Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Comunisti eretici

E-mail Stampa PDF

Comunismi, eretici ed altri ancora

 

Il progetto dell’opera collettiva L’altro novecento. Comunismo eretico e pensiero critico (Jaca Book, Milano, 2010) di cui è curatore Pier Paolo Poggio si presenta ambizioso e interessante. Qualche dubbio nasce tuttavia già per i criteri di suddivisione: ad esempio il primo volume, L’età del comunismo sovietico. (Europa: 1900-1945), si ferma per motivi non del tutto convincenti alla fine della seconda guerra mondiale. Difficile capire come farà il secondo, che ha il titolo Il sistema e i movimenti (Europa: 1945-1989) a parlare di “movimenti” senza tener conto di quelli sorti durante la resistenza al nazismo, e che sono assenti dal primo volume, con una sola eccezione, l’Italia.

Più semplice la suddivisione, di tipo geografico, del III e IV volume, rispettivamente dedicati ai temi Capitalismo e rivoluzione nelle Americhe e Anticolonialismo e comunismo in Africa e Asia entrambi con una periodizzazione tra il 1900 e il 1989, che se applicata alla lettera lascerebbe fuori per lo meno la nascita del movimento zapatista e l’inizio dei nuovi movimenti latinoamericani, dal Brasile al Venezuela. L’ultimo volume ha il titolo ambizioso di Comunismo e pensiero critico nel XXI secolo.

Ma il progetto è così ampio che è possibile debba essere modificato in corso d’opera. Vedremo.

Comunque 670 pagine (per giunta di grande formato) permettono già di valutare questo nuovo tentativo di rispondere ai veleni del Libro nero del comunismo curato da Stéphane Courtois e lanciato sul mercato italiano da Silvio Berlusconi. [Sul sito si veda il numero speciale di “Bandiera Rossa” del 1998: Risposta al libro nero]

 

Tra i precedenti, mi pare fosse particolarmente utile Il secolo dei comunismi curato da un collettivo formato da Michel Dreyfus, Bruno Groppo, Claudio Ingerflom, Roland Lew, Claude Pennetier e Serge Wolikow (Marco Tropea, Milano, 2001). I curatori avevano spiegato così quello che si proponevano:

Se esiste un preconcetto che quest’opera auspica di mettere decisamente in discussione, benché come ogni pregiudizio contenga una parte di verità, si tratta dell’unicità di ciò che si è convenuto di chiamare il  comunismo nel XX secolo. Dal passato di una illusione ai crimini del comunismo, l’errore di fondo consiste nell’acritico impiego dell’articolo al singolare e nella conseguente volontà di ridurre il comunismo a una proprietà fondamentale (il crimine di Stato, l’utopia, una religione secolare, ecc.). Si può in effetti a buon diritto dubitare di questa rivendicazione di unicità: in realtà il comunismo si declina, lungo tutto il corso della sua storia e in tutti i suoi aspetti, al plurale. È varietà unificata da un progetto.

Il pretenzioso Dizionario del comunismo nel XX secolo a cura di Silvio Pons e Robert Service (Einaudi, Torino, 2006) risulta invece sostanzialmente inservibile, sia per le incredibili lacune (ad esempio ignora Amadeo Bordiga), sia per gli spazi concessi a mediocrità assolute collocate al vertice del partito dall’arbitrio di Stalin o dei suoi successori.

Sintomatico che i suoi curatori consiglino come testi di riferimento complessivo i libri del polacco-statunitense, organicamente anticomunista, Zbigniew Brzezinski e di François Furet, ex comunista pentito. Su questo libro, nell’appendice 1ª riporto una nota che avevo scritto a proposito di un’affermazione scandalosa di Pons, che rispondeva a una seria critica di Luigi Cortesi.

 

Ma di libri in risposta diretta o indiretta al “libro nero” ce n’erano stati diversi altri: il più tempestivo è stato Sul libro nero del comunismo. Una discussione a sinistra, (Manifestolibri, Roma, 1998) che raccoglie tutti gli articoli apparsi su “il manifesto” a partire da quelli di Rossana Rossanda, Luigi Pintor e del sottoscritto, che riporto nella seconda appendice.  Da segnalare anche quello di Aldo Agosti, Bandiere rosse. Un profilo storico dei comunismi europei, Editori Riuniti, Roma, 1999, che offre una ricca panoramica, pur affrontando solo di sfuggita il problema dell’involuzione dell’URSS e della sua proiezione sui partiti comunisti europei. .

 

 

Ma veniamo a questo Comunismo eretico e pensiero critico. L’impostazione proposta da Pier Paolo Poggio nella presentazione generale dell’opera sembra voler evitare gli inconvenienti del Dizionario einaudiano:

La tentazione della marginalità e del settarismo manicheo è risultata immediatamente evidente, con il rischio di fissare e riprodurre, fuori del loro tempo, antiche scomuniche. (…) Si è quindi fatto il possibile per tener conto dei contesti storici, del mutare delle posizioni nel corso del tempo, valorizzando gli apporti che parevano più interessanti rispetto al progetto complessivo, anche quando provenivano da figure non riconducibili in alcun modo al comunismo, fosse pure eretico, ma che hanno fornito elementi imprescindibili alla sua conoscenza e critica, molto prima che entrasse nella fase di senescenza e dissoluzione.

