Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Trockij oggi

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Trockij: due punti di vista

 

"Liberazione" ha chiesto di ricordare Lev Trockij in occasione del settantesimo anniversario del suo assassinio, a me come “trotskista” (anche se non ho mai amato questa definizione, e mi è sempre bastato definirmi un “marxista rivoluzionario”) e a Pier Paolo Poggio, uno studioso in genere severo nei suoi confronti.

Li riporto entrambi integralmente sul sito, di seguito. Ma in appendice ho aggiunto alcune note al testo di Poggio, che mi sono venute di getto, avendo recensito appena una settimana fa il suo libro L’altro novecento. Comunismo eretico e pensiero critico, di cui ho ritrovato vari passaggi. Per comodità del lettore li ho evidenziati in corsivo. Non è assolutamente una polemica ad personam, ma semplicemente la necessità di confutare una piccola parte almeno delle ricostruzioni che hanno cercato di ridurre il ruolo e l’attualità del messaggio del grande rivoluzionario, che tra l’altro aveva anche lui polemizzato con chi lo metteva in cornice per i meriti nell’Ottobre e nella Guerra civile, affermando che nulla di quel che aveva fatto in quegli anni (in cui, affermava, non era insostituibile) aveva l’importanza del lavoro oscuro e difficile degli ultimi anni della sua vita, per tener vivo il metodo del marxismo, e cercare di ricostruire l’internazionale comunista, che prima di essere formalmente soppressa era stata ridotta a puro strumento della cinica burocrazia sovietica.

(a.m. 21/8/2010)

 

Trockij ci serve

Non sorprende tanto che a settanta anni dalla morte Lev Trockij non sia stato dimenticato come la quasi totalità dei suoi nemici, quanto che si continui a cercare di sminuirlo riciclando vecchie calunnie e un po’ di gossip, come ha fatto ad esempio Siegmund Ginzberg su “la Repubblica”, in anticipo di una settimana sull’anniversario della morte.

In tanti continuano a ripetere che “la sua inattualità è totale”, ma non si capisce perché sentano ancora il bisogno di parlarne malissimo. Soprattutto in Russia, le stesse persone che in epoca sovietica avevano denunciato Trockij come “agente dell’imperialismo” lo accusano ora dell’opposto crimine di essere un rivoluzionario avventurista che avrebbe portato l’URSS e il mondo a una catastrofe…

Anche in Italia ci sono molti che ripetono che se fosse arrivato al potere avrebbe fatto peggio di Stalin o che comunque lo identificano con Stalin (ma la stessa sorte tocca a Lenin, un tempo osannato senza leggerlo, poi calunniato anche da gran parte della sinistra italiana).

Molti argomenti sono tratti dal vecchio armamentario staliniano: la ferocia nella repressione di Kronstadt, e l’odio verso i contadini. Due falsi clamorosi ripetuti incessantemente, perfino dagli anarchici. A Kronstadt Trockij non andò neppure per un giorno durante la rivolta della fortezza che minacciava direttamente Pietrogrado, anche se condivise con tutto il gruppo dirigente la responsabilità per la decisione, basata sulla convinzione di un collegamento tra gli insorti e le forze appena sconfitte dei Bianchi rifugiati all’estero. Non ho mai avuto dubbi che fosse una decisione sbagliata, anche se comprensibile nel clima di stato d’assedio creato con la guerra civile e gli interventi internazionali contro la giovane repubblica sovietica. Inaccettabile fu la fucilazione di molti insorti, che cominciò nei mesi successivi alla conquista della fortezza (che tra l’altro era costata più vittime agli assalitori che ai difensori). Ma quasi un secolo dopo si continua ad attribuire la repressione solo a Trockij, che non vi partecipò, con abbondanza di cifre inventate e particolari sulla sua crudeltà efferata.

Anche l’odio contro i contadini (che oggi diversi “storici” provenienti dal PCI attribuiscono a Lenin come a Trockij), deriva da una calunnia del grande sterminatore di contadini. È diventato un luogo comune dire che Trockij avrebbe elaborato il progetto di collettivizzazione ripreso da Stalin, mentre si trattava di cose ben diverse. Nel 1923, di fronte alle differenziazioni sociali provocate dalla NEP, l’Opposizione di sinistra aveva proposto di orientare l’industria verso la produzione di beni necessari ai contadini, per invogliarli con incentivi materiali ad entrare in cooperative e fondare su basi solide e volontarie l’alleanza con la classe operaia. La collettivizzazione forzata invece fu inevitabilmente a mano armata, dato che nel 1929 i kulaki si erano molto rafforzati ed erano in grado di affamare di nuovo le città.

