Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Sul togliattismo e la sua eredità nel partito comunista italiano

Sul togliattismo e la sua eredità nel partito comunista italiano

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Sul togliattismo e la sua eredità nel partito comunista italiano: una risposta a Gianni Alasia

 

Caro Gianni ti rispondiamo a quattro mani perché sugli argomenti in questione non solo io, ma soprattutto il compagno Moscato ha scritto ripetutamente.

Consideriamo molto positivo che tu abbia aperto questo dibattito sulle interpretazioni dello stalinismo e su che cosa ha rappresentato il “togliattismo” in Italia. Ce ne era bisogno sia perché l’ultimo congresso ha solo posto la questione, senza poterla sciogliere (è impossibile in un documento congressuale, soprattutto dopo anni di reticenze e silenzi), sia perché è evidente che pur lavorando insieme e  trovandoci quasi sempre impegnati nelle stesse battaglie anche all’interno del partito, non sempre siamo riusciti ad ascoltarci e comprenderci chiaramente su alcune questioni, tra cui il dibattito storico. È ora di cominciare a farlo.

Non avevamo dubbi sul tuo “assenso alle critiche a Togliatti ed al suo indubbio sostegno allo stalinismo negli anni peggiori del dispotismo in URSS”. Ma per noi, da anni, non è questo il problema

Sulla “via italiana” ed il “partito di massa” invece abbiamo da tempo sottolineato, anche sulla scorta di quanto scritto da uno storico lontano da noi politicamente ma di indubbia onestà intellettuale come Aldo Agosti, e da altri storici che come lui hanno esaminato le carte del Comintern e del PCUS, che non si trattava di una scelta così originale e autonoma. Era stata ad esempio suggerita da Stalin anche a Thorez, che quella linea applicò con risultati assai meno brillanti (ma ciò dipende in primo luogo dalla ben diversa levatura intellettuale tra i due leader).

Ma a noi premeva non tanto insistere su questa rispondenza alle esigenze di Stalin della linea proposta ai due maggiori partiti comunisti dell’Occidente, quanto sui risultati di essa. Ed è su questo bilancio che ti soffermi meno. Ricordi “l’Italia delle lotte contadine ed operaie e delle riforme istituzionali ad incominciare dalla Repubblica” ma non dovresti sottovalutare due dati importanti: queste lotte partirono solo dopo un lungo periodo in cui, in nome dell’unità nazionale, quelle lotte furono bloccate o criminalizzate come reazionarie o estremiste, soprattutto nel sud, che aveva accolto l’arrivo degli “alleati” con una radicalità forte, a cui si rispose dagli occupanti ma anche dai governi “antifascisti” (anche dopo l’entrata in essi del PCI) più o meno come erano state trattate le insorgenze contadine che accompagnarono la spedizione dei Mille (Badoglio come Bixio, potremmo dire).

Togliatti cominciò a riflettere sugli effetti di quella politica dopo la profonda delusione per il voto meridionale (e non solo per il voto: pensiamo alla plebe napoletana che era stata capace dell’eroismo delle quattro giornate, con un ruolo importante dei comunisti, e che nel 1946 assaltò invece la federazione del PCI partenopea). Fu dopo quel voto che Togliatti decise di rinunciare all’incarico di ministro della Giustizia per dedicarsi alla riorganizzazione del partito, soprattutto nel Sud, spingendo i comunisti a preparare quelle lotte per la terra che erano state fermate in anni decisivi e che partirono solo dopo l’espulsione di comunisti e socialisti dal governo, cioè quando il clima era profondamente cambiato, e la demoralizzazione aveva investito anche la classe operaia del Nord-

Prima, invece, il PCI, come fece poi anche altre volte appena si riaffacciò la possibilità di arrivare al governo o nell’anticamera del governo, si era assunto gravi responsabilità nell’auspicare il blocco delle “lotte inconsulte”.

