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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Asia Orientale: una regione in bilico

Asia Orientale: una regione in bilico

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di Andrea Ferrario

https://crisiglobale.wordpress.com/author/crisiglobale/

L’area geografica comunemente denominata Asia Orientale (Cina continentale, Hong Kong, Taiwan, due Coree e Giappone) è uno dei fulcri del sistema capitalistico mondiale e, sebbene da tempo in frenata, ne è stata per decenni uno degli elementi economicamente più dinamici. Oggi in quest’area si sovrappongono forti fattori di crisi, di natura sia politica che economica, i cui futuri sviluppi avranno inevitabilmente riflessi decisivi a livello globale.

Situazione economica: una rapida panoramica

Pressoché tutti i paesi dell’area, con l’unica eccezione della Corea del Nord, hanno registrato nell’ultimo mezzo secolo una crescita a due cifre, molto più alta di quella degli altri paesi industrializzati. Oggi invece, a più di dieci anni dalla grande crisi del 2008, sembrano sempre più allinearsi al trend globale di una crescita stagnante. Il pioniere mondiale di questo trend è stato il Giappone, da tre decenni in stagnazione e che, sempre da tre decenni, applica ingenti politiche monetarie di quantitative easing senza alcun risultato se non quello di mantenere appena a galla la propria economia, da anni attestata su una crescita di appena l’1%. La Corea del Sud, l’economia sviluppata che a livello mondiale più dipende dalle esportazioni, sta registrando una crescita più o meno del 2%, di gran lunga inferiore a quella media del 10-15% degli anni 1980 o del 5% del primo decennio del ventunesimo secolo. Hong Kong è passata dai tassi di crescita tra il 3 e il 4,5% registrati nel 2017-2018 ad appena lo 0,5% e Taiwan viaggia sull’1,5%. La Cina, seconda economia mondiale in termini di Pil, rimane un enorme punto interrogativo perché i suoi dati sono chiaramente alterati e contradditori, e più volte Pechino ha cessato la pubblicazione di importanti indicatori senza fornire motivazioni. Ufficialmente l’economia sta crescendo di poco più del 6%, quindi comunque la metà del periodo pre-2008, ma le più recenti analisi dettagliate stimano che Pechino “aggiunga” all’indice del Pil circa il 2-3% e, anche alla luce di altre statistiche (contrazione dei consumi di energia elettrica, forte calo delle importazioni, crollo a due cifre delle esportazioni verso la Cina di paesi come Corea e Giappone) è in effetti ipotizzabile che il dato reale sia la metà di quello ufficiale, se non addirittura di meno. Notiamo qui per inciso che quello dell’inaffidabilità degli indicatori economici fondamentali è diventato un problema diffuso nel continente asiatico: riguarda, oltre alla Cina, anche l’India, il Vietnam e, sebbene in modo meno sistematico, il Giappone.

Il debito costituisce un problema enorme per l’economia della regione. In Cina il fattore più preoccupante è la sua crescita a ritmo esponenziale. Nel paese il problema riguarda in particolare le amministrazioni locali, le aziende e, in modo sempre più marcato negli anni recenti, i consumatori. Ciò è dovuto, tra le altre cose, anche al ruolo enorme che la speculazione edilizia svolge nell’economia: il settore immobiliare è responsabile nel suo complesso del 20-25% del Pil cinese. In Corea del Sud è altissimo in particolare l’indebitamento dei consumatori, mentre in Giappone il problema principale è quello del debito statale, attestato su un vertiginoso 250% del Pil. L’economia dell’area risente di due problemi che riguardano l’intera economia globale, come il netto calo della produttività, in atto ormai da qualche decennio, e quello più recente degli scambi commerciali. A questo si sono aggiunti nell’ultimo anno altri due fattori di natura anch’essa globale: il crollo delle vendite di automobili e il drastico ridimensionamento del mercato dell’elettronica, in particolare di quello dei semiconduttori e degli smartphone, entrambi fondamentali per le economie dell’Asia Orientale. A questi problemi economici se ne aggiungono alcuni di natura demografica e/o generazionale. I tassi di lavoro precario sono molto alti, con punte tra il 30% e il 40% della forza lavoro in Corea del Sud e in Giappone, mentre in Cina non vi sono statistiche precise, ma la percentuale è di sicuro molto alta, considerato che circa il 10% degli occupati lavora nel settore della gig economy o del lavoro domestico e che la maggior parte dei 300 milioni di lavoratori migranti interni (più del 40% degli occupati totali) ha un lavoro precario. Il fenomeno colpisce in modo particolare i giovani. In tutti i paesi dell’area (ivi inclusi Hong Kong e Taiwan) anche i giovani più qualificati in possesso di laurea hanno prospettive sempre minori di trovare un’occupazione soddisfacente, un fenomeno in atto da anni in Corea del Sud e Giappone e che si sta proponendo ora anche in Cina. A ciò si aggiunge la difficile situazione degli anziani. In Cina, in particolare, non esiste un sistema pensionistico degno di questo nome e, vista anche la politica ufficiale del figlio unico adottata fino a pochi anni fa, il problema si farà sentire drammaticamente in un prossimo futuro. In Corea del Sud, che tra l’altro è una delle economie sviluppate con il tasso di natalità più basso, è già oggi drammatico il problema del tasso di povertà tra i molti anziani che hanno lavorato una vita senza che esistesse un sistema pensionistico, ai quali si sostituirà negli anni una nuova generazione di precari anch’essi privi di un’adeguata tutela pensionistica.

