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Il processo di cambiamento in Bolivia. Pensieri, autocritiche e proposte

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di Pablo Solón

da camminardomandando.wordpress.com

 

Che cosa è successo? Come siamo arrivati fino a questo punto? Che fine ha fatto il processo di cambiamento che più di quindici anni fa conquistò la sua prima vittoria con la guerra dell’acqua? Perché un conglomerato di movimenti che volevano cambiare la Bolivia è rimasto invischiato in un referendum il cui fine era la rielezione di due persone nel 2019?[1]
Dire che tutto questo è opera della cospirazione imperialista è un’assurdità. L’idea del referendum per la rielezione non è venuta dalla Casa Bianca, ma dal Palacio Quemado.[2] Adesso è ovvio che l’imperialismo e tutta l’estrema destra approfittino di quell’errore enorme che è stata la richiesta di convocare un referendum per consentire la rielezione di due persone.
Il referendum non è la causa del problema, ma solo un altro dei suoi tragici capitoli. Il processo di cambiamento è sulla strada sbagliata ed è necessario riflettere al di là degli scandali della corruzione e delle menzogne, che, per quanto importanti, sono solo la punta dell’iceberg.
Quattro anni e mezzo fa ho lasciato il governo e da allora ho cercato di capire gli sviluppi possibili. Quello che succede in Bolivia non è qualcosa di unico. Dall’inizio del secolo scorso, diversi movimenti rivoluzionari, di sinistra o progressisti, sono arrivati al potere in vari paesi del mondo e, nonostante il fatto che molti di essi abbiano generato importanti trasformazioni, praticamente tutti hanno finito per essere cooptati dalle logiche del capitalismo e del potere.
In maniera molto sintetica, condivido qui alcune idee, autocritiche e proposte che spero contribuiranno a recuperare i sogni di un processo di cambiamento molto complesso e che non è proprietà di nessun partito o dirigente.

