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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Cina in America Latina

Cina in America Latina

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GLI INTERESSI DELLA CINA IN AMERICA LATINA

Virginia de la Siega*

[Da Kaosenlared (http://www.kaosenlared.net/)]

 

 

 

[È sempre più evidente che la Cina ha ormai compiuto i suoi primi passi come potenza imperialista emergente. Intende forse sostituire gli Stati Uniti nel ruolo di principale potenza della regione? Sicuramente no. Finora, la Repubblica Popolare Cinese (RPC) ha dimostrato che la sua preoccupazione prevalente è quella di non alterare i propri rapporti con gli USA, ritenendoli  della massima importanza dal punto di vista strategico ed economico. Tutt’al più, la RPC sarebbe disposta a riempire le aree d’influenza lasciate vuote dagli Stati Uniti. Per quanto riguarda le economie latinoamericane più forti, quello che cerca – con risultati diversi – è di approfittare del potere triangolare creato dalla politica cinese.]

 

 

Ormai da un trentennio, la Repubblica Popolare Cinese sta diventando una potenza mondiale. Costituisce la terza economia del mondo, dopo gli Stati Uniti e il Giappone, e sta superando la Germania come prima potenza esportatrice mondiale. Del resto, ormai non si può più dire che la maggior parte delle esportazioni cinesi siano prodotti a basso valore aggiunto e tecnologicamente arretrati. La Cina è il maggior produttore mondiale di turbine eoliche e pannelli solari e lo scorso anno ha raddoppiato le sue vendite di auto, arrivando a oltre 6 milioni di veicoli al mese, superando gli Stati Uniti. Se a questo si aggiunge che il bilancio della sua Difesa è il terzo mondiale e che la sua popolazione (1.300 milioni di persone) è la più numerosa del globo, diventa chiaro che la PRC non ha petrolio sufficiente e ha bisogno di partner commerciali per sostenere il proprio sviluppo.

La Cina costituisce un pezzo chiave dello scenario politico globale. Oltre al ruolo strategico che svolge nella geopolitica dell’Asia e al suo statuto di potenza nucleare, è membro del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, del Gruppo dei 77 Paesi in Via di Sviluppo e del Gruppo di Cooperazione Economica dell’Asia del Pacifico. L’influenza cinese si estende inoltre all’America Latina, come dimostrano la sua partecipazione alla Banca Interamericana di Sviluppo, il suo statuto di Osservatore nell’Organizzazione degli Stati Americani e la presenza di una missione di pace cinese ad Haiti.

È sempre più evidente che la Cina ha ormai compiuto un primo passo come potenza mondiale emergente. In tutto il mondo in via di sviluppo, soprattutto in America Latina e nel Sud-Est asiatico, la sua presenza diplomatica e la sua influenza economica (il cosiddetto “soft power”) si rafforzano di giorno in giorno, grazie al finanziamento di opere infrastrutturali e di progetti per l’estrazione di  risorse naturali, all’assistenza nella realizzazione concreta di programmi per lo sviluppo e alla partecipazione di imprese statali cinesi a joint ventures in vari paesi emergenti. Sebbene la Cina rappresenti ancora una fonte secondaria di sostegno a livello mondiale in termini globali di sovvenzioni per lo sviluppo, se si includono i suoi prestiti e le sue concessioni commerciali, l’assistenza tecnica e gli investimenti in cui lo Stato cinese svolge un ruolo diretto e sussidiario, la RPC diventa allora una fonte di aiuto economico molto importante (Thomas Lum, China’s Assistence and Gouvernamental-Sponsored Investment Activities in Africa, Latin America and Southeast Asia, Report for (US) Congress Prepared for Members and Committees of Congress, 25 novembre 2009).

Si presta molta attenzione al ruolo che la Cina svolge in Africa. Non dovrebbe passare inosservato, tuttavia, quello che svolge in America latina. Il commercio bilaterale tra PRC e America Latina si è espanso in maniera significativa dopo il novembre 2004, quando il Presidente cinese Hu Jintao ha promesso di investire nella regione 100 miliardi di dollari.