Le guerre commerciali

In questo contesto critico, la “guerra dei dazi” avviata da Donald Trump contro la Cina l’anno scorso assume una dimensione particolarmente rilevante. Impossibile in questo momento provare a prevederne la prossima evoluzione, come hanno provato a fare senza successo migliaia di osservatori, e ancora più impossibile è cercare di indovinarne gli esiti ultimi. Al momento sembra possibile che si vada verso una tregua parziale prima della fine dell’anno, ma come già successo in passato è possibile che un twit di Trump o un inatteso irrigidimento di Pechino mandino di nuovo tutto all’aria. L’andamento ondivago di questa “guerra” non è dovuto solo ai problemi caratteriali del presidente Usa. Negli Stati Uniti vi sono in generale forti divisioni nell’establishment politico ed economico riguardo alla strategia da adottare, al di là del consenso generale sul fatto che la Cina vada contenuta. E’ pressoché da escludersi che l’eventuale elezione di un nuovo presidente democratico l’anno prossimo riporti i rapporti tra Usa e Cina sui collaborativi binari passati, visto che il Partito Democratico spesso è più duro dei repubblicani nel rivendicare politiche di contrasto della Cina e che praticamente tutti i democratici papabili a candidato sono a favore dei dazi, ivi incluso Bernie Sanders. Xi Jinping, per motivi economici e di tenuta politica interna, può permettersi solo concessioni parziali o di facciata, quindi anche un’eventuale accordo avrà una natura analoga. In realtà, quello che è ancora più importante è che già oggi si è spezzato, concretamente, l’incantesimo di un asse economico Usa-Cina che è stato alla base del sistema capitalista mondiale degli ultimi decenni e che vedeva da una parte la Cina nel ruolo di “fabbrica del mondo” dall’altra gli Usa, con l’Ue al traino, in quello di acquirenti dei suoi prodotti. Un sistema che coinvolgeva molti altri attori, dalla Corea del Sud e il Giappone, fino all’Indonesia, l’Australia, il Brasile o il Sudafrica come fornitori di materie prime alla Cina. La fiducia in questo sistema si è ormai rotta, e anche un eventuale accordo non la farà tornare. Molte delle grandi multinazionali stanno già avviando una delocalizzazione dalla Cina e prevedono di svilupparla ulteriormente in futuro, al fine di garantirsi da nuove instabilità. Allo stesso tempo, le autorità cinesi non sono mai riuscite a orientare l’economia verso i consumi interni e la quota di questi ultimi nell’economia rimane stagnante, dopo avere registrato un calo all’inizio del nuovo millennio. La cosiddetta “classe media”, che in realtà in Cina è costituita dalle fasce più abbienti che si collocano appena al di sotto dell’oligarchia dei miliardari e milionari, è limitata e i suoi redditi sono in frenata, mentre per le centinaia di milioni di lavoratori, nonostante gli aumenti dei salari, il reddito disponibile rimane molto limitato e l’aumento della loro spesa è frenato dall’inesistenza in Cina di un adeguato sistema di previdenza medica e pensionistica. Per Pechino la “guerra dei dazi” non è affatto l’inizio dei suoi gravi problemi, che risalgono alle scelte fatte dalla sua dirigenza, in particolare nel periodo post-2008, ed è invece solo un fattore che mette ancora più a nudo le sue fragilità.

