Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Sull’uso politico della storia

Sull’uso politico della storia

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Sull’uso politico della storia

di Antonio Moscato

 

Sono ormai usciti moltissimi articoli sul libro di Angelo d’Orsi La cultura a Torino tra le due guerre. Anche l’autore è intervenuto più volte nel dibattito, esprimendo il suo stupore per le grandi polemiche suscitate dal suo libro, e insinuando che la maggior parte degli articoli prescindevano dal libro, che evidentemente tutti citano ma quasi nessuno ha letto. Ne siamo pienamente convinti, pur non avendo ancora finito la lettura del volume, che non è facile non tanto per la lunghezza in sé (circa 360 pagine), quanto per la mole dei dati, spesso sovraccarichi di un eccesso di riferimenti eruditi a nomi e vicende di personaggi anche marginali. Per rispetto all’autore, ritorneremo quindi successivamente sul libro, ma possiamo intanto fare qualche osservazione sul dibattito, che effettivamente si è scatenato tra due “partiti”: quello di chi non sopporta l’idea che si possa mettere in dubbio “la santità dei padri” della resistenza e della repubblica, e quello di coloro che approfittano delle notizie sulle debolezze e i cedimenti di molti intellettuali per gettare fango in blocco sull’antifascismo.

Un po’ come quello che è accaduto nelle polemiche sulle ricerche di Renzo De Felice, e in quelle sul libro di Pavone, di cui si metteva in discussione soprattutto il titolo Una guerra civile, che scandalizzava la maggior parte dei partigiani sopravvissuti, che vi vedevano una concessione alle tesi fasciste, naturalmente senza esaminare il libro. De Felice invece irritava la sinistra più che per i suoi intenti giustificazionisti e riabilitatori del fascismo (espressi tuttavia più negli articoli e interviste che nell’opera maggiore), per la ricostruzione del largo consenso che il regime effettivamente ottenne in vari periodi, e soprattutto subito dopo la guerra di Etiopia.

Comunque tra chi ha polemizzato con d’Orsi, c’è qualcuno che il libro lo ha letto veramente. Ad esempio Norberto Bobbio, che tra l’altro conosce assai bene l’autore, sia perché d’Orsi si laureò con lui, sia perché aveva già ricostruito in diversi saggi alcuni aspetti controversi della biografia del “maestro”. E a Bobbio sono dedicate molte decine di pagine del libro, tra cui una ferocissima che lo contrappone a Leone Ginzburg, che nel 1934 rinunciò alla libera docenza interrompendo il corso di Letteratura russa per non sottostare all’obbligo del giuramento. Quando “si trattò di scegliere tra cattedra e servitù”, scrive d’Orsi citando Antonicelli, Ginzburg non esitò mentre Bobbio “non sacrifica gli studi alla politica, avviando anzi una carriera brillantissima che – non senza cedimenti e compromessi con il regime, in qualche modo “necessari” a seguito delle sue amicizie antifasciste - lo condurrà alla cattedra di Filosofia del diritto già nel 1938, vale a dire a soli ventinove anni”.[1]

Ma neppure Antonicelli se la cava bene, dato che d’Orsi riporta di lui una lettera enfatica a Vittorio Cian, l’unico intellettuale “organicamente e integralmente fascista” di una certa statura nella Torino degli anni Venti, preside di Lettere e amico del “quadrumviro” De Vecchi. In occasione della nomina a senatore di Cian, nel febbraio 1929, il ventisettenne Antonicelli gli chiedeva di dire in Senato che “c’è della brava gioventù con la faccia scoperta, l’anima leale, fascista in questo senso, fascista, e che fa o è pronta a fare come me…”[2]

Bobbio (in un lungo articolo sulla “Stampa” del 27 maggio) non si è limitato a sostenere che non bisogna confondere il valore delle opere intellettuali con il “comportamento pratico”, cioè l’accondiscendenza maggiore o minore nei confronti del potere, o a rimproverare d’Orsi di essersi concentrato più sulle responsabilità dei perseguitati che su quelle dei persecutori (tutti argomenti che apparivano pro domo sua), ma ha aperto un altro fronte contro il libro, che parla di una inesistente cultura fascista.

In realtà d’Orsi ha non poche pagine feroci sulla rozzezza dei “mediocri protetti dal distintivo del fascio” che si facevano largo nelle istituzioni culturali. C’era dunque, come in altre istituzioni (pensiamo all’esercito) il fenomeno dei cialtroni che facevano carriera per meriti politici (c’è stato peraltro anche nell’Italia repubblicana, e non ne è stata indenne la stessa sinistra), ma quello che d’Orsi giustamente sottolinea è un’altra cosa: per la prima volta sotto il fascismo lo Stato italiano si impegnava in un progetto di conquista degli intellettuali, compresa una parte di quelli antifascisti. Il fascismo, osserva d’Orsi rispondendo a Bobbio, dedicò una “peculiare attenzione agli uomini di cultura, trasformati compitamente in intellettuali, ai quali si faceva credere di essere il ceto-guida della nazione”.

Uno degli strumenti fu l’Enciclopedia italiana: è stato documentato recentemente che a più riprese Giovanni Gentile offrì a Leone Ginzburg, sul cui antifascismo non potevano esserci dubbi, di scrivere alcune voci per l’Enciclopedia italiana, dapprima nel maggio 1933, e poi di nuovo nel febbraio 1934.[3] La seconda volta Ginburg accettò, ma non poté portare a termine il compito perché fu arrestato poco dopo. L’intera vicenda della casa editrice Einaudi (di cui Ginzburg fu uno dei fondatori) è costellata di arresti, censure, ma anche di interventi dello stesso Mussolini per rimuovere veti.

C’erano evidentemente due linee nel fascismo, e nello stesso Mussolini che oscillava tra l’una e l’altra con la consueta superficialità e improvvisazione. A parte il ruolo dell’incredibile Starace, il segretario del PNF protagonista di infinite barzellette, che intervenne spesso largamente e a sproposito nelle questioni culturali, si pensi a Cesare Maria De Vecchi, il ras torinese odiatissimo da Giovanni Agnelli, che assunse la presidenza del prestigioso Istituto (poi Facoltà) di Magistero, e che combatté duramente Gentile, considerato un protettore di ebrei e “afascisti”, se non di veri e propri antifascisti.

Ricordare questi scontri non significa assolvere ad esempio quest’ultimo dalle sue moltissime colpe, ma serve a comprendere – al di là dei caratteri individuali – i meccanismi che non solo a Torino hanno portato parecchi intellettuali antifascisti nell’intimo e poi pubblicamente (dopo la Liberazione o comunque dopo l’inizio della crisi del regime nel corso della guerra) ad accettare varie forme di compromissione con il fascismo. Basta guardare l’elenco dei collaboratori all’Enciclopedia italiana, o quello lunghissimo dei docenti universitari che giurarono fedeltà al fascismo, pur risultando a fascismo finito “antifascisti”. Si fa prima a vedere l’elenco dei pochissimi che rifiutarono il giuramento.

