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Kirchner e le incognite per l'Argentina

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La morte di Kirchner e le incognite per l'Argentina

A un anno dalle elezioni improvvisa scomparsa del marito dell'attuale presidente, pronto a darle di nuovo il cambio alla guida del Paese. Che ora entra in una fase ricca di incertezze

 

Antonio Moscato, da Il megafonoquotidiano

La morte di Kirchner avrà conseguenze sulla vita politica argentina (e continentale) ben superiori a quelle che si potrebbero immaginare per la scomparsa di un semplice ex presidente. Certo, dal 2007 Néstor Kirchner non era più presidente, ma non era diventato solo un “principe consorte”: Cristina Fernández è una donna con una lunga esperienza politica, una buona capacità di comunicare, ma il suo successo elettorale era frutto di una complementarità tra i due, e di una capacità tattica in cui suo marito eccelleva, e che ha continuato a spendere come suo consigliere.
La scelta di alternarsi alla presidenza era stata abile in un momento in cui la destra, nel giugno 2007, aveva avuto un forte successo portando Mauricio Macri (il “Berlusconi argentino”) a una vittoria clamorosa nelle elezioni a governatore della popolosissima provincia di Buenos Aires: a ottobre Cristina – che proveniva come il marito dalla destra peronista, ma aveva saputo dialogare con le Madri di Plaza de Mayo e altri frammenti della sinistra - aveva recuparato clamorosamente terreno e aveva vinto già al primo turno.

Ora tutti davano per scontato che l’anno prossimo si sarebbe ripetuto lo scambio, e che Kirchner avrebbe preso il testimone dalla moglie, la cui statura era stata in parte offuscata nel 2008 dalla sconfitta nel braccio di ferro con produttori ed esportatori di soja, e il passaggio all’opposizione del suo vicepresidente, il radicale Julio Cobos.
Tutti i sondaggi davano in testa Kirchner, con la possibilità di essere eletto al primo turno (in Argentina per questo basta raggiungere il 40% dei voti, o avere un 10% in più del secondo candidato), ma non è automatico che possa esserci un analogo successo per Cristina, che si è creata non pochi nemici nei tre anni della sua presidenza. E ha per giunta moltissimi amici insidiosi, come Daniel Scioli, attuale governatore della provincia di Buenos Aires, e probabile aspirante alla presidenza. Inoltre Néstor Kirchner era presidente del Partido Justicialista (peronista) non solo formalmente: grazie al suo lungo passato politico nell’apparato era più capace di Cristina di trattare con i governatori semifeudali di quella destra peronista da cui egli stesso proveniva.

Inoltre egli avrebbe speso nella campagna elettorale il prestigio ottenuto con la sua recente elezione a segretario generale dell’UNASUR, l’organismo che riunisce le nazioni del Sud America escludendo di fatto l’OSA (organizzazione degli Stati americani) in cui pesano troppo gli Stati Uniti. Un ruolo che non è stato sempre tutto positivo come è stato spesso presentato nella sinistra italiana, ma che indubbiamente lo ha fatto emergere come uno dei principali leader del continente. Ad esempio Kirchner ha fermato le punte estreme del secessionismo boliviano, ma imponendo a Morales di rinunciare alla punizione dei governatori ribelli. Più in generale – pur essendo legato da gratitudine a Chávez, che aveva acquistato una parte considerevole del debito argentino – Kirchner era molto più vicino a Lula e anche alla Bachelet e a Piñera. D’altra parte ripagare con i petrodollari venezuelani il debito accumulato dai generali golpisti e dai presidenti fanaticamente liberisti significava anche rinunciare a una battaglia comune per denunciarlo come iniquo e rifiutarne il pagamento, come proponeva invece Correa nella sua prima fase.
Ma, sia pure con una visuale moderata e moderatrice, il suo ruolo nel tenere insieme i principali Stati del continente era stato apprezzato anche nel suo paese. In ogni caso dato che la carica di segretario dell’UNASUR era stata creata appositamente per lui, non sarà facile trovare chi lo possa sostituire.

Naturalmente le incognite maggiori restano quelle del voto per le presidenziali, che si terrà esattamente tra un anno. È un tempo troppo lungo perché Cristina possa spendere ancora la commozione per la improvvisa scomparsa del marito, accresciuta dalla circostanza casuale che la notizia ha raggiunto tutti gli argentini mentre erano obbligati a restare bloccati in casa, nel giorno in cui si teneva il censimento della popolazione: erano sospese le attività lavorative, chiusi negozi e ristoranti, e quindi c’erano indici altissimi di ascolto di radio e televisioni. Ma un anno è lungo, specialmente se bisogna fronteggiare molti problemi interni e dell’intero continente (anzi del mondo: si pensi a cosa accadrebbe se si riducessero gli acquiti cinesi di grano…). E Cristina deve guidare lo Stato, e contemporaneamente diventare l’organizzatrice di quel partito in cui suo marito si muoveva bene. Un partito che giustamente è stato definito “uno stagno pieno di squali”, un partito che non ha ideologia, programma, principi, ma continua a pesare nella vita politica argentina.

Il successo di Kirchner, che pure non era un gigante della politica, e non era assolutamente di sinistra, era dovuto alle circostanze eccezionali della sua elezione a presidente, in uno stato di mobilitazione permanente delle masse dovuto alla bancarotta dello Stato, che portò alla cacciata di quattro presidenti. Paradossalmente, dato il contesto, Kirchner era riuscito a fare molto più di tutti gli altri presidenti “progressisti” del resto del continente almeno sul piano dell’abrogazione delle leggi sull’impunità garantita agli assassini. In Argentina sono stati fatti molti processi ai torturatori, e Kirchner era riuscito a farlo accettare al grosso dell’apparato statale (anche se ogni tanto ci sono ancora colpi di coda, sparizioni e assassinii di militanti, come quello recentissimo di Mariano Ferreyra). Ci era riuscito grazie al grande spavento provato da tutto il ceto politico di fronte alla rivolta del 2001, che certo egli non aveva voluto né provocato, ma che seppe cavalcare e su cui si appoggiò per imporre la sua candidatura e costringere al ritiro - prima del ballottaggio - il rappresentante più genuino (e più votato) della destra, Carlos Menem.

Alcune delle misure economiche molto apprezzate dalla sinistra italiana come la tassa sui grandi esportatori di soja, o la ristatalizzazione del sistema pensionistico, pur essendo in sé giuste, hanno suscitato un’opposizione molto forte non solo della destra colpita (e anzi sono state osteggiate anche da parte dell’estrema sinistra), per il sospetto che servissero prevalentemente a fare cassa per un ceto politico corrotto.
Comunque le circostanze che avevano reso possibile il successo dei due presidenti non si ci sono più, le proteste delle cacerolas sono lontane e dimenticate, e molte di quelle dei piqueteros sono state addomesticate con elargizioni di aiuti economici, e la complicità degli apparati sindacali. Per l’Argentina si apre dunque un anno davvero difficile e pieno di incertezze.

http://antoniomoscato.altervista.org/

 



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