Ma la guerra dei dazi tra Cina e Usa non è l’unica battaglia che si sta combattendo nell’area. L’amministrazione Trump sta mettendo sotto pressione con metodi simili anche il Giappone, una tattica che mette in difficoltà quello che è stato uno dei suoi alleati più fedeli nel dopoguerra. Washington ha inoltre firmato nel 2018 con la Corea del Sud un accordo commerciale penalizzante per Seul. Come se non bastasse, nei mesi scorsi è scoppiata una dura guerra commerciale tra il Giappone e la Corea del Sud, iniziata dopo che i tribunali coreani hanno condannato alcune grandi aziende giapponesi a risarcire svariate persone costrette prima della Seconda guerra mondiale al lavoro forzato, quando la penisola coreana si trovava sotto la dominazione coloniale del paese del Sol levante. Per ritorsione Tokyo ha decretato un embargo alla vendita a Seul di materiali e componenti fondamentali per la sua industria elettronica, un settore trainante dell’economia coreana, e ha annullato il suo status di “nazione favorita” negli scambi commerciali con il Giappone, mossa quest’ultima che la Corea del Sud ha in breve reciprocato. La crisi ha avuto ricadute anche in ambito militare, con la rottura dell’accordo che prevedeva scambi di intelligence tra i due paesi (uno sviluppo che ha preoccupato particolarmente Washington), il rimpallo di accuse per il rischio evitato di un soffio di uno scambio di colpi tra una nave da guerra coreana e un aereo militare giapponese e l’aumento delle tensioni tra i due paesi riguardo alle isole di Dokdo (in coreano, in giapponese Takeshima) sulle quali entrambi rivendicano la sovranità. Infine, nella Corea del Sud è in atto un massiccio boicottaggio dei prodotti giapponesi da parte di ampi settori della popolazione, una campagna dai toni marcatamente nazionalisti.

Le situazioni politiche interne di Cina e Giappone

L’ascesa di Xi Jinping alla guida del paese a partire dalla fine del 2012 ha comportato in Cina un progressivo aumento delle politiche autoritarie e reazionarie, che si è fatto particolarmente marcato nell’ultimo biennio. Nel marzo 2018 il Congresso del Popolo (il parlamento cinese che si riunisce solo una volta all’anno) ha modificato la costituzione cancellando il limite di due mandati per la presidenza e quindi in pratica Xi può rimanere presidente a vita. Il suo nome e la sua “ideologia” sono inoltre stati iscritti nella legge fondamentale del paese. Si tratta di segni di un accentramento che ha trovato realizzazione anche nella nomina di svariati suoi fedelissimi ai vertici del potere. Se da una parte ciò è un segno della forza della sua leadership, dall’altra le responsabilità per eventuali insuccessi politici (in particolare nell’ambito dell’economia, della stabilità interna, della proiezione internazionale) non potranno essere più spalmate su una più ampia dirigenza collettiva, ma ricadranno esclusivamente su Xi e sulla sua stretta cerchia. Quindi il leader cinese è allo stesso tempo forte, ma fragile. Vista la totale assenza di trasparenza ai vertici del potere cinese, non è comunque dato sapere quanto sia stabile questo accentramento di Xi e di tanto in tanto emergono segni, se non di divisione interna, almeno di non totale coesione. Ne è un sintomo per esempio il fatto che il tradizionale e importante Plenum del Comitato centrale del Partito Comunista sia saltato nell’autunno 2018, senza spiegazioni. Si terrà nella seconda metà del prossimo ottobre, come è stato recentemente annunciato, ma non si occuperà del tema fondamentale della linea economica da seguire, come avviene di norma – forse un segno dell’esistenza di divergenze interne in tale ambito. Il livello delle repressioni ha fatto un salto di qualità negli ultimi dodici mesi. Già nel 2015-2016 il regime aveva condotto un’ampia campagna di arresti e incriminazioni contro le associazioni che si occupano dei diritti dei lavoratori. Dall’estate del 2018 questa campagna si è ulteriormente intensificata e ha preso di mira studenti e siti web della sinistra radicale marxista, lavoratori mobilitatisi per i propri diritti, attivisti sindacali, organizzazioni impegnate nella solidarietà ai lavoratori migranti, femministe (sulla prima fase di questa campagna si veda l’articolo di Crisi Globale “L’incubo di Xi Jinping: lavoratori, femministe e studenti uniscono le forze”). Il risultato complessivo è stato quello di una visibile diminuzione degli scioperi e di un loro contenimento a livello locale, mentre nel 2018 si stava delineando un’evoluzione delle lotte dei lavoratori dal livello locale a quello regionale o addirittura nazionale. La censura di Internet e di ogni altra attività sociale e culturale si è fatta sistematica e sono state messe in atto a livello nazionale campagne orwelliane per il controllo sociale, già sperimentate in buona parte nella provincia dello Xinjiang contro la locale maggioranza uigura. Si va dalle onnipresenti telecamere per il riconoscimento facciale, nei luoghi pubblici e nelle scuole, con relativa pubblica messa alla gogna di chi trasgredisce, a un sistema di “credito sociale” a punti con relative norme punitive per chi non è in regola, fino al programma “Sharp Eyes” per la sorveglianza e la delazione messo in atto nella Cina rurale. A ciò si aggiungono l’intensificazione delle politiche neoconfuciane e nazionaliste e l’attribuzione al Partito Comunista di competenze prima attribuite allo stato (competenze che arrivano fino a comprendere in determinati casi la possibilità di arrestare funzionari senza un processo in sede giudiziaria). È chiaro che l’oligarchia di burocrati e capitalisti guidata da Xi sta reagendo alla crisi economica e sociale interna scatenando una vera e propria guerra contro i lavoratori e ogni forma di dibattito, o anche solo comportamento anomalo.

