Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Il golpe infinito

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Il termine “golpe” è utilizzato sempre più spesso a sinistra per escludere qualsiasi corresponsabilità in una sconfitta attribuendola sistematicamente a un “complotto della CIA”. Praticamente viene usato ogni volta che la destra approfitta di una crisi politica per emergere e tentare di impossessarsi del potere, senza domandarsi perché ciò è stato possibile in quel determinato momento, e non prima. Nel caso principe, quello della fine dell’URSS e del crollo dei vari “muri” che recintavano la sua area di paesi assimilati, lo si attribuisce a un papa reazionario, come se non ce ne fossero stati altri a desiderarlo nei decenni precedenti, o all’insidiosa opera dei servizi segreti, ugualmente operanti - senza risparmio di mezzi ma senza risultati consistenti - fin dal novembre 1917.

È ormai anche un’abitudine suicida della sinistra latinoamericana, che comincia la sua narrazione sempre dall’ultimo atto ignorando quelli che lo hanno preceduto e senza preoccuparsi di cosa lo ha preparato. Ad esempio, sugli scontri nelle strade di La Paz e di El Alto, si portano come prova le vittime della propria parte, tacendo quelle di chi protestava, e sorvolando sul fatto che manifestare era logico, dato che era stata violata più volte la Costituzione e modificato un risultato con l’espediente puerile di interrompere la trasmissione di parte dei dati elettorali per più di 20 ore. Quale necessità c’era di pretendere, contro la Costituzione e il senso comune di un paese che non ha quasi mai consentito a un presidente neppure la prima rielezione, che il “processo di cambiamento” per proseguire avesse bisogno proprio della persona di Evo Morales come presidente per una quarta volta? Una scelta respinta anche da molti collaboratori storici di Evo, come Pablo Solón, ex rappresentante della Bolivia alle Nazioni Unite. Vedi https://systemicalternatives.org/2019/11/11/que-pasa-en-bolivia-hubo-golpe-de-estado/?fbclid=IwAR1qTQkB4wTQnrwJDQUsglY0U07eBQHR7BsOUQ4EiKZ5gLFZYxP8zlMvGuQ

La vicenda della Bolivia d’altra parte per tutta la prima fase assomiglia molto a quella dell’Ecuador, in cui Correa aveva ugualmente tentato di ottenere una deroga al divieto di una terza rielezione, ricorrendo anche lui a un referendum ad personam per cambiare la Costituzione. La differenza tra i due paesi è data dalla scelta di Correa di non tentare altre strade dopo aver perso il referendum, e di ritirarsi in esilio volontario in Belgio. Tuttavia questa ossessione della permanenza al potere aveva ulteriormente indebolito il fronte “progressista”, già logorato dagli scontri di Correa con la CONAIE, con gli ambientalisti e con diversi dei più equilibrati dirigenti della revolución ciudadana come Alberto Acosta, e spiega la facilità della giravolta di Lenin Moreno e lo spazio lasciato alla destra. Altre forti analogie ci sono tra le proteste di strada nei due paesi, ormai con governi di orientamento diverso, e anche con le tenaci mobilitazioni cilene contro il presidente di destra Piñera. Perché attribuirle alle “manovre della CIA” solo in Bolivia? È un modo per non riflettere sulle cause reali di un malcontento così diffuso in gran parte del continente, rinunciando a vedere come usare la cospicua forza (più del 40%) mantenuta dal MAS nelle ultime elezioni...

Ma la rinuncia a un metodo materialista impedisce anche di capire l’origine comune di movimenti di protesta innescati dalla fine del ciclo economico che aveva permesso i successi della prima fase dei governi progressisti, e li aveva successivamente indeboliti e costretti a fronteggiare un’opposizione pronta ad attribuire a loro la penuria, l’inflazione, la disoccupazione crescente. È il caso del Venezuela, ma anche quello del Brasile, in cui lo scollamento tra il governo e la sua base sociale comincia nel 2013, con le manifestazioni di giovani (studenti e lavoratori e disoccupati delle favelas) contro l’aumento della tariffe dei trasporti, represse con metodi e corpi antisommossa non diversi da quelli usati da Piñera oggi in Cile. Il risultato fu l’indebolimento del PT, che consentì alla destra di prepararsi a rompere un’ambigua alleanza destituendo Dilma Rousseff e incarcerando Lula. Una violazione di diritti, un’infamia, ma non un golpe, dato che è stato condotto tutto in parlamento da parte di deputati corrotti, ma che erano stati per anni alleati e soci del PT. Usare il termine di golpe per un’operazione in cui polizia ed esercito non avevano nessun ruolo dato che bastavano i parlamentari e i giudici, mai sfiorati dalle “riforme” di Lula, è fuorviante, rende impossibile spiegare perché Temer e altri esponenti della destra per anni hanno sostenuto il governo e poi lo hanno abbattuto. Il motivo è che prima lo sapevano sostenuto da larghe masse, mentre quando è arrivato il momento dello scontro hanno visto che Lula è stato difeso da mobilitazioni importanti ma non oceaniche. Sulle radici dell’indebolimento del PT ho pubblicato parecchio sul sito. Segnalo tra l’altro una critica documentata (Le radici profonde di Bolsonaro) e una intervista allo stesso Lula: Lula tenta un bilancio e riscopre i suoi maestri.

