Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

La Palestina e l'ONU

E-mail Stampa PDF


La Palestina e l'ONU

di Antonio Moscato

 

                Il "processo di pace" tra Israele e OLP è stato molto discusso dai palestinesi e in tutto il mondo. Il nostro compito è quello di capire, non di giudicare. Ma prima di tutto dobbiamo capire e ascoltare anche chi non lo condivide, invece di cedere alla pressione dei mass media che bollano come estremista e fondamentalista chiunque esprime dubbi o critiche.

                Ma in ogni caso appare evidente che in questo processo la responsabilità dell'ONU (nel bene e nel male) è scarsa. Come per l'accordo che ha portato alle prime elezioni multietniche in Sudafrica, bisogna guardare più ai rapporti di forza interni che alle risoluzioni dell'ONU. Sul Sudafrica ce ne sono state tante, ma non avevano smosso il governo razzista come la sconfitta subita a Cuito Cuanavale da parte delle forze cubane che collaboravano col governo angolano contro l'aggressione dell'esercito sudafricano. D'altra parte l'embargo decretato dall'ONU nei confronti del Sudafrica razzista non è mai stato applicato dai principali paesi capitalistici, a partire dagli Stati Uniti (e non esclusa l'Italia).

                Analogamente le tante risoluzioni delle Nazioni Unite sul ritorno dei palestinesi non sono mai state seguite da misure concrete. Sia quelle ambigue, come la 242 (che prevedeva il ritiro di Israele da e non dai Territori occupati e che parlava solo dei profughi palestinesi anziché del popolo), sia quelle che enunciavano bei principi e parlavano dei Diritti inalienabili del popolo palestinese, come la 3236, non sono state applicate. La stessa risoluzione 181 del novembre 1947 (che a ragione i palestinesi non potevano accettare perché offriva allo stato sionista territori più grandi di quelli già acquistati) è stata violata ulteriormente sulla base dei rapporti di forza militari, lasciando a Israele già nel 1949 ben più di quanto originariamente previsto.

                Tanto meno è stata presa qualche misura verso Israele per l'assassinio nel settembre 1948 del mediatore dell'ONU, il conte Bernadotte, "colpevole" di aver proposto il rientro dei palestinesi.

                La questione palestinese è dunque una delle tante prove dell'incapacità dell'ONU di risolvere i problemi dei popoli. E non occorrevano le verifiche di quest'ultimo tragico quinquennio, con la guerra del golfo, la spedizione in Somalia, la vergognosa ambiguità (tra passività e bombardamenti iniqui) nella ex Jugoslavia per capire l'impotenza dell'ONU: di esempi nel corso della sua storia ne ha forniti fin troppi, dalla guerra di Corea a quella di Indocina, dall'intervento nel Congo ex belga (che permise l'assassinio di Lumumba, che all'ONU aveva chiesto aiuto) alla mancanza di ogni azione per fermare l'aggressione sudafricana e mercenaria in Angola e Mozambico. E potremmo parlare anche dell'Afghanistan, di Timor Est, di Cipro, della repubblica Saharawi, del Libano...

                I successi veri dell'ONU sono pochi. Ma dietro di essi, ad esempio il riconoscimento dell'indipendenza della Namibia, c'è sempre stato un mutamento dei rapporti di forza, come la dura sconfitta inflitta al Sudafrica a Cuito Cuanavale che ricordavamo prima. Per non parlare del Vietnam, che ha dovuto lottare duramente per ventun anni per ottenere quanto sancito dalla conferenza di Ginevra

 

