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Portogallo | Elezioni presidenziali: fine d’una «eccezione»?

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di Cristiano Dan

Le elezioni presidenziali di domenica 24 gennaio segnano probabilmente la fine definitiva di quella che negli ultimi anni era stata definita l’«eccezione portoghese», e che consisteva essenzialmente nell’esistenza di un governo socialista di minoranza, che si reggeva sull’appoggio esterno dei due principali partiti di sinistra (Bloco de Esquerda e Partido Comunista Português) e nell’assenza di una significativa formazione d’estrema destra: ciò che appunto faceva del Portogallo un caso unico nel panorama europeo. Uno degli elementi costitutivi di questa «eccezione» era venuto meno già da tempo, coll’interruzione da parte del Partido Socialista della relazione “privilegiata” (dettata dalla necessità) con i due partiti schierati alla sua sinistra. Gradualmente, nella parte maggioritaria di questo partito era riemersa la “vocazione” centrista, che puntava a una collaborazione con il Partido Social Democrata (PSD), in chiave europeista. Il secondo elemento, l’assenza d’una consistente forza d’estrema destra, scompare oggi con la netta affermazione di Chega! (Basta!), una formazione paragonabile per molti aspetti alla spagnola Vox e alla nostra Lega, che con quasi il 12 % diventa il terzo partito portoghese (poco più di un anno fa, nelle elezioni legislative del 2019, aveva ottenuto un solo deputato con l’1,4 % dei voti…).

Prima di passare a una prima sommaria analisi dei risultati, occorre fare alcune precisazioni. Queste elezioni presidenziali si sono tenute in piena pandemia, con il risultato che l’astensionismo, aspetto cronico del sistema politico portoghese, non poteva che aumentare: questa volta è arrivato al 60,5 %, con un aumento di quasi 9 punti rispetto sia alle elezioni presidenziali precedenti (2016), sia alle politiche del 2019, essendo superato solo dalle europee dello stesso 2019 (69 % di astenuti). Nel caso di questa tornata elettorale, i votanti sono stati circa 4.300.000 (arrotondiamo le cifre alle migliaia), gli astenuti oltre 6.500.000. In parte quest’ultima cifra si spiega con le difficoltà incontrate dagli elettori residenti all’estero (alle prese anch’essi con le restrizioni dovute all’epidemia), ma nella stragrande maggioranza è composta da astensionisti cronici e da elettori fluttuanti. L’alto astensionismo che caratterizza il Portogallo rende molto difficile valutare quale sia la “presa” reale dei partiti sull’insieme della società. Ma questo è un problema che non affronteremo qui, perché ci porterebbe molto lontano.

La seconda precisazione che è necessario fare è che in linea generale le elezioni presidenziali, dove prevale l’immagine trasmessa dal candidato a scapito dei programmi elettorali dei partiti, solitamente non riflettono, se non in parte, le tendenze politiche in atto, perché vengono seguite da elezioni legislative che ne ribaltano spesso i risultati. Ciò si spiega in parte con il loro carattere “personalistico” cui s’è già accennato, in parte con la profonda modificazione dell’“offerta politica”. Per essere chiari: nella precedente elezione presidenziale del 2016 il candidato vincente di centrodestra/destra, Marcelo Rebelo de Sousa, ha ottenuto il 52 % dei voti, mentre nelle successive elezioni europee e politiche del 2019 i due partiti che ufficialmente lo presentavano (PSD e CDS-PP) hanno conseguito complessivamente il 30,1 e il 33,6 %. In altre parole, Rebelo de Sousa aveva ottenuto un 20 % di voti in più da parte di elettori che alle politiche e alle europee hanno poi votato in gran parte per altri partiti, e in particolare per il Partido Socialista, che sia nel 2016 come in queste elezioni non ha presentato un proprio candidato ufficiale, perché non ostile all’elezione di Rebelo de Sousa (su questo punto torneremo più oltre). In assenza di un candidato ufficiale del primo partito portoghese quanto a seguito elettorale, è ovvio che le presidenziali offrono uno spaccato deformato dei rapporti di forza fra le forze politiche. Ma non per questo sono prive di indicazioni politiche importanti.

Il linguaggio dei numeri

Vediamo innanzitutto cosa ci dicono i numeri usciti dalle urne (i dati disponibili si riferiscono al 99,9 per cento dei votanti: mancano solo quelli di tre consolati esteri). Il presidente uscente, Rebelo de Sousa, sostenuto ufficialmente dal PSD e dal Partido Popular (CDS-PP) e, di fatto, dall’ala destra del governativo Partido Socialista, è rieletto con oltre 2.500.000 voti e il 60,7 %, con un guadagno rispetto alle precedenti presidenziali di circa 100.000 voti (nonostante la più alta astensione) e dell’8,7 %.

