Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Bufale

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Bufale

  

La morte in combattimento di un nostro “incursore” in Afghanistan è stata minimizzata dai grandi media. Forse questa volta sarebbe stato più facile presentare Alessandro Romani come un “eroe”, ma più difficile ripetere la consueta bufala della “missione di pace”. Quindi la notizia è stata minimizzata. Pochi accenni appena al “Col Moschin” e alla “Task Force 45” (i corpi d’elite del nostro esercito alle dirette dipendenze della NATO, specializzati nelle eliminazioni di “nemici) di cui faceva parte Romani.

Preziosa, come “arma di distrazione di massa”, è stata la bufala sulla “cellula” di sei “terroristi” algerini che a Londra “erano pronti a colpire il papa”… Presentati come “estremisti islamici”, in realtà avevano destato sospetti nella polizia britannica semplicemente per una chiacchierata davanti a una birra (tipica bevanda dei fondamentalisti…) nel corso della quale avevano espresso la loro antipatia per il pontefice romano. Che crimine! Lo commetto anch’io spesso, quando mi trovo come notizia d’apertura di telegiornale qualsiasi insignificante attività dell’Ayatollah del Vaticano, o quando scopro che la presenza della Chiesa in Italia è talmente invadente che non si limita a benedire la scuola “pubblica” della Lega a Adro, ma si impossessa perfino della celebrazione dell’anniversario della breccia di Porta Pia…

Comunque “il vile attentato” di Londra (senza che fossero stati trovati esplosivi, armi, neppure una cartina della città, come era stato sufficiente in altri casi per sbattere i mostri in prima pagina), almeno per qualche giorno è servito come diversivo qui in Italia.

 

Poi dall’Afghanistan è arrivata un’altra notizia imbarazzante, da rimuovere quanto prima o da coprire amplificando e deformando una notizia di segno opposto. Sono stati identificati, dopo la denuncia del padre di un commilitone, 5 marines che uccidevano innocentissimi civili afghani scelti a caso, per divertimento, e per collezionarne dita e teschi che conservavano negli armadietti.

La notizia – che rende ancor più difficile spacciare per missione di civiltà l’invasione dell’Afghanistan – l’ha data Rai News (ex 24) nelle sue ultime apparizioni sullo schermo (a giorni si potrà ascoltare solo su internet), ma non l’hanno inventata Corradino Mineo o Iman Sabbah: è stata pubblicata con rilievo e sdegno dall’autorevole “Washington Post”. Autorevole, è chiaro, solo per me, non per i provincialissimi media italiani.

Ovvio che il TG1 abbia semplicemente taciuto la notizia, ma anche il “Corriere della sera” l’ha rifilata in poche righe in un pastone sotto un titolo diversissimo. Per Minzolini non c’era dubbio, ed era l’apertura del TG di domenica sera: “i talibani colpiscono 8 bimbi afghani”. Perché avrebbero dovuto farlo, ci si domanda? Forse perché i talibani sarebbero diventati “pedofobi” per differenziarsi dai preti pedofili? Macché. Semplicemente non era vero: i bambini erano saltati in aria mentre giocavano con un ordigno inesploso.

Secondo il “Corriere” del 20/9 si trattava però sicuramente di un “razzo talibano” (forse lo hanno capito perché declamava versetti del Corano…). In realtà il giornalista non sa neppure se “il razzo esploso in mezzo ai bambini” fosse stato “lanciato dai talibani per boicottare il voto”, o se fosse un ordigno “piazzato lì per un attentato mai avvenuto”. Neanche a pensare che, come in Vietnam o nel Libano o in ogni guerra moderna (compresa la seconda guerra mondiale in Italia) i bambini potessero essere stati attratti da qualche bomba o mina inesplosa di cui, dopo la deflagrazione, diventa difficile accertare la provenienza, e che comunque non sarebbe stata lì se il paese non fosse stato invaso…

L’unica cosa certa è che in coda a questo articolo figura, senza titolo e in poche righe, la notizia dei marines assassini che si voleva nascondere senza tacerla del tutto… Più o meno stessa velina per tutti i grandi quotidiani di informazione (unica eccezione “la Stampa”…).