Nel Giappone della stagnazione economica vi è una parallela stagnazione politica. Il Partito Liberal-Democratico, guidato dal premier Shinzo Abe, rimane saldamente al potere e un recente rimpasto di governo ne ha ulteriormente accentuato la linea di destra, in funzione anche anti-Corea. Se Abe sembra inamovibile, va anche detto che l’ultima tornata elettorale di luglio ne ha confermato sì la maggioranza, ma il premier non è riuscito a ottenere un quorum sufficiente per modificare la costituzione eliminando l’articolo “pacifista”, risalente al 1947, che vieta al Giappone di avere un proprio esercito, sebbene nei fatti Tokyo disponga di proprie forze armate, tuttavia non sufficienti per proiettarlo militarmente nella regione a un livello comparabile a quello dei paesi vicini. La maggioranza dell’opinione pubblica rimane contraria a questa modifica e l’obiettivo non sembra ancora a portata del governo. Le mobilitazioni sociali sono ridotte praticamente a zero, dopo il breve risveglio successivo all’incidente nucleare di Fukushima nel 2011. Sebbene timidamente, vi sono però state campagne e anche manifestazioni di piazza delle donne contro la violenza e la discriminazione sessuale, una novità rispetto ai decenni passati. In generale, la mobilitazione delle donne è stata in questi ultimi anni un fenomeno di grande rilevanza nell’intera area dell’Asia Orientale, i cui paesi si trovano tutti in fondo alla classifica mondiale della parità di genere. In Cina è stata per ora soffocata dalle repressioni, mentre in Corea del Sud è andata di recente scemando nel difficile contesto politico del paese, sul quale torniamo più sotto nella sezione dedicata alle due Coree.

Hong Kong e Taiwan: due situazioni interconnesse

Sulle dinamiche delle proteste a Hong Kong abbiamo già scritto diffusamente di recente in un dettagliato articolo di Crisi Globale, “Hong Kong: un’insurrezione per la democrazia”, al quale rimandiamo. L’esito ultimo delle proteste sarà un’importante cartina di tornasole per il futuro della Cina continentale. Per la dirigenza di Pechino l’esito sul lungo periodo deve comunque essere quello di una totale assimilazione dell’ex colonia britannica nella Cina entro la data prefissata del 2047, ma Xi Jinping ha spinto l’acceleratore ormai da anni, in particolare dopo il Movimento degli Ombrelli del 2014, con misure che esprimono la chiara intenzione di anticipare di molto i tempi. La resistenza della popolazione di Hong Kong è alta, la maggior parte dei suoi abitanti non si identifica come cinese e vi sono forze indipendentiste e/o per l’autodeterminazione che, sebbene in minoranza, sono in continua ascesa, in particolare tra i giovani. Un eventuale soffocamento delle mobilitazioni con la forza sarebbe il segno di una stretta che avrà inevitabilmente riflessi interni per la Cina continentale, sia perché sarebbe il segno di un ulteriore prevalere della linea autoritaria ai suoi vertici sia perché Hong Kong è una fondamentale base di organizzazione e/o rifugio delle organizzazioni di sostegno alle lotte democratiche e dei lavoratori nella Cina continentale, la cui chiusura rappresenterebbe un enorme balzo indietro anche per gli abitanti di quest’ultima. Tale soffocamento potrebbe avvenire con diverse modalità: un intervento diretto di Pechino, che nei momenti di più alta mobilitazione, intorno ad agosto, è sembrato probabile, ma che lo appare meno oggi che il movimento è più diviso e fragile, oppure con la dichiarazione dello stato di emergenza da parte della Chief Executive di Hong Kong, Carrie Lam, una misura che consentirebbe arresti di massa e l’annullamento di ogni forma e garanzia di tutela delle libertà. L’uso della forza a Hong Kong sarebbe il segno della sconfitta definitiva dell’ala tecnocratica che gravita intorno al premier Li Keqiang, già messa all’angolo da un paio d’anni da Xi e per la quale l’ex colonia poteva rappresentare un terreno di sperimentazione.