I – La logica del potere ha catturato il processo
Gli attivisti di sinistra presenti nel governo parlano generalmente del pericolo della destra, dell’imperialismo e della controrivoluzione, ma non menzioniamo quasi mai il pericolo costituito dal potere stesso. I dirigenti di sinistra credono che, una volta al potere, saranno in grado di trasformare la realtà del paese e non sono consapevoli che questo potere finirà per trasformare anche loro. Nei primi momenti di un processo di cambiamento, il nuovo governo promuove generalmente – con mezzi costituzionali o insurrezionali – la riforma o la trasformazione delle vecchie strutture di potere dello Stato. Questi cambiamenti, per quanto radicali, non saranno mai sufficienti a impedire che i nuovi governanti siano cooptati dalla logica del potere che è presente sia nelle strutture reazionarie che in quelle rivoluzionarie. L’unica opzione per evitare che un processo di cambiamento possa soccombere si trova al di fuori dello Stato: nella forza, nell’indipendenza dal governo, nell’autodeterminazione e nella mobilitazione creativa delle organizzazioni sociali, dei movimenti e dei diversi attori sociali che hanno dato vita a queste trasformazioni. Nel caso boliviano, che rispetto ad altri processi di cambiamento è stato molto privilegiato dalla forte presenza di organizzazioni sociali vigorose, uno dei nostri errori più gravi è stato quello di indebolire le organizzazioni sociali incorporando nelle strutture dello Stato gran parte dei loro dirigenti, che sono stati esposti alle tentazioni e alle logiche del potere. Anziché cooptare un’intera generazione di dirigenti, sarebbe stato necessario formare vere e proprie squadre per gestire i settori chiave dello Stato. Consegnare le sedi sindacali, la mobilità, i controlli e i sussidi alle organizzazioni sociali che hanno promosso il processo di cambiamento ha incentivato una logica clientelare e assistenzialista. Al contrario, avremmo dovuto rafforzare l’indipendenza e la capacità di autodeterminazione delle organizzazioni sociali, in modo che esse fossero un vero e proprio contro-potere, che proponesse e controllasse quanti di noi erano diventati burocrati statali. Il vero governo del popolo non è, né sarà mai, all’interno delle strutture dello Stato.
Siamo andati avanti con una struttura statale gerarchica del passato e non abbiamo promosso una struttura più orizzontale. Mantenere il concetto di “capo” o “pezzo grosso” è stato un errore molto grave fin dall’inizio. Il culto della personalità non avrebbe mai dovuto essere incoraggiato.
All’inizio, molti di questi errori sono stati commessi sotto la pressione delle circostanze e per ignoranza di come si potrebbe amministrare in modo diverso un apparato statale. Alla nostra inesperienza si sono aggiunti la cospirazione e il sabotaggio della destra e dell’imperialismo, che ci hanno costretti a serrare le fila molte volte in modo acritico (vedi il caso Porvenir, la negoziazione di articoli della Costituzione politica dello Stato, ecc.). I successi e i trionfi contro la destra, lungi dall’aprire una nuova fase per riorientare il processo e identificare i nostri errori, hanno accentuato le tendenze più autocratiche e centraliste.
La logica del potere è molto simile alla logica del capitale. Il capitale non è una cosa, ma un processo che esiste solo finché genera più capitale. Il capitale che non viene investito e non produce profitti è capitale che esce dal mercato. Per esistere, il capitale deve essere in crescita permanente. La logica del potere funziona nello stesso modo. Senza che tu te ne renda conto, la cosa più importante nel governo diventa come mantenere il potere e come acquisire più potere per assicurarti la continuità al potere. Gli argomenti a favore di questa logica che privilegia la permanenza al potere e la sua espansione a tutti i costi sono estremamente convincenti e nobili: “se non si ha una maggioranza assoluta al Congresso, la destra boicotterà nuovamente il governo”, “più governatorati e municipi controlliamo, più programmi e progetti possono essere realizzati”, “la giustizia e altri settori dello Stato devono essere al servizio del processo di cambiamento”, “mica vuoi il ritorno delle destre”, “che succederà al popolo se perdiamo il potere…”.
Se il peccato originale del processo di cambiamento è stato quello di credere che fossimo “il governo del popolo”, il momento di svolta del processo di cambiamento è iniziato con il secondo mandato di governo. Nel 2010 è stata raggiunta una maggioranza di più di due terzi del parlamento e c’erano sufficienti energie per procedere realmente verso una trasformazione radicale in direzione del Buen Vivir[3]. Era giunto il momento di rafforzare più che mai il contro-potere delle organizzazioni sociali e della società civile per limitare il potere di quelli di noi che erano al governo, in parlamento, nei governatorati e nei municipi. Era giunto il momento di concentrare gli sforzi per promuovere nuove leadership e attivisti creativi che ci sostituissero, perché le dinamiche del potere ci avrebbero fatti a pezzi.
Invece, ciò che è stato fatto è stato esattamente il contrario. Il potere è stato accentrato ancora di più nelle mani dei capi, il parlamento si è  trasformato in appendice dell’esecutivo, il clientelismo delle organizzazioni sociali ha continuato ad essere incoraggiato; si è raggiunto l’estremo di dividere alcune organizzazioni indigene e si è cercato di controllare il potere giudiziario con manovre rozze, che hanno finito col frustrare il progetto di un’adeguata Corte Suprema di Giustizia, indipendente ed elettiva per la prima volta nella storia.
Invece di promuovere liberi pensatori che avrebbero incoraggiato il dibattito in tutti gli ambiti della società civile e dello Stato, coloro che non erano d’accordo con le posizioni ufficiali sono stati censurati e perseguitati. Si è caduti nell’ostinazione assurda di voler giustificare l’ingiustificabile, come quanto è accaduto a Chaparina,[4] e di cercare di ribaltare a tutti i costi la vittoria degli indigeni e dei cittadini che avevano respinto il progetto di un’arteria stradale che doveva attraversare il TIPNIS. Questo contesto, in cui veniva premiata la sottomissione, mentre la critica era trattata come la peste, ha incoraggiato, attraverso canali diversi, il controllo dei mezzi di comunicazione;  ha impedito l’emergere di nuovi dirigenti e rafforzato l’inganno che il processo di cambiamento di milioni di persone dipendesse unicamente da un paio di persone.
La logica del potere aveva catturato il processo di cambiamento e la cosa più importante era diventata la seconda rielezione, e adesso la terza rielezione.