Le frange irrequiete furono contenute, e se necessario colpite da provvedimenti disciplinari interni, o segnalate alla repressione statale, naturalmente come “provocatori”. La linea dura verso i perturbatori (mentre l’amnistia rimetteva in circolazione fascisti e collaborazionisti) partiva dallo stesso Togliatti, allora ministro della Giustizia. Tra gli appelli alla magistratura perché “faccia rispettare la legge e la proprietà” firmati da Togliatti, Giorgio Bocca ne ha riportato integralmente uno durissimo nei confronti dei disoccupati, che in tutta l’Italia scendevano in piazza con comprensibile esasperazione:

“Non sarà sfuggito all’attenzione delle SS. LL. Ill.me che, specie in questi ultimi tempi, si sono verificate in molte province manifestazioni di protesta da parte di disoccupati, culminanti in gravissimi episodi di devastazione e di saccheggio a danno di uffici pubblici nonché di violenze contro i funzionari. Pertanto questo ministero, pienamente convinto della necessità che l’energica azione intrapresa dalla polizia per il mantenimento dell’ordine pubblico debba essere validamente affiancata e appoggiata dall’autorità giudiziaria, si rivolge alle SS. LL., invitandole a voler impartire ai dipendenti uffici le opportune direttive affinché contro le persone denunciate si proceda con la massima sollecitudine e con estremo rigore. Le istruttorie e i relativi giudizi, devono essere espletati con assoluta urgenza onde assicurare una pronta ed esemplare repressione.” (Giorgio Bocca, Palmiro Togliatti, Laterza, Bari, 1973, p. 452.)

Inutile dire che la magistratura, tutta formatasi sotto il fascismo, e deliberatamente non epurata, non aspettava di meglio.

Poi, dopo la cacciata dal governo (senza la minima reazione, senza un’ora di sciopero!) e ancor più dopo la risposta di massa all’attentato a Togliatti, si cercò sempre più di rilanciare le lotte, anche a rischio di “bruciare” ed esporre a una pesante repressione (come avvenne peraltro anche dopo il 14 luglio, ma in quel caso era stata una reazione del tutto spontanea a un atto che appariva il segnale di una svolta a destra pericolosissima) chi partecipava a scioperi ormai fatalmente minoritari. Magari giustissimi, come quelli contro il “generale peste” della guerra di Corea o contro la legge truffa, ma terribilmente minoritari.

“Era possibile, era utile, allora fare diversamente?”, ti domandi. Crediamo di sì, ma non nei termini che tu proponi. Quando affermi, con qualche perplessità che di recente si è detto che  la storia si costruisce anche con i “se”, citando Bertinotti, quando presenti le ipotesi diverse, scegli sempre quelle sicuramente perdenti, avventuriste. Ad esempio ti domandi “cosa sarebbe successo non avviando una politica di unità nazionale e accentuando invece la divisione-contrapposizione sul problema istituzionale allora accantonato” e dai per scontato che le forze antifasciste divise e contrapposte avrebbero vissuto una tragedia”. Certo, se si fosse tentata un’insurrezione fuori tempo, come si fece in Grecia nel 1947, dopo una serie di sconfitte ed errori, sarebbe stato così. Ma in Grecia il problema si era posto nell’estate 1944, quando i partigiani comunisti si erano liberati da soli e non c’erano truppe inglesi o statunitensi. Ma allora i consiglieri sovietici tennero fermi i partigiani e consentirono a un Churchill preoccupatissimo perché gli davano pochissimi uomini, e il parlamento lo criticava, di iniziare la riconquista del paese.

La storia si può fare con i se, solo a condizione di non inventarsi un’alternativa terribile e indesiderabile. Togliatti e Nenni parlarono a lungo della “tragedia della Grecia”, senza tener conto che c’era anche l’esempio della Jugoslavia, ugualmente non assegnata all’area dell’URSS dalla spartizione concordata da Churchill con Stalin a Mosca nell’ottobre 1944. Perché Churchill accettò che i comunisti prendessero il potere, e abbandonò il re su cui aveva inizialmente puntato? Per realismo, e perché nel 1944 la guerra non era affatto finita, e non aveva truppe per poter tentare una riconquista E ancora nel 1945, anche in Italia, un processo di mobilitazione delle masse in cui le dinamiche rivendicative e di lotta assumessero un carattere fortemente socialista non sarebbe stato impossibile, dato che le truppe britanniche e ancor più statunitensi erano stanche, anelavano a ritornare a casa, ed erano ancora imbevute degli ideali antifascisti con cui era stata propagandata la guerra.

Tu dai invece per scontato che “il fronte monarchico si sarebbe fortemente rafforzato anche con un più esplicito intervento inglese” che era invece “costretto a tante cautele” per le ragioni ricordate sopra.

Perché deve contrapporre alla linea di unità interclassista che diede tempo alla borghesia per ricostruire il suo apparato distrutto dalla guerra e dalla divisione dell’Italia in due, il rafforzamento di  posizioni bordighiste. Ma dove erano? Perché escludere l’ipotesi di una posizione di classe, che sapesse tenere insieme in modo unitario i diversi movimenti di massa, non vincolandosi e vincolando le lotte stesse agli accordi di vertice interclassisti?

