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Attualità e Polemiche --> All'ordine del giorno... i commenti a caldo --> Croazia | Spunta una consistente macchia rosso-verde in un desolante panorama elettorale

Croazia | Spunta una consistente macchia rosso-verde in un desolante panorama elettorale

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di Cristiano Dan

Era una diffusa opinione che le prime elezioni in Europa dopo la fase più acuta della pandemia avrebbero favorito i governi che avessero affrontato meglio la crisi (o, in certi casi, avessero persuaso l’opinione pubblica di averlo fatto). E così in effetti è avvenuto il 21 giugno nelle elezioni parlamentari in Serbia (caratterizzate dal boicottaggio d’una parte dell’opposizione) e il successivo 28 nel primo turno delle elezioni presidenziali polacche. Controprova: la sconfitta governativa in Francia al secondo turno delle municipali dello stesso 28 giugno, unanimemente attribuita all’erratico comportamento di Macron alle prese col Covid.

Le elezioni parlamentari croate del 5 luglio confermano, per ora, questa regola. Con un bilancio (ufficiale) di tutto rispetto di contrasto della pandemia (circa 3000 contagiati e un centinaio di morti) il governo della HDZ, contro tutte le previsioni, esce rafforzato in seggi, mentre l’opposizione di centrosinistra viene fatta a pezzi. Alla sua destra si afferma un movimento che fa di tutto per meritarsi la definizione di “fascista” ma, a fargli almeno in parte da contrappeso, a sinistra della socialdemocrazia fa una clamorosa comparsa una coalizione “rosso-verde”.

Luci e ombre di una vittoria La governativa Comunità democratica croata (HDZ, Hrvatska demokratska zajednica) aveva deciso di anticipare le elezioni (inizialmente previste per la fine dell’anno), sulla scorta di due considerazioni: approfittare della relativa popolarità acquisita durante la pandemia e passare all’incasso prima del manifestarsi del prevedibile malcontento popolare non appena le conseguenze economiche del lockdown si fossero materializzate (votare quindi prima della piena estate, quando l’atteso crollo del turismo internazionale – circa il 20 % del PIL croato – avrebbe fatto sentire tutti i suoi effetti).

La HDR, in coalizione con due partiti di modeste dimensioni, esce rafforzata, in seggi, dalla prova elettorale. Ne aveva 61 e passa a 66 (su un totale di 151) e potrà agevolmene formare un governo con l’apporto di qualche partito minore. Ma si tratta più che altro di una vittoria tecnica, dovuta ai meccanismi della legge elettorale. Infatti, a un aumento del numero dei seggi di oltre l’8 % corrisponde un modestissimo incremento nella percentuale dei voti (lo 0,7 %: dal 36,4 al 37,3) e addirittura una diminuzione dei voti reali. Ne ottiene infatti 621.000, e cioè 75.000 meno delle precedenti elezioni del 2016. La spiegazione di questa apparente incongruenza sta ovviamente nell’aumento dell’astensionismo (che per la prima volta supera la soglia del 50 per cento: 53,1, più 5,7 % rispetto al 2016), in buona parte dovuto al timore del Covid.

Come si vede, dunque, la “vittoria” della HDZ consiste più che altro nell’aver mantenuto bene o male le posizioni del 2016, ma recuperando rispetto alle europee del maggio 2019 e superando le conseguenze della sconfitta alle presidenziali del dicembre scorso. Questo andamento altalenante del suo seguito elettorale è dovuto a vari fattori, fra i quali hanno pesato soprattutto la “questione morale” (vari scandali si sono susseguiti, in particolare quello dell’Agrokor) e le ripetute prese di posizione “revisioniste” nell’evidente tentativo di attirare voti dall’estrema destra [1]. In conclusione, comunque, questa resilienza della HDZ le ha consentito, pur nel suo relativo immobilismo, di approfittare di una migliore ripartizione dei seggi dato il vero e proprio terremoto che è avvenuto sia alla sua sinistra, sia alla sua destra, nonché in quel che resta di un fantomatico centro.