Che Stalin sentisse nel 1940 la necessità di inseguire Trockij per ucciderlo fino in Messico, dove era facilissimo controllarlo, conferma che temeva che, di fronte alla guerra, qualcuno dei dirigenti sovietici pensasse di richiamare il leggendario organizzatore dell’Armata Rossa. Il bilancio politico di Stalin era catastrofico, la collettivizzazione brutale non aveva eliminato ma aggravato la carestia, il rifiuto del fronte unico in Germania aveva aperto le porte a Hitler, e l’intervento in Spagna aveva indebolito con la repressione lo schieramento antifranchista; ma la situazione militare era ancora più allarmante. Il fallimento dell’invasione della Finlandia aveva dimostrato infatti che le purghe feroci avevano disorganizzato gravemente l’Armata Rossa.

Inoltre erano passati poco più di dieci anni dall’espulsione e dall’inizio delle peregrinazioni di Trockij in un difficile esilio, braccato e controllato dagli agenti staliniani e dai governi di destra o anche socialdemocratici, e il suo ricordo in URSS non poteva essersi sbiadito del tutto, nonostante le repressioni diventate sempre più feroci dopo l’assassinio di Kirov e i processi alla maggior parte dei dirigenti dell’Ottobre.

Trockij era stato uno dei protagonisti principali delle due rivoluzioni, ed anzi in quella del 1905 aveva avuto un ruolo superiore a quello dello stesso Lenin, grazie alla comprensione piena della funzione dei soviet, verso cui gran parte dei bolscevichi erano diffidenti. Lenin stesso ne tenne conto quando si riavvicinarono, e dichiarò (nel Comitato centrale dell’11 novembre 1917) che “da allora non c’è stato bolscevico migliore di lui.”. 

Trockij aveva giganteggiato nella giovane repubblica sovietica anche per la sua cultura, che nasceva, come per Lenin, da anni di studio, ma anche dalle straordinarie esperienze accumulate. Non a caso ebbe scambi con Gramsci, durante la sua permanenza a Mosca, sulla valutazione del fenomeno futurista nei due paesi, oltre che del fascismo. Inoltre si era impegnato a fondo a contrastare il permanere di vecchie concezioni patriarcali e maschiliste, con articoli sulla Pravda ed altri giornali sovietici, raccolti poi in un libro attualissimo: Rivoluzione e vita quotidiana.

A differenza di Stalin, era un grande oratore, ed era rimasto popolarissimo tra i giovani e tra i quadri dell’esercito che lo avevano visto tra loro giorno dopo giorno durante la lunga guerra civile, su quel treno blindato che aveva perfino una tipografia che stampava un quotidiano per i soldati e anche i versi di Esenin. Ma quando, in esilio, qualcuno gli chiese perché non aveva usato l’esercito per fermare Stalin, rispose inorridito che se lo avesse fatto avrebbe solo accelerato l’involuzione burocratica.

Trockij gode della fama di profeta, grazie al titolo della fortunata trilogia di Deutscher, ed effettivamente aveva previsto “controcorrente” moltissimi processi storici, dall’ascesa degli Stati Uniti, al riflusso dell’ondata rivoluzionaria al momento della crisi economica mondiale (mentre gli stalinisti lo accusavano di proporre l’attacco sempre e ovunque). Aveva soprattutto colto il significato dell’ascesa di Hitler, che non poteva che portare a una seconda guerra mondiale. Dopo Monaco, tra gli insulti del movimento comunista aveva previsto anche l’insensata alleanza di Stalin con Hitler. Ma non era “un profeta”, era solo uno dei pochi che continuava ad applicare un metodo materialista.

Contrariamente alle leggende denigratorie, non proponeva la rivoluzione ovunque e subito: la sua ultima elaborazione teneva conto delle sconfitte durissime provocate dalle direzioni staliniste e socialdemocratiche, e proponeva un “programma di transizione” per ripartire dai bisogni delle masse, centrato sulla proposta del Fronte Unico tra i partiti del proletariato, e basato su obiettivi semplici e chiari come la scala mobile dei salari e quella dell’orario, cioè sulla ridistribuzione del lavoro esistente tra tutti, un programma che ci serve ancora.

Antonio Moscato

 

 

 

 

Trockij: settanta anni dopo

Pier Paolo Poggio

 

Nel corso del Novecento Trockij ha incarnato, più di ogni altro, la figura dell’eretico del comunismo. Un’eresia punita con l’assassinio perpetrato su mandato di Stalin quando Trockij, da tempo, non rappresentava più un pericolo né sul piano politico né su quello ideologico. 1)

Del resto per decenni i suoi seguaci veri o presunti furono colpiti da purghe e repressioni; l’accusa di trockismo, oggi quasi incomprensibile, era moneta corrente nelle lotte interne ai partiti comunisti nati dalla rivoluzione d’Ottobre.