II – Le alleanze che hanno minato il processo
Qualsiasi processo di trasformazione sociale ridimensiona alcuni settori, ne stimola altri e genera nuovi settori sociali. Nel caso boliviano, il processo di cambiamento ha significato inizialmente la rimozione della classe media tecnocratica e di una borghesia parassitaria dello Stato che per decenni si era alternata al governo e che ha sempre piazzato parenti nelle strutture di potere per ottenere appalti, consulenze, concessioni, contratti, terreni e altri benefici.
Nel 2006 questo settore è stato spodestato e, sebbene molti dei suoi membri continuassero ad occupare incarichi statali, essi non avevano più il potere di fare affari e di intrallazzare con lo Stato. Nel paese è iniziata una lotta molto intensa che vedeva contrapposti, da un lato, i settori sociali storicamente dominanti, che erano stati ridimensionati o che temevano di perdere i loro privilegi (proprietari terrieri, agro-industriali e uomini d’affari) e, dall’altro, i settori sociali indigeni emergenti, i contadini, i lavoratori e una classe media popolare molto diversificata. Le oligarchie dell’Est del paese hanno sviluppato abilmente una narrativa sulle “autonomie” per ottenere sostegno tra i vari settori della popolazione, e il confronto ci ha portati quasi sull’orlo di una guerra civile. Alla fine, grazie alla mobilitazione sociale e al referendum abrogativo, i settori più reazionari sono stati messi all’angolo. Tuttavia, nonostante la sua sconfitta, quell’oligarchia ha ottenuto alcune vittorie parziali con le modifiche al testo costituzionale, che all’epoca sembravano modeste in confronto al fatto che la Costituzione dello Stato plurinazionale della Bolivia sarebbe stata finalmente in vigore. È qui che ha avuto inizio una disastrosa politica di alleanze che ha prosciugato lo spirito del processo di cambiamento.
I dirigenti al governo che erano già stati catturati dalla logica del potere hanno optato per una strategia che prevedeva un patto con i rappresentanti economici dell’opposizione mentre, contemporaneamente, perseguitavano i suoi leader politici. Carota economica e bastone politico!
Così, a poco a poco, le proposte-bandiera della rivoluzione agraria sono state svuotate di contenuto. La grande maggioranza di coloro che erano proprietari terrieri da prima del 2006 non è stata colpita. L’accento è stato posto sulle bonifiche e sulla titolarità dei terreni, che hanno favorito soprattutto gli  indigeni e i contadini, ma il potere dei grandi proprietari terrieri non è stato smantellato. In questo contesto, è stata costituita un’alleanza con il settore più importante degli imprenditori agricoli: gli esportatori di soia geneticamente modificata, ai quali è stato permesso di continuare ad aumentare la produzione di transgenici. La soia transgenica, che nel 2005 rappresentava solo il 21% della produzione di soia in Bolivia, ha raggiunto il 92% nel 2012. È stata rinviata la verifica dell’adempimento della funzione economica e sociale delle grandi proprietà, che avrebbe portato all’esproprio e alla restituzione, è stato condonato l’abbattimento illegale delle foreste ed è stato incoraggiato un incremento della deforestazione a sostanziale beneficio degli agro-esportatori.
Queste alleanze, che prima del 2006 sarebbero state impensabili, sono state giustificate dicendo che frammentavano l’opposizione di Santa Cruz, che avrebbero fatto sì che il governo fosse meglio accolto nelle città dell’Est del paese, e che avrebbero evitato una polarizzazione come quella del Venezuela, poiché i settori economici dell’opposizione di destra avrebbero capito che era meglio non compromettere la stabilità del governo.
Questa politica di alleanze per stabilizzare e consolidare il “governo del popolo” ha coinvolto quasi tutti i settori del potere economico. La borghesia finanziaria, che fin dall’inizio è stata trattata con i guanti bianchi per evitare il rischio di un assalto alle banche come ai tempi della UDP,[5] è stata tra i maggiori beneficiari. I profitti del settore finanziario in Bolivia sono passati da 43 milioni di dollari nel 2005 a 283 milioni di dollari nel 2014. Qualcosa di simile è accaduto con l’attività mineraria privata transnazionale, che, nonostante alcune nazionalizzazioni, ha mantenuto negli ultimi dieci anni una quota del 70% delle esportazioni. Secondo lo stesso ministro delle Finanze, gli utili del settore privato nel 2013 hanno raggiunto i 4.111 milioni di dollari.
Il processo di cambiamento non solo era stato catturato dalla logica del potere, ma gli interessi dei settori economici di destra avevano cominciato a minarlo dall’interno.