La questione di Hong Kong è strettamente legata a quella di Taiwan, nonostante le notevoli differenze tra i due casi. La loro integrazione nella Repubblica Popolare Cinese è una colonna portante delle politiche scioviniste del regime di Pechino, che la considera essenziale per la propria legittimazione. A Hong Kong, che dal 1997 è una regione a statuto speciale della Cina, Pechino ha la mano molto più libera. Taiwan invece è di fatto da decenni uno stato a sé, sebbene non rappresentato all’Onu e dal 1979 non riconosciuto formalmente nemmeno dalla superpotenza antagonista della Cina, gli Stati Uniti. Questi ultimi però, a livello non statale, continuano a mantenere importanti canali di comunicazione con Taipei e a partire dall’amministrazione Obama le hanno effettuato anche ingenti vendite di armamenti, la cui funzione è quella di fare da deterrente a un’eventuale invasione da parte della Cina, minacciata a più riprese dai vertici di Pechino negli ultimi anni. La storia di Taiwan è particolarmente complessa e tormentata. Dal 1895, quando è diventata una colonia del Giappone, non è mai stata parte della Cina se non nel breve e caotico periodo della guerra civile del 1945-1949. Nel 1949 Taiwan è stata invasa dalle truppe del Guomintang in ritirata dalla Cina continentale di fronte all’avanzata comunista, e la sua popolazione locale è stata oggetto di stragi e sistematiche repressioni. Governata dalla spietata dittatura del Kuomintang per decenni, l’isola è riuscita sull’onda di mobilitazioni di massa a ottenere aperture democratiche e un governo eletto tra la fine degli anni 1980 e gli anni 1990, più o meno nello stesso periodo in cui anche la Corea del Sud e le Filippine si liberavano delle loro dittature di destra. Dal 2016 Taiwan ha una presidentessa, Tsai Ing-wen, dell’indipendentista Partito Democratico Progressista (DPP), eletta sull’onda del movimento giovanile dei Girasoli che nel 2014 aveva occupato a lungo il parlamento. A fine 2018 però il Kuomintang (KMT), partito erede della dittatura e favorevole all’avvicinamento alla Cina, ha ottenuto la maggioranza in parlamento. Come a Hong Kong, solo una netta minoranza di taiwanesi si identifica primariamente come cinese. Se il DPP ha un orientamento generale indipendentista, la sua dirigenza attuale applica una linea molto prudente e vede la piena indipendenza solo come un obiettivo da conseguire sul lungo tempo, senza inimicarsi troppo Pechino. Il KMT, da parte sua, è ufficialmente favorevole all’unione con la Cina, ma la vede in realtà solo come un obiettivo vago nonché molto lontano nel tempo e si focalizza principalmente sulla collaborazione economico-politica. È importante anche il ruolo politico svolto dagli influenti media che sostengono l’avvicinamento alla Cina e sono vicini al KMT, tutti forti del sostegno. anche in denaro, che ottengono da Pechino. Se Hong Kong ha svolto un ruolo di primo piano nello sviluppo del neocapitalismo in Cina a livello finanziario, Taiwan lo ha svolto invece a livello industriale e tecnologico, grazie al coinvolgimento delle proprie imprese, fin dagli anni 1990, nello sviluppo economico della Repubblica Popolare, dal quale oggi in parte dipende.

Il movimento di protesta a Hong Kong cade in un momento politicamente delicato anche per Taiwan. Il prossimo 11 gennaio infatti nell’isola si terranno elezioni presidenziali e la presidentessa Tsai Ing-wen è stata ricandidata dal suo partito. Se i sondaggi la davano perdente fino all’inizio delle proteste a Hong Kong, da giugno è tornata in testa sull’onda del risentimento di ampi settori della popolazione taiwanese per l’invasività di Pechino. Il suo maggiore sfidante, candidato dal KMT, è Han Kuo-yu, un outsider salito alla ribalta l’anno scorso per avere vinto le elezioni a Kaohsiung, la seconda città del paese, con una campagna populista incentrata sull’antipolitica. Han è un personaggio atipico e sicuramente non del tutto controllabile dal suo partito: una sua eventuale elezione pertanto porrebbe molti punti di domanda per il futuro di Taiwan e delle relazioni Taipei-Pechino. A complicare ulteriormente il panorama vi è stata l’entrata in scena del miliardario Terry Gou, proprietario della famigerata Foxconn, che è uscito dal KMT e per mesi ha ventilato l’ipotesi di presentarsi al voto come indipendente. Gou, che è l’uomo più ricco di Taiwan, ha costruito la sua fortuna sulla Cina e questo fa pensare che sia una figura filo-Pechino, ma ha anche enormi interessi negli Usa. Alla fine, proprio in questi giorni, ha annunciato che non si candiderà per le presidenziali, ma continuerà a dedicarsi alla politica: queste sue manovre hanno ulteriormente frazionato un KMT una volta compatto. Corre perfino voce che il partito stia considerando l’ipotesi di ritirare la candidatura di Han Kuo-yu. È infine significativo che nessuno nel fronte anti-Tsai abbia osato in alcun modo pronunciarsi a favore di Pechino riguardo alla crisi in atto a Hong Kong, perché farlo, stanti gli attuali umori degli elettori, comporterebbe un’immediata perdita di consenso. Han evita accuratamente di trattare il tema, Gou ha addirittura dichiarato che se Pechino cercherà di adottare anche per Taiwan la soluzione ‘un paese, due sistemi’ applicata a Hong Kong, come Xi Jinping vorrebbe, “dovrà prima passare sul mio cadavere”. Nei mesi scorsi vi sono state alcune mobilitazioni che sono un segno evidente di questo ostracismo generalizzato alla prepotenza di Pechino: una decina di migliaia di persone sono scese in piazza in solidarietà con Hong Kong e addirittura centomila hanno preso inaspettatamente parte a una protesta contro la colonizzazione del panorama mediatico dell’isola da parte della Cina continentale. Sullo sfondo di tutto questo ci sono le ripetute manovre delle marine militari cinese, americana e addirittura anche francese nello stretto di Taiwan, di cui scriviamo più sotto.