Fin qui tutto bene, anche se non risulta chiaro il concetto di “non riconducibili in alcun modo al comunismo”. Lo capiremo dopo… Poggio comunque spiega che l’attenzione è stata rivolta in primo luogo agli “eretici del comunismo in senso proprio”, cioè a “coloro che avendo aderito alla rivoluzione del ’17 in polemica anche con i partiti socialisti e riformisti, vennero a trovarsi in una sorta di terra di nessuno, da cui riemergevano per breve tempo in occasione di eventi sociali che sembravano poter dare corpo alle loro idee (guerra di Spagna, lotte operaie, 1968)”. Poggio si riferisce sia agli anarchici sia al “mondo minoritario e più o meno effervescente delle opposizioni di sinistra al comunismo sovietico” che ha in “Trockij, peraltro fervente bolscevico, l’esponente di maggiore spicco”, anche se – precisa – è stato “anche il più interno all’universo sovietico rivoluzionario e post rivoluzionario”. Una definizione un po’ vaga, che non sarà chiarita nella dozzina di pagine che in tutto gli sono dedicate (senza che ce ne siano altre sull’Opposizione di sinistra in Russia e nel mondo). Poggio spiega così le ragioni della scelta:

L’accento è stato posto sui singoli piuttosto che sulle correnti e i raggruppamenti perché questi rivoluzionari anticapitalisti e antifascisti, oltre che avversari indomabili dello stalinismo, non riuscirono a dare vita, nonostante le loro aspirazioni, a partiti e a movimenti di qualche consistenza.

Perché non ci sono riusciti, non si capisce dal saggio di Pier Paolo Poggio, che pur sottolineando il “valore non effimero” del loro apporto teorico, riduce il loro fallimento a “uno dei tanti paradossi di questa storia, in cui i fautori più radicali dell’uguaglianza si distinguono per la loro irriducibile individualità, diversità, originalità, mentre i loro avversari praticano un culto idolatrico dei capi e propugnano la sottomissione conformistica delle masse”. Nessuna spiegazione del perché sono rimasti in pochi. [Per la mia spiegazione rinvio, sul sito, soprattutto a Testimonianze sullo stalinismo e a Varlam Šalamov, che ci ricorda come per essere spazzati via bastava essere accusati di aver distribuito il Testamento di Lenin, anzi “un falso conosciuto come Testamento di Lenin”…]

 

La frase successiva accresce i dubbi sui criteri usati per la scelta:

Come detto, pur valorizzando le minoranze, nel caso specifico accomunate dall’antistalinismo, non abbiamo assunto come criterio guida il minoritarismo e l’estremismo, secondo la scomunica pronunciata dall’ultraradicale Lenin appena giunto al potere.

Si direbbe che Poggio ignori che per Lenin la lotta contro l’estremismo non fu una “scomunica” lanciata tardivamente dopo l’arrivo al potere, ma la battaglia di tutta una vita, condotta non con le condanne, ma con una politica rivoluzionaria, dato che per Lenin l’estremismo è un sottoprodotto dell’opportunismo, e si sviluppa per reazione ad esso. Non a caso, dice Lenin, in Russia l’estremismo non ha avuto quasi nessun ruolo, perché il bolscevismo offriva uno sbocco e una prospettiva anche alle masse piccolo borghesi o proletarie impazienti, ed era capace di contrastare le “fughe in avanti” che sottovalutavano la necessità di tener conto del livello di coscienza delle masse. Il partito bolscevico aveva saputo ad esempio affrontare la “questione della lotta partigiana” sul piano tattico, senza escludere “per principio” nessuna forma di lotta armata, ma aveva anche saputo contrastare le tendenze “ultimatiste” che rifiutavano astrattamente qualsiasi partecipazione alle scadenze elettorali. Su questo, e non solo per divergenze filosofiche Lenin aveva rotto con Bogdanov.

Si direbbe che Poggio, come la maggior parte della sinistra, citi a volte “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”, senza averlo mai letto: altro che “scomunica” dopo aver preso il potere, è la cronaca di una lunga lotta contro l’opportunismo ma anche contro l’infantile rifiuto di qualsiasi compromesso: Lenin ribadisce più volte che bisogna “saper distinguere i casi concreti dei compromessi inammissibili” da quelli necessari per sopravvivere (come la pace di Brest Litovsk, che non a caso fu denunciata invece come tradimento dai rivoluzionari astratti).

Poggio poi giustamente identifica nella guerra civile “lo snodo attraverso cui il bolscevismo ha assunto la sua fisionomia”, ma a tratti sembra dimenticare che certo non fu voluta dai bolscevichi, e neppure prevista nelle forme terribili che assunse a partire dal 1918. In alcuni casi, come prova che sarebbe stata voluta, Poggio porta dichiarazioni di Lenin sulla necessità di “trasformare la guerra in guerra civile”, o di abbattere l’autocrazia con la forza, che è un’altra cosa, era necessaria, e fu fatta. L’alternativa sarebbe stato il consolidamento di uno Stato guidato da un Kornilov o da qualche altro esponente della estrema destra militare. Le distorsioni introdotte nella mentalità, nei comportamenti, perfino nello Statuto del partito bolscevico, avvennero successivamente, nel corso di una lotta pluriennale per la sopravvivenza contro un’aggressione internazionale, una lotta in cui combattere non era certo un optional.

