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Spagna | Elezioni in Galizia e nei Paesi Baschi: un avvertimento per il governo

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Crolla Podemos, avanzano i nazionalisti di sinistra, i socialisti galleggiano e a destra c’è un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto

di Cristiano Dan

Le elezioni per i parlamenti regionali della Galizia e dei Paesi Baschi, se da una parte segnano una conferma dei rispettivi governi locali in carica, dall’altra costituiscono un segnale di svolta:

a) un serio avvertimento per il governo nazionale PSOE-Podemos, che ne esce di riflesso indebolito;

b) un profondo rimescolamento delle carte di tutto l’arco della sinistra nella sua accezione più ampia, che vede crollare il seguito elettorale delle coalizioni fra Podemos, Izquierda Unida e altre formazioni (le “confluencias”) a tutto vantaggio sia dell’astensione, sia delle forze nazionaliste indipendentiste di sinistra (e con ciò si ripropone con forza, questa volta non nella sola Catalogna, il problema dell’ordinamento generale dello Stato), mentre da questo profondo rimescolamento al PSOE non deriva alcun vantaggio;

c) una pesante sconfitta della strategia oltranzista del Partido Popular di Casado, che deve registrare il fallimento del suo tentativo di creare un fronte della destra (lista unica PP-Ciudadanos nei Paesi Baschi, nettamente battuta), mentre deve prendere atto del relativo successo (ha mantenuto le posizioni) del suo rivale “moderato” Feijoó in Galizia;

d) conferma delle difficoltà che incontra l’espansione della estrema destra di Vox, che conquista sì un seggio nei Paesi Baschi, ma più per motivi “tecnici” (come vedremo) che a seguito di un exploit elettorale.

Le elezioni in Galizia. La nuova distribuzione dei 75 seggi del Parlamento della Galizia sintetizza bene il terremoto avvenuto. Il Partido Popular (PP), partito di gran lunga egemone e da decenni alla guida della regione (fatto salvo un breve interludio socialista), conferma i 41 seggi che aveva conquistato nel 2016, confermando così anche la sua maggioranza assoluta. I grossi mutamenti avvengono nella sinistra: i 14 seggi dell’alleanza fra Podemos, Izquierda Unida e Anova (formazione della sinistra nazionalista) si azzerano, e si redistribuiscono fra il Bloco Nacionalista Galego (BNG), 19 seggi (13 in più) e il Partido dos Socialistas de Galicia (PSdeG-PSOE), 15 seggi (uno in più).

Se però oltre ai seggi si guarda anche al numero reale (più che alle percentuali [1]), si vede come, in un contesto contraddistinto da un aumento dell’astensione (meno 129.000 voti validi), l’unico partito che registra una vera, e travolgente, avanzata è il Bloco Nacionalista Galego: 310.000 voti (più 191.000, ovvero più che un raddoppio) e 24,2 % (più 15,8 %). Non si tratta del suo massimo storico in percentuale (raggiunto nel 1997: 25,1 %), ma lo è però nel numero di seggi. Il BNG (una formazione politica non nuova, risalendo le sue origini agli anni Sessanta, in pieno franchismo) è ora la seconda forza politica nella regione, sia pure molto distanziata dal PP, ma con quasi cinque punti di vantaggio sul PSOE. Quanto alle sue prospettive, è un discorso non facile, che rimandiamo ad altra occasione.

Ciò che importa ancora sottolineare è che il BNG è l’unica formazione galega che registra una netta avanzata in voti. Tutte le altre, nonostante le apparenze, arretrano, di poco o di tanto. Di tanto, tantissimo, lo fanno Podemos e alleati: avevano 274.000 voti e il 19,3 % nel 2016 (erano il secondo partito per seguito), ora ne hanno 51.000 e il 4 %, con perdite di 220.000 voti e del 15,3 %. Va però precisato che non si tratta di un collasso improvviso: i voti erano già scesi a 238.000 nelle politiche dell’aprile 2019 e a 188.000 nelle politiche del novembre scorso. Solo che il progressivo calo s’è trasformato ora in una frana. Quali le cause? Alcune dipendono dagli orientamenti nazionali adottati dal partito di Pablo Iglesias, altre sono prettamente locali (litigiosità interne all’alleanza, spesso per poco nobili motivi, che hanno tra l’altro portato alla dipartita di alcuni movimenti locali e dei verdi di Equo) [2]. Quanto al PSOE (253.000 voti e 19,6 %), il seggio che guadagna corrisponde a un aumento dell’1,5 % e a una perdita di circa 4.000 voti: un ben magro bilancio, se si pensa alle dimensioni dei trasferimenti avvenuti a sinistra.