Tra le cose sgradevoli ma vere che d’Orsi ricorda è che al momento delle leggi razziali, furono cacciati nella sola Torino 56 docenti universitari (200 circa in tutta l’Italia) che rimasero quasi tutti sconvolti e amareggiati… perché erano sempre stati leali al regime fascista. Il resto del corpo docente resta indifferente o approfitta dei posti rimasti vuoti per fare rapida carriera. Anche la fiorente comunità ebraica torinese, che pubblicava una delle più prestigiose riviste filofasciste, “La nostra bandiera”, insisteva nel sostenere la tesi della diversità del fascismo italiano rispetto al nazismo ribadendo la sua fedeltà al Duce. Uno dei docenti allontanati nel 1938, Mario Attilio Levi, ancora nel 1942 scriveva a Mussolini chiedendo di poter avere “l’onore di combattere […] in nome di una purezza di fede che nulla può avere smentito”. Aspirava a combattere sul fronte russo. Altri di quegli ebrei fascisti morirono invece ad Auschwitz, spesso dopo essere stati rastrellati dai loro ex camerati italiani.

Di fronte alle leggi razziali e soprattutto alla guerra fallimentare e tragica, si verificò un’altra più seria differenziazione. Abbiamo già affrontato nel libro sulla FIAT l’atteggiamento di Giovanni Agnelli e di altri industriali che cominciarono a staccarsi dal fascismo solo nel 1943, dato che non era più in grado di difendere adeguatamente i loro interessi, ma nel loro caso si trattava solo di una svolta tattica, che per giunta non escludeva il doppio gioco.[4] Invece molti giovani che avevano aderito sinceramente al cosiddetto “fascismo di sinistra”, in primo luogo gli intellettuali emersi nei Littoriali universitari, o avevano fatto le prime battaglie nelle riviste culturali dell’epoca (Pietro Ingrao, Davide Lajolo, Ruggero Zangrandi), assunsero un atteggiamento che li portò all’antifascismo militante e al PCI. Gli ultimi due hanno cercato di spiegare il loro itinerario politico culturale, che comincia appunto all’interno del fascismo.

Ma non è stato l’atteggiamento della maggior parte degli iscritti al PCI nel dopoguerra. La difficoltà ad ammettere che in certi periodi gli italiani erano quasi tutti fascisti, si spiega con l’imbarazzo che nasce da un radicato disprezzo per le minoranze, di cui non si è abituati a pensare che possono avere tutte le ragioni anche quando sono esigue.[5] E’ per questo che si ricostruisce un passato mitico e manicheo, che abbellisce ed esalta il proprio campo, e nasconde le differenziazioni dell’altro. Rilevarle non significa assolvere il fascismo, ma capire che in regime di partito unico quasi tutte le contraddizioni della società finiscono per manifestarsi e riprodursi al suo interno.

Viceversa c’è un interesse di molti a nascondere l’ampiezza della base sociale del fascismo, durante i primi venti anni, ma anche durante la repubblica di Salò. Per il PCI insistere sulla lettura della resistenza come guerra di liberazione nazionale dallo straniero e da pochi suoi scherani italiani serve a confermare il “successo” della strategia dei due tempi seguita da tutti i partiti comunisti filosovietici, sorvolando sulla frustrazione delle ragioni profonde della lotta al fascismo come lotta anticapitalista (e appunto per questo anche “guerra civile” tra italiani); a maggior ragione le correnti moderate dell’antifascismo, che avevano già avuto pesanti compromissioni in passato e che dopo la guerra recuperarono non pochi fascisti negli apparati statali, dalla magistratura alla polizia (senza dimenticare “Gladio”) erano interessate a ribadire la tesi crociana del fascismo come momentanea escrescenza cancerosa su un corpo sano. Il silenzio su Salò (dove si raccolse forse un terzo dell’apparato statale italiano) è analogo a quello che in Francia ha circondato il regime di Vichy.

Ancora sulle foibe

Grottescamente poi, negli ultimi anni settori consistenti della sinistra “antifascista”, a partire dai DS, ma con sbavature che vanno oltre (penso al 25 aprile con omaggio partigiano alla Risiera di San Sabba e alla foiba di Basovizza), hanno cominciato ad accettare la versione fascista su diversi episodi. La storia è vecchia e già l’abbiamo affrontata con una certa ampiezza sul n. 64 di “Bandiera rossa” del novembre 1996, sicché non varrebbe la pena di tornarci sopra se nel frattempo non fosse uscito un utile libro di Claudia Cernigoi che dà un colpo definitivo a tutte le mistificazioni della destra (riprese zelantemente dal centro sinistra) sulle foibe, o meglio lo darebbe, se queste si basassero solo sulla mancanza di documentazione.[6]

Infatti la Cernigoi riproduce molti preziosi documenti, tra cui i verbali dello svuotamento completo della foiba di Basovizza tra il 1953 e 1954 per il recupero di materiale bellico abbandonato dagli alleati, verbali da cui non risulta nessun ritrovamento di resti umani. Ma riproduce anche due foto del monumento eretto sulla foiba vuota (proclamata monumento nazionale e inaugurata da Scalfaro), che sulla lapide nel giugno 1996 riportava una già inverosimile quantità di salme infoibate (trecento metri cubi) e una profondità ugualmente incredibile (500 metri), ma che nel giugno 1997 ha subito un piccolo ritocco che rivela la malafede: la lapide è stata “corretta” riducendo la profondità a metri 256, ma portando a 500 metri cubi le inesistenti salme infoibate. Provate a immaginare quanti scheletri (compressi per giunta tra residuati bellici della prima e della seconda guerra mondiale) potrebbero entrare in un metro cubo, e capirete l’assurdità della lapide inaugurata da Scalfaro ma a cui hanno reso omaggio molti, troppi partigiani, non solo diessini.