Stando al ministero del Commercio cinese, gli investimenti della Cina sono aumentati dai 200 milioni di dollari annui del 1975 a 70,20 miliardi per l’anno 2006, e arriveranno a 100 miliardi di dollari annui nel 2010 (“Cina Undermines U. S. in Latin America”, in Latin Business Cronicle, 4 giugno 2007). Anche se dal punto di vista quantitativo i dati della Cina sono molto inferiori a quelli degli Stati Uniti (560 miliardi di dollari) o della UE (250 miliardi di dollari), la tendenza è comunque significativa. Un sintomo dell’importanza attribuita alla regione dalla RPC è la pubblicazione, per la prima volta, di uno studio sull’America Latina, il 5 novembre 2008. I rapporti commerciali e di investimento si completano con altri contatti che comprendono reciproco scambio di delegazioni di funzionari politici, culturali, commerciali e militari ad alto livello, e la partecipazione della Cina in seno alle già citate istituzioni latinoamericane.

 

 

La duplice strategia della Cina in America Latina

 

La RPC ha due strategie per l’America Latina. La prima è economica: garantirsi l’accesso alle materie prime di cui ha bisogno per il proprio sviluppo economico e aprire nuovi mercati per i suoi prodotti manifatturieri. La seconda strategia è diplomatica: essere riconosciuta da quei paesi che ancora considerano il governo di Taiwan il vero governo cinese.

Nella prima strategia hanno un ruolo importante Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Ecuador, Messico, Panama, Perù, Venezuela e Cuba.

Il Brasile, prima economia della zona, è di gran lunga il socio principale della Cina, sia come mercato per i prodotti di questa, sia come fonte di materie prime. Il Brasile garantisce alla Cina il 45% delle sue importazioni di soia e fornisce altri prodotti agricoli, nonché ferro e petrolio. La RPC ha avviato vari progetti di collaborazione con il Brasile in questi settori. La situazione del Brasile, un enorme paese con un’economia con medi redditi, ne fa un mercato importante per la destinazione della produzione elettronica e dei macchinari cinesi, come pure dei prodotti che richiedono elevata intensità di manodopera, ad esempio le scarpe e i giocattoli. Il Brasile dispone di un’industria nucleare e di riserve d’uranio che sono importanti per la Cina, in quanto questa ha bisogno di allargare la propria industria nucleare per soddisfare i propri bisogni energetici. L’industria aerospaziale brasiliana offre varie opportunità di collaborazione con la Cina, compreso l’interscambio di tecnologie.

La recessione globale enfatizza ed accresce l’interesse della Cina per il Brasile. Mentre le esportazioni brasiliane negli Stati Uniti sono scese (37,8%), nel primo quadrimestre del 2009 le esportazioni verso la Cina sono aumentate (62,7%). Nella prima metà del 2009, quindi, la Cina è diventata la prima destinataria delle esportazioni brasiliane. Anche la Cina svolge un ruolo chiave per il Brasile, finanziandone i progetti di sviluppo delle nuove riserve petrolifere offshore nei giacimenti petroliferi di Campos e Santos. Quando nel maggio del 2009 Cina e Brasile hanno firmato un accordo in base al quale la Banca di Sviluppo della Cina concedeva un prestito di 10 miliardi di dollari, il presidente della PETROBRAS, Sergio Gabrielli, ha affermato: «Non c’è nessuno nel governo degli Stati Uniti con il quale ci si possa sedere ed avere il tipo di discussioni che stiamo avendo con il governo cinese» (The Wall Street Journal, 18 maggio 2009). L’accordo stabilisce la concessione del prestito dietro la garanzia della fornitura di un quantitativo fisso di petrolio per i prossimi dieci anni. Entrambi i paesi hanno inoltre partecipato a una serie di joint ventures, che comprendono la produzione di aerei, il progetto “Satellite Cino-Brasiliano di Risorse Terrestri” (CBERS) e altri progetti di collaborazione spaziale.

Come per il Brasile, la politica economica cinese verso l’Argentina, l’altra grande economia sudamericana, non si limita all’acquisto di risorse naturali. L’Argentina collabora con la Cina a programmi spaziali, ad esempio un progetto satellitare in collaborazione con l’Università di San Juan, e coopera al progetto di un reattore nucleare di nuova generazione.

