Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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L’ex ILVA e gli F35

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La vicenda dell'ex ILVA non può essere lasciata a un ceto politico che sembra non rendersi neppure conto della dimensione del problema, e che la trasforma in una grottesca schermaglia di accuse reciproche di incompetenza, anche se c’è un accordo sostanziale bipartisan sul fatto che negare l'impunità ai capitalisti che vogliono investire in Italia sarebbe “una scelta suicida”. Unica parziale eccezione i cinque stelle o almeno quelli di loro che hanno sentito maggiormente la pressione del movimento ambientalista a Taranto e nell’intera Puglia, ma che non hanno saputo far altro che partecipare alla penosa battaglia di emendamenti soppressivi o reintegrativi del cosiddetto “scudo penale”, senza riuscire neppure a concepire una campagna nazionale per spiegare i crimini che hanno portato allo sfascio quello che negli anni Sessanta del secolo scorso era un gioiello industriale, costruito come impresa pubblica con le tecniche più avanzate.

Così anche tra le forze sindacali c’è una sostanziale unanimità sulla soluzione proposta: se possibile far tornare indietro l’Arcelor-Mittal concedendole le garanzie, gli sconti e le facilitazioni che pretende, ma tenendosi pronti a un ipotetico “piano B”: invitare qualche altra cordata di imprenditori, possibilmente italiani, nell’illusione che abbiano più a cuore occupazione e ambiente. Al massimo la FIOM accenna alla possibilità di una “nazionalizzazione” intesa però come costoso salvataggio, (cioè concedendo l’indennizzo ai padroni in fuga), che dovrebbe essere affidato a un gruppo finanziario come la Cassa Depositi e Prestiti, che investe disinvoltamente i risparmi postali dei pensionati nei più diversi settori in grado di assicurare ai suoi manager elevati profitti.

Nessuno ricorda che lo stabilimento di Taranto era stato voluto dallo Stato per assicurare acciaio a buon mercato a tutta l'industria metalmeccanica italiana, e poi era stato assurdamente privatizzato affidandolo a un avventuriero come Riva nel quadro di una folle campagna ideologica che ha sperperato gran parte del patrimonio nazionale (e di cui Romano Prodi, a lungo presidente dell’IRI) è stato uno dei maggiori responsabili. Recuperare il siderurgico, senza indennizzo per manifesta incapacità, e affidarne la gestione a chi ci lavora, è l'unica soluzione ragionevole. Non la chiamerei nazionalizzazione, ma piuttosto restituzione. Era lo Stato italiano che aveva fornito gli enormi capitali necessari per costruire uno stabilimento modernissimo, che nessun privato sarebbe stato in grado di realizzare.

Altra questione è il sottoprodotto di quella decisione. Criminale è stata la scelta verticistica di ignorare le ricadute tossiche di un impianto gigantesco costruito a ridosso della città (non solo del quartiere limitrofo dei Tamburi, ma della stessa città vecchia e del centro storico); ancor più criminale aver tentato di occultare il problema per anni, e aver approfittato poi dell’accondiscendenza dei sindacati per realizzare una privatizzazione insensata, che senza garanzie metteva nelle mani di un avventuriero come Riva una fabbrica che stava ormai invecchiando e che aveva frequenti incidenti mortali nel suo perimetro, oltre a disseminare cancri e altri mali in tutta la città.

Emilio Riva, che aveva fatto la sua fortuna nel dopoguerra commerciando in rottami ferrosi, ottiene nel 1995 lo stabilimento Italsider (ribattezzato ILVA) dal governo Dini per soli 2.500 miliardi di lire mentre la valutazione corrente era di 4.000 miliardi. Si parlò giustamente di "svendita”, ma la famiglia Riva ha sempre sostenuto di dover calcolare le grandi spese da affrontare per il risanamento degli impianti, che non sarà in realtà mai fatto, come sarà accertato in diversi processi negli anni successivi, spesso però contraddetti da interventi assolutori della Cassazione, come quello che nel 2013 annullava la confisca di beni e capitali per 8 miliardi ai Riva, accusati di essersi appropriati delle risorse destinate alla bonifica.

Allontanata la famiglia Riva, che se la cavò con qualche breve periodo di detenzione ai domiciliari nelle confortevoli ville, la maggiore sensibilità dell’opinione pubblica non solo tarantina alle tematiche ambientali consigliò di offrire ai possibili acquirenti non solo prezzi stracciati, ma la garanzia di non essere perseguibili penalmente per prevedibili inconvenienti di un risanamento indispensabile ma non facile né rapido. Si trattava di evitare che attuando il piano ambientale, varato nel settembre 2017, i commissari o i futuri acquirenti del siderurgico restassero coinvolti in vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato. Una soluzione che preparava l’impunità per qualsiasi danno recato in passato ai lavoratori e alla popolazione, non visibile attualmente ma che potrebbe essere accertato in futuro e attribuito a ritardi o alle modalità del risanamento.