Il libro fornisce anche dati preziosi su come e ad opera di chi (esponenti della famigerata “Decima MAS”) è stato creato il mito delle migliaia di infoibati ripreso poi dal pubblico ministero romano Giuseppe Pititto, che ha imbastito il caso giudiziario basandosi come unica documentazione sui libercoli di un fascista pordenonese, Marco Pirina, pieni di falsificazioni grottesche. nei suoi elenchi di “vittime del terrore rosso e slavo” ci sono dispersi in guerra negli anni precedenti, persone ancora vive e vegete, e perfino dei partigiani morti in combattimento. Claudia Cernigoi ha fatto un paziente lavoro mettendo a confronto questo ed altri elenchi di vittime, segnalando i moltissimi nomi che non corrispondono alla qualifica di “vittima”.[7]

Di tutto questo non tengono conto Violante, Fassino, D’Alema (per non parlare dei dirigenti locali DS Gianni Cuperlo e Stelio Spadaro) che periodicamente si accodano alla campgna di destra prescindendo da ogni analisi dei molteplici fatti di sangue di quel periodo (non solo a Trieste): ci furono vendette, esecuzioni sommarie, ma anche conflitti a fuoco violentissimi come la battaglia di Opicina che durò dal 29 aprile al 3 maggio, in cui caddero 149 partigiani, 32 appartenenti al battaglione sovietico, 8 abitanti e 119 non identificati, e ben 780 tedeschi che tentavano di fermare l’avanzata partigiana. Una parte dei tedeschi (560) non trovò posto nel cimitero di Opicina, e le loro salme furono gettate nella grotta Bršljanovca, usata come fossa comune. Che c’entra con le leggende delle migliaia di italiani gettati vivi nelle foibe? La realtà documentata dalla Cernigoi è che nella zona di Trieste furono recuperate in tutto 42 salme di persone uccise e gettate nelle foibe. Naturalmente le vittime furono molto di più, spesso lasciate sul terreno dopo l’esecuzione, ma il culto di Basovizza, affiancato assurdamente al campo di sterminio della Risiera, si basa su una deliberata menzogna, che a forza di essere ripetuta per anni sembra diventata indiscutibile.

Ancora sull’uso politico (e sul rifiuto) della storia[8]

Il PCI e l’URSS

di Antonio Moscato

 

Mentre infuriava la battaglia sul libro di d’Orsi, un convegno dell’Istituto Gramsci ha suscitato, sia pure per un periodo di tempo più circoscritto, polemiche abbastanza vivaci. Non avevo ricevuto nessun invito dai promotori (pur essendo nei loro indirizzari), ma non me ne ero stupito molto (mi capita spesso, anche da chi in passato mi ha invitato) e mi limitavo ad aspettare gli Atti per valutare cosa c’era di nuovo. Ma Rossana Rossanda, intervenendo in proposito, mi ha rassicurato: non c’era stata una discriminazione ad personam nei confronti di un vecchio marxista rivoluzionario impenitente. Scrive infatti la Rossanda che al Convegno “quelli che restano di quegli anni non sono stati né coinvolti né invitati. Come se fossero – fossimo – materiali inaffidabili, neanche da prendere con le molle ma da ignorare”.

Devo dire che più che al “mal comune mezzo gaudio” ho pensato a una nemesi storica che colpiva anche chi in passato ci aveva considerato appunto “materiali inaffidabili, neanche da prendere con le molle ma da ignorare”…

Dai commenti apparsi su tutta la stampa nazionale, il convegno non sembra aver portato novità sensazionali. Per lo meno quelle su cui si è concentrata l’attenzione dei commentatori, non lo erano per lo stesso PCI, e tantomeno per i DS. Su “il manifesto” del 27 maggio Ida Dominianni ha scritto “che la storiografia (ex)comunista perde il pelo ma non il vizio. Cambia oggetti e criteri, ma non rinuncia a rapportare molto strettamente la ricerca storica alla bisogna politica. Cambia gli interlocutori, ma scegliendo i più utili (i quali nemmeno si lasciano sedurre, visto che Ernesto Galli della Loggia accusa la revisione di essere comunque tardiva…)”. Non ci convince molto.

Intanto non mi sembra che i DS abbiano tanto bisogno di ricerche di questo tipo (e neppure di tentare di “sedurre” un discutibile personaggio, più pamphlettista che storico, come Galli della Loggia). Né che si possa ridurre tutto il convegno all’argomento su cui ovviamente si è buttata la stampa alla ricerca di notizie sensazionali, cioè il rapporto del PCI con l’URSS.

Lo fa anche tuttavia anche Rossana Rossanda, che liquida ingenerosamente il lavoro di storici come Silvio Pons, che secondo lei sarebbero interessati soltanto ai documenti provenienti dagli archivi russi visitati per la prima volta da Elena Aga Rossi e Zaslavski, “assunti solo in quanto testimonianza di una dipendenza”, dato che nulla sarebbe peggiore per essi del gruppo dirigente guidato da Togliatti.

In realtà Silvio Pons, insieme a Francesca Gori della Fondazione Feltrinelli (anch’essa accecata dal cupio dissolvi dei diessini?) ha lavorato per anni negli archivi russi, contemporaneamente a Zaslavski, ma in piena autonomia, e ha pubblicato un utilissimo volume con molti documenti originali soprattutto sul periodo 1943-1944. Al volume, curato insieme a Francesca Gori, hanno dato contributi Michail Narinskij, Leonid Gibianskij, e altri studiosi russi e italiani.[9] La strada era stata aperta da un altro storico italiano, Aldo Agosti, che non solo è rigorosissimo, ma non è certo sospettabile di odio verso Togliatti, a cui ha dedicato una monumentale monografia apparsa presso la UTET, e largamente ignorata dalla sinistra italiana.

Agosti aveva trovato per primo negli archivi del Comintern, e onestamente pubblicato su “l’Unità” del 28 ottobre 1991, il documento redatto da Togliatti a Mosca e modificato dopo l’incontro con Stalin. Togliatti passava dal rifiuto di collaborazione col re e Badoglio della prima stesura (rifiuto motivato con l’impossibilità che due incalliti reazionari potessero guidare efficacemente la lotta al fascismo), alla disponibilità a entrare nel governo Badoglio, rinunciando anche alla richiesta di abdicazione del re, a condizione che i due vecchi complici di Mussolini si impegnassero a lottare contro il fascismo…

Nel 1991, quindi l’essenziale sul ruolo di Stalin nella preparazione della “svolta di Salerno” era già stato provato.[10] Poi si sono aggiunti gli appunti di Dimitrov e il verbale del colloquio di Stalin con Thorez, a cui venivano date le stesse direttive date a Togliatti per un fronte interclassista, il disarmo delle forze partigiane, ecc.[11] Ma nella sinistra italiana si continua a giurare sull’originalità dell’elaborazione togliattiana del “partito nuovo”, della “democrazia progressiva”, ecc. Non solo Luciano Canfora (la cui popolarità nel “popolo della sinistra” è legata soprattutto alla capacità di presentare brillantemente questi ed altri luoghi comuni), ma a quanto pare anche la Rossanda.

I documenti trovati vengono screditati e quindi rifiutati per la loro provenienza (gli archivi della Russia), o per l’ideologia anticomunista assunta da parte di molti ricercatori ex sovietici ed ex comunisti come appunto Zaslansky, sorvolando sul fatto che l’ideologia può spingere uno storico serio a qualche commento discutibile, ma non a inventare i documenti, tanto più in un caso come quello dell’URSS staliniana, che ha compiuto tali e tanti crimini contro i popoli e il movimento comunista internazionale, da rendere del tutto assurdo e inutile inventarne qualche altro.[12]

Uno degli argomenti usati dalla Rossanda è che queste ricerche non hanno come oggetto di indagine l’esperienza sconvolgente della guerra, o quella della resistenza, “né quindi come successe che il PCI sia diventato il più grande partito comunista di occidente”. Mi sembra un argomento assai discutibile: il partito italiano ha affrontato con capacità del gruppo dirigente indubbiamente superiori a quello francese (o belga, o inglese, o greco, insomma a tutti quelli dell’occidente) i compiti assegnati ad essi da Stalin nel quadro della spartizione del mondo con l’imperialismo britannico e nordamericano. Lo ha potuto fare anche perché Togliatti non era un mediocre esecutore, ma un elaboratore geniale e originale di quella linea.