Gli organismi internazionali: illusioni e realtà

                Potremmo aggiungere che per chi ha continuato a utilizzare l'analisi marxista dei processi questo presunto "fallimento" dell'ONU non ha rappresentato una sorpresa. Lenin aveva bollato un consorzio di briganti imperialisti la Società delle Nazioni che la precedette. Servì a una spartizione del bottino (soprattutto le colonie tedesche) tra i vincitori, e si dissolse miseramente allo scoppio della seconda guerra mondiale, senza aver fermato un solo conflitto nel periodo tra le due guerre .Trotskij considerò una prova in più dell'involuzione burocratica dell'URSS la sua entrata in quell'organismo nel 1934.     Nel 1929 la crisi mondiale capitalistica aveva spazzato via in un momento tutte le chiacchiere sulla soluzione delle controversie internazionali senza ricorrere alla guerra, nonché i bei progetti di unità doganale ed economica europea che Aristide Briand aveva formulato pochi mesi prima proprio dalla tribuna della Società delle Nazioni. La grande crisi aveva fatto saltare tutti gli accordi per regolare il mercato, e presto la guerra vera e propria avrebbe preso il posto di quella doganale e commerciale. Già nel 1933 d'altra parte erano uscite Germania e Giappone. Quel che è grave è che entrando in un organismo ormai impotente ed inutile, Stalin doveva rinunciare comunque a denunciarne il carattere di alleanza interimperialista (ma ormai il termine imperialista era usato solo propagandisticamente per bollare il nemico di turno, escludendo gli ambigui alleati: fino al 1939 vengono caratterizzate così soltanto Germania, Italia e Giappone, e non Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, poi ci sarà un'inversione di ruoli fino al 1941, che sarà capovolta nuovamente dopo l'aggressione da parte delle potenze dell'Asse).

                Società delle Nazioni e ONU d'altra parte sono e si considerano eredi delle conferenze internazionali che dal Congresso di Vienna del 1814 a quelli di Berlino sui Balcani del 1878, o sulla spartizione dell'Africa nel 1885 hanno visto le grandi potenze europee accordarsi per imporre il loro ordine iniquo.

                L'ultima conferenza internazionale prima della grande guerra si era tenuta a L'Aia sul disarmo universale per iniziativa di Nicola II, preoccupato del ritardo della Russia nella corsa agli armamenti. Era stata salutata da tutti gli imbecilli come la garanzia della pace universale, e a Nicola II era stato offerto per questa ragione il primo premio Nobel per la pace. Grazie al rifiuto dello zar, la lunga serie dei Nobel per la pace non inizio’ con uno dei piu’ grandi guerrafondai e assassini della storia, anche se ce ne saranno poi moltissimi negli anni successivi: tutti i premi Nobel dalla fondazione al 1914, d'altra parte, dimenticarono le belle chiacchiere sulla pace e la cooperazione internazionale per cui erano stati premiati, schierandosi col proprio imperialismo all'inizio della guerra! (Si rinvia a questo proposito alla Scheda su Premi Nobel per la pace e guerre mondiali, apparsa in "A sinistra" n.3/4, marzo aprile 1990 e inviata in appendice all’articolo su Kofi Annan nel n. 51 di BaRoNews)

 

Tener presente questo divario tra belle formulazioni astratte e concrete condizioni che determinano le guerre e gli stessi accordi di pace, non significa escludere la necessità di conferenze internazionali, che sono ovviamente sempre necessarie per concludere un conflitto o almeno utili per verificare i diversi punti di vista e identificare le basi per una convergenza. Ma è necessario evitare le illusioni che di per sé siano risolutive. Ad esempio la polemica di molti settori palestinesi verso la parola d'ordine dell'OLP su una conferenza internazionale (che veniva immessa d'ufficio a Tunisi nei comunicati dell'Intifada che non vi facevano riferimento) si è rivelata fondata: la soluzione della questione palestinese, se soluzione è, non è comunque venuta in questo modo, ma per effetto di trattative dirette bilaterali e multilaterali, in cui hanno pesato, nel bene e nel male, i rapporti di forza interni e internazionali.