In seconda posizione arriva Ana Gomes, dell’ala sinistra del PS, ma non appoggiata dal suo partito, e sostenuta solo da due piccoli partiti, Livre e gli ecologisti-animalisti del PAN (Pessoas-Animais-Natureza): 540.000 voti e 13 %. Nel 2016 un altro candidato non ufficiale del PS aveva ottenuto oltre un milione di voti (22,9 %).

Terzo si piazza l’estremista di destra André Ventura, di Chega!: quasi 500.000 voti e l’11,9 %, alla sua prima candidatura presidenziale.

Al quarto posto arriva João Ferreira, del PCP, appoggiato dal PEV (Partido Ecologista Os Verdes): 180.000 voti e 4,2 %, con una flessione rispetto alle precedenti presidenziali di 3.000 voti, ma con un aumento percentuale dello 0,4 %.

Quinta è Marisa Matias, del Bloco, appoggiata dal piccolo Movimento Alternativa Socialista, che ottiene 165.000 voti e il 4 %, con una perdita di oltre 300.000 voti e del 6,1 %.

Sesto e settimo sono i candidati di Iniciativa Liberal (IL, centrodestra: 134.000 voti e 3,2 %) e di un partito eclettico il cui acronimo è tutto un programma, RIR (Ridere: 123.000 voti e 2,9 %).

Dietro il successo di Rebelo de Sousa

L’indiscutibile affermazione del presidente uscente esige una spiegazione, che per ora si può solo abbozzare. Della ripetuta decisione dei socialisti di non presentare un proprio candidato ufficiale si è già detto, e si è già detto della sua possibile interpretazione: aprire la strada a una possibile collaborazione col PSD, in vista di un “ricentraggio” della politica portoghese. Di qui il riversarsi su Rebelo de Sousa di una parte dell’elettorato socialista e probabilmente anche di segmenti dell’elettorato del PCP e del Bloco. Tutto ciò favorito dall’immagine “piaciona” di Rebelo de Sousa, un uomo che rifugge dalla ufficialità (sicuramente per temperamento personale, ma in in gran parte anche per un accurato calcolo politico). In effetti, un presidente della Repubblica che annuncia la sua ricandidatura dall’interno di una panetteria, che va a fare la spesa a piedi con il carrello, che si reca a far visita agli ammalati di Covid e via dicendo, esercita una sicura attrattiva su gran parte dell’elettorato, che vede e apprezza questa faccia della medaglia e non vede o non fa caso all’altro lato, quello di un uomo che difende, discretamente ma con fermezza, l’ordine economico esistente.

Con il paradosso che quest’uomo viene rieletto con il contributo determinante di elettori del centrosinistra, e anche di sinistra, mentre parte del suo elettorato naturale si sposta all’estrema destra o su posizioni più nettamente liberiste (IL).

La spregiudicata tattica socialista

Le scelte della direzione socialista possono forse favorire uno spostamento al centro dell’asse politico portoghese, ma non sono esenti da incognite e pericoli per lo stesso partito. La socialista “dissidente“ Ana Gomes, pur arrivando in seconda posizione (ma con meno di 50.000 voti di vantaggio sull’esponente dell’estrema destra), raggranella poco più di un quarto dei voti ottenuti dal PS nelle legislative di due anni fa (1.900.000). Ovviamente, molti di questi torneranno all’ovile in un prossimo futuro, ma certamente non tutti: non si può disorientare ripetutamente il proprio elettorato, mostrare un partito che apparentemente non è in grado di fare una scelta, che si divide (quest’anno v’era una sola candidata socialista “non ufficiale”, ma nel 2016 ve ne furono addirittura tre). Se si va a vedere come i voti ad Ana Gomes si sono distribuiti nelle venti province portoghesi, si vede come il suo 13 % nazionale si debba soprattutto all’elettorato urbano (Lisbona 14,5 %, Porto 15,6 %, con Coimbra al 13 % e Setúbal appena sopra col 13,4 %). Nel complesso, Ana Gomes arriva al secondo posto in solo otto delle province; nelle altre dodici è superata dall’estrema destra.

A sinistra, bene il PCP e male il Bloco

Il Partito comunista esce tutto sommato bene da queste elezioni. Perde poche migliaia di voti ma guadagna qualche punto percentuale e, soprattutto, risupera seppur di poco il Bloco. Con tutta evidenza, la sua struttura organizzativa resiste meglio di quella del Bloco, nel senso che controlla meglio il proprio elettorato, anche se persistono, e per certi versi si aggravano, alcuni problemi. Il primo dei quali è rappresentato dal fatto che il PCP ha una distribuzione del proprio elettorato fortemente disomogenea, con una punta massima del 15 % nella piccola provincia di Beja e una punta minima dell’1,7 % nell’isola di Madera. In breve: se il PCP supera il Bloco dello 0,4 %, ciò lo deve ai buoni risultati ottenuti in sei province; nelle altre 14 è inferiore al Bloco. In metà di queste sei province (Lisbona, Portalegre e Santarém) realizza modesti guadagni, nelle altre tre subisce modeste perdite. In sostanza il PCP continua a confermarsi come un partito con alcuni forti radicamenti nel meridione del Paese (Beja 15 %, Évora 10,8, Setúbal 8,9), ma con scarsissima capacità di penetrazione nella maggior parte delle province.