Il crollo della casa socialdemocratica. Il Partito socialdemocratico di Croazia (SPD, Socijaldemokratska partija Hrvatske), l’altro principale attore della scena politica nazionale, si presentava, come sempre in questi ultimi anni, al centro di una coalizione che comprendeva otto altri piccoli e medi partiti (pensionati dell’HSU, contadini dell’HSS, regionalisti istriani, eccetera), che nel loro complesso non facevano che annacquare i già scarsi contenuti sociali del suo programma, rimasto inchiodato alle suggestioni della “Terza via” blairiana [2]. Nonostante i sondaggi lo dessero quasi alla pari con la HDZ, il SDP subisce un vero e proprio tracollo, perdendo oltre un terzo dei voti del 2016 (415.000 voti ora, con un meno 222.000), calando dell’8,9 % (ora è a quota 24,9) e lasciando sul campo 13 dei suoi precedenti 54 deputati. Certo, rispetto al 2016 la coalizione aveva perso una componente, il Partito popolare croato-Liberaldemocratici (HNS), che questa volta correva, inutilmente, da solo (22.000 voti, 1,3 % e zero seggi). Ma in compenso aveva imbarcato la Dieta democratica istriana (IDS) e altre formazioni regionaliste che nel 2016, coalizzate, avevano raggranellato 43.000 voti, il 2,3 % e tre deputati. Tirando le somme, fra abbandoni (HNS) e acquisti (IDS), la coalizione SDP perde in realtà 243.000 voti, il 9,6 % e 16 seggi. Un vero e proprio disastro. Se poi i confronti si fanno con le presidenziali del dicembre-gennaio 2019-2020, vinte al secondo turno dal candidato socialdemocratico, il disastro appare di dimensioni ancora maggiori. Al primo turno i voti erano stati 563.000 (30 %), al secondo turno 1.034.000 (52,7 %). In pochi mesi, il SPD passa dal suo migliore risultato in assoluto (presidenziali) al peggiore dal 2003.

Il purgatorio dei liberali e l’inferno dei “cinque stelle” locali. A destra e a sinistra della HDZ da sempre sgomita una serie di partiti e formazioni “laiche” che si collocano tutte nel solco di una asfittica tradizione liberale o social-liberale, orientata a seconda dei casi verso il centrosinistra o verso il centrodestra, o spesso la destra. La più importante di queste formazioni è il Ponte-Lista degli indipendenti (Most-Nezavisnih lista), liberali di destra, che esce alquanto male dalla prova elettorale: 123.000 voti (meno 64.000), 7,4 % (meno 2,2) e 8 seggi (meno 5). Delle altre formazioni di quest’area (due delle quali si aggiudicano rispettivamente 1 e 3 seggi) non è il caso di occuparsi [3]. Qualche riga va invece spesa per quello che qualche tempo fa era il socio croato dei 5 Stelle nostrani (elezioni europee del 2019): Živi zid, tradotto a volte come Muro vivente, altre volte come Scudo umano. Nel 2016 questa formazione, dalla struttura informe e dal programma improvvisato (una sommatoria di anti- qualsiasi cosa, vaccini compresi), aveva fatto notizia, aggiudicandosi ben 8 seggi. Oggi la sua coalizione (ben 8 partiti) scompare dalla scena politica: 38.000 voti (meno 79.000), il 2,3 % (meno 3,9) e zero seggi.

Dove finiscono i voti in fuga dalla HDZ, dal SDP, dai vari liberali e dallo Živi zid? A destra e a sinistra, in una chiara polarizzazione sulle ali “estreme”.

