Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Actualidad latinoamericana --> Pedro Campos da Cuba (it)

Pedro Campos da Cuba (it)

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Ricevo da Cuba il numero 69 della rivista on line SPD (socialismo partecipativo y democratico) con molti articoli interessanti. Dopo la traduzione, inserisco l'originale di questo importante articolo del compagno Pedro Campos ed altri, che affronta il problema dei tagli all’occupazione e alle pensioni a Cuba.

Cuba

LA SITUAZIONE ATTUALE: IL CARRO,

I BUOI E IL PERCORSO

Dichiarazione per un socialismo più partecipativo e democratico.

A proposito del licenziamento di più di un milione di lavoratori cubani

e delle preannunciate misure di riconversione lavorativa

di Pedro Campos e altri compagni

 

Una formica nera, in una notte buia,

se ne va per un sentiero e nessuno la vede

 

 

Il problema e la soluzione prospettata

 

Di fronte alla crisi del modello economico statale, la direzione del governo/partito/Stato cubano ha accelerato quella che chiama la sua “attualizzazione”; una strategia che sembra combinare, come elementi di fondo, l’alleggerimento dei gravami finanziari per lo Stato, con la graduale soppressione di prestazioni sociali, e la riduzione del costo di produzione, grazie al taglio della spesa in salari, e uno dei cui assi sarebbe la razionalizzazione – che dovrebbe chiamarsi licenziamento – di oltre 1 milione di lavoratori, 500.000 entro i prossimi 6 mesi.

Per trovare lavoro ai disoccupati, si prevede di stimolare altre forme di produzione, al di fuori dello Stato: l’attività individuale (cuentopropista), le cooperative ben al di là dell’agricoltura – cosa non ancora resa ufficiale – e attività commerciali private con impiego di dipendenti a contratto e, per aumentare gli introiti statali, si instaura una nuova politica di prelievo fiscale, come anche misure per incrementare i proventi derivanti dal turismo internazionale e gli investimenti stranieri in vari campi marginali.

Ci fa piacere che ci si stia muovendo per uscire dalla stagnazione e, perlomeno, si affrontino argomenti basilari che possono suscitare un radicale cambiamento del modello in direzione di maggior socialismo, come l’estensione delle cooperative ai restanti settori economici; tuttavia, contrariamente al discorso ufficiale, il contenuto, la forma e l’ordine di quello che si sta facendo presentano segni di improvvisazione, mancanza di progettazione, assenza di trasparenza, di spregio per le teorie rivoluzionarie, di fretta e di imposizione autoritaria.

Si impongono decisioni senza che la società abbia manifestato il proprio consenso e in assenza di qualsiasi meccanismo di mediazione democratica: né Congresso del partito, né Conferenza, né Congresso nazionale, né dialogo con la popolazione, né dibattito aperto e orizzontale sulla stampa cubana, ma soltanto la consulta del 2007 (di cui non si conoscono ancora i risultati), e il gran rumore che abbiamo fatto molti di noi rivoluzionari e comunisti cubani, in “intranet”, nella rete internazionale di sinistra e in alcuni limitati spazi di discussione, correndo innumerevoli rischi e subendo incomprensioni e repressioni più o meno velate, già note. Oltre al terremoto di incertezza e malessere su tutto questo che attraversa sotto voce l’intero paese.

Lo dimostrano la chiusura di molte mense operaie senza creare prima le condizioni indispensabili perché i lavoratori possano risolvere il problema dei loro pasti e l’approvazione, appena un mese fa, della legge che ha allungato di cinque anni l’età pensionabile ignorando  le tante opinioni contrarie da parte della popolazione e della stessa burocrazia e che diventa ora un controsenso, una volta annunciato che c’è un “esubero” di più di 1 milione di lavoratori.

Si offrirebbe ai licenziati di optare per l’attività individuale, di essere assunti dal capitalismo privato e forse di lavorare in cooperative: ma non esistono leggi che, di fronte all’andirivieni delle decisioni statali, garantiscano queste attività, i loro proprietari, gli investimenti, né ci sono attività commerciali e ci si limita ad informare di alcune decisioni prese e a qualche chiarimento sul Granma, senza chiare disposizioni legali, con imposte esagerate e regolamentazioni eccessive, disincentivanti e senza precisare fonti di risorse e finanziamento per i nuovi interessati. Urge una nuova legge sulle cooperative, e invece va circolando solo un documento ufficioso (non smentito) sul processo di riduzione degli organici nella Città dell’Avana, in data 24 agosto 2010, che contiene un elenco di 74 progetti di attività cooperative.

C’è diffidenza perché la gente non dimentica gli arbitri e le calunnie dello Stato contro i lavoratori in proprio e le UBPC (Unidad Básica de Producción Cooperativa), considerandole forme alternative di emergenza al sistema, e non come forme proprie, in genere, della fase socialista. Nello spirito e nella lettera delle misure approvate si confondono i lavoratori in proprio con piccoli e medi capitalisti che sfruttano lavoro salariato. Si continua a non capire che ciò che imprime – nella sostanza – carattere di classe a una proprietà non è la sua forma legale apparente, ma solo il modo in cui sfrutta il lavoro: proprietà schiavista è quella che sfrutta il lavoro di schiavo, capitalista quella che sfrutta lavoro salariato e socialista quella in cui il lavoro è liberamente collettivo, cooperativo nella forma dell’autogestione, percorso per la scomparsa di ogni forma di sfruttamento umano.

Tutto continua a guardarsi nell’ottica dell’interesse e del controllo dello Stato, quando ancora eccessive regolamentazioni burocratiche e monopolistiche frenano qualsiasi attività di produzione, servizi e scambi in seno alla popolazione, ad esempio la realizzazione dei prodotti del campo e della pesca e soprattutto l’acquisto/vendita di mezzi di sussistenza, di abitazioni e veicoli, elementi che renderebbero dinamica l’economia e renderebbe possibile l’introito di risorse finanziarie per molte famiglie, per inaugurare una nuova esistenza economica al di fuori del sistema statale.

Per creare nuove occasioni di occupazione si è consentito lo sfruttamento del lavoro salariato da parte dei privati, vale a dire lo sviluppo aperto del capitalismo privato, senza contrappesi, in contrasto con l’articolo 21 della Costituzione e nascondendolo sotto l’eufemismo del lavoratore in proprio che può assumere personale a contratto, screditando il concetto di lavoro in proprio.