Il risultato è che – “a nome degli italiani” – può continuare a parlare facendo retorica bolsa, volgare e fascista il ridicolo ministro La Russa. Sorvolando su tutti i sondaggi che rivelano percentuali molte alte a favore del ritiro da questa guerra assurda e criminale, votata pressoché all’unanimità dalle due camere. Se l’opposizione apre bocca, è al massimo per chiedere che il governo “riferisca in aula”…  Le famiglie dei caduti, intanto, protestano per l'ipocrisia di mascherare come "operazione di pace" la guerra in Afghanistan: un'ipocrisia che dovrebbe  - senza riuscirci - ingannare l'opinione pubblica, ma intanto serve anche a negare a vedove e orfani i trattamenti previsti in caso di guerra.

(20/9/10)

 

Bufale e provincialismo: chiacchiere su Cuba

 

Ho dovuto parlare spesso di questi tempi, sul sito e anche su Il megafonoquotidiano, delle interviste e dichiarazioni di Fidel. Con imbarazzo crescente, soprattutto per l’avallo dato da Castro a un personaggio incredibile come Jeffrey Goldberg. Che ci fosse qualche imbarazzo anche a Cuba lo si è potuto d’altra parte capire dal ritardo con cui è apparsa una traduzione dell’intervista su un sito ufficiale.

Ora il testo (tradotto dall’inglese) è apparso anche sul numero 864 di “Internazionale”, in edicola per questa settimana, e chiunque può verificare che comunque lo “scandalo” si riduceva a poca cosa.

Più o meno come era accaduto per un’altra intervista, data però a una giornalista seria come Carmen Lira Saade, direttrice del quotidiano messicano La Jornada, sulla questione della repressione dell’omosessualità, su cui era stato fatto un gran rumore. Ci si soffermava però soprattutto su quello che già si sapeva da un pezzo, sorvolando sulle ammissioni sui vergognosi rapporti tra i dirigenti di Cuba e un presidente del Messico eletto con clamorosi brogli. Questo aspetto evidentemente non appariva molto interessante per i media italiani.

Al commento fatto a caldo allora in L’intervista di Fidel, aggiungo un elemento che rende ancora più discutibili i rapporti di amicizia tra Fidel e Carlos Salinas de Gortari: per oltre sei mesi i cubani non furono informati sull’insorgenza zapatista nel Chiapas (ma io che nel 1994 sono stato a lungo a Cuba ricordo con quanta avidità molti cubani cercavano di procurarsi un quotidiano messicano o europeo per sapere su Marcos qualcosa in più di quanto circolava attraverso la cosiddetta Radio Bemba, la circolazione informale delle notizie da persona a persona). Poi, il “Granma” diede una prima informazione attraverso… un’intervista al presidente Salinas de Gortari! Come se in Messico, nel 1958, per informare sulla guerriglia castrista, si fosse chiesta un’intervista a Batista!

Ma queste cose, ripeto, interessavano poco o neppure venivano notate dai giornalisti italiani, che continuavano a parlare dell’omosessualità come se fosse il problema principale della Cuba di oggi: naturalmente, anche senza nessuna forma di repressione, i pregiudizi ci sono ancora, come ci sono quelli di colore e di genere, di cui si parla meno o non si parla per niente, qui. Ci sono, ma più o meno come da noi.