Naturalmente, l’interesse principale della Cina in Argentina si concentra nel settore minerario e in quello petrolifero. Nel 2003, la CNPC (Compagnia Nazionale Petrolifera Cinese) ha acquistato parte della società argentina di petrolio e gas Pluspetrol, operante nel Nord dell’Argentina e in Perù. A questo vanno aggiunti gli investimenti della compagnia cino-angolana Sonogol. Nel maggio 2010, la CNOOC (Compagnia Nazionale Cinese per l’Estrazione Petrolifera Offshore) ha acquistato il 50% degli interessi della società argentina Bridas Holdings, per 3,100 miliardi di dollari. Si parla inoltre di colloqui tra la ditta spagnola Repsol-YPF e la CNOOC per l’acquisto di una partecipazione nella Repsol YPF d’Argentina – anche se l’affare non si è ancora concluso. Gli Stati Uniti guardano con molta preoccupazione agli accordi finanziari con cui la RPC agevola il proprio commercio con l’Argentina. Nel marzo 2009, la Cina ha sottoscritto uno scambio di debito con l’Argentina per 10,200 miliardi di dollari (La Nación [Argentina], 31 marzo 2009), che costituisce per il governo statunitense una sfida crescente al primato del dollaro come moneta di riserva internazionale (Nación [Costarica], 31 marzo 2009). Va fatto notare che il presidente brasiliano Lula si è esplicitamente dichiarato favorevole a lavorare con la Cina, per prendere le distanze dal dollaro, durante il suo viaggio in Cina nel maggio 2009 (Xinhua News Agency, 27 maggio 2009).

La RPC cerca di convincere anche l’Argentina a comperare i propri prodotti manifatturieri, ma qui il rapporto è più conflittuale perché l’Argentina ha in programma di sviluppare nuovamente alcuni settori industriali propri.

La Cina costituisce un socio decisivo per il Perù e il Cile, due dei tre membri latinoamericani della APEC (Agenzia di Collaborazione Economica Asia-Pacifico). Secondo dati ONU, nel 2007 quasi il 40% delle esportazioni cilene si è rivolto a quest’area, in particolare alla Cina. Per il Perù, il dato era del 19%. Questo ha indotto paesi come la Colombia e il Costarica a sollecitare l’ingresso nell’APEC.

La RPC ha investito in Perù nei settori di gas e petrolio. La Cina ha comperato flotte di pescherecci  e fabbriche per la lavorazione del prodotto della pesca, e ha inoltre investito nelle miniere di Toromocho, Río Blanco e Maracona. Niente di sorprendente, se si considera che l’84,2% delle esportazioni del Perù in Cina sono: rame, farina di pesce e minerale ferroso.

La RPC è interessata alle risorse boliviane di gas e ferro. La Bolivia possiede la seconda riserva di gas naturale del Sudamerica, superata soltanto dal Venezuela. La mancanza di accesso al mare della Bolivia costituisce un problema, ma l’introduzione di nuove tecnologie, ad esempio la liquefazione del gas e il suo impiego per la produzione di altri combustibili, aumentano le possibilità di esportare in Cina gas boliviano. Evo Morales ha anche avviato una serie di altre opportunità per accrescere la presenza cinese nel paese: il conglomerato cinese Shandong Llueng ha ottenuto la concessione per lo sviluppo, in tutto o in parte, dei depositi di ferro di El Mutún, una delle maggiori miniere, se non la maggiore riserva, di ferro del mondo; e le imprese petrolifere cinesi hanno sottoscritto accordi per aiutare YPFB a superare i problemi di insufficienza di capitali e di personale qualificato causati dalla nazionalizzazione del petrolio.

Sono enormi anche gli investimenti in Ecuador ed hanno avuto ripercussioni sulla politica estera del paese. La Cina ha investito in installazioni petrolifere, opere portuali e oleodotti. Nel 2003, la Cina ha partecipato agli appalti delle concessioni dei principali giacimenti petroliferi ecuadoriani. Le operazioni petrolifere cui ha partecipato la CNPC hanno causato seri problemi con le popolazioni indigene a Tararoa e Sucumbios, soprattutto per lo scarso interesse da parte degli investitori cinesi per la salvaguardia dell’ambiente. La decisione del presidente Rafael Correa di non rinnovare l’accordo che consentiva agli Stati Uniti l’accesso alla base militare di Manta è stato il primo passo indispensabile per invitare i cinesi a sviluppare un aeroporto che rappresenterà l’asse dei voli trans-Pacifico anche se – va detto – la Cina non lo ha mai lasciato esplicitamente intendere.

La Cina ha inoltre effettuato investimenti e avviato joint ventures con imprese statali petrolifere e di estrazioni di minerali come la PdVSA del Venezuela e Cubaniquel di Cuba.

