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La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Le radici profonde di Bolsonaro

Le radici profonde di Bolsonaro

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Un recente articolo di Alberto Azcárate, inviato da Río de Janeiro alla rivista spagnola El Salto, ricostruisce efficacemente il terrore poliziesco e militare che regna dentro e intorno alle principali favelas della ex capitale brasiliana, che paragona addirittura a quel che vivono gli abitanti dei territori palestinesi occupati. Il paragone, forse esagerato, si basa però su una sensazione provata realmente di fronte al “muro della vergogna” costruito nel 2009 per isolare dalla bellissima città turistica l’enorme miserabile agglomerato di casupole di A Maré: faceva parte dei preparativi per i Mondiali di calcio e le Olimpiadi. È bene ricordare che nel 2009 la polizia era la stessa di oggi, la stessa che nel 2013 ha represso le manifestazioni contro l’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici, conseguenza quasi inevitabile dello sperpero di risorse per finanziare infrastrutture megalomani affidate alle solite multinazionali del cemento come Odebrecht, sistematicamente protette ed esaltate da Lula. Come era la stessa anche la magistratura, implacabile contro la microcriminalità e subalterna al grande capitale. Allora era ancora benevola nei confronti di Lula, poi avrebbe fatto parte senza scrupoli del complotto per impedirgli di ripresentarsi al voto.

L’articolo di Azcárate completa quel che già risultava dall’intervista a Lula (vedi qui). Il PT ha creduto di poter capitalizzare il consenso dei ceti più poveri ottenuto con le misure assistenziali tipo Bolsa familia, senza accorgersi che gli uomini del Brasile profondo, razzista e cinico, continuavano a occupare i posti chiave dell’apparato statale, civile e militare. Era un dato oggettivo, ma è stato sottovalutato, e la grande forza accumulata dal PT non è stata utilizzata per fronteggiarla, illudendosi che bastasse e fosse inattaccabile il prestigio personale di Lula.

Qualcosa di simile si era verificato in Italia nel breve periodo della partecipazione del PCI al governo (1943-1947) che, come l’esperienza delle presidenze Lula e Rousseff, si concluse quasi senza una risposta alla brusca esclusione dal governo, per lo stupore di essere messi alla porta dopo aver aiutato a ricostruire in tutti i suoi aspetti uno Stato borghese che era a pezzi. Dopo la retorica dell’unità si poteva verificare che tra lo Stato prefascista, quello fascista e quello postfascista gli elementi di continuità erano ben più forti di quelli di discontinuità. Ma è una lezione impartita da tante altre esperienze di governi interclassisti, concluse sempre con una catastrofe appena la controparte riteneva di poter cacciare impunemente le sinistre. Non si può dire con certezza che l’esito poteva essere diverso, ma certo si poteva tentare di modificare con la lotta i rapporti di forza. Questa era anche la conclusione a cui era giunto Ernesto Che Guevara mettendo a confronto le poche rivoluzioni vittoriose con le tante sconfitte per essersi fermate a metà... (a.m.)

Brasile –La guerra contro i poveri: militarizzazione e violenza sociale a Rio de Janeiro

A Rio de Janeiro il governo lancia la crociata contro gli esclusi con il pretesto di lottare contro la delinquenza e il narcotraffico

di Alberto Azcárate

Lo Stato di Rio de Janeiro, insieme a quello del Ceará, è il pioniere di un modello che emerge come “l’uovo del serpente” nel paese maggiormente popolato del Cono Sur latinoamericano. In un esame comparativo tra la realtà delle favelas di Rio e i territori palestinesi occupati, la ricercatrice Gizele Martins fa la seguente riflessione: “Quel che i residenti del complesso di favelas A Maré vissero durante i Campionati mondiali di calcio non è poi così diverso da quel che vivono i palestinesi. La militarizzazione della vita è qualcosa di costante e spaventoso. Lì sono i caccia ad attraversare quotidianamente l’esistenza della gente, qui sono i mezzi aerei blindati (elicotteri blindati e muniti di artiglieria). La cosa tragica è la percezione che vi sia una ‘naturalizzazione’ mondiale della violenza che entrambi i popoli subiscono da parte dei poteri statali e militari”.

