Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Almeyra - Cuba (It)

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CUBA - DEMOCRAZIA E AUTOGESTIONE

COME FORZE PRODUTTIVE

Guillermo Almeyra

 

 

 

Prevedibilmente, la crisi mondiale – cui si aggiunge il criminale blocco degli Stati Uniti – accrescerà sempre più le sue ripercussioni su Cuba, ridimensionando il turismo e le stesse rimesse degli emigrati cubani. Le crescenti difficoltà dell’economia venezuelana, come pure l’aggravarsi dei disastri climatici, sono anch’essi fattori da tenere presenti quando si riflette su come fare uscire l’economia dell’isola dalla situazione in cui si trova e su come ridurre le tensioni sociali e politiche, in un paese che è in preda a una crisi profonda da più di vent’anni (la vita di un’intera generazione) e che non intravede all’orizzonte né cambiamenti effettivi né obiettivi incoraggianti, ma solo una dura lotta per la sopravvivenza, per giunta guidata da quegli stessi quadri dirigenti che hanno contribuito ad arrivare alla drammatica situazione di oggi, o che non sono stati in grado di evitarla.

Per uscire da questa crisi, che è aggravata da quella mondiale ma che si va trascinando da decenni per cause specificamente cubane, occorre mettere in moto tutte le energie della popolazione, ricorrere alla sua capacità creativa, alla sua cultura, alle sue conoscenze, mobilitarla come protagonista di tutte le decisioni, come padrona del proprio destino, offrirle come obiettivi l’uguaglianza, la partecipazione piena e creativa. In una parola: occorre smetterla di trattare i cubani come sudditi e riconoscerli come cittadini a pieno titolo, mobilitandone la volontà, la consapevolezza, la voglia di socialismo, non su vuote parole d’ordine ormai logore, ma per obiettivi di democrazia e di autogestione, perché per Stato non si intenda un apparato al di sopra della società e che pretende di controllarla, ma la gestione collettiva dei cittadini in prima persona.

La democrazia non è un ostacolo al lavoro di esperti, burocrati e tecnocrati: è un’esigenza vitale per aumentare la produzione e la produttività e per raggiungere innovazioni collettive.

Chi ha discusso in precedenza le attuali misure per uscire dalla crisi, misure che permettono di vendere a stranieri, per 99 anni, case a Cuba, mentre i cubani non possono acquistarle; chi decide di costruire tutti quei campi di golf a 18 buche (per stranieri), che assorbono enormi quantitativi d’acqua e di risorse, e di sopprimere invece completamente il magro sussidio di disoccupazione o la gratuità delle sepolture? L’Assemblea Nazionale [il Parlamento], che si riunisce sempre solo a posteriori, per ratificare le decisioni dei vertici del partito? Un congresso o una conferenza di partito, sempre rinviati perché il partito unico, in cui milita il meglio ma anche il peggio del funzionariato cubano, è fuso con l’apparato statale, non ha obiettivi diversi da questo ed è ad esso subordinato e, ovviamente, non controlla minimamente i dirigenti dello Stato-partito? I sedicenti sindacati, che invece di rappresentare la voce dei lavoratori di fronte all’apparato statale, che dovrebbe essere presumibilmente di questi stessi lavoratori, altro non sono che parte della stessa burocrazia statale, tanto da essere incapaci di pronunciare una sola parola di fronte alla perdita di grandi e vecchie conquiste, di esprimere un giudizio sulla politica dello Stato, di formulare proposte e controproposte emerse da assemblee democratiche nelle fabbriche?

Perché le misure governative non si discutono in tutte le fabbriche, in tutti i quartieri, in tutte le comunità contadine? Perché non si ascoltano la voce e i suggerimenti di coloro che dovranno subire le conseguenze di queste misure e che dovranno, al tempo stesso, darsi da fare per tirar fuori i buoi dal precipizio?