Nell’intento di accrescere le entrate in divisa per l’economia dello Stato, non sono bastati il controllo pressoché assoluto della proprietà e delle eccedenze, il monopolio del commercio estero e interno, l’accentramento delle finanze, l’incasso eccessivo per le pratiche per emigrare, gli alti prezzi monopolistici di prodotti di prima necessità, la trattenuta sui conti bancari degli investitori stranieri, ecc. Ora si annunciano piani e grandi stanziamenti per stimolare il turismo milionario, gli investimenti esteri diretti e si estende persino il periodo di usufrutto della terra per gli stranieri a 99 anni, mentre le nuove assegnazioni di terreni coltivabili, per i locali, valgono solo per 10 anni, rinnovabili, con tutte le implicazioni economiche, sociali, politiche ed ecologiche che potrebbero avere queste misure sul futuro e sulla nostra stessa sicurezza nazionale.

E’ vero, le finanze dello Stato sono in crisi, c’è bisogno di fondi, e il suo apparato e quello delle sue imprese sono carichi di improduttività e di eccedenze di personale con prebende, che non produce nulla e costituisce un peso enorme sulle spalle dei lavoratori produttivi. Cercare, però, di migliorare le finanze in questo modo, invece di cercare di farlo incentivando la produzione, il mercato interno e la valorizzazione della forza lavoro cubana, e per giunta prospettare il licenziamento in massa di lavoratori, ancorché burocrati, senza creare spazi, leggi né condizioni preliminari perché passino ad altre attività produttive e remunerative, potrebbe comportare un inutile caos, il collasso sociale, un incontrollabile esodo in massa e complicare la situazione sociale e politica del paese a livelli inimmaginabili.

Non sembra che le cose si stiano facendo bene nell’interesse del popolo e dei lavoratori, che sono quelli che devono contare. In aritmetica elementare,cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia. In questioni economiche, politiche e sociali, sì. Stanno mettendo il carro davanti ai buoi.

 

 

Probabili conseguenze dell’“attualizzazione” del modello

 

Se, in definitiva, non si estende il sistema cooperativo e almeno una parte delle imprese statali non passano a un sistema di autogestione e cogestione Stato/lavoratori, e come elementi nuovi restano solo l’apertura al capitalismo privato e a maggiori investimenti stranieri diretti, i “cambi” sarebbero per più capitalismo, non per più socialismo.

In assenza di una coerente politica socialista del lavoro, che dia priorità all’avanzata dei nuovi rapporti di produzione liberamente associati – cooperative, autogestione, cogestione e lavoro in proprio – sembrerebbe si stia applicando una sorta di terapia d’urto neoliberista, da parte di coloro che hanno capito che non funziona il modello statalista salariato e paternalista, sorretto da sussidi esterni, ma non sono riusciti a capire e a trovare la strada giusta della collettivizzazione e della trasformazione democratica dell’economia e della politica.

Tutte le contraddizioni del modello si potrebbero acuire: quelle politiche, tra la burocrazia e i lavoratori, le disparità sociali, la disoccupazione, la povertà, l’instabilità lavorativa, i problemi razziali, migratori, quelli della sanità e dell’istruzione, la delinquenza e la corruzione, tra gli altri. Le conseguenze potrebbero essere traumatiche per il popolo cubano, per la società che si è tentato di costruire e per il futuro latinoamericano e mondiale. Non vogliamo il crollo, che può solo servire gli interessi delle ali estreme: quella che ricerca l’annessione e quella che preferirebbe la scomparsa piuttosto che la necessaria trasformazione socialista.

A Cuba non esistono assicurazione contro la disoccupazione, buoni per i generi alimentari, né altri meccanismi di cui dispongono vari Stati per mitigare la situazione dei disoccupati e – si sappia - neanche si prevede qualcosa di simile, né ci sono le condizioni per questo, appunto perché il governo sta eliminando tutti i “sussidi e le gratuità”, inclusa la tessera di razionamento grazie a cui si offrono ancora pochi prodotti a prezzi bassi e, stando agli slogan ufficiali, si pretende che la gente “senta l’esigenza di lavorare”,

Sappiamo tutti che da decenni è lo stato che ha gonfiato gli organici e che la burocrazia è enorme. Non è possibile ribaltare la situazione con un tratto di penna, in pochi mesi, meno ancora se non se ne sono create le condizioni con nuovi investimenti e nuovi posti di lavoro che pongano rimedio al male. In 50 anni di rivoluzione, la sicurezza sociale è stata un valore supremo. Non si può tornare a situazioni in cui siano in pericolo il sostentamento e la salute di famiglie intere diventate disoccupate e senza una protezione elementare. A parte il logico malcontento che questo suscita se non ci sono le garanzie di prospettive lavorative minimamente decenti. Il processo di riorganizzazione del lavoro in proprio, della forma cooperativa e di altre forme produttive deve avere una fase di maturazione, cui non sarà facile per molta gente adattarsi, ma intanto devono avere di che mangiare e vivere.

Perciò, il milione e passa di “razionalizzati”, con quello che al momento si offre e nel modo in cui lo si offre, dovrà scegliere tra le seguenti 7 varianti ( e potrebbero essercene altre): 1) il nuovo impiego che offre lo Stato e che molti rifiuteranno; 2) cominciare una nuova vita di lavoro in proprio o in cooperativa, un’avventura molto rischiosa per chi era abituato a un salario fisso, in assenza di microcrediti ed altre agevolazioni concrete per la protezione legale e il successo di imprese del genere; 3) trovare i modi per emigrare; 4) delinquere o realizzare “attività economiche illecite”, stando alle eccessive regolamentazioni dello Stato cubano per il cosiddetto “settore informale” (venditori ambulanti, prestatori di servizi per le comunità senza attività in un luogo fisso né introiti regolari, economia di sussistenza); 5) vivere di rimesse familiari dall’estero; 6) subire la fame ed essere privi dell’indispensabile, oppure: 7) scendere in piazza a protestare, come fanno tutti i disperati nel mondo. Niente di molto diverso da quanto fu tentato, e poi soffocato, nei primi anni del “Periodo Speciale”.

Tutte queste scelte richiederanno l’aumento del personale e delle risorse della burocrazia per “ricollocare” i “non idonei”, per “controllare e ispezionare” i lavoratori in proprio o in cooperative, “occuparsi” del probabile aumento del processo migratorio, combattere la delinquenza, lottare contro l’“economia illecita”, incassare le divise provenienti da rimesse, affrontare le malattie causate dalla cattiva alimentazione e reprimere gli eventuali manifestanti; si riprodurrebbe così il circolo vizioso  delle spese statali e del numero eccessivo di funzionari improduttivi, tipico del sistema burocratico.