Quanto al Bloco, il suo risultato in voti è uno dei peggiori della sua storia, e non può certo essere spiegato con l’alto tasso di astensionismo. La distribuzione dei suoi suffragi a livello provinciale è omogenea (media nazionale 4 %; risultati provinciali compresi fra il 3 e il 4 %, con l’eccezione di Coimbra, 5,5 %, città della sua candidata Marisa Matias). Con ogni evidenza, il Bloco ha perso in varie direzioni (astensionismo, voto per Ana Gomes e probabilmente anche voto per Rebelo de Sousa), anche se questo punto potrà essere chiarito meglio quando saranno disponibili studi sui flussi elettorali. La sua campagna elettorale è stata nel complesso buona, per quanto si può giudicare a distanza. Marisa Matias è stata oggetto di volgari attacchi da parte del candidato di estrema destra, cosa che ha suscitato un movimento di solidarietà. Ma tutto ciò non è stato sufficiente, con ogni evidenza. Probabilmente, ma è solo un’ipotesi, il passaggio da movimento a partito strutturato e radicato sul territorio non è stato ancora completato, ciò che spiegherebbe, almeno in parte, una certa “infedeltà” nel suo elettorato. Per ora il Bloco, nelle sue prime dichiarazioni, ha ammesso la sconfitta, ma non ha ancora elaborato un’analisi del risultato. Non appena lo farà, vedremo di pubblicarla.

L’irruzione di Chega!

Fino alla comparsa di Chega! l’estrema destra portoghese era una entità del tutto trascurabile. L’unico partito che rientrava in questa categoria, il Partido Nacional Renovador (da poco trasformatosi in Ergue-te: Alzati) non era mai andato oltre lo 0,5 %. La prima apparizione di Chega! risale alle europee del 2019, quando in coalizione con altri piccoli partiti si aggiudica l’1,6 %, sceso all’1,4 % (per la sola Chega!) alle politiche dello stesso anno, risultato però sufficiente a eleggere un deputato. Il partito era ormai chiaramente schierato all’estrema destra, con un forte legame con il Rassemblement national della Le Pen ed esplicite vicinanze ideologico-programmatiche con la Lega salviniana e la spagnola Vox. Il suo ruolo appariva tutto sommato marginale, ma già con le elezioni regionali delle Azzorre (2020) e la conquista del 5,6 % e di due deputati (determinanti per la formazione di un governo regionale di destra) il partito appariva in ascesa, cosa poi confermata da ripetuti sondaggi. Il suo obiettivo per queste presidenziali era quello di piazzare il proprio candidato al secondo posto: obiettivo non conseguito, ma per un soffio (meno circa 50.000 voti e meno l’1 % rispetto ad Ana Gomes). C’è già di che essere preoccupati. Tanto più che il suo elettorato coincide solo in parte con quello della destra tradizionale (raccolta soprattutto nel CDS-PP), ma appare in espansione anche in aree dove questa destra era alquanto debole. Schematicamente, la destra portoghese era concentrata soprattutto nella parte settentrionale del Paese, mentre in quella meridionale era meno consistente. Ora, il partito, che come si è detto ha ottenuto in media l’11,9 %, ottiene alcuni dei suoi migliori risultati proprio in aree centro-meridionali di antico insediamento delle sinistre (Portalegre 20 %, Évora 16,8 %, Faro 16,7 %, Beja 16,2 %, Santarém 15,8 %, Setúbal e Lisbona 12,9 %), mentre nel settentrione non sembra aver intaccato molto l’elettorato del PSD e del CDS-PP (unica eccezione Bragança: 17,6 %), e non sfonda a Porto (8,4 %). In sintesi, e lo si è già detto, in ben 12 province su 20 arriva al secondo posto, superando la socialista Ana Gomes. Sulla base di queste cifre sarebbe prematuro dire che questo partito di estrema destra sta erodendo anche la base dei partiti di sinistra (è probabile che una buona fetta dei suoi suffragi derivino dall’astensionismo cronico qualunquista), ma l’ipotesi ha una sua concreta consistenza, e dovrà essere verificata in seguito. Se le cose stessero così, in Portogallo staremmo assistendo a una replica di quanto già avvenuto in molti Paesi europei, con l’emergere di partiti d’estrema destra con una base popolare di massa. L’”eccezione portoghese” sembrerebbe dunque del tutto archiviata.

 

 



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