 

La riforma dell’ONU

Anche i più ottimisti tra i "pacifisti" non possono eludere oggi un bilancio sostanzialmente negativo dell'operato dell'ONU. Tuttavia, aggiungono, non va bene l'ONU così com'è, ma si potrebbe e dovrebbe riformarla. A parte il fatto che è assai problematico imporre un cambiamento a chi detiene il controllo dell'ONU, e si è già visto che quando un organismo collegato alle Nazioni Unite come l'UNESCO ha assunto posizioni sgradite agli Stati Uniti, questi si sono ritirati mettendolo in crisi economicamente e politicamente (come hanno rifiutato la sentenza della Corte internazionale dell'Aia che li condannava per aver minato i porti nicaraguensi), vale la pena di entrare nel merito dei progetti non solo dal punto di vista della realizzabilità, ma anche della concretezza e capacità di incidere sui problemi reali.

                Tutte le proposte partono da un'attribuzione della colpa principale delle disfunzioni al solo Consiglio di Sicurezza, e al fatto che solo cinque paesi hanno il diritto di veto. È verissimo che la Gran Bretagna nelle Malvine, la Cina nel Tibet, la Francia nel Ciad e in tanti altri paesi africani, l'URSS-Russia dall'Afghanistan alla Cecenia, per non parlare degli Stati Uniti, non hanno certo le carte in regola; dal punto di vista del rispetto delle minoranze, dei conflitti con Stati vicini o lontani, ecc. Ma la prima obiezione è che il diritto di veto non è stato usato mai negli ultimi anni per bloccare l'avallo a un'operazione ingiusta come la Guerra del Golfo o "Restore Hope" in Somalia. La seconda è che in molte fase dell'intervento nella ex Jugoslavia, quando non c'erano le condizioni per ottenere un pieno avallo dell'ONU, è stata passata la palla ad altri organismi come la NATO o la CE, senza che l'ONU battesse ciglio.

                Alcune delle proposte di riforma sono più praticabili, ma poco convincenti ai fini che ci si propone: che garanzie di maggiore democrazia ci sarebbero se entrassero Germania e Giappone come membri permanenti? E se entrassero anche India, Brasile e Nigeria, o la Lega Araba, come è stato proposto, che apporto alla pace potrebbero dare, con i governi che si ritrovano?

                Una proposta ancor più diffusa è quella di sottrarre poteri al Consiglio di Sicurezza, aumentando quelli dell'Assemblea generale. Ma questa da chi è composta? Basta scorrere l'elenco dei membri attuali dell'ONU per vedere che poco più del 10% di essi ha una pur discutibile democrazia al proprio interno ( e tra questi paesi, ci sono proprio i detentori imperialisti delle ricchezze del pianeta, che grazie alla loro potenza economica possono permettersi il "lusso" di un regime democratico, che è praticamente impossibile nei paesi sempre più impoveriti in cui governanti asserviti all'imperialismo e sotto la tutela di BM e FMI "devono" reprimere le masse disperate).

                Sarebbe bene non dimenticare mai in che mondo viviamo. Perfino il Papa lo ha ricordato denunciando tra i mali dell'Africa i governanti che facilitano il saccheggio del loro paese. Ma lo stesso si potrebbe dire per la maggior parte dell'America Latina e dell'Asia, mentre è inutile appellarsi alla "coscienza dell'Europa", che insieme agli Stati Uniti e al Giappone ha le maggiori responsabilità nello sfruttamento del resto del mondo.

                Una proposta emersa più di recente nel movimento della pace, e che tiene conto in parte di queste obiezioni, riprende una parola d'ordine lanciata in passato da certi settori della ex "nuova sinistra": "l'ONU dei popoli.". Uno slogan che non si poteva neppure definire utopistico (l'utopia può essere una grande forza) ma semplicemente campato in aria, almeno nelle sue prime formulazioni (ciascuno si autoproclamava rappresentante del suo popolo, anche se a mala pena era seguito da tre persone).

