggiunta l’esplosione sociale in Iran, dove dal dicembre 2017 cause identiche hanno più di una volta prodotto risultati simili, nonostante la specificità del sistema politico iraniano rispetto ai vicini arabi. Nel gennaio 2018, tre paesi della regione, Iran, Sudan e Tunisia, sono stati scossi simultaneamente dalle proteste contro i diktat dell’Fmi.

Del resto, non è un caso che il solo governo a imporre in blocco le misure di austerità richieste dall’Fmi sia stato il regime autoritario del maresciallo al-Sisi. Finora, di questa «shock therapy» inaugurata nel novembre 2016, la popolazione egiziana ha conosciuto solo lo shock. Eppure, diversamente dagli altri popoli della regione, non si è ribellata. La sua letargia è dovuta sia al clima repressivo instaurato dal potere, sia alla rassegnazione provocata dalla consapevolezza che tre anni di rivolte, dal 2011 al 2013, sono serviti solo a instaurare un regime che fa rimpiangere quello di Hosni Mubarak (4). Una rassegnazione che aggrava ulteriormente l’assenza di una soluzione alternativa credibile.

Presidenti sacrificati dall’esercito

Tuttavia, l’esperienza egiziana non è stata vana. I popoli dei paesi vicini ne hanno tratto insegnamento: ormai, hanno elaborato delle difese contro le illusioni nutrite dagli egiziani quando hanno spinto Mubarak alle dimissioni, l’11 febbraio 2011, e quando hanno deposto il suo successore eletto, membro dei Fratelli musulmani, Mohamed Morsi, nel luglio 2013. Allora, è stato evidente per tutti che, mentre i militari rappresentavano l’ossatura stessa del potere politico, il presidente e la sua cerchia stretta non erano che la punta dell’iceberg. La superficie sommersa era prevalentemente costituita dal complesso militar-securitario —che oggi è comunemente chiamato «Stato profondo», termine che ben si addice alla metafora dell’iceberg.

I sistemi politici dello spazio arabofono sono tutti dominati dalle caste che depredano sistematicamente gli Stati e le loro risorse. Questi sistemi poggiano su due categorie: le famiglie regnanti in un contesto monarchico o apparentemente repubblicano di appropriazione privata dello Stato e le caste militar-securitarie e burocratiche i cui membri godono di un usufrutto dello Stato in un contesto neopatrimoniale.

Questa differenza tra le due categorie ha determinato la controversa sorte delle insurrezioni del 2011.

Nel 2011, negli Stati neopatrimoniali —Tunisia ed Egitto—, l’apparato statale non ha tardato a liquidare il gruppo dirigente, diventato troppo ingombrante. Negli Stati patrimoniali, invece, le famiglie regnanti non hanno esitato a ricorrere alle guardie pretoriane per soffocare nel sangue le rivolte, gettando i propri paesi nella guerra civile, come in Libia e Siria, mentre in Bahrein l’intervento delle monarchie del Ccg ha dissuaso il movimento popolare dall’imbracciare le armi. Lo Yemen si collocava in una categoria intermedia: la rivolta del 2011 si è conclusa con una traballante condivisione del potere che a breve sarebbe sfociata in un conflitto armato.

Il Sudan e l’Algeria appartengono, come l’Egitto, alla categoria dei regimi dalla struttura militar-securitaria. E, come l’Egitto, i militari hanno tentato di tenere a bada la popolazione sacrificando il presidente. Abdelaziz Bouteflika è stato spinto alle dimissioni dal comando militare algerino il 2 aprile 2019 e Omar al-Bashir è stato destituito dalla giunta militare sudanese e arrestato l’11 aprile.