Togliatti ha svolto compiti di primo piano per conto di Stalin dal 1929 al 1944, sia nei periodi in cui la linea del Comintern era grossolanamente e artificialmente settaria ed estremista, sia quando riprendeva tematiche classiche della socialdemocrazia. Togliatti dava il meglio di sé stesso quando la linea era più affine alla sua formazione politica internazionale, nella destra buchariniana, ma difendeva zelantemente e con aggressività la “linea generale” anche quando assurdamente rifiutava il fronte unico con i “socialfascisti” e magari lo cercava con i fascisti veri, come nella Germania del 1932.

Si rimuove così un problema essenziale: la linea del 1944-1947 era vincente o perdente? Era la stessa linea già sperimentata con esiti tragici in Spagna ma anche nella Francia dei Fronti Popolari. Non era una linea “imposta da Stalin”, ma elaborata da Stalin insieme a Dimitrov, Togliatti e pochi altri. Che fosse possibile staccarsene è dimostrato dal caso jugoslavo. Su questo il grosso della sinistra italiana, anche quella capace di un notevole spirito critico su altri piani, non ha mai voluto e non vuole riflettere.

A quanto pare in molti militanti comunisti della generazione politica che ha avuto un ruolo importante nel vecchio PCI tra il 1945 e il 1968, con poche lodevoli eccezioni (ad esempio Aldo Natoli), lo spirito critico non si esercita sui periodi precedenti alla loro più o meno tardiva presa di coscienza individuale. Aldo Natoli è appunto un’eccezione non solo perché, dopo l’allontanamento dal gruppo del Manifesto e dalla politica attiva, si è impegnato nella promozione di importanti iniziative di studio (come il Convegno internazionale di Urbino del 1989 su L’età dello stalinismo), in cui ha esercitato un ruolo personale notevole; egli ha avuto anche il merito di spiegare, in una bella recensione su Repubblica a una nuova edizione di Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, che quando era un dirigente del PCI non aveva neppure voluto leggere il libro perché veniva bollato come anticomunista. E Natoli non era un dirigente qualsiasi, ma un intellettuale brillante e critico, che pure accettava in quegli anni “per fede” di non confrontarsi con la letteratura e la memorialistica antistaliniana.

E che dire di Arthur London, che nella prefazione al suo tremendo e bellissimo libro autobiografico La confessione, scritta a Praga nell’agosto 1968, esprimeva il suo sgomento di fronte all’invasione sovietica, che secondo lui per la prima volta soffocava un popolo con i carri armati. Aveva sperimentato e descritto l’orrore della tortura, della pressione psicologica che metteva gli stessi familiari contro l’innocente prescelto come vittima (era stato coinvolto con altri dirigenti comunisti, quasi tutti combattenti di Spagna ed ebrei, nel mostruoso processo Slansky), ma gli sembrava che quello che stava vedendo in quel momento fosse una novità assoluta. E c’erano stati almeno i carri armati di Berlino Est nel 1953, di Poznan e Budapest nel 1956…

A volte si ha la sensazione quindi che perfino la Rossanda, che indubbiamente è da più di trent’anni una delle menti più lucide e stimolanti della sinistra italiana, abbia qualche rimozione per quanto riguarda gli anni della sua formazione nel PCI. Aldo Grandi, a proposito della ricostruzione che Rossana Rossanda oggi fa del suo ruolo nel primo “caso Feltrinelli”, quello innescato nel 1957 dalla decisione dell’editore comunista di pubblicare Il dottor Zivago sfidando le autorità sovietiche, parla di una “retrodatazione” del suo atteggiamento critico, ma il termine più esatto mi sembra appunto “rimozione”.[13] Carlo Feltrinelli in Senior Service, il bel ritratto del padre che ha preparato con una lunga ricerca, un grande amore, ma anche una notevole maestria, ha evitato di chiedere una testimonianza alla Rossanda (come ha fatto invece Grandi), e ha riportato invece integralmente il rapporto che essa fece a Mario Alicata, in cui riferiva di aver incontrato Giangiacomo Feltrinelli solo per cercare di arginare lo “scandalo” e mantenere il controllo sulla casa editrice e sull’Istituto. La futura dissidente discuteva con Alicata, tutore dell’ortodossia nel campo culturale, se fosse più efficace un’esclusione dell’editore dal partito o una separazione silenziosa, ma dava tranquillamente per scontato che pubblicare un romanzo vietato dalla stupida censura sovietica fosse una colpa...[14]

Abbiamo ricordato questo episodio non per gusto polemico ma per cercare di spiegare in qualche modo il tono esageratamente irritato nei confronti di questo convegno e di questi giovani storici da parte di una compagna che stimiamo. Il suo bersaglio polemico erano probabilmente i DS in quanto tali, ma in tal caso doveva prendersela solo e direttamente con Vacca, e non con storici come Pons, la cui sorte mi ricorda quella di Giulietto Chiesa, che durante la perestrojka era considerato dai militanti del PCI (i futuri cossuttiani, ma non solo…) un servo dell’imperialismo solo perché riportava nelle sue corrispondenze su “l’Unità” quello che usciva sulle riviste sovietiche della glasnost. In quegli anni durante una Festa dell’Unità a Milano fu fischiato sonoramente e gli fu praticamente impedito di parlare.[15] Anche gli storici in questione pagano il prezzo non tanto di quel che pensano ma di quello che hanno trovato nei famosi documenti, e che urta le più radicate convinzioni del “popolo comunista”.