La seconda intervista, quella a Jeffrey Goldberg di The Atlantic, ha avuto la stessa sorte: l’attenzione dei media italiani si è concentrata soprattutto sulla scivolata (graditissima alla maggior parte dei mass media, perché condivisa) sulla “natura eterna” o almeno bimillenaria dell’antisemitismo. Su questa concessione a uno dei luoghi comuni fondamentali della propaganda sionista, argomentata facendo confusione tra la giudeofobia religiosa dei cattolici (di cui Fidel aveva un ricordo d’infanzia) e l’antisemitismo vero e proprio, Fidel ha dovuto fare qualche parziale correzione e distinguo, presumibilmente suggeriti da qualche collaboratore un po’ più informato, ma ormai il pasticcio era stato fatto. Per giunta quasi tutti i giornali si sono lanciati sul rimprovero a Ahmadinejad, sempre utile per gli amici di Israele, e formalmente scorretto: giusto denunciare l’antisemitismo, ma rifiutare l’assolutizzazione dell’Olocausto (la pretesa di unicità in un mondo segnato da tanti genocidii e da persecuzioni in atto nei confronti di tante popolazioni) non è esattamente antisemitismo. Fidel insomma si è avventurato su un terreno da lui poco conosciuto, dando tra l’altro imprudentemente per scontato che l’Iran non vuole “rinunciare all’armamento nucleare”, mentre l’Iran ha sempre ribadito di volere solo il nucleare civile.

 

L’altra “novità” su cui si sono lanciati entusiasticamente i giornali, è la presunta autocritica sulla “Crisi dei missili”, che non risulta assolutamente nuova. Prima di tutto va ricordato che Castro aveva pubblicato tutte le lettere scambiate con Chrusciov, e aveva ammesso anche con Robert McNamara, ex segretario alla Difesa statunitense, in visita a Cuba nel gennaio 1992 di aver saputo che tra le armi sovietiche installate nell’isola erano presenti ogive nucleari. Aveva ribadito che era disposto a correre il rischio che Cuba sparisse dalla carta geografica in caso di guerra atomica tra le due superpotenze. C’era stato anche un mezzo dialogo sul tema con Kennedy, attraverso la mediazione del giornalista francese Jean Daniel, ma era stato spezzato dall’assassinio del presidente.

Se si va a vedere cosa ha detto veramente Fidel (poche parole) e cosa ha scritto per pagine e pagine lo scorrettissimo Goldberg riferendo le proprie domande e interpretazioni, si ha la conferma che dunque in quell’intervista non c’è nulla di nuovo e di sensazionale. Anzi, l’unica frase sicuramente di Fidel è sostanzialmente banale: “Dopo aver visto quel che ho visto, e sapendo quello che so oggi, in definitiva non valeva la pena” [di rischiare un conflitto nucleare] - (Después de haber visto lo que he visto, y sabiendo lo que se hoy, definitivamente no valía la pena).

Lo avevo già scritto nel primo commento in Fidel imprudente: la precisazione successiva di Castro conferma che quel che non aveva immaginato o saputo allora, riguardava la coerenza del gruppo dirigente sovietico. Peccato che abbia impiegato tanti anni per tirarne le conclusioni, mentre Guevara, che come lui si era illuso inizialmente sull’impegno dei “fratelli” di oltre Atlantico a difendere Cuba, aveva proprio in quel 1962 cominciato la sua riflessione sulla natura dell’URSS.

 

A mio parere non era una novità sensazionale neppure l’accenno al “modello” cubano che non funziona. Fidel in passato, prima della malattia, ne aveva fatte tante di critiche, anche più precise. Naturalmente le poteva fare solo lui, “capo del governo e dell’opposizione”. Casomai bisognerebbe capire cos’è questo “modello cubano”. Fidel Castro ha sempre insistito sull’originalità di Cuba, ed è giusto se si riferisce al primo decennio dopo la vittoria su Batista, ma dai primi anni Settanta l’assimilazione strutturale e culturale all’URSS era andata molto avanti. Lo stesso Fidel Castro era stato ridimensionato, lasciandolo come figura simbolica, ma aveva dovuto accettare una per lui fastidiosissima collegialità con gli uomini di Mosca: per circa quindici anni, cioè fino alla rectificación de errores del 1986, e alla “riscoperta” di Guevara del 1987, aveva dovuto leggere i suoi discorsi perché doveva farli approvare preventivamente. Una condizione pesante per uno dei più grandi e affascinanti oratori del XX secolo!