La cosa appare paradossale perché Trockij diede un contributo eccezionale alla rivoluzione e alla vittoria dei bolscevichi nella guerra civile, schierandosi con convinzione e straordinaria energia al fianco di Lenin. Non solo: dopo la rottura con Stalin, a cui imputava di aver tradito la rivoluzione, Trockij si impegnò con il suo notevole talento letterario a scrivere opere di esaltazione della presa di potere dell’Ottobre e del ruolo di Lenin, come la Storia della rivoluzione russa(1933), rimanendo sino alla fine un tenace difensore del marxismo e dell’Unione Sovietica.

E’ anche sulla base di un tale paradosso che oggi, nel contesto di superficiali operazioni di liquidazione storica del comunismo novecentesco, si diffondono le tesi di coloro che mirano ad accomunare in un unico fallimento eretici ed ortodossi, colpiti da una generalizzata damnatio memoriae. Sottrarre Trockij e i comunisti del Novecento alla presa della lotta ideologica per restituirli alla storia non è compito facile, innanzitutto perché quella storia non dice più nulla per la stragrande maggioranza, a causa della sua fine e messa in liquidazione, mentre viene conservata e congelata dalle piccole minoranze che ne fanno un elemento identitario, per resistere alla cancellazione.

A ciò deve aggiungersi la scarsa fortuna goduta da Trockij nel nostro Paese. Le sue opere, specie quelle dell’esilio, ebbero una certa circolazione in epoca fascista, per un calcolo strumentale, non molto riuscito, da parte del regime che pensava di poter usare Trockij in funzione anticomunista, ottenendo spesso l’effetto opposto.2)

Dopo il 1945 l’egemonia politico-culturale del Pci togliattiano pesò in modo decisivo nel decretare la sfortuna di Trockij e del trockismo. Anche nel corso del lungo 68 italiano le posizioni trockiste furono costantemente minoritarie e marginali. 3)

Inoltre, a differenza di quel che era accaduto in molti paesi europei e del mondo, l’influenza del trockismo fu quasi nulla in campo culturale, artistico e letterario. Il che non può considerarsi un fatto positivo, bensì il portato di un provincialismo che è andato sempre più sviluppandosi in senso regressivo, tanto più che gli ambienti del trockismo internazionale furono delle fucine di creatività e di idee, anche se più sul piano intellettuale che propriamente politico.

Resta il fatto che da noi l’immagine del grande rivoluzionario russo permane sfocata e approssimativa, facile preda di costruzioni mitologiche di basso profilo. Ora, se è vero che la storia deve farsi narrazione se vuole incontrare un pubblico, è altrettanto vero che la storiografia non può abbandonare la sua finalità critico-conoscitiva. Nel caso di Trockij, a settanta anni dalla sua morte, ciò può tradursi nell’interpretazione e decostruzione del paradosso da cui siamo partiti, il che significa collocare Trockij nel corso complessivo della rivoluzione, non riducibile all’Ottobre.

Procedendo per sommi capi bisogna segnalare che la vita e l’elaborazione politico-ideologica di Trockij sono scandite in tre fasi ben distinte: prima del 1917, il decennio rivoluzionario, gli anni dell’esilio dal 1928 alla morte. Nella seconda e terza fase egli fu un personaggio di fama mondiale, ma è negli anni della giovinezza che Trockij elabora una originale e audace teoria della rivoluzione, non senza partecipare attivamente alla prima rivoluzione russa, divenendo presidente del soviet di Pietroburgo nel novembre 1905.

In una serie di interventi rimasti pressoché sconosciuti in Italia, Trockij da un lato attacca duramente la concezione centralistica del partito formulata da Lenin e posta alla base del bolscevismo, dall’altra reinterpreta la concezione marxiana della rivoluzione e in polemica frontale con il marxismo socialdemocratico individua nella Russia zarista l’epicentro potenziale della rivoluzione, per effetto dei “vantaggi dell’arretratezza”, dello sviluppo combinato e squilibrato tra concentrazione della produzione industriale, spinte imperialistiche, miseria del proletariato urbano e rurale. Trockij, unico tra i marxisti russi, arriva a sostenere che la rivoluzione socialista si manifesterà in Russia prima che altrove, saltando le fasi intermedie, e aprendo il ciclo mondiale della rivoluzione permanente.

