Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Ricordo di Aldo Natoli bis

Ricordo di Aldo Natoli bis

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Un ricordo di Aldo Natoli (1913- 2010) con due appendici

Ho conosciuto bene, e apprezzato, Aldo Natoli fin dalla metà degli anni Sessanta. Era iscritto alla sezione “Italia” (dal nome del quartiere…), in cui militavo. Siamo diventati amici in occasione dell’XI congresso del PCI, il primo dopo la morte di Togliatti, il congresso che vide emergere la prima opposizione interna di Ingrao.

Io ero nella segreteria della sezione, da anni. Ero attivissimo nel lavoro faticoso di organizzazione di una sezione con 700 iscritti sulla carta e pochi militanti. (Ne ho ricostruito alcune vicende in un articolo già inserito sul sito: Una sezione del PCI nel 1956). Ero particolarmente impegnato nell’assicurare che la sezione avesse relazioni esterne, sia con altre sezioni, sia aprendo i suoi dibattiti a non iscritti. È per questa ragione che Aldo Natoli mi chiese un incontro riservato, spiegandomi che aveva deciso di dare battaglia presentando una serie organica di emendamenti alle Tesi, che avrebbe presentato nel congresso della sua cellula, per poi farli discutere nel congresso di sezione. Quello che mi chiedeva era di utilizzare i legami che avevo con altre sezioni anche lontane territorialmente ma in cui operavano compagni di tendenza trotskista, per farli conoscere subito, prima del congresso provinciale. Fu fatto. Come ho raccontato nell’articolo che ho segnalato sopra, stravincemmo il congresso di sezione, e al congresso provinciale erano presenti molti delegati che appoggiavano i suoi emendamenti (che suscitavano interesse e speranza, ma a me non sembravano particolarmente utili in sé, dato che in genere reintegravano frasi del X congresso del 1962, come se l’involuzione fosse cominciata solo dopo di allora, o dopo la morte di Togliatti). Comunque, almeno, quegli emendamenti facevano da catalizzatore delle inquietudini latenti…

Ma nessuno di quegli emendamenti fu accolto dal congresso provinciale. Natoli fu delegato a quello nazionale per la sua storia (era stato a lungo segretario della federazione e del regionale del Lazio), ma era uscito amareggiato e deluso. Il giorno che doveva intervenire al Congresso nazionale, non era in aula, e si decise a venire solo dopo una mia pressione fortissima (non poteva deludere chi lo aveva sostenuto, dicevo…). Ma deluse lo stesso, con un discorso generico e sulla difensiva.

Pochi mesi dopo venne a trovarmi a casa, mentre ero convalescente dopo una brutta aggressione fascista (che mi colpì mentre con altri compagni tra cui Celeste Ingrao accorrevo a un suo appello dalla federazione minacciata da ronde fasciste). Mi parlò con ottimismo dell’atteggiamento della Cina, che secondo lui - se attaccata dagli USA - era pronta a scatenare la rivoluzione in tutta l’Asia. Non mi sembrava una bella cosa: se c’erano le condizioni oggettive per una rivoluzione bisognava aiutarla a prescindere dall’aggressione statunitense, se non c’erano, si esponevano i partecipanti a un’eventuale insurrezione a una sconfitta catastrofica. Ma restammo legati da un’amicizia profonda al di là delle divergenze.

In quanto consigliere comunale in Campidoglio Natoli “celebrò” il mio matrimonio con Titti Pierini nel 1967, un matrimonio che risultò uno strano incontro di oppositori alla linea del PCI: tra i testimoni due compagni già espulsi per trotskismo (Silverio Corvisieri e Silvio Paolicchi), più Ambrogio Donini, leader della tendenza etichettata a torto “stalinista” e poi, dal 1979, “kabulista”, che si trovava però benissimo in quella compagnia. D’altra parte Donini mi protesse sempre da ogni repressione, nel partito, nell’Università e nella società (cosa che un vero stalinista non avrebbe certo fatto).