L’originalità di Cuba era rimasta nel cuore e nel cervello di una consistente minoranza rivoluzionaria, ma il sistema elettorale, l’amministrazione, l’informazione, la Securidad, il sistema educativo, erano stati sempre più ricalcati su quello sovietico. Tanto più che presto, per contrasti nel gruppo dirigente, la rectificación de errores si era trasformata presto in ratificación de horrores

 

Quello che mi ha indignato, è la disponibilità dei media a soffermarsi su affermazioni non nuove e comunque scontate, facendo dietrologie (Fidel appoggia Raúl, o lo sta criticando?), sorvolando sulla tragedia dello smantellamento di parte delle conquiste della rivoluzione, e sul silenzio di Fidel su questo: i 500.000 licenziamenti annunciati, la riduzione drastica di quella che noi chiamiamo cassa integrazione e dell’indennità di disoccupazione, subordinata all’accettazione incondizionata di nuovi lavori in settori e in zone non gradite, l’allungamento dell’età pensionabile, ecc. Mi sembra più importante discutere sulle misure “alternative” per uscire dalla crisi: ad esempio, come osserva Guillermo Almeyra, permettono di vendere a stranieri, per 99 anni, case a Cuba, mentre i cubani non possono acquistarle; progettano di costruire campi di golf a 18 buche (per stranieri), che assorbono enormi quantitativi d’acqua e di risorse, mentre si sopprimono invece il magro sussidio di disoccupazione o la gratuità delle sepolture. Almeyra - Cuba (It)

Di questo però Fidel non parla: farlo sarebbe il vero sensazionale ripensamento! Infatti questa politica è la continuazione di quella degli ultimi venti anni, con la costruzione di alberghi lussuosissimi, costosi per lo Stato e ottimo affare per i capitalisti stranieri, mentre si contraeva il tenore di vita della maggior parte dei cubani, e comparivano preoccupanti disuguaglianze tra chi viveva del suo lavoro e chi si proiettava da parassita verso il mondo dorato del turismo. Ne avevo parlato da anni, in tutti i miei scritti su Cuba, ora inseriti nel sito (I grandi nodi del Novecento/ Cuba, protagonisti e periodizzazione).

Invece Castro dà fiducia a un campione dell’imperialismo USA e dello Stato di Israele come Goldberg, e credito al ciarlatano Daniel Estulin, e al suo libro “Los secretos del Club Bilderberg”. A queste fantasticherie ha dedicato ben tre delle sue “Reflexiones del compañero Fidel”, di ben 95.800 battute, che hanno occupato la metà di tre numeri del misero quotidiano “Granma”. Non le inserisco, ma le spedirò nel testo originale a chi non ha la pazienza di cercarle su Internet (in Cuba Debate) tra le centinaia di “Reflexiones del compañero Fidel” e me le chiede.

Qualcuno ha parlato di un attacco di “avuelismo” (l’avuelo è il nonno, ma avuelismo non si può rendere con “nonnismo”, che da noi ha altro significato: direi piuttosto “il complesso di essere il nonno della patria…”). In sostanza , ed è la tesi di Goldberg, Castro si starebbe “reinventando” come vecchio saggio. Dice a volte anche cose giuste: ad esempio non sbaglia a parlare di pericolo di guerra nucleare, anche se non sembra che ci sia stato ora un salto qualitativo rispetto ai pericoli in atto almeno dal 1991, quando vi fu il primo attacco all’Iraq, il primo di una luna terribile serie. Ma sarebbe bene che, quali che siano stati i suoi straordinari meriti nell’aver pensato e guidato una rivoluzione che a tutti sembrava impossibile, Fidel Castro non debba avere l’esclusiva della parola a Cuba, dove esistono moltissimi veri “esperti” di politica estera (e interna) ben più seri di Goldberg, ma non hanno accesso che raramente alla stampa, e sono comunque costretti a sfumare e attenuare il loro pensiero fino a renderlo comprensibile solo a chi sa “decrittarlo”.