Si trattano in modo superficiale, considerandoli secondari come alternative di fronte alla situazione, aspetti di fondo del cambiamento quali il lavoro in proprio e quello cooperativo, e si dà la priorità a un elemento della “soluzione” – i licenziamenti – che non risolve i problemi, ne crea altri, potrà complicare tutto non si sa fino a che punto, portando l’organizzazione del lavoro dello Stato cubano a funzionare secondo le più brutali regole del capitalismo privato, imponendo gli stessi meccanismi per far lavorare la gente: la necessità, la fame, la miseria e l’esercito di disoccupati che grava sul prezzo della forza lavoro.

Sembra assurdo e controproducente presumere di contrastare la crisi di sotto-produzione, causata dal “socialismo di Stato”, con le stesse misure restrittive del capitalismo per far fronte al contrario: la crisi di sovra-produzione. Il risultato sarebbe dare priorità, perfezionare ed estendere il lavoro salariato che genera profitti per lo Stato, invece di cambiare rapporti di produzione, che è quello che richiede la crisi per la ripresa economica.

Si è detto che nessuno rimarrà disoccupato, ma le decisioni prese preannunciano una cosa diversa. Con un lavoro politico non si possono eliminare le conseguenze oggettive e le ansie che già sta suscitando il pacchetto di misure. Il malcontento dei “razionalizzati”, destinato a crescere con l’andar del tempo, sarebbe alimento per le tendenze fautrici della restaurazione del capitalismo privato, già presenti all’interno e al di fuori della burocrazia e, soprattutto, per un maggior disdegno verso l’idea socialista, in nome della quale si pretende di operare. Alcuni compagni temono anche una possibile esplosione sociale.

Speriamo che prevalga il buon senso e non si dimentichi la costituzione socialista che dice nel suo primo articolo: “Cuba è uno Stato socialista di lavoratori, indipendente e sovrano, organizzato con tutti e per il bene di tutti come Repubblica unitaria e democratica, per godere della libertà politica, la giustizia sociale, il benessere personale e collettivo e la solidarietà umana”.

Il governo sta sperimentando, molto modestamente, alcune forme di produzione, ma con tutela eccessiva, controlli e cautele che ne frenano lo sviluppo e senza la spinta che imprimerebbero loro la chiara ammissione del fallimento del modello statalista salariato paternalista e un ampio movimento di sostegno dalle basi. Tutto avviene a partire dallo Stato accentratore, con decisioni “dall’alto”, sistemi di ordine e comando e timore di consegnare le redini dell’economia ai lavoratori stessi.

È dimostrato ovunque: quanto maggiori sono i controlli dell’apparato burocratico e le imposizioni, maggiori sono gli ostacoli allo sviluppo dell’economia e dei popoli, e maggiori anche il malcontento e le proteste popolari.

 

La cura socialista

 

Perché il cambiamento di modello comporti avanzamenti verso una società più giusta, equa, libera e democratica, nello spirito di Martí, con tutti e per il bene di tutti, il processo dovrebbe comunque essere all’inverso di quello che si sta prospettando e con previsioni che garantiscano in anticipo il successo delle “alternative” al lavoro per lo Stato. Questo, anche sotto l’urgenza della situazione attuale.

Nell’ottica di un socialismo più partecipativo e democratico, la cura dovrebbe essere diversa: creare, per prima cosa le condizioni per le nuove forme di produzione liberamente collettive, socialiste, possano imporsi, in libera e pacifica concorrenza, alle preesistenti forme capitaliste private e statali.

Pur richiedendosi misure urgenti di diversificazione dell’economia e delle forme di proprietà, si dovrebbe procedere gradualmente dall’attuale predominante statalismo salariato alla molteplicità di forme di produzione, privilegiando quelle liberamente associate di tipo cooperativo, di autogestione e cogestione e di lavoro individuale, ma sgombre da qualsiasi tutela burocratica  e con regolamentazioni minime e agevolanti, non restrittive. Abbiamo sempre parlato di un processo, non di un atto.

Occorrerebbe cominciare liberando tutti i meccanismi e i regolamenti arbitrari che ostacolano gli interventi produttivi e l’interscambio sociale, la circolazione monetaria e il movimento di risorse, specie quelle che riguardano il lavoro individuale, familiare e cooperativo, così da consentire alla gente di procedere facendo scelte e adattandosi alle mutate condizioni.

Per rendere effettivo il lavoro in cooperativa e quello individuale, occorrerebbe innanzitutto creare un corpo di leggi che lo difenda e protegga, non complicato né sconosciuto: come pure liberare queste forme di produzione dagli eccessivi meccanismi del controllo statale sulla loro gestione e il loro funzionamento, da imposte esagerate e controproducenti, dalle restrizioni a operare in tutte  le monete legali, da ispezioni e regolamenti che incoraggiano la corruzione riducendoli a semplici pagamenti di licenze e nasse imposte per chi riesce a impiantare una cooperativa o un negozio privato in un posto stabile con regolari ingressi ed eliminando tutte le ordinanze per venditori e fornitori di servizi ambulanti.

Occorrerebbe permettere alla gente una sperimentazione prudente per un periodo, diciamo di tre mesi, con una specie di pre-licenza senza versamento di imposte e, se riescono a funzionare nella nuova forma, allora legalizzare e passare a emettere la licenza e a riscuotere tasse. Si tenga conto che stiamo passando da una società paternalista a un’altra in cui la gente deve vedersela da sola. Si deve imparare, Va cancellata la stigmatizzazione, se i lavoratori individuali sono questo o quello. Adesso, ad aver fretta sembrano essere gli statalisti.

Creare un’apposita banca cooperativa, magari una per i lavoratori in conto proprio, per dare impulso a queste forme di produzione, ricevere finanziamento dallo Stato e da fonti internazionali, sviluppare politiche di crediti e microcrediti a bassi interessi per sostenere gli investimenti e tutte le operazioni finanziarie necessarie. Bisognerebbe del pari permettere esplicitamente a questo scopo l’aiuto dei cubani che si trovano all’estero ai propri familiari con capitali e risorse, realizzare operazioni finanziarie internazionali, limitare i controlli sulle operazioni di interscambio, import-export ai regolamenti indispensabili che garantiscono lo sviluppo nazionale, non danneggino l’ambiente e facilitare le fusioni cooperative di ogni tipo, o altre più o meno del genere. Occorrerebbe internet per una vera e propria interconnessione delle imprese socializzate, grandi, medie e piccole tra loro e con il mondo esterno, come pure per rendere concreta la partecipazione popolare a tutto.