Siamo di fronte a due colpi di Stato conservatori, simili a quello orchestrato dai militari in Egitto nel febbraio 2011, quando avevano annunciato le «dimissioni» di Mubarak: tutti golpe con cui l’esercito si è sbarazzato della punta dell’iceberg per preservare la parte sommersa. Anche in questa occasione, i militari algerini e sudanesi hanno dato in pasto ai manifestanti la cerchia ristretta del presidente decaduto e le persone e le istituzioni più direttamente compromesse nei soprusi e negli affari illeciti dell’odiato regime. Ma, sia in Algeria sia in Sudan il movimento popolare, forte dell’esperienza egiziana e, nel caso delle vecchie generazioni sudanesi, anche delle esperienze locali precedenti, si è fatto furbo. Esige, con notevole tenacia, la fine del controllo del potere politico da parte dei militari e l’instaurazione di un governo realmente civile e democratico.

Queste nuove insurrezioni hanno in comune la straordinaria diffusione della mobilitazione e delle sue entusiasmanti modalità, in linea con la tradizione festosa delle grandi rivolte emancipatrici che mettono. «l’immaginazione al potere (5)». Hanno in comune anche un’alta consapevolezza di essere alla mercé di un regime in cui i militari costituiscono l’ossatura, che l’alto comando non ha nessuna intenzione di sacrificare. Tanto in Algeria quanto in Sudan, la più alta istanza militare pretende di diventare la punta di diamante del cambiamento rivoluzionario a cui aspira la popolazione, al pari del Movimento degli ufficiali liberi guidato da Gamal Abd el-Nasser nel 1952 in Egitto o del Movimento nelle forze armate del Portogallo nel 1974 —due casi di ribellioni di giovani ufficiali contro la gerarchia; ma non ci credono in molti.

Tuttavia, a separare le due rivolte del 2019 è una differenza significativa legata alla presenza o all’assenza di direzione. Questo è un nodo cruciale a cui si deve il cocente fallimento della maggior parte delle insurrezioni del 2011 e il parziale successo dell’unica fase in cui è stato possibile presentare le conquiste democratiche. La «primavera araba» è stata definita «postmoderna», per via dell’illusione ottica che l’ha fatta passare per un movimento privo di direzione. Ora, nessun movimento popolare può insediarsi stabilmente al potere in queste condizioni: anche quelli che hanno auto una genesi spontanea devono dotarsi di una direzione se vogliono sopravvivere.

Nell’esperienza tunisina, i sindacalisti dell’Ugtt hanno avuto un ruolo chiave nella diffusione della rivolta sul territorio nazionale e nel sovvertimento della dittatura nel gennaio 2011. In Egitto, un conglomerato di organizzazioni politiche dell’opposizione ha iniziato la rivolta e ne ha assunto la guida fino all’allontanamento di Mubarak. In Bahrein, si sono schierati in prima linea dei membri dell’opposizione politica e dei sindacalisti. Nello Yemen, una parte delle forze del regime si è alleata all’opposizione per trarre profitto dal movimento, a scapito dei giovani rivoluzionari che avevano avuto un ruolo fondamentale nella sua nascita. In Libia, la rapida evoluzione verso un conflitto armato ha dato origine a una direzione che teneva insieme vecchi e nuovi oppositori, tra cui i dissidenti del regime. La Siria ha conosciuto la più lunga esperienza di direzione orizzontale —che è cosa ben diversa dall’assenza di una direzione— con la costituzione di comitati di coordinamento supportati dai social network, finché il Consiglio nazionale siriano, creato a Istanbul sotto la doppia egida della Turchia è del Qatar, ha assunto il ruolo di leader.

L’emirato del Qatar e la Turchia

Il tandem Turchia/Qatar è riuscito a porre sotto il proprio controllo tutte le insurrezioni del 2011, ad eccezione del caso particolare del Bahrein. Ci è riuscito grazie al patrocinio della confraternita dei Fratelli musulmani che, sebbene non avessero relazione alcuna con l’origine delle rivolte, non hanno tardato a raggiungerle prendendone il comando. I Fratelli musulmani e i gruppi associati controllavano già importanti organizzazioni ben radicate in Egitto e nello Yemen. In Libia, Tunisia e Siria, nonostante la clandestinità, potevano far affidamento su un’importante rete che riceveva, al pari delle sue ramificazioni parzialmente o pienamente legali negli altri paesi, il sostegno materiale e mediatico (attraverso il canale Al Jazeera) dell’emirato del Qatar.