                La variante più recente è più sofisticata, prevede una rappresentanza tripartita: i governi, gli eletti direttamente dal popolo, le ONG. Ma è ugualmente campata in aria: se i governanti corrotti nel 90% dei paesi del mondo controllano le elezioni che li legittimano, perché non dovrebbero poter controllare quella di un organismo sovranazionale che potrebbe crear loro dei problemi? E quanto alle ONG, di cui ce ne sono migliaia e migliaia di ogni tipo (a Cuba hanno imparato a definire ONG perfino organismi burocratizzatissimi e ipercontrollati dal "partito-Stato", come la Unión de Jovenes Comunistas e la Federación de Mujeres, ma il vero problema è che anche in Italia e un po' dovunque alcune non rappresentano molto di più dei loro esponenti), chi deciderebbe quali e come dovrebbero scegliere i rappresentanti della "terza componente" dell'Assemblea generale?         Molte ONG svolgono un lavoro prezioso, che può dare un grande contributo alla pace (in Somalia ad esempio avevano fatto cose utilissime per la ricostruzione di un'economia di sussistenza autosufficiente e legata alle tradizioni scalzate dagli interessati "aiuti internazionali, prima che l'intervento "umanitario" mandasse tutto all'aria), ma sulla loro capacità di rappresentanza esistono molti dubbi. A meno che la loro presenza non sia solo simbolica e propagandistica, come è accaduto alla Conferenza parallela sulle donne di Pechino, a cui di fatto sono andate sostanzialmente quelle che potevano pagarsi il viaggio.

                Il discorso è duro e può essere sconvolgente per chi è abituato a pensare che basta predicare (soprattutto alle pecore) una dieta vegetariana per le tigri per eliminare il male dal mondo. Ma va fatto, perché non c'è peggior pericolo per la causa dell'emancipazione dell'umanità che l'autoinganno.

 

Una valutazione realistica degli "accordi di pace" in Palestina

                Gli "accordi di pace" hanno suscitato dapprima grandi entusiasmi, poi la verifica delle difficoltà e del rifiuto di essi da parte di settori non marginali del popolo palestinese ha portato a reazioni di rigetto e di dura condanna della direzione dell'OLP. Non poche volte abbiamo sentito in assemblee sull'argomento saccenti personaggi che tranciavano giudizi sul "tradimento" di Arafat.

                Prima e invece di "giudicare", è necessario capire le enormi difficoltà che ha affrontato nell'arco degli ultimi decenni la causa palestinese. Essa ha avuto non solo molti nemici, ma anche troppi falsi amici. Le responsabilità dell'impasse in cui l'OLP si è trovato, senza avere molte scelte davanti, sono varie, compresi errori fatti in vari periodi dalla sua direzione nella scelta degli alleati o nel tentativo di evitare gli scontri con alcuni regimi arabi, dalla Giordania del 1970, al Libano e alla Siria del 1975-1982. Forse anche durante la Guerra del Golfo la direzione dell'OLP si è illusa di poter esercitare una mediazione che era ormai impossibile, di fronte alla determinazione dei paesi imperialisti di approfittare degli errori di Saddam per impartire una "lezione esemplare" ai popoli di tutta l'area.

                Ma nessuno di questi errori ha pesato come il contesto internazionale sfavorevole. Le responsabilità sono molte: non solo, come si dice abitualmente, la fine dell'equilibrio tra le due grandi potenze. Casomai era pericoloso illudersi nell'apporto dell'URSS (era l'idea sottesa al progetto di Conferenza internazionale caldeggiata dall'OLP) senza comprendere che un lungo declino aveva ridimensionato da tempo l'URSS, a prescindere dalle debolezze della direzione Gorbaciov e dalle sue tresche segrete con Israele e gli Stati Uniti.

                Ma la causa palestinese pesa sulla coscienza di tutto il mondo, perché poco è stato fatto per sorreggerla e molto per imporre con pressioni varie alla sua direzione la rinuncia alla lotta armata.