Parallelamente, si dovrebbero effettuare profondi cambiamenti nel sistema democratico, che in molti stiamo richiedendo e che rendano possibile una reale partecipazione dei lavoratori e del popolo in questo processo di trasformazione, nei centri di produzione e nelle comunità, in tutte le decisioni che li riguardano.

Il processo di socializzazione nelle imprese statali dovrebbe iniziare da quelle non redditizie e con lavoratori “in esubero”, affidarle all’amministrazione dei lavoratori, al controllo operaio, qualcosa di simile a quello che hanno fatto i lavoratori in Argentina con le “imprese recuperate”, perché siano loro a decidere, democraticamente, come procedere nel gestire i propri lavori, da chi acquistare le materie prime, a che prezzo, ecc., che cosa produrre in base alle effettive possibilità di fare contratti di vendite e crediti (pianificazione democratica) e come distribuire gli introiti, quale parte andrà al consumo e quale alla riproduzione allargata, una volta defalcati i costi, i fondi di emergenza, ecc., nonché i fondi di bilancio per le tasse, spese sociali ed altro.

In modo particolare nel caso di Cuba, dove si è concentrata l’attività delle imprese nello Stato, occorrerebbe decentrare questa proprietà, socializzarla, destatalizzare – attenzione: non privatizzare – quelle che non siano di interesse statale per l’intera nazione, concedere reale carattere sociale alle imprese attraverso la consegna in proprietà, affitto, vendita, usufrutto, o tramite il credito, ai collettivi di lavoratori, ai collettivi sociali o comunitari che si incaricheranno di farli produrre ma in forme collettive, di autogestione o cogestione, senza creare grandi terremoti o scompensi sociali. Decentrare l’amministrazione senza controllo operaio significherebbe fomentare il burocratismo e favorire le condizioni per la riconversione capitalistica.

Lo Stato non deve amministrare la produzione ma ridursi a piccoli apparati operativi efficienti con funzioni generali e metodologiche, per agevolare – non complicare - il funzionamento della società, pianificare strategicamente e contribuire a un diverso sviluppo sociale in tutti i sensi, urbano, demografico, educativo, culturale e della salute in armonia con la natura, d’accordo con il bilancio nazionale partecipativo e trasparente, e intervenire in questioni imprescindibili per il buon funzionamento e la protezione della nazione ove sia necessario.

I servizi generali che garantiscono lo sviluppo e il funzionamento degli altri rami e lo sviluppo basilare delle collettività, quali l’acqua, l’energia, i trasporti e le comunicazioni, come pure il sottosuolo, parti fondamentali che garantiscono sanità e istruzione per tutti, ed altri, dovrebbero restare - essenzialmente – in forma di proprietà statale o al corrispettivo livello comunale, anche se sempre sotto controllo dei lavoratori e del popolo, con assoluta trasparenza dei dati e d’accordo con i bilanci partecipativi.

Perché la socializzazione non sia un’impostura, tutto il resto deve finire direttamente in mano a unità e unioni di imprese autogestite o cogestite, cooperative, piccoli negozi familiari e in proprio e, visto che lo si è approvato “lassù in alto”, anche alle imprese private che sfruttino lavoro salariato, cosa che non è più lavoro in proprio, ma il temuto capitalismo (è la pura e semplice verità…), il cui rango si dovrà necessariamente delimitare per legge, senza lasciarlo a regolamenti ambigui che potrebbero portare da qualunque parte.

Se gli stessi lavoratori si sentissero, perché in qualche modo lo sarebbero, padroni dei mezzi di produzione, per la partecipazione attiva alla proprietà o all’usufrutto nella gestione del proprio centro di produzione e nella suddivisione degli utili, non ci sarebbe bisogno di tanti meccanismi di controllo, di tanti custodi, tanti poliziotti, tante carceri, tante leggi e regolamenti, tanto personale per combattere la delinquenza e la corruzione… tanto Stato.

Per la naturale superiore efficienza delle nuove forme socialiste di produzione, la razionalizzazione di organici nel settore statale verrebbe dopo e gradualmente, come logica conseguenza, come è successo in certo modo nei primi atti del Periodo Speciale, quando molta gente decise di passare al lavoro in proprio o ai settori emergenti, per ovvie ragioni. Questo renderebbe meno doloroso il processo di riconversione lavorativa, base per il decollo economico da tutti desiderato.

Dovrebbero essere gli stessi lavoratori, nei Consigli operai che si formino in ogni centro di produzione o di servizi – non un qualche apparato burocratico o di esperti designati – a decidere, una volta studiata la possibilità di ampliare la produzione con risorse proprie od ottenute tramite crediti, la convenienza di rivedere i propri organici.

E come realizzare tutta questa liberazione delle forze produttive ed entusiasmare la gente, senza un’ampia partecipazione di tutti i cittadini alla discussione, approvazione e applicazione delle misure, senza tener conto degli specifici interessi di chi ne è coinvolto, senza che la gente possa liberamente scegliere come lavorare, senza che i lavoratori possano decidere democraticamente come organizzare la produzione e la distribuzione, senza che questo si discuta apertamente sulla stampa e in parlamento da tutte le posizioni esistenti nella società anche se non ne condividiamo alcune, impedendo quindi la divulgazione di una crescente ala socialista, radicalizzata, del processo rivoluzionario, senza che si rispettino appieno tutti i diritti di tutti i cubani?

Senza dubbio, si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione nell’organizzazione della produzione e nel sistema politico vigente, della transizione socialista che la rivoluzione cubana ha dovuto congelare nello spazio e nel tempo, a partire dagli anni ’60, quando dopo tutte quelle “nazionalizzazioni” (si dovrebbe dire statalizzazioni) la proprietà e l’amministrazione di tutte le imprese, grandi, medie e piccole, capitaliste, private, personali, nazionali, straniere, cooperative, mutue e bande musicali, sono rimaste in mano all’apparato burocratico riprodotto nel “nuovo” Stato e tutto si è cominciato a fare secondo il criterio unico di un centro: lo schema del “socialismo reale”, sacralizzato all’epoca dello stalinismo che ha messo da parte grandi aspirazioni del popolo cubano, contemplate in quel motore originario della rivoluzione che fu il Programma del[la caserma] Moncada.