In un contesto caratterizzato dalla generale debolezza delle organizzazioni dell’opposizione liberale (nel senso politico del termine) e della sinistra dell’area arabofona, private del sostegno statale esterno e massacrate dalla repressione, la rete dei Fratelli musulmani e dei gruppi associati ha raggiunto l’apice dell’influenza all’interno della regione nel 2011-2012. Ha tratto massimo vantaggio dall’organizzazione delle elezioni tenute in Tunisia e in Egitto nel periodo immediatamente successivo, impadronendosi del potere in entrambi i paesi. La monarchia marocchina, invece, ha preso l’iniziativa e cercato di prevenire la diffusione della contestazione popolare scoppiata il 20 febbraio 2011, cooptando il ramo marocchino della fratellanza nel governo.

L’unica sorpresa è rappresentata dal fallimento dei Fratelli musulmani alle elezioni parlamentari del luglio 2012 in Libia, dove sono stati superati con ampi margini dall’Alleanza delle forze nazionali, coalizione di gruppi politici e di organizzazioni non governative di orientamento liberale che ha ottenuto quasi la metà dei voti (con un tasso di partecipazione del 61,6%) e quasi cinque volte più delle preferenze dei Fratelli musulmani. Questo risultato arrivava dopo le elezioni presidenziali in Egitto, nel maggio-giugno 2012, in cui al primo turno il totale dei voti dispersi dai candidati dei partiti liberali e di sinistra superava il risultato complessivo dei due candidati di testa (quello dei Fratelli musulmani e quello del vecchio regime) e aveva totalizzato oltre il doppio del risultato di Morsi. Questo episodio, inoltre, offriva un’ulteriore dimostrazione del fatto che, contrariamente allo stereotipo di ispirazione orientalista —secondo la definizione di Edward Saîd (6)—, le popolazioni della regione non si lasciano attirare «culturalmente» da quello che alcuni chiamano «l’islam politico».

Il problema, più che di ordine culturale, è tipicamente di ordine politico-organizzativo. A essere in gioco sono, da una parte, l’incapacità delle forze democratiche —dai liberali (laici e musulmani) alla sinistra radicale—, che ovunque hanno raccolto le principali aspirazioni dei movimenti popolari, a organizzarsi in una coalizione; e, dall’altra parte, la loro incapacità ad apparire insieme come una soluzione alternativa ai due poli reazionari che formano i vecchi regimi e i loro rivali integralisti musulmani. Sfortunatamente, in tutti i paesi in primo piano durante la «primavera araba» del 2011, i gruppi dell’opposizione liberale e di sinistra hanno commesso l’errore di compromettersi con uno dei due poli reazionari per lottare contro l’altro, passando anche dall’uno all’altro, a seconda di dove ognuno individuava il principale pericolo del momento. Il risultato è riscontrabile nell’emarginazione di questi gruppi sulla scena politica.

In larga misura, le rivolte in corso in Sudan e in Algeria sono immuni dalla stretta degli integralisti musulmani. Questo rafforza la loro opposizione alle macchinazioni dei militari: infatti, durante i primi mesi del 2011, i Fratelli musulmani erano stati dei preziosi alleati di questi ultimi in Egitto. In Algeria, la sfida del «decennio nero» —il sanguinoso scontro tra il complesso militar-securitario e gli integralisti del Fronte islamico di salvezza (Fsi) e le sue derive a seguito del colpo di Stato del gennaio 1992— ha provocato una forte sfiducia verso questi attori. Il ramo algerino dei Fratelli musulmani, invece, ha collaborato con i militari e sostenuto, per un lungo periodo, Bouteflika, partecipando ai governi formati sotto la sua egida. Nella stragrande maggioranza, coloro che dal febbraio scorso conducono la mobilitazione nelle piazze algerine si opporrebbero alla pretesa delle forze integraliste di dirigere il movimento con altrettanta, se non maggiore, energia rispetto a quella che impiegherebbero nel respingere la pretesa dell’alto comando militare di farsi portavoce delle loro aspirazioni.