Le due Coree

Nel 2017 un’enorme e protratta mobilitazione di massa (si veda il nostro articolo “Corea del Sud: una mobilitazione di popolo dalle radici profonde”), sfociata nella rimozione della presidentessa di destra Park Gyeun-he, aveva inaugurato un periodo di grandi speranze per la Corea del Sud. Moon Jae-in, del Partito Democratico, una forza di centrosinistra, è diventato presidente proprio in seguito a tali mobilitazioni e inizialmente aveva dato una svolta alla politica del paese. Nelle prime fasi del suo mandato vi è stato un aumento del salario minimo, l’incriminazione e poi l’arresto di Park Gyeun-he e del presidente, anch’egli un reazionario, che la aveva preceduta, Lee Myung-bak, l’apertura di inchieste contro i chaebol, i grandi gruppi aziendali familiari che da decenni controllano l’economia nazionale, con l’arresto per alcuni mesi anche del capo della Samsung, nonché varie aperture ai sindacati, prima frequentemente oggetto di repressioni e, non ultimo, lo sviluppo di un ampio movimento femminista. Inoltre nel 2018 Moon ha svolto un ruolo fondamentale nell’apertura di trattative di pace con la Corea del Nord. Oggi queste aspettative risultano in larga parte tradite, le politiche sociali sono rientrate, sia per le pressioni degli industriali che per lo spazio di manovra sempre più stretto conseguente ai forti problemi economici – è significativo per esempio che gli operai della Hyundai per la prima volta da anni non abbiano scioperato per il rinnovo del contratto e abbiano accettato le svantaggiose condizioni dei padroni. Anche la promessa di intaccare il potere dei chaebol non viene mantenuta ed è significativo, a livello simbolico, che Moon abbia portato con sé il capo della Samsung, ancora incriminato, durante un importante viaggio a Pyongyang. Il movimento femminista si è per il momento spento e la campagna di boicottaggio del Giappone, di cui abbiamo scritto sopra, per quanto giustificata nelle sue motivazioni originali, ha assunto l’aspetto di una foglia di fico nazionalista dietro la quale nascondere altri problemi. Il prestigio di Moon ha risentito inoltre del fatto che dal 2019, dopo il fallimento del vertice tra Donald Trump e Kim Jong-un, il presidente sud-coreano è stato di fatto estromesso dal processo di pace tra le due Coree, sebbene non per sua colpa. Ma su questo torniamo sotto.

La Corea del Nord è ancora impegnata nel processo di trattative con gli Usa e a livello interno il potere di Kim Jong-un rimane saldo, in un contesto di progressivo ampliamento dell’economia capitalista nel paese, che avevamo descritto nei dettagli in un nostro particolareggiato articolo di due anni fa, “La Corea del Nord: tra militarismo ed economia di mercato”. Dopo il fallimento del vertice di Hanoi con Trump alcuni “pyongyangologi” avevano rilevato segni di divergenze all’interno del regime, in particolare tra un’ipotetica ala militare e un altrettanto ipotetica ala tecnocratica. Ma quest’estate sembra essere tutto rientrato, considerata l’approvazione di modifiche costituzionali che aumentano ulteriormente i già vastissimi poteri del “grande leader”. Impossibile, vista la chiusura del regime, avere dati affidabili sull’andamento dell’economia, ma nel complesso sembra che, nonostante le sanzioni Onu volute dagli Usa e avallate da Cina e Russia, la situazione rimanga stabile e continui l’ascesa dei cosiddetti donju, i nuovi capitalisti, in un paese nel quale rimane comunque sempre un’ampia fetta della popolazione che soffre di denutrizione.