                A monte di tutto ovviamente c'è la responsabilità dei sionisti, che è ovvia, e su cui abbiamo scritto molto in altra sede. Certo ci sono voluti anni prima che i dirigenti di Israele smettessero di considerare Arafat un pericoloso terrorista e capissero che solo lui poteva gestire un processo di riconoscimento reciproco tra le due comunità. I progetti realistici e lungimiranti (come lo Stato plurietnico) sono stati ignorati per anni, la volontà di dialogo spezzata anche con l'assassinio politico, la moderazione dell'OLP è stata ricambiata finanziando per anni i gruppi integralisti islamici che dovevano scalzarne l'influenza a Gaza, o perfino utilizzando terroristi come Abu Nidal. E quando, nel quadro di un nuovo contesto internazionale, in cui l'insostituibilità di Israele si era ridimensionata dopo la Guerra del Golfo in cui era dovuta rimanere al margine, e in cui il Sudafrica razzista, partner privilegiato fin dalla nascita di Israele (a parte gli Stati Uniti, ovviamente) aveva scelto di affidarsi a Mandela per uscire dal vicolo cieco, la direzione sionista ha deciso di trattare e riconoscere l'OLP come unico legittimo rappresentante del popolo palestinese, la sua direzione era stata logorata da anni di sconfitte e illusioni nelle soluzioni diplomatiche e probabilmente non era più tale. E l'arroganza con cui ancor oggi le tappe dell'accordo vengono gestite, mantenendo occupazione militare e provocazioni dei coloni armati, non ha certo reso più facile il compito della direzione Arafat.

                Ma ancora più a monte c'è una grave responsabilità europea. Prima di tutto per l'effetto dell'antisemitismo moderno, nato per ragioni del tutto interne alla crisi del capitalismo alla fine del secolo scorso, e divenuto forza terribile e distruttiva quando Hitler è stato chiamato dalla borghesia tedesca alla testa di un paese che si preparava alla guerra. È questo che ha spinto la maggioranza degli ebrei europei (fino agli anni Trenta indifferenti od ostili al sionismo) a considerarlo unica salvezza.

                C'è una specifica responsabilità della burocrazia al potere nell'URSS, che nel suo lungo declino morale e politico (molti decenni prima della crisi definitiva) ha cominciato a ricorrere come diversivo all'antisemitismo, malamente mascherato da antisionismo, spingendo verso Israele gli ebrei dell'unico paese in cui avevano raggiunto il più completo riconoscimento dei loro diritti e un'integrazione che sembrava totale nel corso degli anni Venti. Al momento della crisi della perestrojka poi ci sono state esplicite complicità con i dirigenti sionisti, anche a danno di quegli ebrei che volevano solo emigrare in Europa o negli Stati Uniti, e che sono stati praticamente deportati verso Israele.

                Ci sono poi enormi responsabilità di tutti i regimi arabi. Fin dall'inizio, in particolare durante la grande rivolta del 1936-1939, l'appoggio alla causa palestinese è stato ambiguo e controproducente. Ma nel 1949-1949 i regimi arabi intervenuti nel conflitto combatterono male e trattarono molto sottobanco (caso esemplare quello dell'incontro segreto tra Abdallah e Golda Meyr, per spartirsi la Palestina).Come poteva essere altrimenti, se alla testa di essi c'erano fantocci dell'imperialismo britannico, come Farouk, iFeysal, Abdallah, e i loro eserciti erano inquadrati da ufficiali inglesi?

                Ma anche dopo, e perfino quando quei regimi furono sostituiti da altri nazionalisti e verbalmente antimperialisti, che usavano la questione palestinese per legittimarsi, essi fecero un grande regalo allo Stato di Israele, perseguitando gli ebrei che convivevano pacificamente con gli arabi da secoli (in Iraq da due millenni), allo scopo di confiscare i loro beni. Così sospinsero gli "ebrei arabi", che parlavano la loro stessa lingua e che solo in minima parte avevano simpatizzato per il sionismo, verso Israele, a volte in complicità diretta con i servizi segreti sionisti.

                Nel 1948-1949 d'altra parte la causa palestinese fu danneggiata (come era già avvenuto nel 1936) anche dagli esponenti di quella che era allora la società palestinese, organizzata ancora su linee feudali e tribali, insufficienti per resistere alla triplice pressione del sionismo, della Gran Bretagna (e dei suoi alleati arabi), e della  modernizzazione avviata a partire dagli inizi degli anni trenta con l'afflusso non più solo di entusiasti e sprovveduti idealisti ma anche di cospicui capitali portati da quegli ebrei benestanti, inizialmente tiepidi verso il sionismo, che venivano scacciati da un'Europa in cui il fascismo sembrava dilagare.