Un’insurrezione molto radicale

In Sudan, la doppia opposizione popolare ai due poli reazionari è ancor più radicale, avendo essi governato insieme dopo il colpo di Stato del 1989 di al-Bashir. Infatti quest’ultimo, a capo di una dittatura militare alleata ai Fratelli musulmani (seppure con alti e bassi), era un misto tra Morsi e al-Sisi (7). Uno degli aspetti determinanti dell’insurrezione sudanese —caratterizzata da una radicalità politica superiore a tutte le altre dello spazio arabofono dal 2011— è la sua dichiarata opposizione sia al potere dei militari, sia a quello dei compari islamici, e l’esplicita dichiarazione di voler instaurare un governo civile e laico, democratico e financo femminista. Questa radicalità è strettamente legata a un altro elemento che contribuisce alla superiorità del movimento sudanese: la sua eccezionale direzione politica. Il suo omologo algerino è limitato dalla pluralità e dall’orizzontalità delle sue istanze organizzatrici, in cui cooperano, grazie ai social network, studenti e studentesse organizzati nei luoghi di studio, gruppi dell’opposizione politica liberale e di sinistra, collettivi di lavoratori e liberi professionisti, senza che ci sia un’istanza in grado di rivendicarne la direzione. In compenso, nessuno contesta il ruolo di primo piano assunto in Sudan dalle Forze della Dichiarazione della libertà e del cambiamento (Fdlc).

All’interno di questa coalizione formatasi attorno alla dichiarazione di cui porta il nome, adottata il 1° gennaio 2019, occupa una posizione centrale l’Associazione dei professionisti sudanesi. Quest’ultima è stata creata nell’ottobre 2016 in clandestinità da medici, giornalisti e avvocati raggiunti successivamente da altri collettivi: insegnanti, ingegneri, farmacisti, artisti e, in tempi più recenti, da operai e ferrovieri, ecc. Le Fdlc comprendono anche un ampio ventaglio di forze politiche dell’opposizione, che vanno dal Partito Umma —diretto da Sadiq Al-Mahdi, per due volte primo ministro negli anni 1960 e 1980, liberale e capo di un ordine religioso musulmano sufi— al Partito comunista sudanese, il più importante dei partiti comunisti ancora attivi nel mondo arabo (pur considerevolmente indebolito dagli anni 1960), passando per i movimenti regionali di lotta armata contro il regime di al-Bashir. Partecipano anche gruppi femministi, l’Iniziativa Contro l’oppressione delle donne e i Gruppi femministi civili e politici, la cui influenza nel programma della coalizione è molto marcata. Si riscontra, per esempio, nella rivendicazione che la coalizione intende istituire, quella di una quota riservata alle donne all’interno dell’assemblea legislativa del 40% (l’Associazione delle donne democratiche ha inoltre avuto un ruolo rilevante nella contestazione e nel processo costituente in Tunisia, in cui tuttavia le tematiche femministe apparivano meno centrali).

David Pilling, giornalista al Financial Times, ha espresso questo parere sul Sudan che avremmo potuto trovare piuttosto in un giornale di estrema sinistra: «Sebbene la rivolta debba molto alla tecnologia del XXI secolo, alla forza organizzatrice degli smartphone e degli hashtag, un movimento che mostra degli aspetti al contempo laici e sindacali ha come un’aria retrorivoluzionaria. È impossibile sapere con certezza come fosse nella Russia del 1917, quando fu deposto lo zar, o nella Francia delle esaltanti e idealiste giornate dell’effimera Comune di Parigi del 1871. Ma probabilmente si respirava un’aria simile a quella di Khartum dell’aprile 2019 (8).»