Io nel frattempo, trasferitomi a Bari come assistente prima di Vittorio Lanternari (morto quest’anno, e anch’esso rimpianto per tante ragioni) e poi di Donini, ero uscito dal PCI, impegnandomi a fondo in un coordinamento di lavoratori “per l’Unità operaia”, e mi ero trovato di fronte a un atteggiamento veramente staliniano da parte di un PCI barese che si diceva ingraiano, ma che mi attaccò con metodi infami e in connessione con la repressione borghese: mi negò anche il sostegno degli avvocati “comunisti” nei tanti processi a cui fui sottoposto, per cui dovetti far venire da Venezia a difendermi Emanuele Battain. I veri comunisti, come Ambrogio Donini o Italo Palasciano, allora corrispondente dell’Unità, mantennero rapporti cordialissimi nonostante il mio impegno attivo anche nella sezione italiana della Quarta internazionale. E cordiali rimasero anche quelli con Aldo Natoli (a differenza di quelli con altri dello stesso gruppo formatosi nella battaglia dell’XI congresso, come Valentino Parlato, che avevo conosciuto bene dal 1956 ma che non mancò mai di deridere la mia militanza trotskista e di negare la minima segnalazione sul manifesto quotidiano alle molte pregevoli pubblicazioni di Maitan o di altri compagni, o alla rivista “Critica comunista”). Quando uscì, salutato da denigrazioni caricaturali e soprattutto da silenzi, il prezioso libro di Livio Maitan sulla rivoluzione culturale (Partito, esercito e masse nella crisi cinese, Samonà e Savelli, Roma, 1969) Aldo Natoli fu l’unico esponente della “nuova sinistra” che accettò di leggerlo e presentarlo insieme all’autore in un’affollatissima assemblea alla Casa dello Studente di Roma. D’altra parte in un suo articolo su “la Repubblica” aveva recensito Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler ammettendo di non averlo neppure aperto quando era uscito per la prima volta, perché era stato convinto che si trattasse di un libraccio anticomunista. Un’ammissione che nessuno gli chiedeva, ma che spiega il suo atteggiamento verso il libro di Maitan, diverso da quello della maggior parte dei redattori del Manifesto, da cui si staccò silenziosamente presto. Va detto a questo proposito che i redattori del Manifesto, alla morte di Livio, mi chiesero una sessantina di righe, per una misera colonnina di necrologio, senza accogliere il suggerimento di chiedere testimonianze a esponenti di altre correnti politiche che lo avevano apprezzato, da Gaetano Arfé a Giorgio Ruffolo… Non si erano mai accorti di chi era Livio…

Ho continuato poi a frequentare ed ammirare Aldo Natoli per il suo lavoro di organizzatore di diversi convegni, come quello di Urbino su L'età dello stalinismo organizzato dalla fondazione istituto Gramsci di Roma e dall'istituto di filosofia dell'università di Urbino, nel maggio del 1989. La sua attività di storico era cominciata presto. Ricordo ad esempio la cura del libro Mao Tse Tung: "Note su Stalin e Mao", (con prefazione di Aldo Natoli, Laterza, Bari, 1975), molto importante per sottrarre al mito la figura di Mao. E l’impegno nel ricostruire la vicenda di Gramsci in carcere, con Antigone e il prigioniero: Tania Schucht lotta per la vita di Gramsci (Editori riuniti, Roma, 1991). Ma altri faranno una rassegna della sua vasta produzione degli anni successivi alla separazione dal gruppo del manifesto. Io ho voluto ricordarne soprattutto la coerenza e l’onestà intellettuale, che si manifestava a volte nello stupore di fronte ai pasticciacci giustificazionisti di una parte degli storici “comunisti” italiani (poi ovviamente diessini) usciti dalla scuola di Ragionieri, che credevano di poter valutare il fenomeno staliniano basandosi solo sui “documenti” ufficiali, ossia sulle menzogne che lo stalinismo diceva di sé stesso, parlando magari della “costituzione più democratica del mondo” mentre Bucharin, che l’aveva scritta, stava già salendo i gradini della forca… Da parecchi anni Aldo Natoli non scriveva più, e ne abbiamo sentito la mancanza. Infatti, anche negli anni in cui aveva lasciato l’impegno politico diretto, aveva avuto un ruolo importante nel dibattito sullo stalinismo, che non deve assolutamente essere dimenticato e va ancora adeguatamente valorizzato. (a.m. 9/11/10)