Un po’ diverso è il caso di Panama, data la sua posizione strategica. Sia le esportazioni di materie prime da Panama, sia le sue potenzialità come mercato importatore sono insignificanti. Tuttavia, come proprietario del Canale di Panama, il paese ha per la Cina un valore strategico enorme. La società Hutchinson-Whampoa della RPC, che a quanto risulta è legata all’Esercito di Liberazione Popolare della Cina, ha proprietà a tutti e due gli estremi del Canale, il che le offre grande possibilità di sorvegliare il traffico militare e commerciale del canale ed eventualmente stabilire future operazioni di controllo del transito da questa posizione operativa strategica.

La strategia diplomatica cinese riguarda soprattutto l’America Centrale e i Caraibi. Qui, l’asse della RPC si situa nell’utilizzo di sostegni economici e diplomatici per assicurarsi il riconoscimento del proprio governo da quei paesi che ancora riconoscono Taiwan come governo legale della Cina. Dei 23 paesi che ancora riconoscono Taiwan, 11 si trovano in questa zona. Finora, solo il Costarica ha cambiato alleanza, nel 2007, e ha ricevuto in premio la visita di Hu Jintao nel 2008, per l’inaugurazione di un nuovo stadio di calcio donato dalla RPC.

 

 

Chi si avvantaggia?

 

I rapporti commerciali tra Cina e America Latina non sono paritetici. A partire dal 2005, il disavanzo commerciale dei paesi latinoamericani con la Cina si è invertito. Attualmente, il 93% delle esportazioni dalla Cina all’America Centrale e al Sudamerica consiste in prodotti manifatturieri (25% di tessili e vestiario, 44% di macchinari e impianti). Questo si sta ripercuotendo negativamente sui tentativi della maggioranza delle economie latinoamericane di sviluppare la propria industria locale e comincia a creare problemi.

Il Messico, terzo membro latinoamericano dell’APEC, si è visto particolarmente minacciato, per due ragioni: i suoi stretti legami con l’economia statunitense e la concorrenza tra le esportazioni cinesi e quelle messicane. Dei 20 settori esportatori del Messico, 12 sono in aperta concorrenza con la Cina. Questo non solo riduce le possibilità messicane di destinare alla Cina solo un 3% del totale delle sue esportazioni, ma incide anche sui rapporti commerciali di questo paese con gli Stati Uniti: nel 2003 la Cina ha spiazzato il Messico dalla sua posizione di secondo esportatore verso gli USA. Con un passivo commerciale di 28 miliardi di dollari con la Cina, non c’è da stupirsi che il governo messicano voglia rivedere i suoi accordi commerciali. Un funzionario del governo messicano si lamentava del fatto che «per ogni 30 dollari di merci cinesi che importa il Messico, esportiamo in Cina solo 1 dollaro di merci messicane».

Qualcosa di simile capita con l’industria tessile in America Centrale, che sta cominciando ad essere asfissiata dalle esportazioni tessili cinesi.

Un altro esempio di tensione nei rapporti con le principali economie dell’America Latina è il caso argentino. L’Argentina fornisce il 23% di tutti i prodotti a base di soia importati dalla RPC. La Cina ha sospeso una commessa di oltre 2 milioni di tonnellate di olio di soia che era già parzialmente in transito, perché l’Argentina aveva deciso tassare le scarpe importate dalla Cina per proteggere i produttori locali. Il passivo commerciale dell’Argentina con la Cina ha raggiunto 1,200 miliardi di dollari e nei primi due mesi del 2010 è stato di 600 milioni di dollari. Il governo argentino non vuole che il passivo aumenti. La risposta cinese non ha niente da invidiare a quella di qualsiasi paese imperialista quando i suoi “diritti commerciali” si vedono minacciati da un paese emergente che vuole difendere i propri.

Fondamentalmente, i paesi latinoamericani si trovano di fronte a due problemi con gli investimenti della Cina: 1) lo scopo principale di quest’ultima è quello di rispondere alle proprie esigenze di sviluppo agevolando l’esportazione di materie prime, imponendo nella maggior parte dei casi richieste che possono arrivare fino al fatto che un parte notevole del progetto per ottenerle e trasformarle sia effettuato o in Cina o da parte di compagnie cinesi; 2) vari governi sostengono che il livello degli investimenti diretti cinesi nella regione non è poi così elevato come sembra, visto che un’alta percentuale delle cifre ufficiali finiscono nei paradisi fiscali.

Quello che è chiaro è che il commercio cinese con l’America Latina ha provocato un boom nei settori esportatori della regione in paesi come l’Argentina, il Brasile, il Cile, il Perù e il Venezuela, ma al tempo stesso i settori manifatturieri latinoamericani hanno subito ripercussioni negative dall’espansione della concorrenza delle merci cinesi. La situazione è ancora peggiore per i paesi o le regioni con grandi settori manifatturieri e con settori esportatori di materie prime limitati, ad esempio il Messico e l’America Centrale.