La crisi è l’occasione per cambiare. Anziché limitarsi a ricorrere a un ipotetico turismo o a investimenti di lusso, perché non discutere quali investimenti produttivi sono oggi indispensabili e vanno consentiti al capitale privato – ad esempio, nella produzione agroalimentare e nella distribuzione dei generi alimentari nell’isola? Invece di accentrare ancora una volta, perché non decentrare e dare potere di decisione e di organizzazione a livello territoriale, orizzontale, ai produttori e mettere a loro disposizione risorse e mezzi di trasporto? La lotta alla burocrazia non consiste soltanto nel ridurre il numero di funzionari ridondanti o improduttivi e in assurdi regolamenti, ma in un cambiamento di fondo, nel trasferire il potere di informazione e di discussione ai cittadini, che sono utenti-produttori-consumatori ostacolati dalla burocrazia.

La democrazia, l’autogestione, la pianificazione a partire dal territorio e dai luoghi di produzione, la libertà di pensare, di dissentire, di esprimersi, informarsi, sono indispensabili se si vuole tirar fuori la popolazione dalla rassegnazione demoralizzante e creatrice di apatia di fronte alle decisioni che piovono dal vertice dello Stato così come arrivano gli uragani. Lo ripetiamo: la via cinese o quella vietnamita non sono riproponibili a Cuba, non solo per ragioni demografiche, storiche, culturali, ma anche perché si tratterebbe di una via d’uscita che si potrebbe imboccare solo aprendo completamente il paese al capitale e all’intervento degli Stati Uniti, ed eliminando tutto quel che resta della rivoluzione perché cessi il blocco e arrivino massicci investimenti. Cuba non è mai stata socialista, anche se ha lottato per contribuire alla costruzione del socialismo nell’isola e nel mondo. Tuttavia, la sua rivoluzione democratica, antimperialista, di liberazione nazionale, è stata importantissima per l’isola e per l’intero continente e - pur se ristagna ormai da tempo perché non riesce ad approfondire il suo corso e, al contrario, arretra - continua a rappresentare la garanzia dell’indipendenza nazionale e costituisce la base del consenso politico che il governo conserva ancora, soprattutto tra le generazioni più anziane, che hanno conosciuto il passato e non vogliono ritornarvi, come dice con chiarezza Silvio Rodriguez. È suicida abbattere quanto resta della rivoluzione pur di attirare investitori. Viceversa, occorre rianimarla grazie a un grande cambiamento, sulla base della democrazia, dell’autogestione, della libera organizzazione, dell’eliminazione dell’autocrazia e della burocrazia e con il massimo potere dei produttori.

 

[Da La Jornada, México, 19 settembre 2010 – http://www.jornada.unam.mx/]

(Traduzione dallo spagnolo di Titti Pierini)

 
 

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Cuba

 Democracia y autogestión como fuerzas productivas

 Guillermo Almeyra  (La Jornada, México, 19-9-10)

http://www.jornada.unam.mx/

 

Previsiblemente, la crisis mundial –a la que se agrega el criminal bloqueo estadunidense– aumentará aún más su peso sobre Cuba, reduciendo el turismo e incluso las remesas de los cubanos emigrados. Las dificultades crecientes de la economía venezolana, así como el agravamiento de los desastres climáticos, son también factores que hay que tener en cuenta cuando se piensa en cómo sacar del actual pozo a la economía de la isla y en cómo reducir las tensiones sociales y políticas en un país que está instalado en una crisis profunda desde hace más de 20 años (la vida de una entera generación) y que no ve en el horizonte ni cambios reales ni objetivos alentadores sino sólo una dura lucha por la supervivencia dirigida además por el mismo sistema y los mismos cuadros que ayudaron a llegar a la actual dramática situación o que no supieron cómo evitarla.

Para salir de esta crisis, que se agrava con la crisis mundial pero se viene arrastrando dese hace decenios por causas específicamente cubanas, se necesita tensar todas las fuerzas de la población, recurrir a su capacidad creativa, su cultura, sus conocimientos, movilizarla como protagonista de todas las decisiones, como patrona de su propio destino, darle como objetivo la igualdad, la participación plena y creativa. En una palabra, dejar de tratar a los cubanos como súbditos y reconocerlos como ciudadanos plenos, movilizando su voluntad, su conciencia, su voluntad de socialismo, no detrás de huecas consignas desgastadas sino en pos de objetivos democráticos y autogestionarios para que por Estado no se entienda un aparato por sobre la sociedad y que pretende controlarla sino la gestión colectiva de los ciudadanos en primera persona.