Quello che dice la Rossanda sulla necessità di non basarsi solo sui documenti ufficiali sarebbe giustissimo (e andava detto a suo tempo a quegli storici del PCI come Francesco Benvenuti o Anna Di Biagio che prendevano alla lettera quanto si scriveva nei documenti pubblici del periodo staliniano, prendendo clamorose cantonate)[16] Ma oggi il problema è opposto: nel corso di pochi anni (tra il 1989 e il 1994) sono emersi dagli archivi sovietici che sono stati aperti (non tutti, neppure in quegli anni, come vedremo) parecchi documenti riservati; grazie ad essi si è potuto ricostruire ad esempio l’evoluzione (o meglio involuzione) delle posizioni politiche di Togliatti sul re alla vigilia della partenza dell’Italia, o trovare le tracce della partecipazione attiva di dirigenti comunisti italiani allo sterminio di centinaia di altri comunisti, socialisti, anarchici rifugiatisi in URSS.[17] Con un po’ di fortuna Pierre Broué ha potuto trovare perfino un rapporto della NKVD sull’uccisione di Andreu Nin, in una prigione segreta collocata nei sotterranei della villa di Hidalgo de Cisneros (l’aristocratico capo dell’aviazione repubblicana) e di sua moglie Constancia de la Mora, altrettanto aristocratica autrice di un libro sulla “Gloriosa Spagna” che fu diffusissimo nel PCI negli anni Cinquanta e Sessanta.[18]

Insomma i documenti emersi nel cataclisma che ha distrutto il “socialismo reale” a qualcosa sono serviti, anche se non hanno fatto scoprire nulla di veramente nuovo. Hanno solo confortato con solide pezze d’appoggio quello che si sapeva già da testimonianze di sopravvissuti o da opere di storici seri. Basta confrontare la prima edizione del libro di Robert Conquest, Il grande terrore apparsa nel 1968 con la nuova edizione “riveduta e aggiornata” dopo l’apertura degli archivi russi, per concludere che si poteva capire benissimo anche prima.[19] Chi non aveva voluto capire prima, non vuole farlo neppure ora.

E oggi, anziché seminare il dubbio sulla loro utilità, bisogna usare anche gli archivi per demolire i pregiudizi seminati da vari “nostalgici del socialismo reale” come Canfora, che (in un articolo di un’intera pagina del “Corriere della sera”) è arrivato a mettere in dubbio perfino l’autenticità del rapporto segreto di Chrusciov basandosi solo sull’affermazione di un giornalista di “Repubblica” su qualche errore di traduzione (ovviamente attribuendoli alla CIA) nella prima edizione negli USA.[20]

Qualche considerazione sugli archivi russi

Lo stato reale degli archivi russi non è molto buono, ma non giustifica la campagna di discredito fatta nei loro confronti dopo l’infortunio di Franco Andreucci che anticipò su un rotocalco una trascrizione affrettata (inesatta anche perché effettuata su una fotocopia scadente) di una lettera di Togliatti sul trattamento dei prigionieri italiani in Russia, lettera che venne liquidata quindi come una patacca rifilatagli ad arte. La lettera in realtà esisteva, ed era terribile, anche senza interpolazioni: al rappresentante del PCI a Mosca Vincenzo Bianco che chiedeva un intervento a favore dei prigionieri, Togliatti aveva risposto che “la nostra posizione di principio rispetto agli eserciti che hanno invaso l’Unione Sovietica, è stata definita da Stalin, e non vi è più niente da dire. Nella pratica, però, se un buon numero di prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire”. La lettera è poi stata pubblicata senza alterazioni da Zaslansky.[21]

Gli archivi si sono aperti per qualche tempo anche a suon di biglietti da cento dollari (aggirando le autorità), ma non hanno avuto nessun bisogno di falsificazioni o di aggiunte. La mentalità staliniana (ed è una grossa differenza con l’atteggiamento nazista) aveva portato a vietare al pubblico moltissime opere, ad esempio gli scritti degli oppositori, ma non a distruggerle: erano solo chiuse in sale riservatissime. E lo stesso aveva fatto con gli archivi. Stalin, ad esempio, dopo aver modificato in alcune parti il Testamento di Lenin (che aveva avuto dalla sua seconda moglie, Nadežda Allilueva, una delle segretarie di Lenin), aveva conservato gelosamente l’originale nella sua scrivania, insieme ad altri cimeli, tra cui una lettera di Tito che minacciava ritorsioni dopo aver identificato il settimo killer inviato in Jugoslavia per ucciderlo. Negli archivi si conservava tutto, tanto la burocrazia era sicura che “il Cremlino fosse eterno come il Vaticano”.

I problemi sono nati poco dopo la loro apertura parziale negli ultimi anni gorbacioviani e quasi totale dopo il “crollo”. Una testimonianza interessantissima viene da un ex dissidente, Vladimir Bukovskij, che dopo averne passate di tutti colori (dal carcere all’ospedale psichiatrico),[22] era stato espulso dall’URSS e scambiato nel 1976 con il comunista cileno Luis Corvalán. A settembre del 1991, approfittando dell’atmosfera immediatamente successiva al golpe di agosto, poté parlare alla televisione insieme al nuovo capo del KGB Vadim Bakatin, e si offrì di collaborare a una ricerca negli archivi dell’URSS. Scoprì presto che quelli del KGB erano sostanzialmente inaccessibili (tranne nei casi in cui unilateralmente qualcuno decideva di far trapelare qualche documento attraverso canali graditi), ma poté lavorare a lungo in quelli del PCUS. Ai dirigenti della nuova Russia, tutti ex comunisti, serviva la testimonianza di un ex “oppositore doc” al processo sulla incostituzionalità del PCUS, mentre Bukovskij (che rideva di quell’accusa, dato che il PCUS faceva e disfaceva costituzioni a suo piacimento) approfittò dell’occasione per buttare l’occhio nelle carte che lo riguardavano. E grazie a un computer portatile con scanner incorporato (una diavoleria ancora sconosciuta ai custodi degli archivi) riuscì a copiare un gran numero di documenti e a portarli con sé.[23]

Il risultato è di grande interesse, e largamente contrastante con le opinioni ormai nettamente reazionarie e anticomuniste di Bukovkij (ma come stupirsene dopo le esperienze che ha fatto?). Ad esempio egli ha scoperto che il Polibjuro aveva più volte escluso categoricamente l’intervento militare in Afghanistan, finendo per esserci trascinato dalla debolezza degli “amici afghani”; ma anche che lo spauracchio di un’invasione sovietica usato da Jaruzelski per accreditarsi come “male minore” si basava su un bluff, perché più volte i dirigenti sovietici, pur consigliandogli le maniere forti, gli avevano ribadito che non potevano ripetere in Polonia quel che avevano fatto nel 1956 in Ungheria e nel 1968 in Cecoslovacchia.

Il libro (che è di ben 850 pagine) è piuttosto sgradevole per gli sfoghi anticomunisti profusi largamente dall’autore, ma la sua lettura è utile per i moltissimi documenti trascritti. Tra l’altro Bukovskij era interessato soprattutto a trovare le tracce della sua vicenda, e ha scoperto con sorpresa che il massimo organo di direzione della seconda (allora) potenza mondiale aveva passato giorni a discutere di lui (che invece negli anni in cui nessuno osava sostenere la sua battaglia si sentiva isolato e sconfitto). Idem faceva per Solženicyn, e perfino per il grande violoncellista Rostropovic, colpevole solo di aver dato ospitalita all’autore dell’Arcipelago GULag. Per forza è crollata l’URSS, se con tutti i problemi che c’erano perdevano tempo a organizzare “spontanee manifestazioni di ripudio” nei confronti di pochi dissidenti…

Il libro ha faticato in tutto l’occidente a trovare editori interessati (e anche in Italia è finito con una casa non molto prestigiosa e non ben distribuita), sia perché documenta anche come venivano eterodirette molte iniziative dell’Internazionale socialista e dei movimenti pacifisti, sia perché i grandi editori a cui lo proponeva gli rispondevano che sono cose vecchie che non interessano più a nessuno. Ma soprattutto del libro nessuno o quasi ha parlato. Eppure i documenti sono di grande interesse, e almeno in molte parti in netta contraddizione con l’ideologia del curatore (a testimonianza quindi della sua onestà).