In effetti, esistono una serie di rapporti e analogie che consentono il confronto: il Battaglione di Operazioni Speciali carioca è il quinto maggiore acquirente mondiale di armi israeliane. I carrarmati che girano nelle grandi città brasiliane provengono da lì. Rio de Janeiro, come la Palestina, ostenta il proprio “Muro della vergogna”, costruito nel 2009 per il Mondiale di calcio e i Giochi Olimpici nei paraggi del complesso di favelas A Maré. Le autorità lo hanno chiamato “barriera acustica”, sostenendo che servisse a proteggere gli abitanti dal rumore delle automobili (la favela esiste dal 1940). A nessuno è sfuggito come il muro sia stato innalzato per evitare che gli stranieri che avrebbero assistito a quegli eventi si accorgessero che – per troppa gente – la città era ben lungi dall’essere meravigliosa.

Altri muri si costruiscono in altrettante favelas della città. Anche i controlli all’ingresso e all’uscita degli abitanti da parte dei militari costituiscono una scena paragonabile. Inoltre, annualmente si celebra una grande fiera degli armamenti in Brasile, la LAAD&Security, ora a Rio ora a San Paolo, cui assistono sistematicamente fabbricanti israeliani. Stando agli specialisti, l’esercito brasiliano sviluppò un forte know-how quando, nel 2004, ebbe il comando dell’intervento ad Haiti. Al rientro lo applicò nelle favelas di A Maré, Rocinha, Jacarezinho, Alemẫo e, adesso, nel resto del paese. Stando alle testimonianze raccolte ad A Maré, i militari commentano che “era più facile avere a che fare con gli haitiani, perché qui sono troppi gli attivisti che denunciano”!.

La creazione di uno Sato poliziesco

La strategia di costruire uno Stato poliziesco nel Brasile di Bolsonaro passa per la creazione di un immaginario di guerra che, mentre semina il terrore tra le sue vittime potenziali, lancia un appello garantista all’indirizzo del mondo imprenditoriale e ai ceti medi, un campo eternamente fertile per l’imperativo securitario. “Se l’argomento è la sicurezza, dire che lo Stato è indebolito instaura il terrore nella testa della gente: Si tratta di una narrazione prodotta per ottenere maggiori risorse. Fa credere alla gente che si debba investire in sicurezza, perché così si risolverà il problema della società. Vendono il panico e la società alla fine li sostiene”, raccontava una abitante della favela di A Maré

La crescente militarizzazione ha vari fronti. Da un lato, si sono ridotte le competenze della Polizia Civile. I suoi commissariati attualmente fungono da intermediari tra società civile e Polizia Militare (PM), che costituisce una forza d’urto. Conseguendo il proprio obiettivo, la PM sarebbe legittimata ad operare senza mediazioni.

Parallelamente, si è creata una legalizzazione delle milizie, una vasta rete paramilitare. con la quale Bolsonaro ha stretti rapporti – tramite la proposta di creazione di una PM volontaria. Pur senza autorizzazione legislativa, l’iniziativa di Wilson Witzel – il governatore dello Stato di Rio de Janeiro – pretende di creare un corpo stipendiato, a livelli diversi per età e per responsabilità. Non sembra facile che ottenga l’’approvazione legislativa, almeno per il momento.

All’interno di questo schema, la PM ha sempre più risorse ed equipaggiamenti: elicotteri blindati, granate, armi da guerra di ultima generazione. Per questo, la spesa in materia di Sicurezza ha conosciuto un aumento esponenziale nel 2017, il governo autonomo ha destinato a questo titolo 2,6 miliardi di euro, praticamente il doppio di quanto destinato dallo Stato alla Sanità pubblica.

Inoltre, il governo incoraggia attivamente il possesso e l’impiego di armi da fuoco. In effetti, la locale fabbrica di armi Taurus si è impegnata attivamente per la vittoria di Bolsonaro. Il progetto di liberalizzazione delle armi da fuoco è stato frenato dal parlamento, ma il governo ha ottenuto l’autorizzazione per alcune categorie di personale della Sicurezza.