L’aspra critica di Rosa Luxemburg alle concezioni del partito di Lenin nel 1904 viene utilizzata da Poggio per considerare “l’uso sistematico delle purghe dell’epoca sovietico” come un “inveramento” delle previsioni di Rosa, come se non fossero ben più determinanti delle lontane analisi di Rosa (e di Trockij, che allora le condivideva) i mutamenti e veri stravolgimenti provocati nella classe operaia russa da un decennio di conflitti, di penuria, di militarizzazione del partito. Va detto en passant che i tre saggi dedicati a Rosa sono buoni, in particolare quello di Riccardo Bellofiore che valorizza uno scritto meno conosciuto, ma prezioso per il suo valore pedagogico come l’Introduzione all’economia politica.

Poggio osserva giustamente che “le interpretazioni sulla rivoluzione e l’URSS debbono fare i conti con una formidabile costruzione mitologica, senza pari nel corso del Novecento, affermatasi in Occidente e nel mondo, in singolare contrasto con la realtà ma fortemente ancorata a eventi salienti della prima metà del secolo”, e ammette che “il mito si diffonde in Europa e nel mondo quando la realtà non esiste più, i soviet e ogni forma di democrazia sono stati spazzati via dal potere sovietico”. Vero, e viene in mente l’analogia con gli entusiasmi per la rivoluzione culturale cinese, diffusi in Italia soprattutto quando questa era stata già deviata o soffocata. [Su questo aspetto rinvio agli scritti sulla Cina di Livio Maitan ed Ernest Mandel, oltre che al mio più recente: Premessa. L’assalto al cielo].

Ma al di là della banalizzazione della crisi dei soviet, prodotto non tanto di una qualche perversa decisione del potere sovietico quanto di un processo involutivo oggettivo di cui l’asprezza della guerra civile è causa principale, e di cui ho parlato ampliamente in molte pagine del mio lungo testo IL VICOLO CIECO. Trionfo, involuzione e tragedia del movimento comunista, mi sembra evidente che Pier Paolo Poggio ha una buona conoscenza della storiografia generale sull’URSS, ma ha scarsa confidenza con gli scritti di Lenin, di Trockij, con i verbali delle discussioni nell’Internazionale comunista.

Ad esempio nel 1921, nella discussione sulla situazione italiana con Serrati e gli altri socialisti massimalisti che volevano aderire all’Internazionale ma rifiutavano la separazione dai riformisti, sia Lenin che Trockij definirono la Russia un paese arretrato, e dissero che il compito di ospitare il Comintern era dovuto al fatto che solo lì la rivoluzione era stata portata fino in fondo. Avevamo la possibilità di prendere il potere e non potevamo rifiutarla, ma appena la rivoluzione avrà vinto in Germania o in Francia, il centro si sposterà in quei paesi, spiegarono in totale sintonia.

Sì, compagni, abbiamo eretto nel nostro paese un baluardo della rivoluzione mondiale. Il nostro paese è ancora molto arretrato, è ancora molto barbaro. Avete dinanzi a voi un quadro di inaudita povertà. Ma stiamo difendendo questo baluardo della rivoluzione mondiale perché attualmente, nel mondo, non ce n’è un altro. Quando sorgerà un’altra fortezza, in Francia o in Germania, allora la fortezza russa perderà i nove decimi della sua importanza, e allora verremo da voi in Europa per difendere quest’altra, più importante fortezza. [Discorso sulla questione italiana al III Congresso dell’IC, 29 giugno 1921, in Lev Trotskij, Problemi della rivoluzione in Europa, Oscar Saggi Mondadori, Milano, 1979, p. 188]

Nulla a che vedere con l’abbellimento della realtà del periodo staliniano. Il mito e l’esaltazione acritica della Russia furono costruiti artificialmente, quando Lenin era già morto, e la maggior parte dei dirigenti dell’Ottobre erano emarginati o già in esilio.

Ma c’è di peggio: seguendo una vulgata molto in voga tra quegli intellettuali di sinistra che rifiutano il principio di autodeterminazione, Poggio fornisce una versione molto fantasiosa della posizione di Lenin negli ultimi anni della sua vita.

Abbandonando il radicalismo di Stato e rivoluzione e del comunismo di guerra, avanzava aperture pluralistiche sul versante delle nazionalità, riconoscendo il diritto all’esistenza, autonoma dalla Russia, di numerose repubbliche, a partire dall’Ucraina.

Evidentemente Poggio non conosce i tanti scritti di Lenin sulla questione nazionale, non solo degli ultimi anni, ma anche precedenti la rivoluzione d’Ottobre, in cui sferzava l’ipocrisia di menscevichi e social-rivoluzionari che presentavano nella Duma mozioni di solidarietà con l’Irlanda o l’India, dicendo loro che per la Russia l’Irlanda era l’Ucraina, e su quella dovevano pronunciarsi. Il comunismo di guerra poi non c’entrava niente col “radicalismo” di Stato e rivoluzione: erano misure imposte dal precipitare della situazione nel quadro drammatico della guerra civile, che solo qualche intellettuale astratto come Bucharin poteva scambiare per una scorciatoia verso il comunismo.