La logica dei tanti partiti favorevoli a questo cosiddetto “scudo legale” (dal PD alla Lega) è che “nessun imprenditore sano di mente si sarebbe accollato un'industria con quella storia senza avere un minimo di tutele”. Vero, ma questo vale non solo per il siderurgico di Taranto, ma per la quasi totalità dei “prenditori” italiani o americani o asiatici che siano, che sono abituati a farsi coprire tutti i “rischi” da generose facilitazioni a livello statale, centrale o anche regionale o locale (ad esempio attraverso la copertura delle spese di urbanizzazione). E non può essere accettato. Certo le incertezze e le visibili contraddizioni interne dei due governi Conte, sottolineate ferocemente da tutta la stampa mainstream, possono aver preoccupato i manager della Arcelor Mittal incoraggiandoli a tentare un ricatto per ottenere di più, soprattutto sul numero degli “esuberi”, senza che queste siano state la vera causa della crisi, come grida a gran voce la destra, schierata compattamente per l’assoluzione preventiva della multinazionale franco-indiana e di tutte le altre che in forma diversa stanno facendo lo stesso gioco.

Certo, trattare con una potente multinazionale mentre gran parte della maggioranza compresi diversi ministri rema in senso contrario è assai difficile, e non basta il prestigio conquistato a titolo personale da Conte con la visita a Taranto per incontrarvi, senza “scudi”, ambientalisti infuriati e delegati di lavoratori demoralizzati dal mezzo fallimento dello sciopero e anche da una lunga tradizione di dirigenti sindacali troppo morbidi, che al tempo dei primi guai giudiziari dei Riva organizzavano perfino scioperi contro i giudici e in difesa del padrone. Un gesto che ha sorpreso tutti, perché è difficile immaginarlo fatto da uno qualsiasi dei presidenti del consiglio che si sono succeduti da quando esiste il Centro siderurgico. Difficile per Conte fare proposte convincenti, certo, ma è sorprendente che abbia almeno pensato di ascoltare anche i lavoratori e non solo i servizievoli burocrati nazionali.

La campagna propagandistica per ripristinare lo scudo è scandalosa, anche perché i difensori d’ufficio del padronato dimenticano che in realtà i capitalisti una specie di "scudo" ce l'hanno da sempre, grazie alle legioni di grandi avvocati a loro disposizione che fanno slittare gli eventuali processi fino a prescrizione, e fanno annullare in appello o in cassazione  le poche sentenze sfavorevoli che li colpiscono.

Ma più che sullo scudo, bisogna insistere sul recupero senza indennizzo degli impianti, affidandone il controllo ai lavoratori, operai e tecnici, che lo fanno funzionare da anni a loro rischio. Solo così sarà possibile assicurarsi che le misure di risanamento siano effettive. Chi è interessato alla tutela dell'ambiente più dei lavoratori che sono anche le prime vittime dell'inquinamento, e hanno famiglie che sono ugualmente colpite?

Non è una cosa semplice, ma è l’unica che eviti il ritorno di un altro Riva, o di un altro Mittal. La difficoltà viene soprattutto dall'ampiezza dello schieramento filocapitalistico, che comprende anche i sindacati confederali, e dalla debolezza delle voci che propongono una soluzione radicale.

All’obiezione fatta da molti, sull’impossibilità di trovare i miliardi indispensabili per riavviare la produzione in un contesto di ostilità dell’intero padronato e anche sicuramente delle istituzioni europee, giro la domanda: ma che bisogno abbiamo di una spesa militare variamente camuffata ma enorme, e tutta sicuramente inutile oltre che dannosa, dato che nessuno Stato ci minaccia? Chi ci minaccia veramente sono i padroni della Terra, che accaparrano le risorse di tutti sperperandole e preparando catastrofi. Ma per combatterli non servono gli F35 o le portaerei, ma la ricostruzione di una visione internazionale che permetta di collegare i tanti focolai di protesta e di rivolta e di ripresa della lotta di classe che scuotono questo mondo inquieto.

O dobbiamo credere che dobbiamo invece prepararci davvero a fronteggiare “dittature e autarchie [sic] che cingono d’assedio le democrazie dell’Occidente, adoperando ogni arma a disposizione: convenzionale, nucleare, economica, cibernetica...”, come afferma in un editoriale e in un intero libro il direttore della Stampa Maurizio Molinari, subito spalleggiato su altri autorevoli quotidiani da non pochi nostalgici della guerra fredda? Un arsenale di morte nelle mani di simili irresponsabili è ancor più pericoloso!

PS Una conferma in più della pericolosità della partecipazione italiana a “missioni” internazionali in paesi che non ci minacciano (e di cui pochissimi italiani conoscono i problemi e le contraddizioni) viene dall’attentato che ha colpito cinque militari delle “forze speciali” in un Iraq lacerato dalla sanguinosa repressione di sacrosante proteste popolari. La nostra missione di pace consiste nell’addestrare le “forze speciali” locali, di cui si ammette ora che sono state “distratte” dai problemi interni, cioè che sono impegnate non contro l’ISIS ma contro il loro stesso popolo. Lo avevamo ripetuto invano tante volte. Questa volta l’attentato era “artigianale”, ma è un segnale di allarme: andiamo a cercare guai in giro per il mondo, un mondo sempre più inquieto. (a.m.)

 



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