                Di responsabilità arabe nella catastrofe palestinese ne troviamo ancora molte: nel 1967, con una guerra non voluta e preparata ma annunciata con dichiarazioni reboanti che permisero a Israele di sferrare un attacco micidiale apparendo al tempo stesso una vittima di fronte all'opinione pubblica mondiale; nel 1970 con le efferate stragi giordane, che colpirono indifferentemente palestinesi e giordani democratici, innescando la risposta di "Settembre nero"; perfino nel 1973, quando sembrò che i paesi arabi volessero risolvere con le armi il problema palestinese, mentre concepirono la guerra soprattutto per imporre accordi a proprio favore e spiazzare un'OLP in crescita, che rappresentava un potenziale pericolo di contagio democratico.

                Potremmo continuare a lungo: nel 1975-1976 nel Libano i palestinesi si trovarono di fronte non solo la violenza delle milizie falangiste alleate non tanto nascostamente con Israele, ma quella della Siria che ne impedì la vittoria per imporsi (fino ad oggi) come ago della bilancia e "protettrice" del Libano. Anche nel 1978 gli accordi di Camp David, che i mass media spacciarono per un passo verso la pace, servirono a lasciare via libera a Israele verso nord, e a preparare le successive invasioni del Libano, tra cui quella in grande stile del 1982, che doveva cacciare definitivamente i palestinesi da quello sventurato paese in cui si erano rifugiati, e che beneficiò di non poche complicità da parte della stessa Siria, che lasciò dopo poche ore sola l'OLP a reggere l'urto del poderoso esercito sionista.

                Anche nel 1990-1991, ai margini della Guerra del Golfo, molti regimi arabi fecero pagare un prezzo altissimo ai palestinesi immigrati in quell'area per i tentativi di mediazione dell'OLP, presentati come complicità con Saddam Hussein. Il tutto in un contesto in cui il crollo dell'URSS, che era sempre stato un alleato ambiguo, ma pur sempre alleato, bruciava molte delle carte su cui la direzione dell'OLP aveva puntato. E via arrivando fino a questo 1995 in cui, mentre l'OLP si trova stretto tra l'intransigenza di Israele e la protesta della sua stessa base, la Libia decide di espellere i palestinesi presenti in quel paese per punirli delle colpe di Arafat...

                I difensori del sionismo hanno avuto buon gioco a questo proposito nel fornire statistiche che provano che nel corso degli ultimi decenni sono stati uccisi più palestinesi  dai regimi arabi che dall'esercito sionista, non dicendo naturalmente che nella maggior parte dei casi gli assassini erano complici diretti o indiretti dello stesso Stato di Israele (lo ha fatto perfino per Sabra e Chatila, sorvolando sul fatto che i massacratori erano miliziani falangisti pagati, armati, vestiti e rifocillati da Israele perfino nelle pause del genocidio...

                Ma non si può spiegare tutta questa tragedia solo con le complicità arabe con Israele. Edward Said, uno dei più lucidi autori palestinesi, ha ricercato le cause anche in motivi endogeni, in particolare nei "gretti rapporti bilaterali tra minoranze" (governi o comunità) che reggono tutti gli Stati arabi, e che non possono non determinare una forte ostilità nei confronti dei palestinesi, che sono "l'unica comunità transnazionale" esistente nell'area. Anche la crisi del nazionalismo arabo dopo il 1967 ha reso più pericolose per ogni regime dell'area la radicalità della proposta politica e la democrazia esistente negli organismi palestinesi (insufficiente e criticata dall'interno, ma sempre superiore a quella esistente in qualsiasi paese arabo).