E’ su questa base che nel ’17 diventa bolscevico e si incontra con il Lenin di Stato e rivoluzione. Il suo ruolo di artefice e guida dell’Armata Rossa è abbastanza noto, ed è in questa fase che si manifestano i primi duri contrasti con Stalin. Fautore della militarizzazione del lavoro e dell’uso del terrore nella guerra civile, Trockij accettò obtorto collo alcune delle ritirate obbligate di Lenin, quali il trattato di Brest-Litovsk con gli imperi centrali e la Nep elargita ai contadini. Scelte necessarie ma che si discostano dalla sua teoria della rivoluzione, per la quale era semplicemente assurdo pensare di poter costruire il socialismo in un solo paese. In ragione di ciò lo scontro con Stalin era insanabile, anche se questi si appropriò della teorizzazione trockista in merito all’industrializzazione forzata a spese del mondo contadino. 4)

Le loro prospettive erano però radicalmente divergenti: per Stalin quel che importava era la costruzione di un potere statale di dimensioni mondiali, di un inedito Leviatano russo-sovietico capace di sconfiggere le potenze nemiche, gli Stati capitalistici e fascisti. A Trockij il potere e la violenza, lo Stato e il partito interessavano solo in quanto mezzi per attivare il processo della rivoluzione permanente. 5)

Oggi che il mondo è unificato di fatto, solo il capitale si muove su scala mondiale, quindi l’inattualità di Trockij è totale, e però è nostro dovere restituire Trockij e i rivoluzionari russi al loro tempo, impedendo che venga cancellato e banalizzato, sia facendone un amalgama indistinto sia reiterando vecchie scomuniche ed anatemi. 6)

 

Pier Paolo Poggio

Fondazione Micheletti, Brescia.

 

 

Osservazioni sul testo di Paolo Poggio

 

1) Dire che “Trockij, da tempo, non rappresentava più un pericolo né sul piano politico né su quello ideologico” mi sembra serva solo a ridimensionare il grande rivoluzionario. Stalin, che pure sapeva bene (anche grazie a diversi infiltrati) quanto fosse modesto il seguito del suo grande rivale, pure non lesinò mezzi per tentare più volte di assassinarlo. Perché farlo se era così insignificante? Stalin sapeva che anche diversi dei vecchi bolscevichi superstiti pensavano di richiamare Trockij per affrontare i pericoli di una guerra, a cui l’Armata Rossa decapitata, e un’Internazionale comunista ferita dall’accordo con Hitler arrivavano in pessime condizioni…

 

2) È assolutamente falso che gli scritti di Trotskij abbiano avuto “una certa circolazione” per un calcolo strumentale del fascismo: nei vent’anni del regime fascista uscirono solo due libri di Trotskij, La mia vita, e la Storia della rivoluzione russa, entrambi considerati universalmente due capolavori della letteratura russa. Furono pubblicati rispettivamente da Mondadori e Treves. La leggenda alimentata dagli stalinisti si basava casomai soprattutto sulla pubblicazione, subito dopo l’espulsione dall’URSS di alcuni articoli di Trockij sul “Corriere della sera”, presentata come una manovra del regime. In realtà il quotidiano milanese era entrato nella catena dei più importanti giornali mondiali, anche di paesi tutt’altro che fascisti, che si erano accaparrati in esclusiva le prime dichiarazioni dell’esule, sapendo che avrebbero aumentato le tirature. Che non ci fossero concessioni a posizioni conservatrici, borghesi o fasciste, è possibile verificarlo oggi grazie alla preziosa pubblicazione che ho segnalato in un lungo articolo sul sito: Trotskij, Stalin e Canfora e nell’ultimo numero di ERRE.

 

3) Legittimo ovviamente avere una valutazione negativa del ruolo che le posizioni trockiste ebbero nel ’68 italiano, ma liquidarle con termini come “minoritarie” e “marginali” mi sembra un riflesso dell’atteggiamento che ebbero allora i gruppi egemoni che si richiamavano al maoismo più o meno sofisticato, gruppi che godevano certo di larghi consensi, ma che sono spariti senza tentare almeno un bilancio di quel fallimento.