Un altro libro che ha attinto largamente agli archivi di Mosca prima della loro chiusura pressoché totale nel 1994, è il monumentale libro sui rapporti tra il Comintern e la Spagna di Antonio Elorza e Marta Bizcarrondo.[24] Gli autori lamentano di essere arrivati abbastanza tardi e con pochi fondi (mentre nei primi anni dopo il “crollo” giornalisti abili e ben dotati di valuta avevano ottenuto risultati spettacolari anche su aspetti scabrosi come l’assassinio di Nin). Gli organismi dello Stato spagnolo hanno perso invece l’occasione preziosa di recuperare in microfilm i fondi dell’archivio dell’Armata rossa sulla Spagna offerti ovviamente per urgente necessità di dollari.

Tuttavia ne hanno avuto abbastanza per fornire robuste pezze d’appoggio al loro libro, anche se hanno potuto verificare le censure effettuate in nome della continuità dello Stato sovietico, di cui il Comintern era considerato un appendice (alla faccia di tutti i teorizzatori della “originale elaborazione di Togliatti”, ecc.). Essi osservano che per quanto riguarda il Comintern “l’apertura non è mai stata completa. Primo, perché i documenti più delicati furono trasferiti all’archivio del Presidente della Russia, al Cremlino, chiamandoli a volte con l’eufemistica definizione di “armadio 14”. Altri furono più volte “ripuliti” nell’Istituto del Marxismo-Leninismo, diventato oggi Centro Russo per la Conservazione e lo Studio della Storia Contemporanea. Se pensiamo che nella sua sezione spagnola ebbe incarichi di responsabilità un certo Ramón López, il cui vero nome era Ramón Mercader, l’assassino di Trotskij, non ci si può stupire che si siano pochi documenti sulla repressione del trotskismo”.[25]

Antonio Elorza (per anni storico ufficiale del PCE) e Marta Bizcarrondo spiegano dettagliatamente cosa hanno potuto trovare e cosa è stato nascosto (o gli è stato negato dopo che l’avevano visto e …pagato!), e spiegano che le censure dipendono dalla “relazione di continuità con cui la Federazione russa di oggi si pensa rispetto allo Stato sovietico di ieri”. Tutto il contrario di quello che immagina il militante comunista italiano, che immagina la Russia di Eltsin e di Putin prostrata di fronte all’Occidente (lo ha fatto per i suoi affari sporchi, certo, ma continua a sentirsi in “continuità” con l’URSS staliniana, e ne difende per quanto può la memoria e l’immagine (ottenendo così tra l’altro, e a buon prezzo, l’appoggio dei cosiddetti “comunisti” russi, che piacciono tanto a “l’Ernesto”). Comunque di documenti ne hanno trovati parecchi, che in parte riproducono fotostaticamente, anche grazie all’appoggio di ricercatori italiani che li avevano preceduti ( e ringraziano per questo Aldo Agosti, Francesca Gori e… il famigerato Silvio Pons).

Qualche altro spiraglio sugli archivi russi (nell’indifferenza generale della sinistra)

Strada facendo abbiamo trasformato questa nota polemica sulla storia del PCI e dello stalinismo in una rassegna di una piccola parte di quanto è stato pubblicato negli ultimi anni (ma i titoli che meriterebbero di essere segnalati e vengono ignorati dal “popolo della sinistra” sono ormai centinaia).

Uno di essi riguarda un aspetto importante, ma ugualmente rimosso dalla sinistra (col risultato che sull’argomento intervengono sempre soprattutto alcuni sionisti che ovviamente danno una spiegazione parziale e unilaterale del fenomeno). Riguarda l’antisemitismo che dilagò in URSS a partire dagli ultimi anni di Stalin, e che portò allo sterminio di gran parte dell’intelligencija comunista di origine ebraica, al progetto di deportare nel Birobidjian o in altra parte dell’Asia più remota gli ebrei, e alla montatura contro gli “assassini in camice bianco” fortunatamente spezzata dall’improvvisa morte del dittaore (che forse di quei medici che aveva fatto incarcerare avrebbe avuto bisogno…) Uno dei documenti più inquietanti riguarda il Libro nero sullo sterminio degli ebrei nelle zone sovietiche occupate dai nazisti, nato da un’idea di Albert Einstein e curato da Vasilij Grossman e Il’ja Erenburg negli ultimi anni della guerra, più volte autocensurato dai curatori, poi ulteriormente tagliato dalla censura stalinista e alla fine (nel 1947) definitivamente vietato. Il libro aggiunge poco a quanto ormai si sa sullo sterminio degli ebrei, ma è impressionante per capire la logica dei censori sovietici, che hanno dapprima fatto sparire ogni accenno alla partecipazione di cittadini dell’URSS allo sterminio, poi hanno tagliato la prefazione di Einstein che sosteneva che un’organizzazione internazionale di sicurezza non può limitarsi a proteggere gli Stati, ma deve essere in grado di soccorrere le minoranze nazionali e ogni persona; successivamente il capo del Dipartimento propaganda e agitazione Aleksandrov trovò che c’erano varie “manchevolezze”, e che “presentava un’immagine del tutto falsa della vera natura del fascismo”. Tuttavia non veniva bloccata la stampa, che era iniziata finalmente nel luglio del 1947 (doveva avere una tiratura di 30.000) copie. Ma nell’ottobre dello stesso anno la stampa già quasi completata veniva interrotta da un intervento del nuovo capo del Dipartimento, Suslov, che liquidava sommariamente e definitivamente il libro con questa incredibile motivazione: “Il dipartimento propaganda ha esaminato a fondo il “Libro nero”. L’opera contiene gravi errori di natura politica”. Naturalmente non si spiegava quali, bastava il principio di autorità per concludere: “La sua pubblicazione per il 1947 non è stata autorizzata dal dipartiment. Di conseguenza, il “Libro nero” non può essere stampato”.

Una settimana dopo ingiungeva al Comitato Antifascista Ebraico di ritirare le lastre. Uno dei principali esponenti del CAE, l’attore Solomon Mihoél’s veniva assassinato misteriosamente due mesi dopo, e nel giro di un anno la persecuzione colpiva quasi tutti membri del Comitato, che venivano fucilati. La lettura delle parti inizialmente tagliate quando ancora non si era deciso di sopprimere il libro, che sono evidenziate con un altro carattere di stampa, è sconvolgente perché sopprima soprattutto fatti e testimonianze, non opinioni soggettive dei curatori.