Le Fdlc sono impegnate in un braccio di ferro con l’alto comando militare su due questioni cruciali: chi deve esercitare il potere nel periodo di transizione e quanto tempo durerà quest’ultima? La coalizione esige che venga formato un «consiglio di sovranità» in cui le sia riservato un ruolo predominante, con una partecipazione militare minoritaria, mentre le forze armate intendono mantenere il controllo del potere sovrano. Può sembrare paradossale che la coalizione esiga inoltre un periodo transitorio di almeno tre anni prima dell’organizzazione delle elezioni, mentre i militari lo limiterebbero il più possibile. Ma le Fdlc hanno tratto insegnamento dalle elezioni costituzionali, legislative e presidenziali organizzate in tempi molto brevi in Tunisia ed Egitto, che hanno favorito la polarizzazione reazionaria a scapito dei progressisti. Vogliono avere il tempo di costruire nuove istituzioni per un potere civile, democratico e laico, progressista in campo socioeconomico e sulla condizione delle donne —temi sviluppati nel suo progetto di Costituzione transitoria. Inoltre, vuole aver modo di costruire una forza politica progressista capace di consolidare la propria leadership in un contesto partitico, oggi inesistente.

Da qui, si capisce perché l’insurrezione sudanese susciti una preoccupazione ben maggiore nelle forze reazionarie delle regioni rispetto alla rivolta algerina. I fratelli nemici del Ccg —Arabia saudita, Emirati arabi uniti e Qatar— hanno tutti offerto il proprio appoggio a al-Bashir, prima della sua caduta. L’asse Abu Dhabi – Riyad ha moltiplicato gli sforzi nel sostegno ai militari, oggi guidati da ufficiali che hanno combattuto al suo fianco nello Yemen. Cerca di far scoppiare la coalizione progressista, traviando la sua ala «moderata», in particolare Umma, e contemporaneamente incoraggia l’esercito a ricorrere alla demagogia religiosa — con l’accusa rivolta alle Fdlc di voler eliminare dalla legislazione sudanese qualsiasi riferimento alla sharia —grazie al sostegno dei salafiti, clienti dei sauditi, e dei Fratelli musulmani, clienti del Qatar, che contestano la leadership popolare delle Fdlc.

La situazione è destinata a sfociare in una radicalizzazione rivoluzionaria, come nella Russia del 1917, o in una «settimana di sangue», come quella che ha decretato la fine della Comune di Parigi, per riprendere i paragoni proposti dal giornalista del Financial Times? La principale risorsa dei rivoluzionari sudanesi è la grande influenza esercitata sui soldati e sugli ufficiali subalterni, alcuni dei quali hanno utilizzato le armi per difendere i dimostranti. Questo ha spinto l’alto comando a rifiutare un intervento delle truppe contro il movimento quando al-Bashir lo ha sollecitato. Questo fattore determinerà il destino della rivoluzione sudanese come ha determinato la controversa sorte dei precedenti russo e parigino.

1) Cf: Bahey Eldin Hassan, «Égypte. Le coup d’État permanent», Orient XXI, 15 aprile 2019, http://www.orientxxi.info
2) È possibile trovare analisi e cifre di questo blocco in Gilbert Achcar, Le peuple veut. Une exploration radicale du soulèvement arabe, Sindbad, Parigi,
3) A proposito dell’Ugtt, vincitrice del premio Nobel per la pace nel 2015, si legga Hèla Yousfi, «Un syndicat face à Ennahda», in «Le défi tunisien», Manière de voir, n° 160, agosto- settembre 2018.
4) Si legga Pierre Daum, «Piazza Tahrir, sette anni dopo la “rivoluzione”», Le Monde diplo- matique/il manifesto, marzo 2018.
5) «“L’imagination au pouvoir”, un’intervista di Daniel Cohn-Bendit par Jean-Paul Sartre», Le Nouvel Observateur; Parigi, 20 maggio 1968.
6) Edward W. Said, L’Orientalisme. L’Orient créé par l’Occident, Seuil, Parigi, 1980.
7) Cf: «The fall of Sudan’s “Morsisi”», Jacobin, 12 maggio 2019, http://www.jacobinmag.com
8) David Pilling, «Sudan’s protests feel like a trip back to revolutionary Russia », Financial Times, Londra, 24 aprile 2019.

Di Achcar avevamo pubblicato sul sito in aprile un breve aggiornamento: Gilbert Achcar su Algeria e Sudan

Tratto da: Le monde diplomatique-il manifesto


 



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