Il governo/partito/Stato/sindacato parla di un processo di aggiustamento di varie operazioni “e la partecipazione” che chiede ai lavoratori è l’appoggio a quanto già deciso. Magari possa correggere qualcosa sul percorso. Se coloro che stanno prendendo le decisioni vogliono ascoltare, bene. Siamo sempre stati disponibili a collaborare, siamo stati pazienti, tolleranti, abbiamo taciuto di fronte a provocazioni e abusi del potere, ci siamo appellati al dialogo e abbiamo esposto apertamente i nostri punti di vista senza chiedere niente in cambio e senza spirito di protagonismo, che in un sistema di autogestione spetterebbe al popolo e ai lavoratori. Speriamo che il settarismo non impedisca l’ascolto. In ogni caso – non importano le condizioni – continueremo la nostra paziente battaglia.

Viva Cuba Libera e socialista!

(L’Avana, 27 settembre 2010)

(traduzione di Titti Pierini, 14/10/10)

 

La situación actual: la carreta, los bueyes y el camino


Declaración por un socialismo más participativo y democrático. A propósito del despido de más de un millón de trabajadores cubanos y las medidas de reconversión laboral anunciadas

Pedro Campos y otros compañeros

 

“Una hormiga negra, en una noche negra, va por un camino negro, nadie la ve…”

 

El problema y la solución que se proyecta

 

Ante la crisis del modelo económico estatal, la dirección del gobierno/partido/estado cubano ha acelerado lo que denomina su “actualización”: estrategia que parece combinar, como elementos fundamentales, aligerar cargas financieras al estado, con la eliminación paulatina de prestaciones sociales y reducir el costo de producción disminuyendo el gasto en salarios, uno de cuyos ejes sería la “racionalización”, debería decirse despido, de más de un millón de trabajadores, 500 mil en los próximos seis meses.

 

Para buscar empleo a los parados, se prevé estimular otras formas de producción fuera del estado: la actividad cuentapropista, el cooperativismo más allá de la agricultura –no oficializado aún- y los negocios privados que contraten asalariados y, para aumentar los ingresos estatales, se establece una nueva política fiscal impositiva, así como incrementar las entradas provenientes del turismo internacional y las inversiones extranjeras en varios rubros.

 

Celebramos que se esté actuando para salir del estancamiento y, al menos, se manejen temas básicos que pueden provocar un cambio radical del modelo hacia más socialismo, como la extensión del cooperativismo al resto de las ramas de la economía; pero  contrariamente al discurso oficial, el contenido, la forma y el orden de lo que se viene haciendo, presentan señales de improvisación, falta de previsión, ausencia de transparencia, de menosprecio a las teorías revolucionarias, apresuramiento e imposición.

 

Se dictan pasos sin que la sociedad haya asumido un consenso y sin que medie algún mecanismo democrático: ni Congreso del Partido, ni Conferencia, ni Congreso de la Nación, ni diálogo con la población, ni debate abierto y horizontal en la prensa nacional, solo la consulta del 2007 cuyos resultados no se conocen aún y la tángana por la libre que hemos armado muchos revolucionarios y comunistas cubanos en intranet, la red internacional de izquierda y en algunos limitados espacios de debate, corriendo innumerables riesgos y sufriendo incomprensiones y represiones más/menos veladas ya conocidas. A más del terremoto de incertidumbre y malestar que transcurre a soto voce por todo el país, a propósito del asunto.

 

Así lo evidencian el cierre de muchos comedores obreros sin crear todas las condiciones previas necesarias para que los trabajadores pudieran resolver sus alimentos y la aprobación, solo hace unos meses, de una ley que extendió por 5 años el tiempo de jubilación a pesar de las muchas opiniones en contra, de parte de la población y de la propia burocracia y que  ahora resulta un contrasentido, dado el anuncio de que “sobran” más de un millón de trabajadores.

 

Se ofertaría a los despedidos optar  por el cuentapropismo, emplearse en el capitalismo privado y probablemente el cooperativismo; pero no hay leyes que, ante los vaivenes estatales, garanticen estas actividades, sus propiedades, inversiones, ni operaciones comerciales y solo se informa de unas decisiones tomadas  y aclaraciones en Granma sin transparentes disposiciones legales, con abultados impuestos y regulaciones excesivas,  desestimulantes y sin precisar fuentes de recursos y financiamiento para los nuevos interesados. Urge una nueva ley de cooperativas; pero solo anda rodando un documento oficioso (no desmentido) sobre el proceso de reducción de plantilla en Ciudad de La Habana, de fecha 24.08.10, que contiene una lista de 74 ideas de actividades cooperativas.

 

Hay recelo porque la gente no olvida las arbitrariedades y descalificaciones de instituciones estatales contra los cuentapropistas y las UBPC, por considerarlas formas alternativas de emergencia al sistema y no como propias, genéricas de la etapa socialista. En el espíritu y la letra de las medidas aprobadas, se confunde a los cuentapropistas con pequeños y medianos capitalistas que explotan trabajo asalariado. Se sigue sin entender que lo que da -esencialmente- carácter clasista a una propiedad no es su forma legal aparente, sino la manera en que explota el trabajo: propiedad esclavista es la que explota trabajo esclavo; capitalista, la que explota trabajo asalariado y socialista donde el trabajo es libremente asociado, cooperativo de tipo autogestionario, camino a la desaparición de todo tipo de explotación humana.

 

Todo se sigue viendo desde una óptica del interés y el control casi absolutos del estado y cuando aún, excesivas regulaciones burocráticas y monopólicas frenan toda actividad de producción, servicios  e intercambio en el seno de la población, como la realización de los productos del agro y la pesca y especialmente la compra/venta de medios de vida, viviendas y vehículos, factores que dinamizarían la economía y posibilitarían la  entrada de recursos financieros a muchas familias para iniciar una nueva vida económica fuera del sistema estatal.

 

Para crear nuevas fuentes de empleo, se ha admitido la explotación del trabajo asalariado por los privados, es decir el desarrollo abierto del capitalismo privado, sin cortapisas, en contradicción con el artículo 21 de la Constitución y se esconde bajo el eufemismo de cuentapropistas que pueden contratar personal, descalificando al concepto cuentapropismo.