Bisognerà ritornare sull’argomento dell’antisemitismo degli ultimi anni di Stalin (rimasto poi endemico e non contrastato nei decenni successivi, e presente ancor oggi non solo tra i nazionalisti conclamati come Zhirinovskij, ma anche tra le file del partito comunista russo.

 

(23/6/00)



[1] Angelo d’Orsi, La cultura a Torino tra le due guerre, Einaudi, Torino, 2000, pp. 15-16. In diversi saggi d’Orsi aveva già affrontato il più grave dei cedimenti, una lettera scritta a Mussolini l’8 luglio 1935. Ad essa accenna in altre parti del libro, assimilandola ad un analogo cedimento di Massimo Mila, che, in seguito alle pressioni della famiglia, si piega a scrivere “una lettera al duce per impetrarne il paterno perdono”. D’Orsi osserva che ciò accadde “nello stesso mese in cui Bobbio, per salvare la carriera universitaria, si rivolge al padrone d’Italia ammettendo il giovanile errore e facendo le rituali promesse”. (Ivi, pp. 297-298).

[2] Ivi, p. 19. Ma d’Orsi registra anche che poco dopo Antonicelli avrebbe firmato con altri, tra cui il suo maestro Umberto Cosmo, una scomoda lettera di solidarietà a Croce. La prima lettera viene quindi attribuita non tanto a un “cosciente doppiogiochismo” o a un “opportunismo facile”, ma a una “fortissima ansia di emergere” e a un’ambizione intellettuale che “può bene indurre a guardare da una parte a Croce e dall’altra a colui che almeno in sede locale […] aspira al ruolo di Anti-Croce” (Ibidem)

[3] Ne ha parlato Michele Brambilla sul “Corriere della sera” del 2 giugno 2000 recensendo un saggio di Margarete Durst pubblicato in un numero speciale del “Giornale critico della filosofia” dedicato appunto a Giovanni Gentile storico. Gentile protesse (prima delle leggi razziali) qualche altro studioso ebreo e antifascista come il filologo Paul Oskar Kristeller e lo psicoanalista Emilio Servadio, ma al tempo stesso si preoccupava di evitare che tra i collaboratori a un volume su Cassirer non fossero “tutti semiti o filosemiti”. E questo nel 1934, cioè quattro anni prima della promulgazione delle leggi discrominatorie.

[4] Cento… e uno anni di Fiat, a cura di A. Moscato, Massari editore, Roma, 2000, pp. 31-34.

[5] Assurdo anche nella “nuova sinistra” e in particolare in DP l’uso dei termini minoritario, minoritarismo, ecc. in senso dispregiativo. Un residuato di questo atteggiamento anche nell’accettazione acritica del cosiddetto “modello elettorale tedesco” da parte prima di Cossutta (che l’ha poi abbandonato per il maggioritario tout court) e poi di tutto il PRC post-cossuttiano, senza riflettere sul fatto che una soglia del 5% (o del 4 o del 6%) implica una penalizzazione e quindi una punizione di chi non la raggiunge, senza tener conto del fatto che a volte una battaglia giustissima ma nolto controcorrente può essere non pagante, e quindi portare all’esclusione di un partito.

[6] Claudia Cernigoi, Operazione foibe a Trieste, I quaderni del Picchio, n. 10, edizioni Kappa Vu, Udine, 1997. Segnaliamo l’indirizzo della piccola casa editrice, via Ippolito Nievo, 11, 33100, Udine, perché vale la pena di procurarsi il libro (182 pagine, lire 22.000).

[7] Ovviamente ci guardiamo bene dal nascondere l’esistenza di vittime dell’occupazione jugoslava di Trieste del maggio 1945, tra cui vari antifascisti italiani che non accettavano l’annessione alla Jugoslavia. Rinviamo per questo a quanto scrivevamo nel n. 64 di “Bandiera rossa” del novembre 1996.

[8] Questa rassegna è in qualche modo il completamento dell’articolo sul dibattito innescato dalla pubblicazione del libro Angelo d’Orsi, La cultura a Torino tra le due guerre, Einaudi, Torino, 2000, che dovrebbe apparire sul n. 100 di “Bandiera rossa”.

[9] Dagli Archivi di Mosca, L’URSS, il Cominform e il PCI (1943-1951), a cura di Francesca Gori e Silvio Pons, Carocci, Roma, 1998 (in realtà si tratta del VII volume degli Annali della Fondazione Istituto Gramsci, in coedizione con la Fondazione Feltrinelli e due istituti di ricerca storica russi. Silvio Pons ha all’attivo pubblicazioni degne del massimo rispetto, in particolare Stalin e la guerra inevitabile. 1936-1941,Einaudi, Torino, 1995, che già metteva a fuoco molto efficacemente alcune delle caratteristiche della politica estera sovietica che sboccò nel Patto Ribbentrop-Molotov. E’ anche stato curatore della raccolta di documenti delle tre conferenze del Cominform pubblicati nel vol. XXX degli Annali della Fondazione Feltrinelli.

[10] D’altra parte non occorrevano molte nuove prove documentarie: parlavano chiaro da un lato l’invio – contemporaneo al viaggio di Togliatti - del famigerato Viscinskij presso Badoglio e Vittorio Emanuele III, a cui portò il riconoscimento dell’URSS, dall’altra l’impegno degli angloamericani nel far arrivare Togliatti da Mosca a Napoli  (a guerra tutt’altro che terminata) passando attraverso Iran, Medio Oriente, Algeria. Un simile impegno delle maggiori potenze imperialiste per un capo comunista rivelava che sapevano bene che ruolo avrebbe svolto per evitare sviluppi rivoluzionari in Italia (analogamente fecero anche per il greco Zachariadis).

[11] Elena Aga-Rossi, Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, il Mulino, Bologna, 1997. Il verbale è alle pp. 287-285. Un altro volume che utilizza documenti inediti per ricostruire il periodo 1939-1943 è quello di Natal’ja Lebedeva e Michail Narinskij, Il Komintern e la seconda guerra mondiale, con prefazione di Silvio Pons, edizioni Guerra, Perugia, 1996. Paradossalmente qualche utilità documentaria può avere un singolare libro di memorie di Nina Bocenina, che fu segretaria di Togliatti a Mosca e probabilmente sua amante e madre di un suo figlio (comunque in ogni caso innamoratissima dei “Ercoli” anche a distanza di decenni). Pur essendo scritto da una persona ingenua e con intenti apologetici, ci sono alcuni squarci interessanti, come la notizia che già alla fine del 1943 Togliatti aveva raffreddato il suo entusiasmo per Tito, per la diversa concezione dell’alleanza antifascista mondiale (il rifiuto della tattica interclassista imposta da Stalin e l’attenzione per le possibilità rivoluzionarie nel proprio paese per la Bocenina significa che “Tito aveva cominciato a manifestare tendenze nazionalistiche se non addirittura scioviniste”. La segretaria di Togliatti, Memorie di Nina Bocenina. Con un saggio di Sergio Bertelli, Ponte alle Grazie, Firenze, 1993.