Per entrambe le Coree una delle questioni fondamentali rimane quella del processo di pace. Se fino a fine 2017 la tensione era alle stelle tra Corea del Nord e Stati Uniti, con l’escalation di test nucleari da parte di Pyongyang e le minacce di guerra da parte di Washington, all’inizio del 2018, grazie soprattutto al lavoro diplomatico di Seul, si è aperto un processo di ampie aperture tra le due Coree e di dialogo tra Pyongyang e Washington. Corea del Sud e del Nord avevano messo a punto piani per un progressivo riavvicinamento, a livello di scambi economici, infrastrutture e trasporti. Si era giunti a parlare anche di una possibile dichiarazione di fine definitiva della Guerra di Corea, che si era chusa nel 1953 solo con un armistizio, e Kim Jong-un aveva sospeso i suoi test nucleari, mentre gli osservatori più ottimisti avevano cominciato addirittura a parlare di una possibile progressiva riunificazione delle due Coree. Dopo l’entusiasmo iniziale sono emerse svariate difficoltà, ma il processo è proseguito su basi serie, nonostante i frequenti colpi di testa di Donald Trump e le rigidità di Kim Jong-un. Nel febbraio del 2019 si è però registrata una brusca battuta di arresto con il fallimento del vertice di Hanoi tra i due leader. Il dialogo sta riprendendo solo ora, con molta fatica, e si parla di un possibile nuovo summit tra Trump e Kim entro la fine di quest’anno. All’interno della Casa Bianca ci sono state sempre evidenti divisioni tra l’ala più guerrafondaia, rappresentata in particolare dal consigliere per la sicurezza John Bolton, e quella più aperta a un accordo, che ha il suo esponente più attivo in Stephen Biegun, rappresentante speciale per la Corea del Nord. È quindi un ottimo segno il recente licenziamento del primo, così come il fatto che sia stato accusato esplicitamente da Trump di avere ostacolato con la sua linea dura le trattative con Pyongyang. Il presidente Usa ha addirittura definito giustificato il risentimento di Kim nei confronti di Bolton e la diplomazia di Washington ha accennato per la prima volta a un possibile ridimensionamento delle sue forze militari di stanza nella Corea del Sud se Kim farà sostanziali passi in direzione del disarmo nucleare. Al di là delle tecnicità diplomatiche, questa nuova e incerta fase parte su basi meno positive delle precedenti. Se un accordo che limiti i rischi di un’escalation nucleare rimane un obiettivo importantissimo, l’estromissione della Corea del Sud dalle trattative, resa esplicita anche dai frequenti sprezzanti attacchi verbali di Pyongyang nei suoi confronti e dalla cessazione di ogni collaborazione tra le due capitali, rappresenta un notevole salto indietro. L’avvio di un processo passibile di portare in futuro a un dialogo sull’unificazione delle due Coree, oltre a chiudere un passato molto doloroso per le rispettive popolazioni e a consentire soprattutto ai nord-coreani di potere concretamente sperare in un allentamento del brutale regime che li opprime, rimescolerebbe le carte nella regione con modalità che schiuderebbero prospettive ai popoli a tutto svantaggio delle leadership reazionarie di Cina, Giappone e Russia. Non è un caso che la chiusura di Pyongyang verso Seul abbia toccato i suoi punti più estremi dopo l’intensificazione degli incontri diplomatici di Kim Jong-un con la Cina e il suo incontro con Vladimir Putin. Queste due potenze, al fine di preservare la rispettiva proiezione politica e militare nell’area (obiettivo che condividono con il Giappone) e, nel caso della Cina, di evitare rischi per la propria stabilità interna nel caso di un crollo del regime nord-coreano, vogliono mantenere lo status quo, con una penisola coreana divisa, un regime di Kim che mantiene la propria stabilità a danno del suo popolo, e una Corea del Sud stretta in una morsa economica e diplomatica che le impedisca di percorrere una via progressista tale da costituire un pericolo esempio per i popoli vicini. Oltre alle già citate sanzioni di Tokyo contro Seul, desta sotto questo punto di vista particolare preoccupazione la deliberata provocazione militare effettuata a fine luglio da Cina e Russia lungo le coste della Corea del Sud nell’ambito di imponenti manovre militari congiunte.