 

Con vistas a aumentar los ingresos en divisa a la economía del estado, no han bastado su control casi absoluto sobre la propiedad y los excedentes, el monopolio del comercio exterior e interior, la centralización de las finanzas, el cobro excesivo a los trámites migratorios, los altos precios de monopolio para productos de primera necesidad, la retención de las cuentas bancarias de los inversionistas extranjeros y otras. Ahora se anuncian planes y grandes erogaciones en función de estimular el turismo millonario, las inversiones foráneas directas y hasta se extiende el tiempo de usufructo de la tierra a los extranjeros por 99 años, mientras que las nuevas entregas de tierra cultivables, a los nacionales, se hacen solo por 10 años renovables, con todas las implicaciones económicas, sociales, políticas y ecológicas que tales medidas pudieran tener para el futuro y para nuestra propia seguridad nacional.

 

Es verdad: el estado tiene las finanzas en crisis, necesita fondos y su aparato burocrático y el de sus empresas están preñados de improductividad y excesos de personal con prebendas, que no producen nada y constituyen una enorme carga para los trabajadores productivos. Pero buscar mejorar las finanzas de esas maneras, en lugar de intentarlo con el estímulo a la producción, el mercado interno y en la valoración de la fuerza de trabajo cubana; y además proyectar el despido masivo de trabajadores, aunque sean burócratas, sin crear espacios, leyes, ni condiciones para que pasen previamente a otras actividades productivas y remunerativas, podría llevar a un caos innecesario, al colapso social, al exodo masivo incontrolable y complicar la situación social y política del país a niveles insospechados.

 

No parece que las cosas se estén haciendo bien para los intereses del pueblo y los trabajadores, que son los que deben contar. En aritmética elemental el orden de los factores no altera el producto. En asuntos económicos, políticos y sociales, sí. Están poniendo la carreta delante de los bueyes.

 

Posibles consecuencias de la “actualización” del modelo

 

Si en definitiva no se abre el cooperativismo amplio y al menos una parte de las empresas estatales no pasan a un régimen de autogestión y cogestión estado/trabajadores, y como elementos nuevos quedan solamente la apertura al capitalismo privado y a más inversiones directas extranjeras, los “cambios” serían para más capitalismo; y no para más socialismo.

 

En ausencia de una coherente política laboral socialista, que priorice el avance de las nuevas relaciones de producción libremente asociadas, -cooperativas, auto y cogestionarias y el trabajo por cuenta propia-, más parece estarse aplicando un tipo de terapia de shock neoliberal, por quienes comprendieron que no funciona el modelo estatalista asalariado y paternalista, apoyado en subsidios externos; pero no han logrado entender ni encontrar el camino adecuado de la socialización y democratización de la economía y la política.

 

Todas las contradicciones del modelo podrían agudizarse: las políticas, entre la burocracia y los trabajadores, las diferencias sociales, el desempleo, la pobreza, la inestabilidad laboral, los problemas raciales, migratorios, los de la salud y la educación, la delincuencia y la corrupción entre otros. Las consecuencias podrían ser traumáticas para el pueblo cubano, para la sociedad que se ha intentado construir y para el futuro del socialismo latinoamericano y mundial. No queremos el derrumbe, que solo puede servir a los intereses de las extremas: la que busca la anexión y la que preferiría la desaparición al cambio socialista necesario.

 

Cuba no tiene un seguro para el desempleo, cupones para alimentos, ni otros mecanismos de los que disponen varios estados para paliar la situación de los parados, y, que se sepa, tampoco se proyecta algo así, ni existen condiciones para ello, pues precisamente el gobierno viene eliminando todos los “subsidios y gratuidades”, incluida la libreta de racionamiento por la que se ofertan todavía unos pocos productos a bajos precios y según los lemas oficiales, se pretende que la gente “sienta la necesidad de trabajar”.

 

Todos sabemos que desde hace decenas de años es el estado el que ha inflado las plantillas y que la burocracia es enorme. No es posible de un plumazo revertir la situación; en unos pocos meses, mucho menos cuando no se han creado las condiciones con nuevas inversiones y nuevos empleos que remedien el mal. En 50 años de revolución, la seguridad social ha sido un valor supremo.  No se puede retroceder a situaciones en que peligren el sustento y la salud de familias enteras devenidas desempleadas y sin protección elemental. Además del descontento lógico que eso crea cuando no hay las garantías para una proyección laboral mínimamente decorosa. El proceso de reorganización del cuentapropismo, del cooperativismo y el de otras formas productivas, debe tener un período de maduración, al cual no le será fácil ajustarse a muchas personas, pero mientras tanto tienen que comer y vivir.

 

Por tanto, el millón y pico de “racionalizados”, con lo que ahora se ofrece  y cómo se ofrece, deberá escoger entre estas 7 variantes. Puede haber otras:

 

1-el nuevo empleo que ofrece el estado y que muchos rechazarán, 2- iniciar una nueva vida como cuentapropista o cooperativista, aventura muy arriesgada para los acostumbrados a un salario fijo en ausencia de una clara política de microcréditos y otras facilidades concretas para la protección legal y el éxito de tales empresas, 3-buscar las maneras de emigrar, 4-delinquir o realizar “actividades económicas ilícitas”, según las excesivas regulaciones del estado cubano, sobre el denominado “sector informal” (vendedores ambulantes, prestadores de servicios en las comunidades que no tienen un negocio con lugar fijo ni ingresos regulares: economía de subsistencia),  5-vivir de las remesas familiares externas, 6-pasar hambre y necesidades o 7-salir a la calle a protestar, como hacen en el mundo todos los despedidos. Nada muy distinto a lo intentado, y luego sofocado en los primeros años del Período Especial.

 

Todas esas opciones demandarían un aumento del personal y de los recursos de la burocracia para “reubicar” a los “no idóneos”; “controlar e inspeccionar” a los cuentapropistas y cooperativistas, “atender” el eventual aumento del proceso migratorio, combatir la delincuencia, luchar contra la “economía ilícita”, “recaudar” las divisas que vengan de las remesas, enfrentar las enfermedades procedentes de la mala alimentación y reprimir a los eventuales manifestantes, recreándose así el ciclo vicioso de los gastos estatales y del excesivo número de funcionarios improductivos, propio del sistema  burocrático.