Il “patto sindacale unitario” di Roma (la CGIL unitaria di derivazione ciellenistica, comunisti, socialisti, cattolici, azionisti, repubblicani) sarebbe stato messo in forse con le conseguenze facilmente immaginabili. Quali? E credi sia stato tanto positivo accettare il verticismo di quel Patto, che si ruppe poi appena ricompattate e riorganizzate le correnti clericali e conservatrici? Il bilancio della politica sindacale di quegli anni fu certo la scala mobile (concessa dai padroni per “arginare le agitazioni”), ma che ebbe come contropartita la fine del blocco dei licenziamenti, che demoralizzò larghi settori operai e consentì la preparazione della controffensiva padronale.

La trasformazione di quella politica in “alleantismo” non fu tanto successivo, e facilitò, anziché subire, il cambio del quadro politico ed economico, e il ricompattarsi delle forze del capitale sbandate e scosse dalla Resistenza, il ritorno dei padroni dopo le iniziali epurazioni. Abbiamo documentato che a favore di quel ritorno si spesero molti dirigenti comunisti, da Sereni allo stesso Togliatti, che intervenne personalmente a favore di Valletta e di altri quadri della FIAT messi al bando dagli operai. Abbiamo più volte commentato la polemica di Togliatti con Pietro Secchia, criticando il suo schematismo e semplicismo, e l’ingenuità della sua illusione di poter avere l’appoggio dei sovietici. Perché l’unica linea alternativa avrebbe dovuto essere quella di Secchia?

La vera discussione strategica che secondo noi si pone è la seguente: era possibile e necessario che il Pci perseguisse un orientamento di fondo che, al di là delle necessarie mediazioni tattiche e della indispensabile ricerca di una mobilitazione unitaria delle masse, puntasse ad approfondire le lotte e l’organizzazione dei lavoratori in una prospettiva socialista, e non restasse prigioniera del semplice quadro della cosiddetta “democrazia progressiva”, che si è rivelata essere non altro che la piena ricostruzione dello stato borghese? La stessa fondamentale conquista delle libertà democratiche ottenuta con la Resistenza, poteva e doveva essere usata come strumento per portare avanti fino in fondo anche i diritti economici e sociali delle masse popolari. Nessuno può dire con certezza che la vittoria sarebbe stata garantita, ma nessuna scelta fu fatta in tal senso. Anzi si agì in senso contrario. Gli anni successivi avrebbero visto la costituzione di un forte partito comunista, il cui significato noi non sottovalutiamo, ma contemporaneamente anche a una grande riorganizzazione della classe dominante italiana: le speranze di una trasformazione radicale furono rinviate per un lungo periodo.

 

Sugli anni 60 abbiamo scritto tante volte senza sottovalutare le opposizioni comuniste, che furono molte e consistenti; ma non c’è dubbio che la linea prevalente nel partito e nella CGIL fu un'altra. Sia sugli obiettivi dei rinnovi contrattuali, sia sulla questione dei consigli, abbiamo riletto di recente gli Atti del Congresso di Livorno del giugno 1969, che aveva deciso esattamente il contrario di quanto fu poi deciso e praticato, già nel luglio, nelle assemblee dei sindacati unitari dei metalmeccanici e dei chimici, dove pesarono ben diversamente le “nuove avanguardie” e la radicalizzazione cattolica che si rifletteva soprattutto nella FIM-CISL.

Ridiscutiamone insieme, forse scopriremo che siamo molto meno lontani. Dalle collezioni di Bandiera rossa di quegli anni risulterà chiaro che non avevamo  “sopravvalutato il ruolo del movimento studentesco”, pur cogliendone l’impatto oggettivo. E quanto alle “correnti e sottocorrenti” nella quale si esprimeva, caro Gianni, potrai verificare che ci muovevamo senza rinunciare a una critica del maoismo che creava contrapposizioni non necessarie con i compagni del PCI e del PSIUP, e dello spontaneismo che rinunciava alla battaglia nei Consigli e nel sindacato quando era possibile ottenere ben più che qualche “più uno” rispetto alle proposte della burocrazia sindacale. E per quanto riguarda Torino non sottovalutiamo e non sottovalutammo allora l’apporto dato da tanti militanti e quadri del PCI alla ricostruzione della lotta operaia e in particolare il ruolo dei compagni dello PSIUP nella costruzione dei primi consigli di fabbrica. Infine non pensammo mai, come fecero certi gruppi, che con la nuova ondata di lotte, la questione del PCI fosse risolta, che nella costruzione di una alternativa rivoluzionaria si potesse prescindere da tanta parte delle forze che militavano in questo partito.