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Appendice 1

 

Mi sono accorto che alcuni dei più giovani visitatori del sito non conoscevano Vittorio Lanternari e Ambrogio Donini, a cui facevo riferimento nel ricordo di Natoli (anche lui, peraltro, già dimenticato da molti). Ho quindi cercato qualche scritto che li ricordasse. Ne ho trovato uno, che rende molto bene il fascino che Lanternari esercitava, e anche le sue contraddizioni, e che ricorda insieme - sia pure di sfuggita  - Ambrogio Donini. Mi è stato inviato da Annamaria Rivera, che lo aveva pubblicato sul numero 175 della rivista “Critica sociologica”. Di Donini ho scritto più volte, ma non ho nulla nel computer,:appena possibile inserirò la trascrizione di un mio articolo apparso su “Bandiera rossa” e poi in un fascicolo speciale del “Calendario del popolo”. (a.m. 9/11/10)

Nello specchio di Vittorio Lanternari

di Annamaria Rivera

Ho conosciuto Vittorio Lanternari, e con lui l’antropologia, nel 1970, all’Università di Bari. Da due anni Vittorio vi insegnava Etnologia e Storia delle religioni, che facevano parte dell’Istituto di storia moderna e contemporanea. A presentarmelo fu Antonio Moscato, allievo e poi assistente di Ambrogio Donini che insegnava Storia del cristianesimo. Moscato era trozkista, dirigente della iv Internazionale; Donini, grande studioso e gentiluomo squisito, era stato un dirigente di primo piano del Pci fin dagli anni Trenta, ‘ortodosso’ e filosovietico. In apparenza inconciliabili, i due erano legati da rispetto, lealtà, affetto reciproci. Ed entrambi stimavano Vittorio, col quale avevano un rapporto molto cordiale. Insomma, con Lanternari, Donini e Moscato, in quelle due stanze, fisicamente separate dal resto dell’Istituto, l’orientamento marxista e la ricerca intorno alla funzione sociale e politica del sacro erano perfettamente rappresentati.

 

Io ero una studentessa ‘fuori sede’ e squattrinata, alla ricerca di un piccolo reddito per mantenermi agli studi. Lanternari mi offrì una collaborazione ‘a fattura’, come si diceva allora: una somma mensile assai modesta che tuttavia mi permise per qualche tempo di sopravvivere, di sostenere gli esami fino alla laurea, soprattutto di familiarizzarmi con gli studi etno-antropologici.

 

Perdurava a quel tempo l’eco del Sessantotto e la Facoltà di Lettere e filosofia, che si era distinta per la partecipazione al movimento, di tanto in tanto era ancora oggetto di incursioni di manipoli neofascisti a caccia dei ‘rossi’. In una di tali circostanze – l’aggressione a freddo ai danni di alcuni studenti, e di me stessa, avvenuta giusto sulla soglia di quelle due stanze e finita non troppo male grazie all’intervento tempestivo di Lanternari – egli offrì prova del suo impegno ostinato, non solo scientifico e intellettuale. Sebbene si fosse già trasferito a Roma, per almeno due volte venne a Bari

per presentarsi, da testimone a carico, alle udienze del processo contro i neofascisti.

Non poté mai testimoniare: le udienze furono rimandate di volta in volta; derubricata l’imputazione, il procedimento cadde infine in prescrizione.