III – I nuovi ricchi
Queste politiche di alleanza con il nemico non sarebbero state possibili senza una trasformazione della base sociale del processo di cambiamento. In quasi tutti i processi rivoluzionari che hanno avuto luogo nel secolo scorso e in questo, dopo una fase di confronto con i vecchi settori spodestati, dall’interno dello stesso processo rivoluzionario emergono gruppi di nuovi ricchi e burocrati che vogliono godere del loro nuovo status e che per questo si alleano con settori dei vecchi ricchi. Il miglioramento delle condizioni di vita di alcuni settori e in particolare di alcuni settori dirigenti non porta necessariamente ad un maggiore sviluppo della coscienza, anzi, avviene proprio il contrario. L’unico modo per contrastare questi nuovi ricchi e i nuovi ceti medi di origine popolare è ancora una volta l’esistenza di forti organizzazioni sociali. Tuttavia, quando queste sono indebolite e cooptate dallo Stato, non c’è alcun contrappeso a questi nuovi settori del potere economico che iniziano ad avere un’influenza decisiva sul processo decisionale.
All’inizio del secondo mandato del governo nel 2010 era chiaro che il grande pericolo per il processo di cambiamento non giungeva dall’esterno, ma dall’interno, dai dirigenti e dai nuovi gruppi di potere che si stavano formando nei municipi, nei governatorati, nelle imprese statali, nei servizi pubblici, nelle forze armate e nei ministeri. La ripartizione degli introiti del gas fra tutte queste entità ha aperto un’incredibile opportunità di fare piccoli e grandi affari di ogni tipo. Nelle alte sfere c’era la consapevolezza del pericolo, ma non sono stati adottati in modo tempestivo meccanismi efficienti di controllo interno ed esterno dell’apparato statale. La logica dominante è diventata quella di moltiplicare le opere pubbliche per acquisire maggiore popolarità e ottenere in tal modo la rielezione. Sono nati così nuovi settori di potere economico: leader politici, dirigenti sindacali e titolari di appalti hanno iniziato la scalata sociale unicamente grazie allo Stato. Ad essi si sono aggiunti settori di commercianti, contrabbandieri,  cooperative minerarie, produttori di foglie di coca, trasportatori e altri che hanno ottenuto una serie di concessioni e benefici grazie al fatto che rappresentavano importanti masse elettorali.
Il problema del processo di cambiamento è più profondo di quanto sembri. Non si tratta solo di gravi errori individuali o di scandali di corruzione da telenovela, ma anche del fatto che ora c’è una borghesia emergente e una classe media popolare, chola, aymara e quechua, che cercano solo di portare avanti il loro processo di accumulazione economica.
Per reindirizzare il processo di cambiamento è necessario rinvigorire le vecchie organizzazioni sociali e crearne di nuove. Oggi non c’è la certezza che coloro che un decennio fa sono stati gli attori chiave possano essere gli attori chiave di domani. Credere che con un cambiamento di persone sia possibile riorientare il processo di cambiamento è ingannare se stessi. Il processo di cambiamento è più complesso e richiede la ricostituzione del tessuto sociale che lo ha generato.