Il ritorno degli Ustascia. La estrema destra croata, salvo rare e trascurabili eccezioni, si è raggruppata attorno al partito fondato quest’anno da un cantante folk, il Movimento patriottico di Miroslav Škoro (DPMŠ, Domovinski pokret Miroslava Škore). Della coalizione fanno parte altri sei partiti: i sovranisti (Suverenisti), i conservatori, un ennesimo partito dei pensionati, eccetera, con una menzione speciale per il tocco “ecologico” dato dalla Lista verde (Zelena lista), di orientamento cattolico tradizionalista… Il suo risultato ha giustamente impressionato i commentatori: 181.000 voti, il 10,9 % e 16 seggi, rispetto al 2016 tutti nuovi di zecca (se si prescinde dalle poche migliaia di voti e da un deputato conquistati allora da uno dei partiti della coalizione). Ma l’“impressione” va ridimensionata, ricordando che nelle presidenziali del dicembre scorso Miroslav Škoro, il loro canoro Salvini, aveva fatto molto ma molto meglio al primo turno: 466.000 voti e il 24,5 %... In altre parole, l’estrema destra croata, che c’è sempre stata, sparpagliata in una miriade di formazioni e in parte raccolta sotto l’ombrello protettore della HDZ, sta emergendo (riemergendo), ma non si può ancora dire che rappresenti una forza coesa, stabilizzata. Più che i programmi, che nelle sue varie componenti vanno da un rancido conservatorismo a un aperto revisionismo storico (riabilitazione piena dello Stato croato filonazista di Ante Pavelić e degli Ustascia) [4], l’elemento federatore della coalizione e catalizzatore dei voti sembra essere il sopracitato cantante folk. Un po’ poco per garantire l’avvenire di questo movimento, anche se non è il caso di abbassare la guardia.

La prima volta della sinistra. L’altra novità, importante, di queste elezioni è il successo, per la prima volta da quando la Croazia è indipendente, di una lista alla sinistra della socialdemocrazia, la Coalizione della sinistra-verde (Zeleno–lijeva koalicija), che con 116.000 voti, il 7 % e 7 seggi si aggiudica un risultato di tutto rispetto. Si tratta di una coalizione in cui la componente principale è la “piattaforma politica” Possiamo! (Možemo!-Politička platforma), una “piattaforma”, appunto, sorta dalla convergenza di vari e disparati movimenti sociali (a essa vanno 5 dei 7 seggi). Le altre componenti della coalizione sono Nuova sinistra (NL, Nova ljevica), definibile grosso modo come socialista di sinistra (1 seggio); il Fronte dei lavoratori (RF, Radnička fronta), più marcatamente anticapitalista (1 seggio); e tre organizzazioni con orientamento prevalentemente ecologico: Sviluppo sostenibile della Croazia (ORaH, Održivi razvoj Hrvatske, una scissione del SDP del 2013), Per la città (Za grad) e Zagabria è nostra! (Zagreb je naš!).

Il 7 % per una coalizione che si presentava per la prima volta alle elezioni legislative [5] è già di per sé un buon risultato, che appare ancor più sorprendente se si dà uno sguardo al suo andamento nelle dieci circoscrizioni territoriali [6]. Se in sei di queste le percentuali sono inferiori alla media (si va da un minimo dell’1,5 % a un massimo del 5,5 %), nelle altre quattro, le più “urbane”, le cifre sono decisamente più incoraggianti: 8,5 % nell’Istria, 9,5 % a Sisak, 10,5 % a Karlovac, fino a uno straordinario 21,1 % nella capitale, Zagabria, dove la coalizione arriva al terzo posto, dopo HDZ (28,3 %) e a breve distanza dal SDP (22,3 %), e dove il suo capolista surclassa in numero di preferenze (quasi 20.000) quello socialdemocratico (quasi 14.000).