 

4) Qui all’inizio c’è una mezza verità: Trockij effettivamente nella prima fase della discussione aveva proposto di rifiutare la firma del trattato di Brest Litovsk, ma non in base a principi astratti o per fedeltà a una “sua teoria della rivoluzione, per la quale era semplicemente assurdo pensare di poter costruire il socialismo in un solo paese”. Che non era solo “sua” ma anche di Lenin e di tutti i bolscevichi, Stalin compreso in un primo momento. In realtà Trockij da un lato vedeva i sintomi dell’ascesa della rivoluzione in Germania e nell’Austria-Ungheria (senza immaginare che sarebbe stata poi deviata e ritardata per alcuni mesi cruciali dal tradimento della socialdemocrazia: si veda il mio Trockij e la pace necessaria. 1918. la socialdemocrazia e la tragedia russa, Argo, Lecce, 2007), dall’altro temeva le ripercussioni – che vi furono – nel dibattito russo, compreso l’isolamento dei bolscevichi per l’uscita dal governo dei social-rivoluzionari.

Successivamente Poggio inserisce un vero falso, che per essere stato ripetuto da tanti non è meno falso: Lev Trockij non accettò obtorto collo la NEP, ma l’aveva addirittura proposta per primo, più di un anno prima; due anni dopo l’Opposizione di sinistra segnalò i pericoli della politica di Bucharin e Stalin, che incoraggiavano l’arricchimento di una parte dei contadini, ma è altra cosa, ampiamente trattata. Ugualmente scorretto dire che Stalin “si appropriò della teorizzazione trockista in merito all’industrializzazione forzata a spese del mondo contadino”. Su questo avevo già scritto molte volte, e anche già risposto allo stesso Poggio in Comunisti eretici, a cui rinvio.

 

5) Dire che a Trockij “il potere e la violenza, lo Stato e il partito interessavano solo in quanto mezzi per attivare il processo della rivoluzione permanente” significa stravolgere il pensiero tutto politico di Trockij banalizzandolo e riducendolo a pura ideologia, ed anzi infantile ricerca di conferme… Per giunta fa torto alla sua intelligenza attribuirgli il pensiero di poter “attivare il processo della rivoluzione permanente”.

 

6) Legittimo pensare che “l’inattualità di Trockij è totale”, ma è un’opinione non argomentata. Non sarebbe attuale perché è stato sconfitto? Questo almeno mi sembra voglia dire la frase: “un enorme investimento e dispendio di energie si sono conclusi in un nulla di fatto”…. Per giunta si fa discendere il fallimento dalla constatazione che “il mondo è unificato di fatto, solo il capitale si muove su scala mondiale, quindi…”. Che strano! Il mondo è unificato sotto il dominio del capitale, e Poggio dichiara “quindi” inattuale l’unica tendenza internazionalista del movimento operaio, l’unica che ha difeso tenacemente l’idea di internazionale e ne ha mantenuto in vita il funzionamento, mentre tutte le sinistre “per bene”, socialdemocratiche o comuniste eredi più o meno coscienti dello stalinismo, accettano da decenni di schierarsi dietro alla propria borghesia…

 

Restituire Trockij e i rivoluzionari russi al loro tempo, poi, mi sembra una frase basata sul “ buon senso comune”, che solo apparentemente riconosce la grandezza di Trockij e dei rivoluzionari russi: di fatto dire che vanno “restituiti al loro tempo” significa piantare un altro chiodo, magari dorato sulla loro bara. Vuol dire in sostanza: le loro proposte ed analisi, andavano più o meno bene nel “loro tempo”, oggi invece non servono più.

È vero che i tempi sono cambiati, ma perché? La sinistra ha rinunciato da decenni al suo patrimonio di idee e dimenticato le esperienze di lotta, negando una lotta di classe a cui invece il capitalismo non ha certo rinunciato. In questa fase in Italia aspetta magari che Fini faccia cadere Berlusconi, per poter fare finalmente un altro governo Prodi, o D’Alema, o magari Vendola, con le guerre umanitarie al posto dell’obsoleto internazionalismo… Questa è la “modernità”!

 

Non è un processo alle intenzioni di Poggio, che probabilmente la pensa in modo diversissimo sul piano politico, o almeno lo spero, visto che si è accinto a un opera così impegnativa di riscoperta del marxismo non dogmatico. Quello che scandalizza è che abbia accettato su Trockij i luoghi comuni diffusi da chi, a forza di cercare il nuovo e di “collocare nel loro tempo” le vecchie proposte, aveva portato la sinistra tutta, compresa quella sedicente “radicale”, a finire malissimo. Tra l’altro, come ho sottolineato più volte in Comunisti eretici, di questo atteggiamento non è stato vittima solo Trockij, ma anche Lenin e quello straordinario momento dei primi anni dell’Internazionale comunista in cui militanti rivoluzionari, di orientamenti a volte diversi, hanno discusso appassionatamente e tentato il vero e più grande assalto al cielo...

(a.m. 21/8/2010)