Su cosa fu il ’68, insomma, in cui operammo attivamente e scrivemmo a caldo, varrebbe la pena di ritornare senza polemiche, tanto più oggi che qualche tentazione di ripercorrere strade già perdenti riaffiora in qualche frangia dei nuovi movimenti.

L’importante è che discutiamo tra noi su quelli che sono i problemi veri. Non attribuendoci il mito della “rivoluzione dietro l’angolo”, che non fu mai della nostra corrente storica, ma rifiutando anche l’assioma che tutto quel che accadde era inevitabile. Che è una delle peggiori lezioni lasciateci da Togliatti.

 

Franco Turigliatto e Antonio Moscato

In Appendice la lettera di Gianni Alasia

Su la “svolta necessaria”, stalinismo, togliattismo e partito comunista italiano: in un articolo di “Bandiera Rossa”

Gianni Alasia

Torino, giugno 2002.

 

Condivido molte delle considerazioni svolte da Franco Turigliatto nell’articolo su “Bandiera Rossa” (n.°17 aprile 2002) e segnatamente l’assunto principale sulla necessità della svolta di Rifondazione Comunista. Non sto quindi a riprenderle, limitandomi solo, a scanso di equivoci, a confermare il mio assenso alle critiche a Togliatti ed al suo indubbio sostegno allo stalinismo negli anni peggiori del dispotismo in URSS. Anni tragici quando Togliatti salvò la testa ma mi è difficile dire quanto salvò l’anima. C’è chi sostiene che una sua opposizione allo stalinismo l’avrebbe portato a far la fine di Bela Kun e di tanti altri. E questo mi pare certo; c’è chi sostiene che ciò avrebbe portato alla liquidazione del partito italiano, allora piccolo partito clandestino. E questo francamente io non lo so dire. Sarei tentato di dire gramscianamente che “la verità è sempre rivoluzionaria” e va sempre affermata perché alla fine passa, ed il tragico dissolvimento dell’URSS starebbe a dimostrarlo. Trovarsi nei tragici avvenimenti per dare con onestà un giudizio. Io confesso di non saperlo dare in mezzo alle tante certezze che si ostentano davanti alla storia.

Cerro è che quella testa ebbe poi anche altre versioni importanti, quali la “via italiana” ed il “partito di massa”, l’Italia delle lotte contadine ed operaie e delle riforme istituzionali ad incominciare dalla Repubblica, che qui converrebbe anche mettere in conto e discutere. Ma detto tutto ciò mi pare che Franco Turigliatto compie una certa forzatura ed una semplificazione nell’equiparazione tout court fra stalinismo e partito comunista italiano.

È vero che v’è stata “separatezza dai movimenti di massa” e accentuazione della “mediazione politico istituzionale” ma le cose non sono state così semplificabili come Franco Turigliatto le presenta. Vi fu anche protagonismo forte dei movimenti di massa che senza il PC non si sarebbero dispiegati con tanta ampiezza. Il partito italiano fu un grande partito di lotta e di trasformazione della società italiana e questo non solo a livello istituzionale. Ed al suo interno era aperta una dialettica ben più feconda di quanto nello scritto in parole appaia e di quanto non apparisse in modo esplicito allora date le sue interne liturgie. Nello scritto di Bandiera Rossa tutto questo non appare affatto.

Franco Turigliatto invita peraltro alla discussione ricordando che “la realtà è sempre più ricca di qualsiasi teoria”. Giustissimo. Ed io scendo in discussione volentieri, qui, necessariamente riprendendo miei precedenti ed espliciti rilievi ai quali Bandiera Rossa non ha sin qui risposto.

Mi riferisco al quaderno n. 7 di Bandiera Rossa ed in particolare al giudizio su “Salerno”, l’accantonamento della questione istituzionale (Monarchia- Repubblica) del PCI. e poi nel dopoguerra, dopo le sconfitte degli anni ’50-60 e la ripresa degli anni ‘60-70.