IV – Dal Buen Vivir all’estrattivismo
Per rivitalizzare e riorientare il processo di cambiamento, è essenziale sapere che paese stiamo costruendo ed essere molto sinceri e autocritici. I risultati di questi 10 anni sono innegabili sotto molti aspetti ed hanno origine nell’aumento delle entrate dello Stato a causa della rinegoziazione dei contratti con le transnazionali del petrolio in un momento di prezzi elevati degli idrocarburi. In senso stretto non si può dire che ci sia stata una nazionalizzazione, poiché oggi due società transnazionali (PETROBRAS e REPSOL) gestiscono il 75% della produzione di gas naturale in Bolivia. Ciò che è accaduto è stata una rinegoziazione dei contratti che ha fatto scendere gli introiti delle società transnazionali per costi deducibili e profitti dal 43% nel 2005 a solo il 22% nel 2013. È innegabile che le transnazionali del petrolio continuano a operare in Bolivia e guadagnano tre volte quello che guadagnavano dieci anni fa, ma l’altro lato della medaglia è che lo Stato ha un reddito otto volte superiore, passando da 673 milioni nel 2005 a 5.459 milioni di dollari nel 2013.[6] Questa enorme somma di milioni di dollari ha permesso un balzo in avanti negli investimenti pubblici, l’applicazione di una serie di sussidi sociali, lo sviluppo di opere infrastrutturali, l’espansione dei servizi di base, l’aumento delle riserve internazionali e altre misure. È innegabile che rispetto ai decenni passati vi è stato un miglioramento della situazione della popolazione, e questo spiega il sostegno che il governo ottiene tuttora. Tuttavia, la domanda è: dove ci sta portando questo modello? Al Buen Vivir? Al socialismo comunitario? O, al contrario, siamo caduti nella dipendenza dall’estrattivismo e dalla rendita di un’economia capitalista fondamentalmente esportatrice?
L’idea originale era quella di nazionalizzare gli idrocarburi per ridistribuire la ricchezza e uscire dall’estrattivismo delle materie prime, progredendo nella diversificazione dell’economia. Oggi, a distanza di dieci anni, nonostante alcuni progetti di diversificazione economica, non abbiamo superato questa tendenza e al contrario siamo più dipendenti dalle esportazioni di materie prime (gas, minerali e soia). Perché ci siamo fermati a metà strada e abbiamo sviluppato una sorta di dipendenza patologica dall’estrattivismo e dalle esportazioni? Perché questo era il modo più semplice per ottenere risorse per rimanere al potere. Non è vero che non c’erano altre opzioni, ma è evidente che le altre non avrebbero generato rapidamente entrate in valuta estera tale da consentire di espandere la popolarità del governo. Avanzare verso una Bolivia agro-ecologica sarebbe stato un percorso molto più coerente con il Buen Vivir e il prendersi cura della Madre Terra, ma questo non avrebbe garantito immediatamente grandi ritorni economici e avrebbe comportato un conflitto con la grande agroindustria della soia geneticamente modificata.
Facendo autocritica, dobbiamo riconoscere che il progetto di sostituzione delle importazioni che avevamo più di dieci anni fa non è realizzabile sulla scala che immaginavamo, a causa della concorrenza di prodotti internazionali molto più economici e delle dimensioni ridotte del nostro mercato interno. Ciò è ancora più difficile quando non si adotta una politica di monopolio del commercio con l’estero e di controllo del contrabbando. Misure di successo come la limitazione degli accordi di libero scambio della Bolivia, la revoca del Trattato di libero scambio (TLC) con il Messico e l’abbandono del CIADI[7] non sono state accompagnate da misure di controllo efficace del commercio estero.
Il Buen Vivir e i diritti della Madre Terra hanno guadagnato notorietà a livello internazionale, ma a livello nazionale si sono sempre più svalutati perché erano solo dichiarazioni che non si mettevano in pratica. Il TIPNIS è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso e ha mostrato questa incongruenza tra il dire e il fare.