Un’altra delle misure oggetto di maggiori polemiche consente ai poliziotti di prestare servizi particolari al difuori dell’orario di lavoro. Se non bastasse, negli ultimi tempi è abituale che la polizia faccia sfilare per le vie i propri battaglioni con il marchingegno di maratone e giornate dal profilo ludico, allo scopo evidente di mostrare alla società la sua forza. Sfilano accompagnando con cori slogan che inneggiano all’ordine e lanciano minacce all’indirizzo dei “banditi”.

La militarizzazione viene da lontano

Il processo di militarizzazione e la violenza poliziesca sono aumentati in maniera esponenziale nel 2018 con l’intervento militare a Rio de Janeiro durante la presidenza di Michel Temer, ma hanno avuto origine molto prima. Secondo dati dell’Istituto di Pubblica Sicurezza, tra il marzo 2016 e lo stesso mese del 2017, il numero di omicidi causati dall’intervento poliziesco è cresciute del 96,/%, passando da 61 a 120 vittime. E, tra gennaio e settembre 2018, si erano registrate 813 persone assassinate da polizie autonome, e in tutti i casi la polizia si è appellata al ben noto eufemismo della “resistenza all’autorità”.

La figura della “resistenza all’autorità” è stata creata a partire dall’Atto Istituzionale 5 12 1968 della dittatura militare. La stampa lo ha adottato per far sue le versioni ufficiali ed evitare l’arresto in flagrante di poliziotti e militari responsabili di omicidi. Diventò poi l’espressione che alludeva alle morti causate da interventi polizieschi.

Nel 2019, l’Istituto di Pubblica Sicurezza ha registrato 434 casi di “resistenza all’autorità” –come solitamente si denominano le morti procurate dalle forze poliziesche o militari – solo nei primi 4 mesi dell’anno. Si tratta degli indicatori peggiori degli ultimi 20 anni, con l’aggravante che abbastanza spesso le autopsie verificano che gli spari sono partiti da meno di un metro e sono alla testa o alla nuca. Come se non bastasse, i militari tentano un ulteriore giro di vite nella legittimazione degli assassinii e si battono perché il concetto di “resistenza all’autorità” venga sostituito da quello di “legittima difesa”.

Un ulteriore precedente di quel periodo è la “gratifica far west”, un bonus in moneta che premiava i poliziotti che uccidevano di più, provocando la comparsa di gruppi di sterminio di fama sinistra che lasciarono un fiume di massacri nel 1993: quello di Vigario Geral con 21 assassinati; nello stesso anno, quello della Candelaria, con l’assassinio di 8 bambini di strada, o quello di Acarí, con la scomparsa di 19 persone.

Le Unità di Polizia Pacificatrici (UPP)

Si tratta di unità speciali create dal PT nel 2008, in alternativa al fallimento delle precedenti politiche di lotta al narcotraffico. Per alcuni funzionari pubblici e specialisti in sicurezza si trattò di un modo efficace di combatterlo, mentre per familiari e abitanti delle favelas le UPP rappresentarono un’ulteriore forma di controllo della popolazione nera e povera.

Negli ultimi dieci anni sono morte 16.000 persone vittime di interventi polizieschi nelle favelas. Nella Baixada Fluminense, secondo dati della stessa Polizia civile, tra il 2010 e il 2015 ci furono 2.046 atti di “resistenza all’autorità”.

Familiari e gruppi del movimento Favelas de Rio de Janeiro fornirono numerosi resoconti e testimonianze alla Commissione Internazionale dei Diritti Umani (CIDH) in visita nella città. Nella successiva Conferenza stampa questo organismo ingiunse allo Stato brasiliano di rivedere la figura di “resistenza all’autorità”, esortandolo a fornire spiegazioni sui massacri, le scomparse forzate e le molteplici violazioni commesse dalla polizia e dall’esercito nelle favelas e nelle periferie di Rio de Janeiro.

Le milizie

Costituiscono una rete paramilitare e parapoliziesca sorta nell’ultimo decennio e che conserva stretti legami con le corporazioni dell’apparato dello Stato. Ne fanno parte militari, poliziotti, pompieri e funzionari espulsi per delitti di vario tenore, anche assassinii in certi casi.