 

Se tratan superficialmente, en un segundo plano, como “alternativas ante la situación” aspectos fundamentales del cambio como el cuentapropismo y el cooperativismo y se prioriza un elemento de la “solución” –los despidos- que no resuelve los problemas, crea otros, podría complicarlo todo, quien sabe hasta dónde y llevaría a la organización del trabajo del estado cubano, a funcionar bajo las normas más brutales del capitalismo privado, al pretender sus mismos mecanismos para hacer trabajar a la gente: la necesidad, el hambre, la miseria y el ejército de desempleados presionando sobre el precio de la fuerza de trabajo.

 

Parece absurdo y contraproducente, pretender contrarrestar las crisis de sub/producción que genera el “socialismo de estado”, con las mismas medidas restrictivas del capitalismo para enfrentar lo contrario: la crisis de superproducción. Sería el resultado de priorizar, perfeccionar y ampliar el trabajo asalariado que genera ganancias para el estado, en lugar de cambiar las relaciones de producción que es lo que demanda la crisis para echar a andar la economía.

 

Se dijo que nadie quedaría desamparado, pero las “decisiones” tomadas auguran otra cosa. Con trabajo político no se pueden eliminar las consecuencias objetivas y las ansiedades que ya está creando el paquete de medidas. El descontento de los “racionalizados” que aumentará con el tiempo, sería alimento para las corrientes partidarias de la restauración del capitalismo privado, existentes fuera y dentro de la burocracia y sobre todo, más desdeño  de la idea socialista, en nombre de la cual se pretende actuar. Algunos compañeros temen incluso una eventual explosión social.

 

Esperamos que la cordura impere y no se olvide a la constitución socialista que expresa en su artículo primero: “Cuba es un Estado socialista de trabajadores, independiente y soberano, organizado con todos y para el bien de todos, como República unitaria y democrática, para el disfrute de la libertad política, la justicia social, el bienestar individual y colectivo y la solidaridad humana”.

 

El gobierno viene experimentando, muy modestamente, con algunas nuevas formas de producción pero con excesivo tutelaje, controles y cautelas que frenan su desarrollo y sin el impulso que les daría el claro reconocimiento del fracaso del modelo estatalista asalariado paternalista y un amplio movimiento de apoyo  desde las bases. Todo se hace desde el estado/centrismo, las decisiones de “arriba”, los métodos de ordeno y mando y el miedo a entregar las riendas de la economía a los trabajadores mismos.

 

Está demostrado en todas partes: mientras mayores son los controles de los aparatos burocráticos y mayores los impuestos, mayores son las trabas a los desarrollos económicos y poblacionales y mayores, también, el descontento y las protestas populares.

 

La cura socialista

 

Para que el cambio de “modelo” implique avances hacia una sociedad más justa, equitativa, libre y democrática, martiana, con todos y para el bien de todos, el proceso debería ser, en todo caso, a la inversa de cómo se está proyectando y con previsiones que garanticen de antemano el éxito de las “alternativas” al trabajo para el estado. Esto, aún bajo la urgencia de la situación actual.

 

Desde la visión de un socialismo más participativo y democrático, la “cura” tendría que ser otra: crear primero condiciones propicias para que las nuevas formas de producción libremente asociadas, socialistas, puedan imponerse en competencia libre y pacífica, a las ya existentes formas capitalistas privadas y estatales.

 

Aunque se requieran medidas urgentes de diversificación de la economía y las formas de propiedad, el camino sería avanzar gradualmente del predominante estatalismo asalariado actual a la multiplicidad de formas de producción, privilegiando las libremente asociadas de tipo cooperativo, auto y cogestionarias y cuentapropista,  pero libres de toda tutela burocrática y bajo regulaciones mínimas facilitadoras, no restrictivas. Siempre hemos hablado de un proceso, nunca de un acto.

 

Habría que empezar por liberar todos los mecanismos y regulaciones arbitrarias que obstaculizan las acciones productivas y el intercambio social,  la circulación monetaria y el movimiento de recursos, especialmente los que afectan al trabajo individual, familiar y cooperativo; de manera que se permita a la gente ir encontrando opciones y adecuándose a las nuevas condiciones.

 

Para hacer efectivos el cooperativismo y el cuentapropismo, habría primero que crear un cuerpo de leyes que los ampare y proteja, nada complicado ni desconocido; así como liberar esas formas de producción de los excesivos mecanismos del control estatal sobre su gestión y funcionamiento, de impuestos exagerados y contraproducentes, de las restricciones a operar en todas las monedas legales, de inspecciones y regulaciones que propician la corrupción y reducirlos a simples pagos  de licencias y bajos impuestos a quienes llegaran a establecer una cooperativa o un negocio privado en un lugar estable con entradas regulares y eliminar todas las ordenanzas para vendedores y ofertantes  de servicios ambulantes.

 

Habría que permitir a la gente experimentar un tiempo prudencial, tres meses digamos, con una especie de pre-licencia sin pago de impuestos y si logran funcionar en la nueva forma, entonces legalizar y pasar a emitir la licencia y cobrar impuestos. Téngase en cuenta que estamos pasando de una sociedad paternalista a otra donde la gente va a tener que valerse por sí misma. Se necesita aprender. Hay que borrar estigmas: que si los cuentapropistas son esto o aquello. Ahora los apurados parecen ser los estatalistas.

 

Específicamente crear un banco cooperativo, tal vez otro cuentapropista, para impulsar estas formas de producción, recibir financiamiento del estado y de fuentes internacionales, desarrollar políticas de créditos y microcréditos con bajos intereses para ayudar en la inversión y en todas las operaciones financieras necesarias. Igualmente habría que permitir claramente la ayuda de los cubanos que están fuera del país a sus familiares para estos fines, con capital y recursos; posibilitar a cuentapropistas, cooperativistas y a las empresas, ya bajo control obrero, realizar operaciones financieras internacionales, limitar los controles sobre las operaciones de intercambio, importación y exportación a las regulaciones imprescindibles que garanticen el desarrollo nacional, no dañen el medio ambiente y facilitar las uniones cooperativas de todo tipo y otras por el estilo. Haría falta Internet para una verdadera interconexión de las empresas socializadas grandes, medianas y pequeñas entre ellas y con el mundo exterior, así como para hacer efectiva la participación popular en todo.

 

Paralelamente tendrían que realizarse los profundos cambios en el sistema democrático, que muchos venimos demandando y que posibiliten una verdadera participación de los trabajadores y el pueblo en ese proceso de modificaciones, en los centros de producción y en las comunidades, en todas las decisiones que los afectan.

