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Colombia e Venezuela: pace?

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Colombia e Venezuela: pace?

 

L’incontro tra i presidenti di Colombia e Venezuela sui media italiani è stato minimizzato o ridicolizzato puntando su aspetti marginali, di colore, come la tuta indossata da Chávez… Giustamente un osservatore puntuale come Gennaro Carotenuto ha fornito un’informazione ampia e tempestiva, prima e dopo l’incontro. (http://www.gennarocarotenuto.it/13529-hugo-chvez-e-juan-manuel-santos-ristabiliscono-le-relazioni-tra-venezuela-e-colombia/#more-13529) Forse, però, un po’ troppo ottimistica. È vero, ed è indubbiamente positivo, che le provocazioni del presidente colombiano uscente Uribe e la risposta allarmata di Chávez (con rottura immediata dei rapporti diplomatici e mobilitazione alla frontiera) hanno ceduto rapidamente il passo al dialogo e alla stretta di mano tra i due presidenti sotto lo sguardo benevolo del ritratto di Bolivar. È anche vero che i vantaggi per il Venezuela sono probabilmente superiori a quelli della Colombia.

In genere si è sottolineato che la Colombia aveva perso per l’interruzione dei rapporti tra i due paesi 6 dei 7 miliardi di dollari che ricavava dalle forniture alimentari al Venezuela, ma la somma anche se non indifferente (era pari a circa l’1,5% del PIL colombiano), non era tale da non poter essere compensata dai suoi protettori internazionali. Per il Venezuela invece non era facile procurarsi in breve tempo e a buon prezzo tutti quei prodotti che aveva acquistato per decenni nel paese confinante, e alla vigilia delle elezioni di settembre la mancanza di molti generi alimentari aveva prodotto una ulteriore forte crescita di alcuni prezzi, e aveva comunque fornito un pretesto per altri aumenti ingiustificati. Inoltre l’interruzione delle regolari correnti commerciali aveva fatto crescere il contrabbando attraverso una frontiera poco controllabile, con ripercussioni sul prestigio del governo Chávez. Naturalmente anche in Colombia si avvertivano già le conseguenze della rottura, con una forte diminuzione dei posti di lavoro, soprattutto nelle province confinanti con il Venezuela; la CUT, la Central unitaria de los trabajadores, era entrata già in agitazione, chiedendo a Santos un impegno per fermare l’endemica violenza antisindacale, garantire il rispetto di convenzioni internazionali sul lavoro, ma anche per difendere l’occupazione, che secondo il governo sarebbe al 12,2% mentre secondo Tarsicio Mora, leader della CUT, supera il 15%. È interessante notare che per arginare il malcontento Santos aveva scelto come vicepresidente un ex dirigente sindacale, Angelino Garzón, ma la CUT sostiene di non voler trattare con lui, e chiede un impegno di tutto il governo. Garzón, peraltro, aveva fatto anche dichiarazioni favorevoli a una soluzione pacifica dei conflitti, ma ha dovuto interrompere l’attività per un’operazione al cuore appena due giorni dopo aver preso possesso della carica.

Ma una conferma di una volontà di ricucire con il Venezuela era stata fornita da Santos con la nomina a ministro degli Esteri di María Angela Holguín, già ambasciatrice a Caracas e poi all’ONU, ex uribista come Santos.

 

Certo non è da sottovalutare il ruolo crescente di alcuni dei leader moderati del continente, in particolare dell’ex presidente argentino Nestor Kirchner, ora segretario generale dell’Unasur, e di Lula, che sta dietro di lui. L’Unasur ha avuto un ruolo positivo nel disinnescare alcune crisi ma sempre con una certa ambiguità: ad esempio nel momento più acuto della crisi boliviana, nel settembre 2008, l’Unasur aveva condannato i governatori secessionisti, ma aveva anche imposto a Evo Morales di non processarli perfino se responsabili di gravi delitti. In sostanza l’Unasur denuncia l’estrema destra, ma punta sempre ad accordi che blocchino le tendenze più radicali.