 

I nostri compiti di fronte al "processo di pace"

                Non possiamo dimenticare che il processo di pace nasce (come in Sudafrica) da una sia pur parziale sconfitta di Israele: l'Intifada (indebolita anche dalla tutela esercitata su di essa dalla direzione dell'OLP) non era comunque eliminabile senza concessioni, e occorreva dunque ripercorrere l'esperienza di affidarsi al prestigio di un equivalente palestinese di Mandela. Per questo si è accettato di trattare con Arafat per tentare di controllare la dinamica di una contestazione che per la prima volta incrinava la compattezza e il morale della popolazione di Israele. Una sconfitta psicologica, non una disfatta. E in un contesto internazionale, abbiamo visto, in cui i palestinesi non avevano alleati sicuri. Per questo i risultati sono così deludenti.

                Alla maturità dei palestinesi, che hanno capito da tempo la complessità di Israele e hanno tentato di dialogare con ogni forza disponibile senza pregiudiziali, non aveva corrisposto analogo atteggiamento da parte di settori importanti della società israeliana (a parte poche e ammirevoli eccezioni). La ricerca quasi ossessiva di soluzioni diplomatiche da parte dell'OLP era stata continuamente frustrata da parte delle possibili controparti, in Israele, negli Stati Uniti ma anche in Europa.

                Così l'accordo è diventato tale da apparire a molti palestinesi, anche moderati, una "capitolazione". Prevede un simulacro di Stato su un territorio limitato e che comprende il vespaio incontrollabile di Gaza e ha per capitale l'antichissima Gerico ridotta ormai a una cittadina di soli 23.000 abitanti, prevede una polizia rigidamente subordinata ai controlli dell'esercito, la permanenza di coloni aggressivi e armati, il controllo israeliano della delicatissima questione delle acque, un rinvio a un futuro imprecisato dello status di Gerusalemme, l'assenza di rappresentanze estere, impegni crescenti nella repressione del prevedibile dissenso...

                La realtà dell'accordo è stata occultata dalla forza dei mass media, che hanno criminalizzato gli oppositori come barbari terroristi, e hanno attribuito a un demonizzato integralismo islamico anche le proteste di forze laiche come il FPLP e il FDLP. Alcuni hanno reagito parlando di "mani ebraiche" sulla stampa, ma è un errore imperdonabile: non si tratta di un "complotto ebraico", ma del normale atteggiamento filoimperialista di tutta la grande stampa e dei canali televisivi (siano essi di Berlusconi, dello Stato o di altri padroni): il silenzio sulle ragioni dei palestinesi è lo stesso che copre la tragedia di Timor Est o dei Saharawi, dei Curdi, ecc. Un'intossicazione sistematica che ha raggiunto il suo punto culminante durante il massacro unilaterale chiamato impropriamente "Guerra del Golfo", e che continua ad attribuire ai soli serbi le responsabilità di "pulizie etniche" condotte da tutte e tre le bande armate operanti in Bosnia e nella ex Jugoslavia.

                Da questo deriva che il primo compito di chi vuol sostenere la difficile causa palestinese è un forte impegno sul terreno dell'informazione. Occorre avere il coraggio di spiegare e far comprendere anche le reazioni disperate e crudeli, come la cosiddetta  "Intifada dei coltelli" che si riaccende periodicamente, e che appare meno irrazionale se si pensa che si parla dei problemi dei territori occupati solo quando i morti palestinesi si contano a decine, o quando la vittima, anche solo di un ferimento, è un israeliano.

                Occorre non aver timore a spiegare, senza necessariamente approvare o peggio ancora esaltare, il fenomeno del ricorso al terrorismo individuale, magari suicida, da parte di chi si sente vittima di un nuovo e definitivo esproprio della propria terra e della propria casa. Bisogna affrontare senza manicheismi il fenomeno della crescita dell'integralismo islamico, che ovviamente ci preoccupa (perché pone problemi ai tanti palestinesi che sono cristiani o non credenti, e facilita un nuovo ricompattamento degli ebrei intorno a uno Stato di Israele che può presentarsi come vittima di un possibile conflitto religioso), ma che deve essere affrontato riconducendolo alle sue matrici storiche, compreso il cattivo esempio fornito dall'integralismo ebraico che in Israele discrimina i non ebrei, siano essi arabi musulmani o cristiani, i non credenti, e gli stessi ebrei di origini diverse, come i Falashà etiopici.