Come concludeva Almeyra, sui drammatici problemi di Cuba sarebbe necessario aprire una discussione vera, premessa di ogni decisione: è possibile che l’Assemblea Nazionale si riunisca solo per ratificare in un giorno le decisioni dei vertici del partito? Possibile che il congresso sia stato sempre rinviato da anni? Lo si considera una perdita di tempo rispetto alle riunioni dell’apparato? Perché non si ascoltano la voce e i suggerimenti di coloro che dovranno subire le conseguenze delle “riforme” annunciate, e che dovranno pagarne il prezzo?  L'unica misura presa, senza discussione, è la periodica destituzione di qualche ministro, oggi quella dell'Industria di Base, Yadira Garcia, in luglio quello della Sanità, José Ramon Balaguer, nel 2009 quella del vicepresidente Carlos Lage e del ministro degli Esteri FelipePérez Roque...

Di questo non c’è traccia nelle interviste e “riflessioni” di Fidel. Gli echi che queste hanno avuto mi ha spinto a parlarne ancora, ma credo che se si è ridotto a fare il vecchio “nonno”, che capricciosamente fa aprire anche in giorno di chiusura l’acquario per portarci a giocare con i delfini Jeffrey Goldberg, la sua traduttrice Julia Sweig e la sua amica cubana (Adela Dworin, presidente della comunità ebraica), sarebbe meglio d’ora in poi di ignorarne le esternazioni, per non offuscare con banalità l’immagine di quello che è stato, nonostante i non pochi errori, un grande dirigente che ha giganteggiato nel secolo scorso.

(a.m. 21/9/10)

Appendice

Il rovescio della medaglia: retorica e frasi fatte

(dal notiziario dell’Associazione di Amicizia Italia-Cuba - Prensa Latina)

Un esempio da manuale di “informazione” acritica

 

1) Appello dell'organizzazione sindacale cubana a raggiungere l'efficienza nel lavoro

 

13.9 ­ Un appello a raggiungere l'efficienza nel lavoro e a utilizzare meglio le risorse disponibili per soddisfare le necessità del paese è stato fatto dalla Centrale dei Lavoratori di Cuba (CTC) in un pronunciamento diffuso oggi a La Habana. Cuba affronta l'urgenza di avanzare economicamente, di organizzare meglio la produzione, di potenziare le riserve di produttività ed elevarle, di migliorare la disciplina e l'efficienza, e ciò sarà possibile solo mediante il lavoro degno e sacro del popolo, indica il documento. Riafferma che oggi più che mai sono vive e inalterabili la volontà e la determinazione di continuare la costruzione del socialismo, e di procedere nello sviluppo e nell'attualizzazione del modello economico. In corrispondenza a questo processo, sottolinea il testo, si prevede nelle linee da seguire per l'anno prossimo la riduzione di oltre 500.000 lavoratori nel settore statale e parallelamente il loro incremento in quello non statale.

 

 

Riordinamento del lavoro a Cuba: garanzia di efficienza e razionalità

 

14.9 - Il conseguimento dell'efficienza lavorativa e il miglior utilizzo delle risorse disponibili per soddisfare le necessità del paese guida oggi a Cuba un processo di riordinamento della forza lavoro e della sua rimunerazione, riporta oggi la stampa cubana. Questo passo fa parte dell'aggiornamento del modello economico cubano, e le prime idee per la sua messa in atto erano state accordate nella riunione del Consiglio dei Ministri, del 16 e 17 luglio scorsi. Alla conclusione del quinto periodo di sessioni della settima legislatura dell'Assemblea Nazionale del Poder Popular, lo scorso 1° agosto, il presidente Raúl Castro aveva indicato che un insieme di misure da intraprendere, a tappe, avrebbero ridotto gli organici considerevolmente ingrossati nel settore statale.