In ampi settori di quella sacca di povertà che è la Baixada Fluminense, un’area periferica densamente popolata, forniscono luce, gas, Internet, TV digitale a un costo inferiore rispetto a quello delle reti ufficiali. Hanno anche autobus con destinazione a media e lunga distanza, compresa una propria variante in sostituzione di Uber. Mandano mensilmente esattori e quando qualche proprietario si rifiuta di pagare qualche servizio deve rischiare di vedersi appeso all’uscio di casa un cartello con scritto “Sei in debito”.

Vista l’influenza acquisita in alcune aree, riescono ad eleggere rappresentanti politici che entrano a far parte degli organismi legislativi delle autonomie e dei municipi. Per il loro ampio radicamento, si potrebbe dire che operino “in territori liberati”, un concetto proprio dell’ideologia militare. Un commerciante ci ha rivelato che le milizie stanno cominciando a raggiungere quartieri di ceti medi agiati. Non lo fanno con la truculenza che esibiscono nelle comunità bisognose, ma vendendo “sicurezza privata” con l’argomento di evitare eventuali aggressioni.

Sequele di repressione nelle favelas

Controlli polizieschi, umilianti perquisizioni, divieti arbitrari di transito, circolazione di veicoli da guerra, presenza di soldati armati, morte di persone frutto di interventi polizieschi costituiscono una costante nella vita delle popolazioni che abitano nelle favelas e nelle periferie povere. Questa brutale dinamica altera la vita d’ogni giorno di questi collettivi, interferisce nel commercio, nell’assistenza ai residenti sui luoghi di lavoro, nel funzionamento delle scuole e dei presidi sanitari.

Tutti i testimoni lo dicono: lo Sato, invece di fornire soluzioni per aiutare la popolazione più precaria, se ne assume l’azzeramento sociale e fisico

Nel 2017, le scuole dovettero sospendere la loro attività 65 volte solo nei primi 22 giorni di lezioni dell’anno. Ci sono state manifestazioni di denuncia della chiusura di scuole e presidi sanitari in seguito a sparatorie. Gli alunni riferiscono che buona parte delle operazioni poliziesche si effettuano in orario scolastico, a volte all’ingresso e all’uscita dall’aula. Bruna Silva risiede nella favela A Maré ed è madre dello studente Marcus Vinicius, di 14 anni, assassinato lo scorso anno durante un’operazione poliziesca!.

Questa donna ha insistito sulla depressione e l’angoscia di tanti residenti, a causa del panico per le sparatorie dall’elicottero. “Le nostre strade sono piene di fori di pallottole. Mio figlio voleva solo studiare, ma un colpo gli ha stroncato la vita”.

Secondo Oliva Morgado Françoso, psicologa e psicoanalista del Nucleo di Sostegno Psicosociale per le Vittime della Violenza dello Stato: “L’assassinio di un familiare a causa della violenza dello Stato ha gravi conseguenze, altera l’esistenza dell’intero gruppo familiare. Le donne alla fine danno vita a proprie reti di sostegno, visto che lo Stato non garantisce attenzione nei confronti di queste madri e dei familiari”.

Tutti i testimoni lo dicono: lo Stato, anziché adottare soluzioni in aiuto della popolazione più precaria, se ne assume l’azzeramento sociale e fisico. Si tratta di una crociata contro i poveri in piena regola, con il pretesto perverso di farla finita con la criminalità e il narcotraffico.

PS Ringraziamo le vicine delle favelas e delle periferie che ci hanno fornito video, foto e informazioni, e anche Rogêria Pexinho e le altre attiviste, il professor Alfonso Pereira, la deputata Monica Francisco, il giornalista Cid Benjamin; siamo grati ai documentati studi, di cui ci siamo serviti, della ricercatrice Gizele Martins. [parte di questi materiali può essere vista su https://www.elsaltodiario.com/brasil/guerra-milicias-armas-bolsonaro-contra-pobres-militarizacion-violencia-estatal-janeiro e https://correspondenciadeprensa.com/ NdR]

Alberto Azcárate

Traduzione di Titti Pierini



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