 

Inoltre c’è un altro elemento che getta un’ombra su questo accordo della “Quinta de San Pedro Alejandrino”, nel museo dedicato a Bolivar. Si tratta, direi, di una questione “di principio”: tra i due presidenti si è discusso sulle FARC. Premetto che non sono mai stato reticente nel criticare in varie occasioni alcune scelte delle FARC, anche se sempre con il dovuto rispetto per chi rischia la sua vita di fronte a un regime ipocrita e sanguinario. Ma mi sembra inopportuno che, in assenza di un organismo internazionale (come poteva essere quella “Quinta internazionale” annunciata da Chávez e poi dimenticata) che affronti il problema ascoltando tutti i punti di vista, un singolo presidente, pur prestigioso e con meriti innegabili, si arroghi il diritto di dire a un’organizzazione guerrigliera che combatte dal lontano 1964 cosa deve fare. Oltre a tutto è più che discutibile proporre alle FARC – come ha fatto Chávez - l’esempio degli ex guerriglieri arrivati al governo in paesi come il Nicaragua o l’Uruguay, che non è certo entusiasmante sia per i risultati raggiunti, sia per la collaborazione con la gerarchia cattolica reazionaria, a cui è stato pagato un prezzo pesante, nel primo caso, e con un esercito golpista, nel secondo (Un tupamaro rassicurante e Riconciliazione in Uruguay).

Non è possibile soprattutto dimenticare che molte organizzazioni guerrigliere colombiane (a partire dall’M19) in diversi periodi hanno deciso di deporre le armi e di partecipare alle elezioni, e i loro dirigenti sono stati sterminati nel giro di pochi mesi o al massimo di un paio d’anni dai criminali in divisa o dai paramilitari legati al narcotraffico (che invece viene messo sempre in conto alle organizzazioni guerrigliere dagli USA e dalla nostra stampa “indipendente”). Non a caso Fidel Castro, che pure non ha mai amato le FARC, aveva però detto al momento in cui si discuteva la liberazione della Betancourt, che auspicava che rilasciassero gli ostaggi, ma che non poteva suggerire quando e come deporre le armi. E il subcomandante Marcos, per spiegare perché l’EZLN non rinunciava al suo modesto armamento, aveva portato più volte proprio l’esempio della Colombia (oltre che quelli di vari altri paesi centroamericani, che hanno visto analoghe stragi).

 

Carotenuto elogia anche questo intervento di Chávez, che secondo lui sarebbe “andato avanti con parole chiare nel chiedere alla guerriglia stessa di deporre le armi e trovare la via del dialogo al quale sarebbe oggi disposto Santos”. Saranno chiare, ma mi sembrano anche inopportune. Carotenuto comunque deve poi ricordare che in passato l’attuale presidente aveva condiviso tutte le responsabilità della guerra senza quartiere condotta da Uribe, di cui era stato ministro della Difesa. In particolare, aggiungo, Santos ha gestito quella politica criminale che è venuta alla luce per il coraggio di alcune madri e mogli, e che è stata ribattezzata dei “falsos positivos: l’uccisione di giovani rastrellati a caso dall’esercito, e rivestiti con uniformi da guerriglieri prima di ucciderli. Serviva per incassare le altissime taglie poste sulla testa dei veri combattenti delle FARC e dell’ELN (cosa già ignobile), e per vantare successi inesistenti. Santos aveva utilizzato largamente questo meccanismo infame. Dimenticarlo sarebbe assurdo e fidarsi di lui praticamente suicida.

Naturalmente non dico che si debbano escludere trattative e accordi con paesi governati da criminali: in tal caso sparirebbe quasi ogni forma di diplomazia internazionale. Ma se ci si vuole ricollegare non retoricamente alla tradizione di Simón Bolivar, non può essere materia di discussione la sorte di chi quei criminali combatte.

Vedi anche Uribe e il Venezuela

(a.m. 12/8/10)

 

 



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