C’è un’analogia tra l’abuso del termine golpe e quello di fascismo, usato più o meno come insulto nei confronti di ogni tipo di avversario, soprattutto a partire dagli anni Venti e Trenta del secolo scorso, e ripreso dai leader del nuovo progressismo latinoamericano, piuttosto sguarniti sul terreno della teoria marxista. Un abuso pericoloso anche perché poco verosimile se usato con larghezza su diversi tipi di oppositori. Notoriamente, come insegna la favola, a forza di gridare “Al lupo” senza motivo, non si è più creduti se il lupo arriva davvero.

Attribuire alla sobillazione esterna ogni opposizione impedisce soprattutto di capire cosa la alimenta, e quindi di provvedere alla correzione delle scelte sbagliate o controproducenti. Nel caso della Bolivia attuale attribuire un ruolo essenziale all’esercito, che inizialmente si è semplicemente rifiutato di intervenire contro chi protestava nelle piazze per le irregolarità nel conteggio dei voti, significa dare per concluso uno scontro che poteva avere un esito diverso puntando su quell’oltre 40% di voti a favore del governo attuale, certo minore delle percentuali raggiunte nelle elezioni precedenti, ma tutt’altro che trascurabile se ben usato. Un vero golpe sarebbe stato risolto dai carri armati, mentre lo scontro è avvenuto tra due settori contrapposti armati soprattutto di cartucce di dinamite, di cui proprio l’opposizione lamentava l’abuso da parte dei manifestanti del MAS.

Di questo metodo di criminalizzazione di ogni avversario, e di autoassoluzione, è in parte responsabile Cuba, il cui linguaggio è ben lontano da quello dei primi anni della rivoluzione ed è fortemente segnato dai lunghi anni di assimilazione al tardostalinismo dell’epoca brezneviana. In America Latina è infatti un punto di riferimento ideologico, attraverso la principale fonte di informazione di sinistra del subcontinente, Telesur, un’emittente impegnata nell’apologia non solo del Venezuela di Maduro e Cabello, o del Nicaragua di Ortega, ma anche della Siria di Assad o dell’Iran, mentre ignora le mobilitazioni popolari in Iraq o nel Libano. Così si rinuncia a spiegare con un metodo materialista il peggioramento della situazione economica (che ha pesato in forma diversa dal Brasile alla stessa Bolivia, per non parlare del Venezuela dove è testimoniato innegabilmente dalla crescita delle correnti migratorie), per poterlo fronteggiare ricercandone le cause nelle scelte sbagliate degli anni scorsi, come l’aver accettato di prolungare e rafforzare l’architettura estrattivista e coloniale ereditata dal passato, subendone le conseguenze quando è crollato il prezzo del petrolio, della soja, ecc., e ha rallentato la locomotiva cinese.

Lo scontro in atto però non è nato direttamente da divergenze sulle scelte economiche, ne è il mascheramento di un ipotetico golpe pilotato da Washington, ma è stato innescato dalla sfida alla consolidata diffidenza di molti boliviani nei confronti di un potere senza ricambio. E le difficoltà di Evo Morales sono state accresciute dalla sua solitudine, dopo l’allontanamento di diversi dei suoi collaboratori ed ispiratori, analogamente a quanto fatto da Correa e da Lula da Silva, e da Maduro subito dopo la morte di Hugo Chávez. È questo che ha creato un vuoto di potere di cui hanno approfittato le vecchie opposizioni di Santa Cruz, e i predicatori evangelici che hanno lavorato nell’ombra per anni, sul terreno preparato dalla liquidazione della teologia della liberazione. E questo il vero pericolo a breve scadenza, e non un intervento dei marines... (a.m.)



Tags: golpe  Bolivia  Brasile  Cuba