 

 

La Cina: l’ultima arrivata nell’orto di casa degli Stati Uniti

 

La Cina vuole forse rimpiazzare gli Stati Uniti come principale potenza nella regione? Assolutamente no. Fino a questo momento, la Cina ha dimostrato chiaramente che la sua principale preoccupazione non è quella di alterare i suoi rapporti con gli USA, che ritiene della massima importanza dal punto di vista strategico ed economico. Al massimo, essa sarebbe disponibile ad occupare gli spazi di influenza lasciati vuoti dagli USA. Per quanto riguarda le economie latinoamericane più forti, queste cercano, con esito diverso, di approfittare del potere triangolare creato dalla politica cinese.

La preoccupazione della Cina di non guastare il proprio legame con gli USA incide sui suoi rapporti con il Venezuela, la Bolivia, l’Ecuador e soprattutto con Cuba. La Cina ha sottoscritto accordi militari con il Venezuela, ma questo non significa che appoggi il regime bolivariano. Se lo fa, controvoglia, è perché è costretta dal suo bisogno di petrolio. Entro certi limiti, la Cina sta riempiendo un vuoto creato dal deterioramento dei rapporti politico-militari tra Venezuela e Stati Uniti. Il fatto che il governo venezuelano abbia scoraggiato le operazioni di società cinesi come la CNPC dimostra come i rapporti tra i due paesi non siano esenti da contraddizioni.

Il rapporto con Cuba è un po’ diverso da quello con il Venezuela. A parte l’ottica pragmatica della politica estera cinese, gioca comunque un po’ il fattore ideologico. I rapporti economici sono più stretti, e la Cina viene prima della Spagna ed è superata solo dal Venezuela come partner commerciale di Cuba. La Cina ha anche svolto un ruolo chiave nell’ammodernamento del sistema di difesa aerea cubano e vi sono spesso interscambi di delegazioni militari ad alto livello. Cuba rifornisce la RPC di materiali strategici e prodotti agricoli. Oltre allo zucchero, Cuba ha giacimenti petroliferi nelle profondità marine e le maggiori riserve mondiali di nichel. Nel gennaio 2005, la gigantesca società cinese di petrolio e gas Sinopec Corp ha sottoscritto un accordo con l’impresa statale cubana Cubapetróleo (Cupet) per la produzione comune di petrolio nell’isola. Naturalmente, non è un rapporto privo di problemi. Una joint venture per 500 milioni di dollari, per produrre 68.000 tonnellate annue di ferro-nichel nella zona orientale di Cuba, sottoscritta da Cubaniquel e dalla società cinese MinMetals Corp, è stata bruscamente annullata senza spiegazioni e la concessione è passata al Venezuela.

 

 

Conclusioni

 

Non possiamo che fare elucubrazioni sul futuro sviluppo dei rapporti tra Cina e America Latina, anche se alcune tendenze cominciano a emergere:

1)     La RPC non ha alcun interesse a rovinare i propri rapporti economici e politico-strategici con gli Stati Uniti. Il suo rapporto con i governi di Venezuela, Bolivia, Ecuador e Cuba si riduce soprattutto a rapporti commerciali di cui risulta praticamente l’unica beneficiaria.

2)     Il rapporto tra la RPC e l’America Latina non è un rapporto tra pari, per il potenziale economico della prima e i limiti della seconda. Questo costituisce una fonte di conflitti continui con le economie emergenti – Messico e Argentina – che hanno piani per lo sviluppo di un’industria autonoma e che innalzano barriere per difendere dalle esportazioni cinesi i loro prodotti locali.

3)     Altra fonte di conflitto con gli investimenti cinesi diretti è il fatto che questi ricercano elevati livelli di utili, senza preoccuparsi delle condizioni sociali, di quelle lavorative e dell’ambiente. Questo ha già creato problemi con le popolazioni native di Ecuador, Perù, Venezuela e Argentina.

SullVedi anche Cina - politica estera

* Virginia de la Siega è membro della Commissione Internazionale del Nuovo Partito Anticapitalista (NPA) francese.

(Inviato da Boletín solidario de información - Correspondencia de Prensa. 17/9/10 Traduzione dallo spagnolo di Titti Pierini 19/9/10)

 

 



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