Veniamo alla destra. Il PP, chiaramente vincitore, conferma i suoi seggi con 625.000 voti e un 48,4 %, guadagnando sì lo 0,4 %, ma diminuendo di 57.000 voti. Il saldo fra le due legislature non è brillante, ma va detto anche che nel corso delle elezioni del 2019 (due politiche e una europea) il PP era oscillato fra i 430 e i 480.000 voti, insidiato da una parte da Ciudadanos (184.000 voti nell’aprile 2019) e dall’altra da Vox (116.000 voti nel novembre dello stesso anno). L’intelligente strategia del suo dirigente Feijoó, che ha saputo dire no a Casado, che voleva spingerlo a radicalizzare il discorso e a fare lista unica con Ciudadanos, ha premiato la sua linea “moderata”: Ciudadanos è sceso sotto i diecimila voti (0,8 %) e Vox a 26.000 (2,1 %).

Le elezioni nei Paesi Baschi. Anche nei Paesi Baschi l’astensione rispetto al 2016 è aumentata (dal 40 al 47,1 %) e i voti validi totali sono dunque diminuiti (888.000, meno 171.000), per cui valgono le stesse considerazioni fatte a proposito della Galizia. Anche qui si dava per scontata la conferma del Partido Nacionalista Vasco (PNV), da sempre alla guida della regione. Unica incognita: le dimensioni di questa riconferma. Il PNV si assicura 31 seggi (più 3), insufficienti però a formare un governo di maggioranza, per il quale dovrà probabilmente accordarsi con la branca locale del PSOE, il Partido Socialista de Euskadi-Euskadiko Ezkerra (PSE-EE), che con 10 seggi ne guadagna uno. Sulla destra del PNV, che è un partito nazionalista moderato e democristiano, il PP, qui alleato con Ciudadanos, si aggiudica 5 seggi, perdendone così 4 dei 9 che nel 2016 aveva il PP da solo, mentre un seggio, a sorpresa, va all’estrema destra di Vox [3].

Anche qui però, come in Galizia, quando si passa dai seggi ai numeri di voti, si vede come in realtà vi sia un solo partito che avanza sia in voti che in percentuali, sia pure con una dinamica nettamente inferiore al Bloco galego: la coalizione nazionalista di sinistra Euskal Herria Bildu, 249.000 voti (più 24.000) e il 28 % (più 6,7 %). Come si vede, la spinta è minore, e ciò è dovuto a diverse ragioni: innanzi tutto, per i loro lontani legami con l’ETA di alcune delle sue componenti, Bildu appare più “divisivo” di quanto lo sia il BNG, quanto meno agli occhi di una porzione non piccola della società basca orientata genericamente a sinistra; in secondo luogo, subisce la concorrenza sul terreno del nazionalismo da parte di un soggetto moderato e molto ben radicato, il PNV; in terzo luogo, nei Paesi Baschi la caduta della coalizione di Podemos e di Izquierda Unida (Elkarrekin Podemos) è pesante, ma non catastrofica come in Galizia: 72.000 voti (meno 85.000) e l’8,1 % (meno 6,8 %), e di questi solo una frazione, apparentemente, passa a Bildu, mentre circa 12.000 vanno a Equo (che è uscito dalla coalizione) e un’altra parte finisce nell’astensione. Di questo sommovimento a sinistra il PSOE non pare beneficiare: con 122.000 voti arretra di 4.000 rispetto al 2016, anche se per via dell’astensione passa dall’11,9 al 13,7 %.

Passando al campo del centrodestra e della destra, il PNV (349.000 voti e 39,3 %) cede sul 2016 quasi 50.000 voti, pur guadagnando l’1,7 %, mentre la lista comune PP-Ciudadanos, con 60.000 voti e il 6,8 %, è più che dimezzata rispetto ai risultati sommati dei due partiti nel 2016: meno 69.000 voti e meno 5,4 %. Perdite che solo in parte si riversano su Vox: che se rispetto ai 771 voti (0,1 %) raccolti nel 2016 appare in piena espansione (circa 18.000 voti e il 2,0 %), appare ridimensionato rispetto alle due elezioni politiche del 2019 (28-29.000 voti).

Alcune considerazioni provvisorie. Come si accennava brevemente all’inizio, queste elezioni non vedono affatto un progresso della destra e del centrodestra, che al di là della distribuzione dei seggi, nel loro complesso arretrano, anche se in misura limitata.