Le intenzioni di Poggio non sono ostili, ma sembra che si basi su una letteratura secondaria, senza conoscere direttamente le fonti. Così ripete più volte la grossolana falsità che attribuisce all’Opposizione di sinistra “le tesi che Stalin avrebbe fatto proprie”, imperniate “sul concetto di accumulazione originaria socialista”, che altro non era che lo “sfruttamento coloniale delle campagne”. In realtà l’Opposizione di sinistra, fin dalle sue prime prese di posizione nel 1923, aveva insistito per orientare l’industria verso la produzione di beni indispensabili per i contadini, per incoraggiare i contadini poveri a entrare in cooperative. E in un capitolo di Nuovo corso, Trockij aveva smontato le insinuazioni sulla sua presunta “sottovalutazione dei contadini”, documentando con un rapporto del 1919 che aveva già allora sostenuto che “per realizzare il socialismo dovremo appoggiarci in larga misura sul contadino medio e trascinarlo nell’economia socialista”. Nel febbraio 1920 aveva poi proposto invano al Comitato centrale misure che anticipavano di un anno la NEP. Partendo dall’osservazione dello stato d’animo dell’esercito, e dalle sue constatazioni durante un viaggio di ispezione nella zona degli Urali, aveva infatti scritto:

L’attuale politica di requisizione dei prodotti alimentari, di responsabilità collettiva per la consegna di questi prodotti e di uguale ripartizione dei prodotti industriali, provoca la progressiva decadenza dell’agricoltura, la dispersione del proletariato industriale, e minaccia di disorganizzare completamente la vita economica del paese. [Quindi occorre] sostituire la requisizione dei prodotti eccedenti con un prelevamento proporzionato alla quantità prodotta (una specie di imposta progressiva sul reddito) stabilito in modo che sia sempre vantaggioso aumentare la superficie di semina o coltivarla nel modo migliore”. [L. D. Trotskij, Nuovo corso. Lo scritto che iniziò la guerra aperta con Stalin, Samonà e Savelli, Roma, 1965, pp. 90-91]

La leggenda era stata creata dalla propaganda staliniana utilizzando uno studio di un membro dell’Opposizione, l’economista Evgenij Preobraženskij, che aveva parlato a livello teorico di accumulazione originaria in un suo libro, senza che questa tesi (che pure non accennava affatto a una coercizione violenta) fosse fatta propria da altri. Ma c’è chi ripropone ancora la falsità dell’ostilità verso i contadini, o confonde la collettivizzazione spontanea da incoraggiare con incentivi (prodotti industriali e servizi alle cooperative) proposta fin dal 1923, appena si delinearono gli inconvenienti della NEP (che tutti i bolscevichi, senza eccezione, avevano voluto), con quella violenta, a mano armata, realizzata a partire dal 1929, che portò alla morte di milioni di contadini.

Ho sottolineato queste debolezze dei testi di Pier Paolo Poggio, che non è un collaboratore qualsiasi, ma il curatore, e ne avrei potuto aggiungere parecchie altre, come l’insinuazione che Trockij aveva “aderito obtorto collo” alla NEP, che invece aveva proposto per primo, come ho appena ricordato. Nel saggio dedicato proprio a Trockij di perle ce ne sono moltissime.

Per arrivare a concludere che “oggi l’inattualità di Trockij è totale” e tutta la sua “azione politica e la sua teoria della rivoluzione ci appaiono appartenere a un tempo lontano, a un epoca quasi incomprensibile, dove un enorme investimento e dispendio di energie si sono conclusi in un nulla di fatto”, Poggio ne spara di grosse. Ne cito una sola che la dice lunga sulla sua superficialità:

Il rafforzamento della classe economicamente dominante (il proletariato di fabbrica) andò di pari passo con un rafforzamento della “classe” politicamente dominante (la burocrazia di partito). La questione della saldatura tra partito e Stato, con la cancellazione di ogni spazio di democrazia e di libertà politica, viene affrontata da Trockij e dagli altri leader bolscevichi, compresi Lenin e Stalin, nell’ottica ristretta della burocratizzazione e dei sistemi più o meno brutali per fare in modo che la macchina che avevano costruito potesse funzionare senza lentezze e intoppi burocratici.

Quante assurdità! Il proletariato di fabbrica sarebbe stato “economicamente dominante”? E il problema della burocrazia a quanto pare è solo quello degli “intoppi burocratici” e delle “lentezze”? Su questo, sarebbe stato d’accordo anche Stalin con tutti i suoi galoppini, ma non era questo che intendevano Trockij e Lenin quando parlavano di burocrazia. La produzione del primo su questo è sterminata, ma anche Lenin ne ha parlato con chiarezza: Ad esempio la definizione dell’URSS come “Stato operaio degenerato”, tanto rimproverata a Trockij anche dalla nuova sinistra (quando questa c’era…), era stata formulata inizialmente già nel 1920 dallo stesso Lenin, che aveva parlato, in polemica con Bucharin, della Russia come uno “Stato operaio con due particolarità: una netta maggioranza contadina e una forte deformazione burocratica”.