La democracia no es un obstáculo en el trabajo de los especialistas, burócratas y tecnócratas: es una necesidad vital para aumentar la producción y la productividad y lograr nuevas invenciones colectivas.

¿Quién discutió previamente las actuales medidas para salir de la crisis que permiten vender propiedades en Cuba, por 99 años, a extranjeros, cuando los cubanos mismos no pueden comprarlas, que decide construir gran cantidad de campos de golf de 18 hoyos (para extranjeros), costosísimos en agua y en esfuerzos, que eliminan totalmente el magro subsidio por desocupación o la gratuidad de los entierros? ¿La Asamblea Nacional, que sólo se reúne siempre a posteriori para refrendar las decisiones del vértice partidario? ¿Un congreso o una conferencia del partido, siempre postergados pues ese partido único, en el que milita lo mejor y también lo peor del funcionariado cubano, está fusionado con el aparato estatal, no tiene objetivos diferentes de éste y a él está subordinado y, por supuesto, no controla en lo más mínimo a los dirigentes del Estado-partido? ¿Los llamados sindicatos, que en vez de ser la voz de los trabajadores frente al aparato estatal supuestamente de esos trabajadores son simplemente una parte de la burocracia estatal, al extremo de ser incapaces de decir una palabra frente a la pérdida de grandes y viejas conquistas, de evaluar las políticas del Estado, de formular propuestas y contrapropuestas surgidas de asambleas democráticas en las empresas?

¿Por qué no se discuten las medidas gubernamentales en cada empresa, en cada barrio, en cada comunidad campesina? ¿Por qué no se escucha la voz y las sugerencias de quienes deberán sufrir las consecuencias de dichas medidas y, al mismo tiempo, deberán poner el hombro para sacar al buey del barranco?

Una crisis es una oportunidad de cambiar. En vez de recurrir solamente a un hipotético turismo o inversionismo de lujo, ¿por qué no discutir cuáles inversiones productivas son hoy necesarias y deben ser permitidas al capital privado –por ejemplo, en la producción agroalimentaria y la distribución de los alimentos en la isla–? En vez de centralizar una vez más, ¿por qué no descentralizar y dar poder de decisión y de organización a nivel territorial, horizontal, a los productores y poner a su disposición insumos y medios de transporte? El combate a la burocracia no consiste sólo en reducir el número de funcionarios redundantes o improductivos y de reglamentaciones absurdas: consiste en cambio fundamentalmente en trasladar el poder de información y de discusión a los ciudadanos, que son usuarios-productores-consumidores atados por esa burocracia.

La democracia, la autogestión, la planificación desde el territorio y desde los lugares de producción, la libertad de opinar, disentir, expresarse, informarse, son indispensables si se quiere sacar a la población de una desmoralizante y creadora de apatía resignación ante las decisiones que llueven desde el vértice del Estado tal como llegan los huracanes. Repetimos: la vía china o la vietnamita son irrepetibles en Cuba, no sólo por razones demográficas, históricas, culturales, sino también porque esa es una salida que sólo se podría encarar abriendo completamente el país al capital y la intervención de Estados Unidos y eliminando lo que queda de la revolución para que acabe el bloqueo y lleguen inversiones masivas. Cuba nunca fue socialista, aunque sí luchó por aportar a la construcción del socialismo en la isla y en el mundo. Pero su revolución democrática, antimperialista, de liberación nacional, fue importantísima para la isla y para todo el continente y, aunque está estancada desde hace rato porque no puede profundizar su curso y, por el contrario, retrocede, sigue siendo la garantía de la independencia nacional y es la base del consenso político que aún mantiene el gobierno, sobre todo entre las generaciones más viejas, que conocieron el pasado y no quieren retornar a él, como lo expresa claramente Silvio Rodríguez. Es suicida enterrar los restos de revolución para atraer inversionistas. Por el contrario, hay que reanimarla con un gran cambio, sobre la base de la democracia, la autogestión, la libre organización, la eliminación de la autocracia y la burocracia y la extensión al máximo del poder de los productores.

Inviato da: boletín solidario de información Correspondencia de Prensa