In Galizia le forze di sinistra (BNG e Podemos) arrivavano al 27,7 % nel 2016 e ora sono al 28,2 %. Se a queste aggiungiamo il PSOE arriviamo al 45,7 % nel 2016 e al 47,7 % oggi. Viceversa, le forze di centrodestra e destra, tradizionalmente maggioritarie nella regione (PP, Ciutadanos e Vox), passano dal 51,5 al 51,2 %. Se a uno schieramento e all’altro aggiungessimo le liste minori, non arriveremmo a cambiamenti sostanziali. Quel che preme sottolineare è che in Galizia non v’è stata alcuna vittoria sostanziale della destra, che appare di fatto un blocco sociale saldo, ma non in espansione.

Nei Paesi Baschi, invece, la situazione è questa: Bildu più Podemos arrivavano nel 2016 al 36,1 % e oggi, se si comprende anche la lista di Equo, sono al 37,4 %. Se calcoliamo anche il PSOE, abbiamo 48,1 % nel 2016, 51,1 % oggi. Il PNV (centro/centrodestra, ma nazionalista) non lo possiamo considerare con la destra e l’estrema destra, per ovvi motivi. Questa invece (PP, Ciudadanos e Vox) passa dal 12,3 % nel 2016 all’8,8 % ora.

Ciò che è invece realmente avvenuto è una resa dei conti all’interno dello schieramento di sinistra, con il crollo di Podemos e dei suoi alleati, che pagano il prezzo non solo dell’approdo al governo in forma subordinata, ma anche del logorio di un progetto politico concepito più come una “macchina da guerra” elettorale che come un partito (e questo vale soprattutto per Podemos) ben radicato nella società. Il fallimento di questo progetto, che aveva già comportato la fuoriuscita di alcune componenti originarie (verso una versione light del populismo Errejón, verso sinistra Anticapitalistas) non poteva non lasciare spazio alle uniche altre forze esistenti a sinistra in Galizia e nei Paesi Baschi, il BNG e Bildu. Il successo di queste forze, però, se ripropone, come si è detto all’inizio, il problema di un nuovo assetto dello Stato spagnolo (lo “Stato delle autonomie” così com’era stato concepito all’epoca della transizione democratica mostra da tempo la corda), non risolve affatto il problema di come arrivare a costruire un’alternativa credibile al riformismo a singhiozzo del PSOE e alle destre. I limiti dei nazionalismi di sinistra dovrebbero essere sotto gli occhi di tutti dopo l’incancrenirsi della vicenda catalana: è arduo mantenere in equilibrio due termini come “sinistra” e “nazionalismo”, e il rischio sempre presente è che il secondo finisca col pesare più del primo.

13 luglio 2020

Note

[1] Nel caso di un aumento dell’astensione, le percentuali possono spesso trarre in inganno, nel senso che un partito può segnare un aumento in percentuale che corrisponde in realtà a una diminuzione di voti. Sia in Galizia che nei Paesi Baschi si è avuta una diminuzione della partecipazione al voto, ma mentre nei Paesi Baschi questa è correttamente segnalata, in Galizia (per errore tecnico o per altra ragione) risulta una diminuzione dell’astensionismo. Cosa contraddittoria se si guardano le cifre dei voti validi: 1.420.000 nel 2016, 1.291.000 in queste elezioni. Il fatto è che mentre la percentuale dell’astensionismo nel 2016 è stata calcolata sull’insieme dell’elettorato, residente sia nella regione che all’estero (diverse centinaia di migliaia), questa volta sembra che sia stata calcolata solo sui residenti nella regione.

[2] Queste scissioni non hanno avuto fortuna: meno di 3000 voti a En Marea, meno di 1000 a Equo.

[3] Il seggio di Vox dipende, più che dal numero dei suoi voti, da una particolarità della legge elettorale basca. Mentre, per esempio, in Galizia i seggi nelle quattro circoscrizioni (le province) sono attribuiti in proporzione al numero di elettori, nei Paesi baschi le tre circoscrizioni (i tre “territori storici”: Álava, Bizkaia, Gipuzkoa) hanno diritto ciascuna a un egual numero di seggi (25), a prescindere dalla loro dimensione demografica. Ciò che produce un effetto ovvio: servono più voti per ottenere un seggio nelle province con maggior numero di elettori (Bizkaia 910.000, Gipuzkoa 557.000) che a Álava (252.000). Ora, essendo Álava la meno “basca” delle tre province, è proprio qui che più facilmente la destra è riuscita a spuntarla. Per alcuni anni, per esempio, una formazione di quest’area, Unidad Alavesa, poi confluita nel PP, riuscì a conquistare seggi (3 nel 1990, 5 nel 1994, 2 nel 1998 e 1 nel 2001, questa volta in alleanza col PP).

Sulla crisi di Podemos, si veda sul sito http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=3120:gli-anticapitalistas-dello-stato-spagnolo-sulle-elezioni-del-10-novembre&catid=28:allordine-del-giorno-i-commenti-a-caldo&Itemid=39



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