Non è ostilità, è confusione e scarsa conoscenza della produzione teorica dei due grandi rivoluzionari, a cui peraltro ogni tanto rende omaggio. Di Trockij ad esempio dice, nella conclusione del capitoletto a lui dedicato, che “alla luce degli eventi si può dire che avesse colto nel segno prevedendo il crollo del sistema sovietico”, per rendergli poi un singolare elogio:

L’inattualità e il dissolvimento sono una sorta di crudele contrappasso a fronte della grandiosità e tragicità della vicenda umana e politica di Trockij. Egli come nessun altro ha vissuto in presa diretta, ed essendone alla testa, il crescendo esaltante della rivoluzione, quando gli eventi, il dispiegarsi della prassi, sembravano seguire il copione che lui stesso aveva tracciato. Lev Trockij è stato l’unico tra i rivoluzionari a elaborare una vasta teoria sulla natura della rivoluzione, di pari passo con lo svilupparsi della sua azione politica.

Pur non potendo sottrarci alla prospettiva che il presente ci impone, e dovendo valutare il passato di un’età incandescente alla luce dei suoi esiti, dobbiamo anche essere consapevoli della relatività dei verdetti storici, e quindi restituire Trockij e i rivoluzionari russi al loro tempo, proprio perché non venga banalizzato o cancellato, nella convinzione che, a un livello più profondo, non è del tutto passato, e nel bene come nel male continua a interrogare il futuro, a porre domande che richiedono altre e differenti risposte.

Grazie per lo sforzo. Sarebbe stato meglio qualche omaggio in meno, ma con una maggiore fedeltà a quel che Trockij ha realmente scritto…

 

* * *

Ma allora, perché un giudizio relativamente favorevole all’insieme del progetto? Perché ci sono molti saggi che meritano di essere letti, anche se l’opera appare disorganica, dispersiva, e non aiuta a mettere a fuoco il problema della trasformazione del movimento comunista e dell’esclusione di tanta parte dei suoi protagonisti. Ho già accennato a come viene affrontata la Luxemburg, tra l’altro con ben maggiore spazio che permette di dividere i temi, lasciano a uno solo dei saggi, quello di Gian Andrea Franchi, l’attenzione alle “emozioni”, e affrontando negli altri due i nodi politici essenziali.

Buono anche il saggio di Santo Peli su Comunismo e resistenza, il caso italiano, che inevitabilmente deborda oltre il1945, e non nasconde le contraddizioni del PCI e la fatica del gruppo dirigente togliattiano a far applicare la linea di collaborazione di classe decisa a Mosca. Discreto è anche il capitolo su Comunismo e antistalinismo in Spagna, di Alessandro Seregni, accurato e corretto nella ricostruzione dei fatti, anche se discutibile nelle interpretazioni (pensa che Nin sia stato condannato all’isolamento dalla strategia trotskista, e ha un concetto un po’ approssimativo e anacronistico della “ortodossia sovietica” e dei “dogmi moscoviti”).

Le stesse caratteristiche ha il saggio su Il movimento dei consigli in Germania, molto interessante e dettagliato, ma sempre troppo breve in rapporto all’importanza di quell’esperienza cruciale, e non compensato dall’ampio saggio su Pannekoek, che dei consigli fu teorizzatore.  

Interessante il lavoro di Roberto Finelli su Antonio Gramsci. La rifondazione di un marxismo «senza corpo». Stupisce casomai che Poggio nella presentazione si sia quasi giustificato per aver inserito Gramsci e Lukács tra i marxisti eterodossi. Io ci avrei messo casomai anche Lenin: ogni vero rivoluzionario non può essere “ortodosso”…

Scandalizza invece che compaiano Robert Michels, che non fu mai comunista e divenne presto e fu fino alla morte fascista, Georges Sorel, Simone Weil (che beneficia per giunta di due saggi, e di più del doppio dello spazio concesso a Trockij o a Gramsci), e perfino Martin Buber. Altra cosa è invece dedicare una voce a Arthur Koestler, che anche se nell’ultima fase della sua vita finì per essere accecato da un anticomunismo reazionario, era stato seriamente comunista e soprattutto aveva scritto “uno di più duri, ed efficaci, atti d’accusa nei confronti dello stalinismo allora vincente”, come scrive Marco Revelli. E pregevole è la ricostruzione del ruolo di Aleksandr Bogdanov, bolscevico eretico fatta da Tiziano Bagarolo, che fa però sentire ancor più la mancanza di una voce dedicata a Lenin e allo smontaggio della pretesa di costruire, post mortem, un ortodossia “leninista”.

 

Forse alcuni squilibri sono dovuti alla scelta di alternare specialisti riconosciuti, come Nicolas Tertulian per Lukács o Peter Kammerer per Brecht, con giovanissimi ricercatori e perfino neo laureati, come Alasia Nuti (una delle appassionate cultrici di Simone Weil), che hanno però comprensibilmente riversato con troppa generosità nella voce curata il frutto delle loro recenti fatiche universitarie. Una scelta nel complesso condivisibile, come anche quella di dare spazio a vari insegnanti delle scuole superiori, ma che avrebbe richiesto forse un curatore più energico, che non si limitasse a chiedere la suddivisione di ciascun saggio in tre parti (pensiero e opere, biografia, e bibliografia), e nel chiedere di restare tra le 12 e le 20 pagine, indipendentemente dall’importanza e complessità dell’apporto di ciascuno alla storia del comunismo e del marxismo. Ma meglio ancora sarebbe stato un autorevole comitato redazionale in grado di selezionare meglio i contributi.