 

El proceso de socialización en las empresas estatales, debería empezar por las que no son rentables y tienen trabajadores “sobrantes”, entregarlas a la administración de los trabajadores, al control obrero, algo parecido a lo que hicieron los trabajadores en Argentina con las empresas recuperadas, para que sean ellos quienes decidan, democráticamente, cómo seguir gestionando sus labores, a quién comprar las materias primas, a qué precio, etc., qué producir según las posibilidades efectivas de hacer contratos de ventas y créditos (planificación democrática) y cómo distribuir sus  ingresos, qué parte iría para el consumo y cuál para la reproducción ampliada, una vez descontados los costos, fondos de emergencia, etc., así como los ingresos al presupuesto, por impuestos, para gastos sociales y demás.

 

Muy especialmente en el caso de Cuba, donde se concentró la propiedad de las empresas en el estado, habría que descentralizar esa propiedad, socializarla; desestatizar –ojo: no privatizar- las que no sean de interés estratégico para toda la nación, otorgar verdadero carácter social a las  empresas, por medio de la entrega en propiedad, arriendo, venta, usufructo o por vía del crédito, a los colectivos laborales, sociales o comunitarios que se encargarían de hacerlos producir pero bajo formas colectivas, auto y cogestionarias, sin crear grandes sismos ni descompensaciones sociales. Descentralizar la administración sin control obrero, sería fomentar el burocratismo y propiciar condiciones para la reconversión capitalista.

 

El estado no tiene que administrar la producción, sino reducirse a pequeños aparatos operativos eficientes con funciones generales y metodológicas, para facilitar –no dificultar- el funcionamiento de la sociedad, planificar estratégicamente y contribuir al desarrollo social diverso en todos los sentidos, urbano, poblacional, educacional, cultural y de salubridad en armonía con la naturaleza, de acuerdo con el presupuesto nacional participativo y transparente y actuar en cuestiones  imprescindibles para el buen funcionamiento y resguardo de la nación mientras sea necesario.

 

Los servicios generales, que garantizan el desarrollo y funcionamiento de las demás ramas y el desenvolvimiento básico de las comunidades como el agua, la energía, los trasportes y comunicaciones así como el subsuelo, partes básicas que garanticen salud y educación para todos y otros, deberían mantenerse -en lo fundamental- bajo propiedad estatal o en el nivel comunal correspondiente, aunque siempre bajo control de los trabajadores y el pueblo con absoluta transparencia en sus números y de acuerdo con los presupuestos participativos.

 

Para que la socialización no sea una impostura, todo lo demás debe ir a parar a manos directas de unidades y uniones de empresas auto y cogestionarias, cooperativas, pequeños negocios familiares y cuentapropistas; y ya que se aprobó “allá arriba”, también a las empresas privadas que exploten trabajo asalariado, lo que ya no es cuentapropismo, si no el temido capitalismo mondo y lirondo, cuyo rango debería limitarse claramente por ley, y no dejarlo a regulaciones  ambivalentes que podrían conducir a cualquier parte.

 

Si los propios trabajadores se sintieran, porque de alguna manera lo fueran, dueños de los medios de producción, porque participaran activamente en la propiedad o el usufructo, en la gestión de su centro de producción y en la repartición de las utilidades, no harían falta tantos mecanismos de control, tantos custodios, tantos policías, tantas cárceles, tantas leyes y regulaciones, tanto personal para combatir la delincuencia y la corrupción… tanto estado.

 

Por la natural eficiencia superior de las nuevas formas socialistas de producción, la racionalización de plantillas en el sector estatal vendría después y gradualmente, como una consecuencia lógica, como ocurrió en cierta forma en los primeros años del Período Especial cuando mucha gente decidió emigrar al trabajo por cuenta propia o a los sectores emergentes, por razones obvias. Esto haría menos doloroso el proceso de reconversión laboral, base para el despegue económico ansiado por todos.

 

Deberían ser los trabajadores mismos en los Consejos de Trabajadores que se formen en cada centro de producción o servicios, -no ningún aparato burocrático ni de expertos designados- los que decidan, una vez estudiada la posibilidad de ampliar la producción con recursos propios u obtenidos vía créditos, la conveniencia de reajustar sus plantillas.

 

¿Y cómo hacer toda esta liberación de las fuerzas productivas y entusiasmar a la gente, sin una amplia participación de todos los ciudadanos en la discusión, aprobación y aplicación de las medidas, sin tener en cuenta los intereses específicos de los afectados, sin que la gente pueda escoger libremente cómo trabajar, sin que los trabajadores puedan decidir democráticamente cómo organizar la producción y la distribución, sin que esto se discuta abiertamente en la prensa y el parlamento desde todas las posiciones existentes en la sociedad, aunque no compartamos alguna de ellas, impidiendo la divulgación de las posiciones de una creciente ala socialista, radicalizada, del proceso revolucionario, sin que se respeten plenamente todos los derechos de todos los cubanos?

 

Desde luego, se trataría de un verdadera revolución en la organización de la producción y en el sistema político vigente, el tránsito  socialista que la revolución cubana dejó congelar en el espacio y en el tiempo, desde los años 60, cuando luego de todas aquellas "nacionalizaciones" -debería decirse estatizaciones-, la propiedad y la administración de todas las empresas, grandes, medias y pequeñas, capitalistas, privadas, individuales, nacionales, extranjeras, cooperativas, mutuales y timbiriches quedaron en manos del aparato burocrático reproducido en el “nuevo” estado y todo empezó a hacerse según los criterios únicos de un centro: el esquema del "socialismo real", sacralizado desde la época del estalinismo que echó a un lado importantes aspiraciones del pueblo cubano, contempladas en el motor original de la revolución, que fue el Programa del Moncada.

 

El gobierno/partido/estado/sindicato habla de un proceso de reajustes de varios años y la “participación” que pide a los trabajadores es su apoyo a lo ya decidido. Ojala pueda rectificar sobre la marcha. Si los que están tomando las decisiones quieren escuchar, qué bueno. Siempre hemos estado dispuestos a cooperar, hemos sido pacientes, tolerantes, hemos callado ante provocaciones y abusos del poder, hemos llamado al diálogo y hemos expuesto abiertamente nuestros puntos de vista, sin pedir nada a cambio y sin ánimo de protagonismo, que correspondería al pueblo y a los trabajadores en un sistema autogestionario. Esperamos que el sectarismo no impida la audición. En cualquier caso, no importan condiciones, continuaremos nuestra paciente batalla.

 

¡Viva Cuba Libre y socialista!

 

La Habana, 27 de septiembre de 2010                                   

 

 

 



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