 

Quanto a me, conciliando, al prezzo di qualche sacrificio, il lavoro di collaborazione, l’impegno politico e la preparazione degli esami, arrivai infine alla soglia della laurea. Avevo letto con ingordigia, studiato e meditato le sue opere, soprattutto Movimenti religiosi di libertà e di salvezza dei popoli oppressi e Occidente e Terzo mondo, che erano diventati i miei libri da comodino. Conoscevo le opere di Roger Bastide sui culti sincretici nelle Americhe nere, che avevano influenzato non poco Lanternari. Avevo letto il libro di Albert Metraux sul vudù haitiano (Le Voudou Haitien, Gallimard, Parigi, 1958). Perciò non mi sembrò azzardata la richiesta di dedicare la mia tesi a un’analisi antropologica del rapporto fra potere politico, costruzione del consenso e manipolazione del vudù ad Haiti (era appena morto François Duvalier, il famigerato Papa Doc, la cui feroce dittatura aveva fra i suoi puntelli la tradizione del vudù, sfruttata per terrorizzare la popolazione e consolidare il potere).

 

Lanternari dapprima mi chiese – con un filo di sarcasmo – se avessi i mezzi per trasferirmi ad Haiti a fare una ricerca di campo. Poi quando io, umiliata ma ostinata quanto lui, tornai a insistere, m’invitò a chiedere ad altri una tesi simile. Non potei che accettare la sua proposta: una tesi sull’opera di Ernesto de Martino. Non ho mai smesso di essergliene grata, nonostante a quel tempo l’impresa non avrebbe potuto essere più ardua, per una come me che a de Martino si era appena avvicinata.

 

Quando alla fine del 1972 (ma nel mio ricordo è il 1973) Lanternari tornò a Roma, per me fu una piccola catastrofe: mi sentii orfana. Il suo insegnamento, le letture intense, il lavoro condotto per la tesi, il confronto assiduo con lui mi avevano formata – o piuttosto legata, anche emotivamente – all’opera demartiniana, all’antropologia dinamista francese, al modo lanternariano d’intendere l’antropologia. Erano riferimenti che realizzavano il miracolo: conciliavano l’urgenza dell’impegno politico con l’ansia cronica di conoscenza; coniugavano il marxismo, forse maldigerito, che prometteva l’interpretazione del presente e la costruzione del futuro, con un’antropologia che prometteva qualcosa di ancor più rivoluzionario: la possibilità di cogliere, analizzare e interiorizzare la pluralità del mondo; di rendere familiare l’estraneo ed estraneo il familiare.

 

Gli anni post-Lanternari furono meschini e tristi. Io restai nella cattedra di Etnologia, che tuttora insegno. Con Miriam Castiglione – sua allieva stimata, mia amica cara, scomparsa in giovane età – tentai di difendere con le unghie e con i denti l’antropologia demartiniana e dinamista che ci aveva formate. Chi sostituì Vittorio, per qualche anno, sembrava si fosse dato la missione di contestarne il lascito e di ridicolizzare, perfino agli occhi degli studenti, la tradizione italiana che va da Pettazzoni a Lanternari, attraverso de Martino e altri.

 

Dopo un quindicennio – intercalato da incontri periodici con Vittorio, sempre cordiali, anche affettuosi, per lo più in occasione di convegni e incontri di studio – gli chiesi una lettera di presentazione, necessaria a partecipare alla selezione per una borsa di ricerca statunitense. Argomentò che non mi conosceva abbastanza – in fondo mi aveva frequentata solo per due anni, disse – e mi rifiutò la cortesia. Io rimasi esterrefatta. Pur senza alcuna soggezione o compiacenza (come è nel mio carattere e nella mia formazione), lo avevo sempre considerato il mio maestro. E ancor oggi nella mia memoria quel biennio di collaborazione con lui è una frazione biografica lunghissima e densa, ben più spessa e dilatata di ciascuno dei decenni successivi della mia vita. Che ne avessimo una percezione tanto diversa non mi sorprese; mi turbò, invece, che mi negasse, chissà perché, un favore così banale. Fui costretta a ricorrere a chi un tempo lo aveva sostituito: non esitò un attimo e fu di una cortesia impeccabile.