Questo squilibrio territoriale costituisce, da una parte, una evidente debolezza (le varie componenti della coalizione non dispongono ancora di una adeguata struttura nazionale, ma sono concentrate nel nord urbanizzato) ma, dall’altra, la dice lunga su quali possibilità si aprano se la coalizione saprà rinsaldarsi attorno a un programma minimo comune sufficientemente caratterizzato a sinistra e non cederà alle tentazioni di fughe in avanti o all’indietro (qualche segnale in questo senso si è già avuto). In particolare, sembra ci si debba attrezzare per tradurre in termini più “digeribili” un discorso che per ora può apparire ostico, estraneo ai propri interessi immediati, ad ampi strati della popolazione della Croazia “profonda”. A questo proposito appare particolarmente istruttivo mettere a confronto i risultati ottenuti nelle varie circoscrizioni dalla coalizione di sinistra e dall’estrema destra. C’è un quasi perfetto andamento inverso: dove la coalizione di sinistra “sfonda” l’estrema destra è relativamente debole (Zagabria 21,1 % contro 9 %; Karlovac 10,5 % contro 9,5 %), e viceversa (nella Slavonia coalizione 1,5 e 2,2 % contro il 19,8 e il 16,6 % dell’estrema destra). In Croazia, come altrove in Europa, si ripropone dunque il problema di conquistare o riconquistare non tanto i giovani e più genericamente l’elettorato urbano, quanto quegli strati popolari abbandonati e delusi dalle politiche socialdemocratiche, gli “scarti” della globalizzazione, più esposti alle sirene sovraniste.

Quali prospettive? Molto dipenderà, in prima battuta, da con chi la HDZ formerà il prossimo governo. Una corrente al suo interno, con il non tanto tacito incoraggiamento delle gerarchie cattoliche locali (in questo non tanto diverse dalle consorelle polacca e ungherese) vedrebbe con favore un allargamento all’estrema destra. Ma la componente europeista, uscita rafforzata dalle elezioni, sembra cosciente dei pericoli di una “orbanizzazione”, soprattutto in un periodo come questo. Il governo ha giocato bene le carte che aveva in mano, anticipando le elezioni, ma i nodi stanno già venendo al pettine. Il primo, peraltro ridotto, afflusso di turisti dall’estero ha già provocato un sensibile aumento dei contagi da Covid. E se si dovrà tornare a forme parziali o totali di lockdown tutta la Croazia litoranea, che vive soprattutto di turismo, piomberà in una profonda crisi. E questo in un Paese dove la Croazia “profonda”, la sua parte orientale, dalla crisi non è mai uscita, in un Paese che è da tempo immerso in una crisi demografica («La Croazia», diceva il primo ministro uscente Andrej Plenković in un’intervista a “Le Monde” del 9 gennaio scorso, «perde l’equivalente di una cittadina di 15-20.000 abitanti ogni anno. Per un Paese che nel 1991 aveva 4.700.000 abitanti e oggi poco più di 4.000.000 è un problema vitale»).

Per ora, comunque, l’estrema destra sembra non aver fretta di entrare in un governo di coalizione, che inevitabilmente spunterebbe molte delle sue armi polemiche. Preferisce stare a guardare, certa di poter approfittare nel prossimo futuro dalle occasioni offerte da un prevedibile rapido degradarsi della situazione economica e sociale. Quanto alla coalizione sinistra-verdi, ha poco tempo a disposizione per consolidare le sue strutture e soprattutto per attrezzarsi per potersi espandere nella metà del Paese in cui per ora ha una presenza dignitosa, sì, ma del tutto insufficiente.

10 luglio 2020

Note

[1] La HDZ venne fondata nel 1989 da Franjo Tudjman, che ebbe un triste ruolo nelle “guerre iugoslave” degli anni Novanta e che con le sue ricerche storiche diede ufficialmente inizio a quel “revisionismo” teso a minimizzare le responsabilità del governo-fantoccio croato filonazista. Nella sua lunghissima permanenza al potere - dal 1990 a oggi, con due sole interruzioni socialdemocratiche (2000-2003 e 2011-2015) – la HDZ ha fino a poco tempo fa saputo tenere assieme le componenti cattolica conservatrice tradizionale e quella nazionalista revisionista, fino a quando nel Paese è andata coagulandosi una tendenza di tipo “orbanista”, che ne ha minacciato le basi. Di qui la difficoltà della HDZ: da una parte mantenere un profilo europeista, per gli ovvi vantaggi che ciò comporta sul piano internazionale, dall’altra cercare di tagliare l’erba sotto i piedi agli “orbanisti”, adottandone in parte le tesi. È quello che ha fatto, per esempio, la presidentessa della Repubblica uscente Kolinda Grabar-Kitarović nel dicembre scorso, in occasione delle elezioni presidenziali dalle quali è uscita però perdente. Mentre un tentativo, maldestro, di giungere in soccorso dell’ala moderata della HDZ è stata la pubblicazione, a ridosso di queste elezioni, di un video a favore della HDZ della presidentessa della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che data la sua carica istituzionale era tenuta, ovviamente, a non prendere esplicitamente partito per l’uno o per l’altro candidato.