Ma vedremo cosa ci riserveranno i prossimi volumi…

(a.m. 17/8/10)

 

 

Appendice 1ª

Pons e la storia dei vincitori

Chiamato in causa da Luigi Cortesi, che con Enzo Santarelli fu tra i primi ad affrontare il nodo dello stalinismo nella storiografia italiana, Silvio Pons si è permesso di liquidarlo accusandolo di "disonestà intellettuale" per aver criticato alcune lacune del Dizionario del comunismo. Mi sembra incredibile.

Ma la violenza dell'attacco di Pons a Cortesi ha una spiegazione: le lacune del Dizionario ci sono, e sono rese ancora più evidenti dall'abbondanza di voci su personaggi mediocri (da Bierut a Żivkov, da Husak a Suslov o Voroscilov) o socialdemocratici, o borghesi, che con il comunismo non hanno molto a che fare. La chiave di queste scelte di Silvio Pons è che il "comunismo alternativo è puramente immaginario", anzi "non è mai esistito". Chi è stato sconfitto ha torto, per lui, e non vale la pena di prenderlo in considerazione. Senza volerlo Pons ricalca Breznev: l'unico socialismo è quello esistente, il resto è fantasia...

Per giunta Pons aggiunge del tutto gratuitamente: "Se Trotzkij avesse vinto il regime sovietico sarebbe stato probabilmente oppressivo quanto lo fu sotto Stalin". È ovviamente un giudizio basato solo su una opinione, e che serve a risparmiarsi di fare i conti con la ricca riflessione degli ultimi anni di Trotskij, a partire da La rivoluzione tradita, lucidamente profetica sul destino dell'URSS e profondamente autocritica sulle scelte iniziali.

La frase conclusiva rivela la logica di Pons: Cortesi avrebbe torto perché la sua sarebbe "una posizione in assoluta controtendenza rispetto alla storiografia internazionale". Non si entra nel merito, ma si usa come autorità una presunta maggioranza, che tra l'altro non c'è neppure, se non nei convegni in cui si ritrovano i ds italiani e i loro amici statunitensi. Non c'è in Francia, ad esempio, dove un bel gruppo di storici ha curato il ben più ricco e articolato "Il secolo dei comunismi" (che fin dal titolo contraddice l'appiattimento della storia sui vincitori).

Antonio Moscato

Professore di Storia del movimento operaio

Università di Lecce

 

 

Post scriptum. Quando avevo scritto nel 2007 questa brevissima lettera di risposta a Pons, non avevo presente l’ampia recensione del Dizionario scritta da Rita di Leo per “il manifesto” del 29 marzo di quell’anno. Riletta ora mi sembra che colga nel segno, soprattutto quando allude all’evidente intento di molti degli autori di riscattarsi dagli errori di gioventù e aggiunge:

 

E i collaboratori italiani sono un case study del rapporto tra intellettuali “comunisti” e il PCI. Nel caso specifico il rapporto nacque nelle aule dell’università per il carisma di professori con la tessera del partito che li aveva messi su the wrong way. Che li aveva interessati all’Unione Sovietica assegnando ricerche e tesi. L’interesse al partito comunista italiano ne era venuto in parallelo per coerenza di studi e non “come scelta di vita” come era accaduto negli anni Trenta.

 

L’osservazione è acuta, e che fosse proprio questo gruppo di intellettuali italiani provenienti dal PCI a dare il peggio nella stesura delle voci del Dizionario, non salvando nulla del punto di vista comunista originario, anzi vergognandosene, tanto più che “il senso di appartenenza ha paradossalmente riguardato più i fatti sovietici che la realtà del proprio paese, con i suoi conflitti sociali asprissimi, le sconfitte, i successi, l’offensiva padronale, la fine della centralità operaia, il declino del partito”, è confermato da un libro che Robert Service, corresponsabile con Silvio Pons del dizionario einaudiano, ha prodotto un paio d’anni dopo: Compagni. Storia globale del comunismo nel XX secolo (Laterza, Roma-Bari, 2008). È nel complesso superficiale, con molti pettegolezzi e commenti estemporanei, ma relativamente più decente o piuttosto meno scorretto, e meno faziosamente anticomunista di molti scritti degli ex “comunisti” pentiti.

 

 

Appendice 2ª

Le colpe della rimozione

 

La campagna sui “crimini del comunismo” riaffiora sempre periodicamente ed è molto sgradevole, tuttavia bisogna essere consapevoli che è l’esistenza di una mentalità “negazionista” in consistenti settori della sinistra a renderla possibile e conveniente per chi la promuove. Probabilmente per reazione spontanea alla volgarità degli attacchi a tutta la storia del movimento comunista c’è chi ha finito per negare qualsiasi fondamento a tutte le denunce solo perché provengono da pulpiti discutibili. Ad esempio, di fronte alla tendenza a mettere sistematicamente in conto a Lenin tutto quel che avvenne nell’epoca di Stalin (Barbara Spinelli è arrivata a scrivere su “la Stampa” che Lenin aveva concepito i campi di concentramento per chiudervi i reduci dalla guerra di Spagna…), si reagisce accettando la stessa metodologia. Anche a sinistra c’è chi ha ricominciato a identificare Lenin e Stalin, confondendo i primi anni di una rivoluzione di cui erano protagoniste masse enormi, e che per la sua carica libertaria affascinava anarchici come Victor Serge e anarcosindacalisti come Andreu Nin, con gli anni di piombo (in tutti i sensi) del grande terrore, e della riduzione del “marxismo-leninismo” a un catechismo di cui erano maestri i Lisenko, gli Zdanov, i Suslov. Così ricompaiono, anche nelle manifestazioni per il Chiapas o per il Che, le magliette con Stalin.