 

Un anno più tardi Vittorio si fece perdonare quello sgarbo. Volle scrivere, infatti, una prefazione – dieci pagine impegnate, dense, anche elogiative – alla mia prima opera di qualche rilievo, Il mago, il santo, la morte, la festa. Forme religiose nella cultura popolare (Dedalo, Bari, 1988). In quelle pagine, egli muove dall’analisi del contributo di Raffaele Pettazzoni a «una storiografia religiosa che non esito a definire rivoluzionaria»; sottolinea che quella «impostazione dinamista e dialettica» è stata accolta e reinterpretata da Ernesto de Martino «con originali aperture verso una storiografia socialmente impegnata»; auspica che si utilizzi una tale storiografia per analizzare anche le «religioni nuove e di massa che fanno irruzione nella società odierna». E conclude con queste parole: «Il criterio metodologico lanciato da Pettazzoni e applicato da de Martino, di scovare e analizzare le strutture oppositive entro le quali trae senso e forza un determinato complesso religioso, serba intatta la sua efficacia illuminante».

 

Per qualche ragione non misi in pratica il suo suggerimento implicito e lui probabilmente ne fu deluso. Abbandonai presto il filone di ricerca sulle ‘forme religiose’ per coltivare altri temi, forse eterodossi, anomali, poco antropologici. Anche perché quasi mai ebbi l’opportunità e i mezzi (la condizione di squattrinata è anche una vocazione) per fare lunghe ricerche di campo, come avrei voluto. Nondimeno, quando infine (effetto della maturità, forse) approdai a un tema coltivato con costanza e lungamente, fino ad oggi – l’analisi dell’etnocentrismo e del razzismo – fu dal Lanternari de L’incivilimento dei barbari (Dedalo, Bari, 1983, poi 2007) – oltre che da de Martino e da certi autori francesi – che attinsi le suggestioni più stimolanti.

 

E allorché, anche grazie all’insegnamento dei francofortesi e di certi antropologi (di nuovo francesi: da Lévi-Strauss a Descola) giunsi a mettere in rapporto il razzismo con lo specismo, ancora una volta incontrai sulla mia strada Vittorio Lanternari: sorpresa e incantata per la sua straordinaria capacità di rinnovarsi anche in età avanzata, mi rispecchiai nel suo Ecoantropologia. Dall’ingerenza ecologica alla svolta etico-culturale (Dedalo, Bari, 2003), sebbene l’‘antropocentrismo moderato, meditato e mediato’ mi sembrasse un compromesso. E mi affrettai a recensire l’opera per «L’Indice».

 

Oggi rimpiango Vittorio come si può rimpiangere non solo un maestro ma anche un frammento fondamentale della propria vita. E gli sono profondamente grata per avermi iniziata all’antropologia. Niente rimpiango, invece, delle opportunità mancate: che io mi tenessi ai margini dell’accademia era una delle mie inclinazioni rafforzate dal suo insegnamento.

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Appendice 2

Ambrogio Donini comunista

 

di Antonio Moscato

 

Ecco l’articolo preannunciato ieri. È uscito sia su Bandiera rossa che nel fascicolo speciale del “Calendario del popolo” dedicato ad Ambrogio Donini, che del “Calendario” fu collaboratore assiduo nel corso di tutta la sua vita, anticipando spesso con brevi articoli, da grande divulgatore, le sue maggiori opere dedicate alla storia del cristianesimo e delle religioni. (a.m.10/11/10)

 

A costo di attirarmi nuovamente i fulmini di qualche settario (come mi accadde per aver ricordato con affetto Alfonso Leonetti), vorrei ricordare per i nostri lettori un militante comunista che ci ha lasciato in questi giorni: Ambrogio Donini.

 

Ho il dolore di non avere fatto in tempo a scrivergli la mia gioia per la possibilità di una militanza comune. Avevo deciso di farlo al ritorno dal congresso di scioglimento di Democrazia proletaria, ma appena due giorni dopo è arrivata la notizia della sua morte. Credo di potergli rendere onore facendo al tempo stesso cosa utile ai nostri più giovani lettori spiegando il rapporto di affetto e di rispetto reciproco che mi ha legato all'uomo che tutta la stampa borghese ha presentato come il paladino dello stalinismo in Italia.