Una piena e concreta distensione tra Usa e Corea del Nord sgombrerebbe il campo da uno dei rischi di guerra più immediati nella regione. Ma non bisogna dimenticare che ne rimangono altri. In particolare quello di un intervento militare di Pechino per annettersi Taiwan, un’ipotesi che, sebbene agitata più volte esplicitamente dalla Cina, appare per il momento remota solo perché l’isola gode di fatto di una protezione militare statunitense, e una sua invasione aprirebbe un conflitto Cina-Usa. Il rischio che la situazione sfugga di mano comunque c’è sempre, anche perché Pechino si appropria indebitamente con mezzi militari e costruendo isole artificiali di un mare (il cosiddetto “Mare della Cina meridionale”) che non è suo, bensì parte di una regione più vasta e gli Usa da parte loro effettuano pericolose provocazioni con frequenti manovre delle proprie navi in un’area con la quale in realtà non dovrebbero avere nulla a che fare. Un clima di tensione reso ancora più esasperato dalla guerra dei dazi voluta da Trump, che sebbene non sia combattuta con mezzi militari, rimane una guerra mirata a imporre il proprio dominio dividendo i popoli. Washington però a volte sembra seguire una linea incoerente, come quando mette sotto pressione due fedelissimi alleati di lunga data quali il Giappone e la Corea del Sud con minacce di dazi e chiedendo loro di assumersi i costi della presenza militare Usa. Infine, le cifre dicono che quest’area del mondo è ad altissima concentrazione di spese militari: l’Asia-Pacifico, come regione, è responsabile di più di un quinto del bilancio militare mondiale e nell’ultimo decennio le spese per la difesa sono cresciute nell’area del 52%. Il 64% della spesa militare della regione è attribuibile alla Cina, il cui budget per la difesa è inferiore solo a quello degli Usa.

Conclusione

Dal quadro che abbiamo dipinto risulta evidente che la situazione nell’area è critica sotto innumerevoli punti di vista, in una misura che va ben al di là della guerra dei dazi o degli eventi di Hong Kong. La frenata economica generalizzata comporterà di sicuro gravi problemi sociali per i paesi dell’area che, fatta ancora una volta eccezione per il Giappone, erano fino a ieri abituati ad alti assi di crescita. Ciò vale in particolare per la Cina, dove masse enormi di donne, lavoratori, studenti e migranti vedono progressivamente chiudersi le prospettive di un miglioramento delle proprie difficili condizioni di vita, per le quali hanno fino a oggi pagato un prezzo altissimo ottenendo in cambio quasi nulla. Come abbiamo già rilevato, non è quindi affatto un caso che Pechino stia intensificando e accelerando la propria stretta repressiva, nonché instaurando un regime di autoritarismo “neoconfuciano” sempre più soffocante. Ma in tutta la regione vi è un clima che tenta di chiudere spazi anche ai più moderati sviluppi che vanno in senso democratico, come il caso della Corea del Sud mette in evidenza. Il futuro, anche immediato, della regione sarà decisivo per l’intera situazione globale, a livello sia economico che politico. La prima condizione minima è che cessino i venti di guerra di ogni tipo, e quindi che si giunga quanto prima a una piena distensione tra Usa, Corea del Nord e Corea del Sud, da una parte, e al rientro della guerra dei dazi scatenata da Trump, dall’altra. Ma i veri cambiamenti, in questa regione che ha la più numerosa classe lavoratrice del mondo, possono venire solo dal basso, con un processo di emancipazione democratica che sviluppi ulteriormente le basi già poste in questo biennio dal movimento di lotta di Hong Kong, dalle battaglie di lavoratori, donne e studenti in Cina e dalle mobilitazioni di massa in Corea del Sud. Nell’ambito di questo processo di emancipazione continuerà a essere centrale, come già lo è stato finora, il ruolo delle mobilitazioni delle donne, perché prendono direttamente di mira la struttura patriarcale che è un elemento fondamentale del sistema di sfruttamento e oppressione generale attualmente in atto. Sarà di primaria importanza anche ogni forma di solidarietà che attraversi i confini, soprattutto in un momento in cui, in seguito alle repressioni di Pechino, i canali di comunicazione con gli attivisti della Cina continentale si stanno ormai del tutto chiudendo. Di fondamentale importanza per tutta la regione sarebbe poi la costruzione di un ponte diretto tra i movimenti di autodeterminazione a Hong Kong e a Taiwan, che metterebbe in crisi sia la dirigenza cinese che gli altri establishment reazionari presenti nell’area (Usa inclusi) ossessionati dal mantenimento dello status quo e/o impauriti dai movimenti di massa. Ma nell’attuale momento critico rimangono importanti anche le altre più limitate forme di solidarietà, come per esempio gli scambi tra alcuni accademici e ong della Corea del Sud e i loro colleghi giapponesi che si contrappongono alle politiche scioviniste di Shinzo Abe.

26 SETTEMBRE 2019

 



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