In realtà, dopo il “crollo”, la maggior parte dei militanti della sinistra ha rimosso quel che non capiva e li imbarazzava. Il PDS ha spesso fatto suoi gli argomenti dell’avversario. Il PRC ha a lungo rinviato il compito di aprire una discussione sulle ragioni della crisi. [Era comprensibile che nella prima fase ci si preoccupasse di evitare un conflitto tra i residuati “nostalgici” del “socialismo realizzato” (che pensavano fosse crollato per un complotto della CIA) e chi aveva un’interpretazione fortemente critica (non penso solo a Maitan, ma anche a Libertini e poi allo stesso Bertinotti, che in Tutti i colori del rosso ha esplicitamente rivendicato le sue letture della Luxemburg e de La rivoluzione tradita). Tuttavia il compito sempre rinviato è stato alla fine dimenticato,] col risultato che all’interno del partito esistono senza confrontarsi le più svariate posizioni, e col tempo è sempre più difficile avviare il dibattito (che naturalmente non dovrebbe definire un atteggiamento univoco ed ufficiale). Testi e documenti non dovrebbero essere cercati chissà dove: basterebbe ad esempio rilanciare i preziosi lavori di Roy Medvedev, che pur essendo stato l’unico dei 17 milioni di iscritti al PCUS a difendere il partito al momento del suo scioglimento (glielo riconobbe perfino Ligaciov), è stato rimosso da chi si sta arroccando nella nostalgia del passato, e che per reazione a chi ha gettato il bambino con l’acqua sporca, sta recuperando soprattutto l’acqua sporca.

L’atteggiamento che a mio parere sta diffondendosi (e non penso solo al PRC) è irrazionale e manicheo: o si accetta di condannare tutto il passato, tutta la storia del movimento operaio, o si difende tutto.

Nei dibattiti mi è capitato di trovare chi ha fatto propria l’identificazione tra nazismo e “comunismo” (basata su innegabili affinità esteriori, ma che non si regge se si considerano le finalità dei due regimi), ma anche chi tenta invece di negare perfino l’esistenza del sistema concentrazionario sovietico, insinuando che in fondo i crimini di Stalin non sono stati mai documentati se non dai “nemici del socialismo”. [Persino uno storico molto popolare sia nel PRC che nel PDS come Luciano Canfora, ha tentato di sminuire l’attendibilità del rapporto segreto di Chrusciov insinuando che lo conosciamo solo attraverso una versione manipolata dalla CIA. Naturalmente Canfora non ha scritto che tutto il rapporto era inventato, ma la sua affermazione, apparsa con notevole rilievo sul “Corriere della sera” nel quadro di un articolo sui “grandi falsi storici” ha fornito una pezza d’appoggio ai tanti che vogliono rimuovere quel che non sanno spiegarsi.]

Ma il vero problema con cui dobbiamo fare i conti, non certo perché ce lo chiedono Barbara Spinelli o Sandro Viola o Ernesto Galli della Loggia, sono le conseguenze dello stalinismo sul presente e sul futuro dei paesi che furono definiti “socialisti” e sull’intero movimento operaio, e non soltanto i “crimini di Stalin”,  e meno che mai in termini di sinistra contabilità dei morti.

Non voglio ovviamente sminuire il significato dello sterminio dei dirigenti bolscevichi (8 su 10 membri del Politbjuro e 17 su 23 membri del CC del 1917 furono vittime di Stalin) e dei comunisti europei rifugiati in URSS (ad esempio sono stati uccisi dalla NKVD più membri dell’Ufficio politico della KPD di quanti ne abbia uccisi Hitler). Credo tuttavia sia ancor più grave, per es., quel segno indelebile lasciato in Polonia dalla spartizione del 1939, e dalla deportazione e sterminio dell’intelligencija polacca nel biennio successivo, tanto più pesanti in quanto colpivano un paese in cui il partito comunista era stato sciolto da Mosca. Per attenuare la responsabilità di Togliatti, che quello scioglimento avallò, si è detto che era un atto di scarsa rilevanza perché nel 1938 già i dirigenti polacchi erano stati uccisi a Mosca. Ma quella decisione ad esempio impedì che i comunisti rimasti nel paese potessero agire in modo organizzato contro gli occupanti nazisti (con cui i sovietici nei protocolli segreti allegati al Patto Ribbentrop Molotov avevano stabilito un accordo di cooperazione per stroncare ogni resistenza polacca). La resistenza fu organizzata da altri, che furono poi esclusi dal potere. C’è da stupirsi dell’anticomunismo polacco?

La tragedia polacca è una delle tante. Avviene nel quadro di una spartizione cinica dell’Europa con Hitler che prefigura quella del 1944 con Churchill, con in più una tragedia che viene abitualmente rimossa: la consegna di 2000 comunisti tedeschi a Hitler. Degli storici comunisti italiani il solo Spriano, nel suo ultimo libro su I comunisti europei e Stalin, ha affrontato il tema senza reticenza. Eppure è fondamentale (insieme alle fosse di Katyn) per capire che Stalin si preparava non alla guerra, ma a una lunga alleanza con Hitler, a cui fornì fino alla vigilia dell’invasione petrolio, grano e molti materiali strategici, oltre a una preziosa collaborazione militare.