Inutile dire che si tratta di una schematizzazione grossolana e sostanzialmente infondata. Ci sono decine di argomenti per provare che Ambrogio Donini fu un vero e generoso militante comunista, anche se dedicando la sua vita al partito comunista finì per"servire Termidoro credendo di servire la rivoluzione", come era stato detto a proposito di altre due grandi e contraddittorie figure del comunismo internazionale, André Marty e Charles Tillon.

 

Cercherò di documentare con qualche passo di suoi scritti questa affermazione, e lo farò soprattutto incoraggiando una tesi di laurea sulla sua figura. Ma vorrei partire prima di tutto da una testimonianza personale, che può spiegare meglio di tante altre cose su che si basa questa mia convinzione; e può essere utile ai compagni che entrano oggi per la prima volta in contatto diretto con militanti comunisti provenienti da quel mondo.

 

 

 

Mi sono avvicinato ad Ambrogio Donini nel 1958,affascinato dai suoi corsi universitari di Storia del Cristianesimo.Ero sospinto dal forse ingenuo bisogno di essere aiutato a capire il movimento cattolico che tanto negativamente pesava nella vita politica italiana.

 

Ero già "trotskista", se si vuole usare questo termine che non ho mai amato, anche se lo ho rivendicato con orgoglio di fronte a stolidi o turpi denigratori (come è noto i militanti dell'Opposizione di sinistra si definivano "bolscevico-leninisti", o "marxisti-rivoluzionari''). Ero stato colpito dalla prima manifestazione della crisi dello stalinismo, il XX Congresso del Pcus, e soprattutto dalla rivoluzione ungherese, che mi aveva spinto a un viaggio in Jugoslavia nel febbraio del 1957, dove incontrai molti esuli ungheresi e partecipai al vivacissimo dibattito sul passato e sul futuro che caratterizzava quel paese.

Incontrai a Rijeka (Fiume) e poi a Lubiana chi mi aiutò a rileggere Stato e rivoluzione con un'ottica antiburocratica e di fatto convergente con quella trotskista.

 

Avevo incontrato al ritorno Giuseppe Paolo Samonà, che per altre vie arrivava alle stesse conclusioni ed era già in contatto con Livio Maitan. Presto cominciammo a discutere insieme non solo sulla crisi dello stalinismo, ma anche sulla strategia del Pci, ricollegando le nostre giovanili insoddisfazioni a un'analisi organica già avviata dai Gcr.

 

Rimanemmo tuttavia nel Pci. Per quanto mi riguarda, a spingermi a farlo fu la duplice domanda che mi pose Livio Maitan quando seppe che avevo deciso di uscire dal partito: quanti veri comunisti ci sono nella tua sezione, d'accordo con te sulle critiche alla linea del partito e dell'Urss? E quanti di loro ti seguiranno? La maggior parte dei compagni che condividevano le mie idee e che mi riconfermarono per anni nella segreteria di sezione, difendendomi di fronte ai tentativi dei burocrati della federazione di espellermi o almeno di allontanarmi da ogni responsabilità non mi avrebbero seguito nell'avventura di una battaglia estremamente minoritaria. in tempi in cui tutta o quasi la classe operaia combattiva (tranne poche isole del nord in cui compariva nella Fim-Cisl la radicalizzazione cattolica) era legata al Pci e alla Cgil.

 

Non è il caso di ricostruire qui nel dettaglio quel che fu chiamato"entrismo" e che viene ancora circondato da un'aura di cospirazione e di mistero. In realtà si trattava del tentativo di far emergere con chiarezza l'anima comunista e rivoluzionaria che coesisteva nel Pci con quella riformista e opportunista. Una battaglia condotta all'interno del partito ma ovviamente in condizioni assai difficili (nel Pci degli anni Sessanta si poteva dire quasi tutto. ma il gruppo dirigente reprimeva ogni tentativo di organizzare un'opposizione di sinistra. I compagni vicini alla Quarta Internazionale ne furono i promotori. ma puntando a unire la sinistra su basi non ideologiche per una "rifondazione comunista" ante litteram. Per qualche tempo i successi furono tali che nelle principali città italiane (Roma, Milano. Torino, Venezia, Perugia, ad esempio) i segretari della Fgci erano trotskisti.