[2] L’orientamento politico della SDP è stato sinteticamente ed efficacemente condensato dall’attuale, e socialdemocratico, presidente della Repubblica eletto al secondo turno nel gennaio scorso: ho «il cuore a sinistra», ha infatti dichiarato Zoran Milanović, «e la testa a destra» (Antonio Pita, El candidato socialdemócrata gana la presidencia de Croacia, in «El País», 6 gennaio 2020).

[3] Il panorama politico croato presenta un numero di partiti e partitini che è inversamente proporzionale alla consistenza demografica del Paese (circa 4.000.000 di abitanti). In queste elezioni, senza contare le candidature di indipendenti e quelle delle minoranze nazionali, si affrontavano 31 liste, espressione di singoli partiti o di coalizioni, per un totale di oltre 70 sigle.

[4] Ripetuti e insistenti sono i tentativi dei revisionisti di estrema destra di minimizzare o, addirittura, negare del tutto le responsabilità dello Stato degli ustascia nello sterminio di ebrei, rom, serbi, antifascisti. Gli sforzi maggiori si concentrano sul campo di sterminio di Jasenovac, nei pressi della capitale, dove fra gli assassini ebbe un ruolo principale anche un frate francescano. Sulle cifre delle vittime (obiettivamente difficili dal calcolare oggi a quasi 80 anni di distanza) c’è, more solito, un’ampia discordanza. Per quanto riguarda Jasenovac, comunque, una parte delle vittime è stata identificata con nome e cognome, e ammonta a 83.145 (circa 20.000 dei quali minori di 14 anni), per circa metà formate da serbi, per un quarto da ebrei e rom, per il resto da antifascisti. Si vedano Antonio Pita, La herida del pasado fascista aún sangra en Croacia, in «El País», 15 aprile 2019, e Menachem Rosensaft, Jasenovac: se si mascherano gli orrori, in https://www.balcanicaucaso.org/aree/Croazia/Jasenovac-se-si-mascherano-gli-orrori-189824.

[5] Možemo, di recentissima costituzione, aveva già fatto la sua comparsa nelle elezioni presidenziali del dicembre scorso, assieme a NL e ORaH, con risultati neanche lontanamente paragonabili a quelli odierni: 19.000 voti e 1,8 %. Anche il Fronte dei lavoratori (fondato nel 2014), che aveva già partecipato a elezioni nel 2015 con risultati irrisori, aveva preso parte alle presidenziali ma con esiti deludenti: meno di 3000 voti e lo 0,2 %.

[6] Il Paese è diviso in 10 circoscrizioni territoriali, di ampiezza demografica simile, che eleggono ciascuna 14 deputati, 140 in totale, cui si aggiungono un’undicesima (3 deputati, eletti dai residenti all’estero: regolare appannaggio della HDZ) e una dodicesima, riservata alle 22 (!) minoranze nazionali riconosciute (8 deputati, 3 dei quali riservati alla minoranza serba, 1 ciascuno alle minoranze italiana, ungherese, cèca e slovacca, 2 per le restanti minoranze). Il cittadino appartenente a una minoranza può decidere di votare in una delle 10 circoscrizioni territoriali o in quella riservata alla sua minoranza. In questo caso però i voti (di norma fra i 20 e i 30.000 in tutto) non vengono computati nei risultati ufficiali.



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