                Quanto alla pretesa che i palestinesi rinuncino comunque all'uso di quella violenza a cui lo Stato di Israele non ha mai rinunciato, si deve rispondere ricordando che il movimento antiguerra in Israele nel 1982 (tanto esaltato dai nostri pacifisti) non sarebbe stato possibile senza le pesanti perdite israeliane nella guerra del Libano dovute alla dura resistenza dei palestinesi. Il movimento "Peace now", infatti, si diceva contrario alla guerra ma rinviava opportunisticamente ogni mobilitazione alla sua conclusione, mentre le manifestazioni del più radicale "Comitato contro la guerra del Libano" inizialmente venivano stroncate più dai passanti che li accusavano di essere "servi dei terroristi" che dalla polizia. Solo in settembre, quando i morti israeliani cominciarono ad essere centinaia, superando di gran lunga quelli provocati in tutto il decennio precedente dalle azioni militari palestinesi, le mobilitazioni del piccolo "comitato contro la guerra" cominciarono a portare in piazza decine di migliaia di manifestanti, e "Peace Now" decise di cavalcare la tigre (anche grazie allo sdegno diffusosi dopo le notizie sull'eccidio di Sabra e Chatila).

                E come dimenticare che lo Stato di Israele è nato e si è sviluppato non solo integrandosi alla "difesa" dell'ordine ingiusto voluto dai padroni del pianeta, ma ricorrendo in ogni momento al terrorismo, prima individuale e poi affidato all'esercito e ai corpi speciali?

 

 

 

Che fare?

                I compiti di pura informazione appaiono in genere troppo limitati a chi vorrebbe comunque "fare qualcosa". Eppure sono già importanti. Nel trattare la questione palestinese sono sempre stati usati due pesi e due misure. Basti pensare al diverso trattamento che dieci anni fa ebbero sulla nostra stampa il dirottamento della nave Achille Lauro da parte di quattro palestinesi (7/9 ottobre 1985), e l'attacco sferrato alla faccia di ogni convenzione internazionale da parte di aerei israeliani agli alloggi della delegazione dell'OLP a Tunisi (1 ottobre 1985). Il primo caso provocò un morto, frutto anche del caos e del nervosismo con cui quattro persone, per giunta giovanissime, tenevano a bada un intero equipaggio e molte centinaia di passeggeri, in un'azione non predisposta e frutto della casuale scoperta della loro identità e dell'intenzione di sbarcare per un'azione suicida in un porto israeliano, nell'altro governo e comandi militari israeliani (con la complicità della NATO e dell'Italia) sferrarono un attacco a freddo che provocò ben 73 morti. Quell'unica vittima dell'Achille Lauro ebbe giorni e giorni di prime pagine, di servizi televisivi, perfino un film, dei 73 palestinesi morti a Tunisi non conosciamo neppure un nome, sono solo un freddo numero.

                Ma naturalmente c'è anche qualcosa da fare su un terreno più concreto. Finora nessuno ha posto mai condizioni di alcun genere a Israele, che gode di un trattamento privilegiato, non solo nei mass media, ma anche negli aiuti materiali da parte della CE. Tutti i progetti di solidarietà con i palestinesi dei territori occupati si sono scontrati invece con mille ostacoli, e mai nessuno ha subordinato le tante facilitazioni concesse alle merci israeliane alla rimozione di quegli impedimenti. È ora di cominciare a farlo, premendo sugli enti locali e sullo stesso governo. È necessario per far arrivare non solo un aiuto concreto, ma un segno di speranza ai palestinesi. Altrimenti dovremo sentirci corresponsabili di ogni loro gesto mosso dalla disperazione di chi si sente abbandonato dal mondo.

20 settembre 1995

You are here Attualità e Polemiche --> Ipocrisie e dimenticanze... --> La Palestina e l'ONU