Due momenti importantissimi per giudicare la complessità del Partito Comunista Italiano e le sue interne contraddizioni. Devo dire qua per correttezza che negli anni della guerra io militavo nel partito socialista proletario allora clandestino, che, assieme al PdA, criticò quell’atteggiamento comunista. Ma debbo anche aggiungere (spero non venga presa per una giustificazione ma solo per la descrizione di una condizione terribilmente oggettiva) che noi capivamo e sapevamo allora poco e che la mia generazione era presa da altre cose: soprattutto per noi premeva l’importanza e l’efficacia della lotta di Resistenza e quando fummo in grado di sapere e di capire molti di noi condivisero l’orientamento comunista sentendo soprattutto l’imperativo dell’unità nella lotta contro il nazifascismo che era impellente pratica quotidiana di vita.

Vorrei riflettere oggi ad alta voce.

Era possibile, era utile, allora fare diversamente?

Era possibile prescindere-contrapporsi alle formazioni Autonome Mauri nelle Langhe, o degli Autonomi di Nicoletta, a Giaveno, in Val Sangone, o nell’Ossola?

Erano formazioni consistenti ed impegnate alle quali aderivano, data anche la casualità delle scelte di quel momento (presenze di ex militari competenti), notevoli forze operaie che negli sbandamenti ed oscillazioni dell’epoca sarebbero state gettate nello sconforto da una polemica frontale, per non parlare di altri rischi.

Si è detto di recente che la storia si costruisce anche con i “se”.

Proviamo allora a fare l’ipotesi diversa: cosa sarebbe successo non avviando una politica di unità nazionale e accentuando invece la divisione-contrapposizione sul problema istituzionale allora accantonato. Le forze antifasciste divise e contrapposte avrebbero vissuto una tragedia. I comunisti seppero invece sempre, anche in presenza di differenze importanti circa la tattica partigiana, ricollegarsi ai fatti: si pensi ad esempio alle differenti valutazioni sulle “libere repubbliche” ove i comunisti pur privilegiando la “guerriglia di movimento”, parteciparono attivamente a quelle esperienze e come nell’Ossola con uomini prestigiosi come Terracini che emarginato dal partito fu recuperato dall’intelligenza e freddezza di Togliatti. La divisione, con i suoi riflessi anche in fabbrica, avrebbe aperto possibilità di penetrazione e di manovra ben più efficaci alla RSI ed al “socialismo” di Salò, ridotto invece ad una larva.

Il fronte monarchico si sarebbe fortemente rafforzato anche con un più esplicito intervento inglese, costretto invece a tante cautele. Persin nel momento culminante dell’insurrezione d’aprile quando gli alleati cercavano di ritardarla e di bloccare l’entrata dei partigiani alle porte di Torino, la macchina unitaria del CLNAI era già in moto, coinvolgendo le formazioni partigiane tutte.

Una chiusura del PCI  avrebbe poi sicuramente rafforzato al suo interno le posizioni bordighiste riducendo fortemente lo sviluppo del partito di massa che invece andava allora clamorosamente affermandosi con l’ingresso impetuoso (ma tumultuoso, non dimentichiamolo, come sono tutti i movimenti profondi della storia) delle nuove generazioni che, inutile dirlo, non era solo un fatto quantitativo, ma l’apporto di tante forze non provate dalle divisioni degli anni ’20 e dotate dunque di maggiore immediatezza. Quali limiti e ulteriori difficoltà vi sarebbero state per le SAP e le GAP nelle fabbriche ed in città spinte magari da un ribellismo pericoloso.

Credo che persin il “patto sindacale unitario” di Roma (la CGIL unitaria di derivazione ciellenistica, comunisti, socialisti, cattolici, azionisti, repubblicani) sarebbe stato messo in forse con le conseguenze facilmente immaginabili. Cosa sarebbe successo nei “Comitati d’agitazione”, per gli scioperi e per lo sciopero preinsurrezionale? E per i contenuti sindacali unitari di grande innovazione? (Si veda il decreto del CLNAI per i Consigli di Gestione). Con un Nord ed un Sud spezzati dalla linea gotica? Un Sud senza “Resistenza” e con la presenza delle forze militari di occupazione? E dopo? A liberazione avvenuta in una Italia divisa, distrutta, in miseria e fame, con milioni di reduci che rientravano da tutto il mondo, avviliti ed umiliati che non avevano partecipato alla lotta e alla resistenza?Credo che in queste drammatiche vicende il PCI dimostrò grande capacità politica ed il ruolo di Togliatti fu fondamentale come è noto e niente affatto facile anche all’interno del partito.