V – Un’altra Bolivia è possibile
Giorni prima del referendum si è diffusa la notizia che a Oruro sarebbe stata costruita una centrale solare che genererà 50 MW e che coprirebbe la metà della domanda di energia elettrica nel dipartimento di Oruro, con un costo di investimento di quasi 100 milioni di dollari. La notizia è circolata a malapena, anche se è un piccolo segno che un’altra Bolivia è possibile.
La Bolivia può gradualmente abbandonare l’estrattivismo per porsi all’avanguardia di una vera rivoluzione comunitaria dell’energia solare. Se la Bolivia si proponesse di farlo, con un investimento di 1.000 milioni di dollari, potrebbe generare 500 MW di energia solare, vale a dire quasi un terzo dell’attuale domanda nazionale. La trasformazione può essere molto più profonda se si considera che il governo annuncia un investimento totale di 47.000 milioni di dollari entro il 2020.
Ma la Bolivia potrebbe anche sostenere un’energia solare comunitaria, comunale e familiare che trasformi i consumatori di elettricità in produttori di energia. Invece di sovvenzionare il gasolio per l’agro-industria, quel denaro potrebbe essere investito per permettere ai boliviani a basso reddito di generare energia solare sui loro tetti. Ciò consentirebbe di democratizzare e decentrare la produzione di energia elettrica. Il Buen Vivir diventerà una realtà quando la società sarà economicamente forte (costituita da produttori e non solo da consumatori e beneficiari di sussidi sociali) e saranno promosse attività per ritrovare l’equilibrio perduto con la natura.
La vera alternativa alla privatizzazione non è la nazionalizzazione, ma la socializzazione dei mezzi di produzione. Molte volte le imprese statali si comportano come imprese private quando non c’è un’effettiva partecipazione e controllo sociale. Scommettere sulla produzione di energia solare comunitaria, comunale e familiare contribuirebbe a rafforzare la società di fronte allo Stato e aiuterebbe a ridurre le emissioni di gas serra che causano il cambiamento climatico.
La questione dell’energia solare comunitaria e familiare è solo un piccolo esempio per indurci pensare al di fuori dei modelli tradizionali di “sviluppo”. Dobbiamo anche recuperare la proposta di una Bolivia agro-ecologica e agro-forestale perché la vera ricchezza delle nazioni tra qualche decennio non consisterà nell’estrazione distruttiva delle materie prime, ma nella conservazione della loro biodiversità, nella produzione di prodotti ecologici e nella convivenza con la natura, un grande patrimonio per il quale dobbiamo molto ai popoli indigeni.
La Bolivia non deve commettere gli stessi errori dei cosiddetti paesi “sviluppati”. Il paese può saltare le tappe se sa leggere le possibilità e i pericoli reali del XXI secolo e abbandonare il vecchio ‘sviluppismo’ del XX secolo.
Nessuno sta pensando di interrompere immediatamente l’estrazione e l’esportazione di gas. Ma sicuramente non è possibile pianificare un’estensione dell’estrattivismo quando ci sono alternative che , per quanto più complicate a breve termine, a medio termine sono molto più fruttuose per l’umanità e per la Madre Terra.
Invece di promuovere referendum sulla rielezione di due persone dovremmo promuovere referendum sui transgenici, sull’energia nucleare, sulle grandi dighe, sulla deforestazione, sugli investimenti pubblici e su tante altre questioni cruciali per il processo di cambiamento. È possibile reindirizzare il processo di cambiamento solo con un maggiore esercizio di vera democrazia.
Un’errata lettura di quanto accaduto potrebbe portare a forme di governo più autoritarie e all’emergere di una destra neoliberista, come accade in Argentina. Non c’è dubbio che i settori di destra operano sia dall’opposizione che all’interno del governo. Né possiamo chiudere gli occhi e non riconoscere che settori della sinistra e dei movimenti sociali si sono lasciati cooptare dal potere o non sono stati in grado di articolare una chiara proposta alternativa.
Per riorientare il processo di cambiamento è necessario:
a) discutere in modo critico e propositivo i problemi dell’irrealizzabile sviluppo tardo-capitalista che sta alla base dell’agenda patriottica per il 2025;
b) valutare, precisare e intraprendere azioni interne ed esterne allo Stato per affrontare i problemi e i pericoli generati dalle logiche di potere (autoritarismo, clientelismo, diffidenza nei confronti dell’innovazione, nuovi ricchi, alleanze pragmatiche spurie, corruzione, etc.);
c) superare la contraddizione tra il dire e il fare, e rendere effettiva l’applicazione dei diritti della Madre Terra e l’esecuzione di progetti che contribuiscono realmente all’armonia con la natura;
d) esercitare l’autocritica nei confronti di se stessi e delle proprie organizzazioni e movimenti sociali, che in alcuni casi riproducono prassi autocratiche e clientelari dannose.
Il Buen Vivir è possibile!

Fonte: “Algunas reflexiones, autocríticas y propuestas sobre el proceso de cambio en Bolivia”, CADTM.

 

 



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