[12] Rossana Rossanda arriva a parlare dell’uso arbitrario ed esclusivo dei documenti dopo una lunga e brillante premessa sulla “documentazione fotografica” dei presunti crimini della Comune di Parigi effettuata facendo mettere in posa delle comparse dopo la fine dei combattimenti. Una necessità tecnica (nel 1871 ci volevano dai cinque a sei minuti di posa, ed era impossibile riprendere reali combattimenti e gente in movimento) usata per la prima mistificazione “mediologica” della storia contemporanea. Ma insinuare così che, come gli ingenui acquirenti delle cartoline sulla Comune, degli storici sperimentati non si rendano conto che i documenti escono non integri, dato che sono “l’esito non sempre parlante di scontri da interrogare prima e dopo, e spesso silenziati” mi sembra un po’ offensivo. Tanto più che dagli archivi sovietici i documenti escono sempre più con difficoltà, e sempre più censurati, ma esattamente per occultare almeno in parte le ingerenze in altri paesi di Stalin, di cui gli Eltsin e soprattutto i Putin si sentono eredi, nel solco di una sostanziale continuità dello Stato russo, da Ivan il terribile a oggi. Sintomatico che – se non saranno bloccate da una reazione della società russa, peraltro meno probabile che venti o dieci anni fa – stanno per comparire nuove banconote con il profilo di Stalin!

[13] Aldo Grandi, Giangiacomo Feltrinelli, la dinastia, il rivoluzionario, Baldini & Castoldi, Milano, 2000, pp. 210-211.

[14] Carlo Feltrinelli, Senior Service, Feltrinelli, 1999, pp. 146-150.

[15] Oggi Giulietto Chiesa è amatissimo e ospitato volentieri – e in genere meritatamente - tanto da “Liberazione” che dalla “rivista del manifesto”, soprattutto perché i suoi giudizi sferzanti su Eltsin coincidono in parte col senso comune della sinistra.

[16] Penso a un affermazione di benvenuti sul 1935 come anno di relativa distensione interna (mentre si preparavano i grandi processi innescati dall’assassinio di Kirov) che durante il convegno di Urbino già ricordato provocò una vivace reazione di Natoli ma anche qualche stupore tra gli storici sovietici presenti). Ma soprattutto penso a tutte le chiacchiere sulla “costituzione più democratica” del mondo, scritta nel 1936 da un Bucharin che stava già salendo i primi gradini del patibolo, e mai applicata neppure per la centesima parte!

[17] Sulla base di questi documenti, alcuni dei quali non solo tradotti integralmente ma anche riprodotti fotostaticamente è stato scritto il libo, caduto nel più totale silenzio, Dialoghi del terrore. I processi ai  comunisti italiani in Unione Sovietica (1930-1940), a cura di Francesco Bigazzi e Giancarlo Lehner, Ponte alle Grazie, Firenze 1991. Ma già nel 1989 Romolo Caccavale, giornalista de “l’Unità” e corrispondente o inviato a Berlino Est, Mosca, Hanoi e Varsavia, aveva potuto sistematizzare e dare maggior rigore le denunce fatte da un sopravvissuto, Dante Corneli, il “redivivo tiburtino” che era stato condannato in Italia nel 1923 a venti anni di carcere per aver ucciso  in uno scontro un fascista, e che rifugiatosi in URSS aveva passato ventisei anni tra GULag e confino … per aver votato per l’Opposizione di sinistra unificata. Gli scritti di Corneli (che si era votato a testimoniare e dare voce a chi nei campi era morto) sono ormai introvabili e meriterebbero di essere ristampati. Il libro di Romolo Caccavale, La speranza Stalin. Tragedia dell’antifascismo italiano nell’URSS, Valerio Levi, Roma, 1989, è stato poi ripubblicato nel 1995 da Mursia con altro titolo (Comunisti italiani in Unione Sovietica. Proscritti da Mussolini, soppressi da Stalin). Un altro libro ha affrontato la questione degli italiani spariti in URSS con un’angolazione locale, e senza bisogno di fonti sovietiche: Nazario Sauro Onofri, Un paradiso infernale. Gli antifascisti bolognesi assassinati e incarcerati nell’URSS di Stalin, Sapere 2000, Roma, 1997.

[18] Il mio turbamento nell’apprendere la notizia da Broué fu particolarmente grande, perché da ragazzo su quel libro avevo avuto la prima versione della guerra civile e mi ero molto commosso sulla vicenda di quei due generosi aristocratici rimasti fedeli alla repubblica e anzi vicino al partito comunista. Ma non è il solo caso in cui ho dovuto apprendere che persone in astratto degnissime si erano prestate in quegli anni tragici ad essere complici di crimini staliniani per la fiducia cieca riposta nel partito.

[19] Robert Conquest, Il grande terrore, Rizzoli Superbur, Milano, 1999.

[20] L’insinuazione di Canfora è piaciuta molto a quei nostalgici dello stalinismo che sono arrivati ad essere “negazionisti” sostenendo grottescamente che tutte le notizie sui GULag sono inattendibili perché provengono da “fonti borghesi”, ma era dovuta probabilmente alla scarsa conoscenza del campo storico contemporaneo in cui questo studioso dell’antichità fa frequenti incursioni. Infatti il grosso del cosidetto “rapporto segreto”, oltre ad essere stato distribuito per conoscenza già nel 1956 a tutti i leader comunisti occidentali come Togliatti (che negò tuttavia di conoscerlo), fu inserito poi nella replica di Chrusciov al XXII congresso del PCUS del 1961, e quindi pubblicato con tutti i crismi dell’ufficialità e dunque inserito nel “Canone” della Chiesa di Mosca…

[21] E. Aga-Rossi, V. Zaslavsky, Op. cit., p. 165. Togliatti riteneva che se la guerra di Mussolini si concludeva con una tragedia e un lutto personale per migliaia e migliaia di famiglie italiane, ciò rappresentava “il migliore, il più efficace degli antidoti” nei confronti del veleno dell’ideologia imperialista e brigantesca del fascismo. (Ibidem).

[22] Egli stesso aveva raccontato la sua prima esperienza in un libro, Una nuova malattia mentale in URSS: l’opposizione (Etas Kompass, Milano, 1972).

[23] Vladimir Bukovskij, Gli archivi segreti di Mosca, Spirali, Milano, 1999.

[24] Antonio Elorza y Marta Bizcarrondo, Queridos camaradas. La Internacional Comunista y España 1919-1939, Planeta, Barcelona, 1999.

[25]  Ivi, p. 11.

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