Che esempio ha dato ai popoli quella spartizione sulla pelle dei polacchi, dei popoli baltici, dei moldavi, dei finlandesi? Alcuni si ostinano a negarla adducendo dubbi sulla veridicità dei “protocolli segreti”, come se i fatti (i confini che delimitavano le due aree di influenza) non coincidessero con i documenti. E come se le stesse annessioni concordate con Hitler non fossero state poi ricontrattate con Churchill, che ne ha lasciato minuziosa documentazione (senza scandalizzarsi, ovviamente, dato che per lui era logico spartire il mondo). Ma anche le spartizioni dette di Yalta sono state per decenni messe in dubbio, magari perché non figuravano nei verbali di quella conferenza (infatti sappiamo sempre dallo scrupoloso archivio di Churchill che erano state decise a Mosca nell’ottobre 1944).

[Su Yalta per reazione alla leggenda reazionaria (il cattivo Stalin che avrebbe ingannato l’ingenuo Roosevelt), si è arrivati a negare le spartizioni. Il risultato è che la leggenda reazionaria ha preso piede, nascondendo la realtà di un turpe baratto, che ha sacrificato da un lato una Grecia liberata dai partigiani comunisti, dall’altro una Polonia o un’Ungheria che dei comunisti non ne volevano sapere. A chi “giustifica” dicendo che le spartizioni ci sono sempre state, ricordiamo che i bolscevichi avevano pubblicato i trattati segreti trovati negli archivi zaristi proprio per porre termine per sempre alla diplomazia che tratta alle spalle dei popoli.]

I revisionisti alla Nolte giustificano i crimini nazisti presentandoli come risposta a quelli “del comunismo” (non “dello stalinismo”, altrimenti il loro ragionamento salterebbe). E’ assurdo, dato che lo stalinismo fu possibile proprio nell’isolamento di una Russia arretrata dovuto al soffocamento della rivoluzione tedesca, ungherese, ecc. con la “controrivoluzione preventiva”. Ma lo stesso metodo di giustificare i crimini della propria parte con quelli degli altri, è usato da chi a ogni discussione sull’URSS sfugge trincerandosi dietro l’immensità dei crimini nazisti, o ricordando le bombe di Hiroshima e Nagasaki o la distruzione di Dresda. E’ assurdo, di crimini il capitalismo ne ha commessi infiniti [(compreso quello italiano nelle colonie o nei Balcani)] ma questo non giustifica nulla: perché il movimento comunista, nato per opporsi a quella barbarie, ha finito per adattarvisi e riprodurne i metodi, e per giunta soprattutto contro il movimento operaio? Se se ne prendesse atto, sarebbe più facile tappare la bocca ai petulanti fustigatori dei “crimini comunisti”.

[Molti compagni nei dibattiti mostrano insofferenza per l’uso del termine stalinismo. È vero che è inadeguato, perché riduce al ruolo di una persona un fenomeno ben più complesso, ma era usato sotto Stalin, (a differenza di leninismo e trotskismo, rifiutati da Lenin e Trotskij), e alla fine serve a capire. Ma va chiarito da dove parte e che cosa è stato lo stalinismo.] Lo stalinismo non si può ridurre al “grande terrore” del ‘35-’38, che ben pochi hanno il coraggio di rivendicare: è cominciato ben prima, alla metà degli anni ’20, [in una fase ancora pressoché incruenta, concretizzatasi] con la distruzione del partito come organismo vivo e con diverse posizioni politiche (tra il 1917 e il 1921, anni tragici per la rivoluzione russa assediata, c’era perfino il diritto di frazione!). La lettera del 1926 di Gramsci, preziosa testimonianza, dovrebbe essere meditata, e non liquidata dicendo che tuttavia Gramsci non era diventato trotskista (vero) per non ricordare cosa temeva per il futuro di un partito che allontanava Trotskij, Zinoviev, ecc. Da quella censura (che impedì alla lettera di entrare nel dibattito di un Comintern in cui Stalin non era ancora il padrone assoluto) iniziò una progressiva rimozione di gran parte del patrimonio marxista, ridotto a un catechismo aggiornabile ai fini di ogni necessità contingente. E cominciò quel fideismo cieco che abbiamo tutti conosciuto e che non è affatto scomparso nei due tronconi in cui si è diviso il PCI. Che non escludeva una generosa dedizione alla “causa”, e anche vero eroismo [(penso al “viva Stalin” scritto in miniera dal “figlio di Bakunin” nel romanzo di Atzeni, o anche a quello di Pintor)] , ma non ha impedito che quella dedizione e quell’eroismo servissero ad altro, magari ad aprire la porta a Franco in Spagna e alla DC in Italia.

Antonio Moscato (1/2/98)

 

Nota: L’articolo è uscito sul Manifesto, con poche modifiche, ed è poi stato inserito nel volumetto citato sopra. In corsivo [e tra parentesi quadre] le parti che sono state tagliate. L’ultimo accenno a Pintor, si riferiva a un suo intervento in cui diceva “Perché mai, nel 1943, non avrei dovuto scrivere sui muri di Roma «W la rivoluzione d’ottobre» ed esaltare Stalin?” Altri piccoli tagli apportati non sono stati segnalati. Il titolo è redazionale.