Movimento Operaio

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Tutti uguali davanti al virus? Non proprio…

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di Fabrizio Burattini

da Sinistra Anticapitalista

“L’epidemia del Covid-19 non guarda in faccia a nessuno, non rispetta le frontiere né, tantomeno le differenze di classe”... “Quando piove, tutti sono destinati a bagnarsi”...

Ma è proprio così?

In realtà, anche il virus mette in luce e fa risaltare ancora di più nei singoli stati e, a livello mondiale, tra i diversi stati le ineguaglianze esistenti e rischia di accentuarle e di farne insorgere delle nuove.

Finora abbiamo sentito parlare dei più anziani come il settore della popolazione più esposto ai rischi del virus. Cosa certamente vera. Ma non è solo l’età l’unico fattore che incide nella fragilità sanitaria delle persone. C’è anche la collocazione economico-professionale che incide. Non abbiamo studi su fenomeni recenti analoghi alla pandemia del coronavirus, ma possiamo basarci su altre, seppur più circoscritte, crisi sanitarie.

L’economista Lucas Chancel, dell’Ecole d’économie de Paris e ricercatore dell’IDDRI (un istituto internazionale sullo sviluppo sostenibile e sulle relazioni internazionali), intervistato dalla radio pubblica francese, ricorda come, dagli studi epidemiologici fatti sulle conseguenze della canicola che colpì l’Europa meridionale nell’estate del 2003 e sui 19.490 e sui 20.089 morti che essa provocò rispettivamente in Francia e in Italia, un operaio manifesta un rischio di mortalità molto simile a quello di un cardiopatico grave.

Per non parlare di tutte e tutti coloro che, per le loro condizioni di marginalità (marginalità che però coinvolge strati importanti di popolazione anche nei paesi “progrediti”), si presentano di fronte alla violenza del virus sprovvisti a volte anche delle più elementari difese: non disporre di un accesso facile alle misure di igiene personale, mancanza di una casa, abitanti delle baraccopoli che si affollano in numerosi luoghi del paese.

La promiscuità, la difficoltà di accesso all’acqua potabile, le privazioni alimentari, sono tutti fattori esplosivi che contribuiscono ad aumentare la disponibilità degli individui a contagiarsi e a sviluppare una forma grave della malattia.

Ma le ineguaglianze di fronte all’aggressività sanitaria del virus diventano ancora più gravi se le consideriamo assieme alle ineguaglianze di fronte alla crisi economica che è esplosa e che si sta approfondendo di giorno in giorno. E’ come se l’epidemia fosse uno specchio deformante che ingrandisce le ineguaglianze economiche.

Il parziale lockdown dell’economia toglie o perlomeno riduce drasticamente dei redditi già al limite della sussistenza. La chiusura delle mense scolastiche, le difficoltà di funzionamento delle mense solidali laiche o religiose aperte ai più poveri riduce il supporto alimentare e il nutrimento equilibrato di molte famiglie, abbattendo ancora di più i loro sistemi immunitari e esponendole di più al contagio.

Il rivoltante dibattito sulla tempestività dei prestiti alle imprese nasconde e annienta urgenze ben più gravi e vitali. Ancora una volta la scala di priorità viene violentemente ribaltata e a farne le spese sono i più fragili. Il pluridecennale mantra dei padroni e dei commentatori al loro soldo contro l’assistenzialismo continua a dare i suoi frutti velenosi e mortali.

Sono ormai almeno quarant’anni che l’aspirazione all’uguaglianza è stata messa al bando in nome del totem della “meritocrazia”. La stessa sinistra è stata contagiata nel profondo da questa malattia. E oggi assistiamo impotenti allo spettacolo vergognoso di manager d’azienda il cui parassitismo sociale vale economicamente una retribuzione centinaia di volte superiore a quella di un “eroe” delle corsie.

In questa crisi abbiamo imparato a riconoscere il vero valore dei lavori e dei mestieri: personale sanitario, cassiere dei supermercati, lavoratori della raccolta dei rifiuti, assistenti domiciliari, raccoglitori della frutta, insegnanti, fattorini…

Improvvisamente, coloro che più guadagnano cominciano ad apparirci in tutta la loro inutilità sociale e nella dimensione esorbitante dei loro redditi. Uno dei primi insegnamenti della crisi sanitaria, dunque, è quello di dover ristudiare la “gerarchia” sociale dei mestieri, in base ai valori etici che l’epidemia risollecita e alla vera utilità sociale di ciascuno.

 

 



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