Non fu quella alleanza (come sbrigativamente la si definisce) a pesare negativamente (pur con gli ovvi limiti) sugli sviluppi di classe. Ho già espresso questa opinone che voglio qui ripetere con un po’ più di cautela: forse, a pesare negativamente fu un suo successivo trasformarsi in alleantismo a guerra finita, quando il quadro politico ed economico e politico già andava mutando: la ricostruzione materiale, il ricompattarsi delle forze del capitale sbandate e scosse dalla Resistenza, il ritorno dei padroni dopo le iniziali epurazioni. In sostanza i problemi che si posero nella polemica con Pietro Secchia, che Secchia pose però con schematismo e semplicismo e con un ancor più forte rapport coi sovietici. Sugli anni ?60 non condivido il giudizio ancor più sbrigativo di “Bandiera Rossa” secondo il quale l’esperienza consigliare si è prodotta al di fuori del PCI. Le opposizioni comuniste furono molte e consistenti; ma un’altra parte dei comunisti, dei socialisti unitari e del sindacato furono determinanti e vincenti sulla scelta dei consigli. Senza i comunisti quell’impegno così innovativo non ci sarebbe stato; non avrebbe vinto in fabbrica, cioè nel punto decisivo.

A questo punto non va sopravvalutato il ruolo del movimento studentesco, che certo vi fu e rilevante ma anche contraddittorio in quella selva di correnti e sottocorrenti nella quale si esprimeva. Non fu un ruolo decisivo; anzi pieno di contraddizioni, nel risolvere una questione che aveva il cervello ed i piedi nella fabbrica, nella ricerca-elaborazione di piattaforme rivendicative adeguate ad una realtà tanto mutata, nella non facile e non semplificabile questione del ruolo delle vecchie Commissioni interne troppo svillaneggiate.

La scelta dei Consigli e dei Delegati non è nata dal nulla né da germinazioni spontanee. La dialettica-lotta interna ai sindacati ed al PCI fu molto più viva e produttiva di quanto non appaia (e non appare affatto) dalla rivista “Bandiera Rossa”.

Il “68” fu certamente importantissimo. Concorse a sciogliere vecchi nodi e croste. Ma cosa fu il ’68?

Con disinvoltura sorprendente, in tanti scritti e saggi, si dimentica che la FIOM e la Camera del Lavoro di Torino nel febbraio del ’62 dichiararono da soli lo sciopero alla Fiat (sciopero al quale non partecipò la CISL ma al quale diede attenzione condividendone le motivazioni, segno di una unità che andava iniziando). Quello sciopero fallì. E CGIL nazionale e Togliatti furono duramente critici; ma la loro accusa di “avventurismo” non reggeva. Infatti di li a pochi mesi nel luglio ed agosto alla Fiat si scioperava totalmente. Quel risultato non pioveva dal cielo. E folgorati furono solo coloro che non avevano colto il significato della lunga marcia delle organizzazioni sindacali torinesi.

Ancora con disinvoltura sorprendente si dimentica il profondo lavoro dei comunisti, dei socialisti unitari sulla mutata condizione di lavoro; sui “premi” discrezionali o contrattati, sui cottimi, sull’ambiente e salute non più monetizzate ma per la rimozione del nocivo, sulla prevenzione, sulla scuola, avviati con milioni di questionari nei primi anni ’60, ancora lontani dal ’68. Il questionario non era una indagine sociologica; era soprattutto il ritorno al protagonismo operaio che fu poi alla base delle nuove forme organizzative. Fare inchiesta, si direbbe oggi.

E forse dice qualcosa sul ruolo dei comunisti e socialisti unitari la costituzione del sindacato scuola confederato sul finire degli anni ’60: non voluti inizialmente dalla CGIL nazionale e poi assunto dalla maggioranza confederale (comunisti e socialisti unitari contro il parere dei socialisti) e dopo aspri confronti interni, costellati di tanti atti periferici (che noi assertori della dialettica non dovremmo mai dimenticare rifuggendo dai giudizi perentori). La CGIL faceva così una scelta che andava al di là del fatto “categoriale” per coinvolgere invece i sindacati dell’industria, gli utenti della scuola, le famiglie, la cultura, rivendicando non solo più scuola, ma una scuola diversa e saldando lotta ed impegni di fabbrica e di territorio.

Fu un salto di democrazia partecipata, non solo istituzionale.

Queste cose mi pare andrebbero riflettute.

 



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