Qualcuno si abituò a quel ruolo, molti si adattarono opportunisticamente alle regole del gioco dettate dalla burocrazia (tanto più che in genere erano "funzionari" della Fgci o del Pci o della Cgil) e ridussero al minimo le battaglie e le differenziazioni (in gran parte costoro ci lasciarono poi improvvisamente nel 1968 adattandosi bruscamente ad altre pressioni, quelle del maoismo e dello spontaneismo, e diventando nostri acerrimi nemici nelle organizzazioni della nuova sinistra di cui diventarono dirigenti).

Io invece avevo scelto di non diventare "funzionario", anche se mi era stato proposto con insistenza da Bufalini e Di Giulio con argomenti insinuanti ("hai la possibilità di diventare un rivoluzionario di professione...", mi dicevano con la massima serietà) e avevo proseguito nella militanza di base nella sezione "Italia"(dal nome del quartiere romano), che era diventato un centro di incontro e di dibattito politico aperto.

 

Donini sapeva molto bene come la pensavo (lo sapevano tutti, in sezione, d'altra parte). Ricordo un dibattito sul libro di memorie di Robotti, La prova, che era stato presentato da lui e da Libertini, alla presenza dell' autore, che tra l' altro era iscritto alla mia sezione. Il mio intervento piacque molto a Robotti. che aveva probabilmente fatto morire in Urss parecchi trotskisti, ma evidentemente non ne aveva mai ascoltato gli argomenti. Ascoltare da me, che stimava perché ogni domenica mattina andavo a vendere L' Unità casa per casa e mi sopportavo tutte le rogne di una sezione di 700 iscritti (sulla carta) in un quartiere eterogeneo socialmente con ben 72 seggi elettorali (come una città vicina ai 100.000 abitanti), una sintesi de La rivoluzione tradita l’aveva colpito profondamente, e manifestò il suo assenso pubblicamente e privatamente.

Donini invece era assai meno ingenuo. Riconobbe subito la fonte a cui mi ero ispirato, e lo disse. Ma il piccolo particolare che mi fa dire che era semplicemente un comunista. e non un bieco stalinista, è che era vicepresidente della Commissione centrale di controllo del Pci e non si sognò affatto di propormi per l'espulsione.

Anche quando, alla fine del 1968 (tardi, lo ammetto), uscii dal partito, e diventai un dirigente della sezione italiana della Quarta Internazionale, il legame con Donini non conobbe alterazioni. Mi difese con energia di fronte alla repressione borghese (giudiziaria e accademica) e mi volle come suo assistente appena ebbe la possibilità di ottenere un concorso, nonostante fossi pesantemente sotto tiro (in quel 1970 credo di aver collezionato per la mia militanza politica dodici o tredici processi e le prime minacce al mio posto di lavoro, anche da parte di docenti iscritti al Pci).

Dovrebbe bastare questo a fare respingere lo stereotipo proposto dai mass-media borghesi del "Donini stalinista". Uno stalinista non avrebbe mai difeso un trotskista. di fronte ai tribunali statali e ancor più a quelli di partito.

Ma vorrei fornire una pezza d' appoggio meno soggettiva e meno inquinata dal sospetto che si trattasse solo di un rapporto personale (che pure vi fu) di tipo paterno (compresa qualche meno apprezzabile dichiarazione di simpatia per le mie battaglie, che gli davano l'impressione che facessi … gli stessi suoi errori di gioventù).

L'esperienza di “Critica Comunista”

Ad esempio Donini seguì con molto interesse la rivista “Critica Comunista” che apparve per iniziativa del nostro movimento tra il 1979 e il 1982. Cercò in vari modi di appoggiarla; preferì non fare un abbonamento sostenitore per timore (esplicitato) che il suo nome potesse comparire in questa veste sul giornale, ma fece due abbonamenti, per far conoscere ad altri un'iniziativa che stimava (ed effettivamente mi capitò poi di ricevere richieste di abbonamento che segnalavano di aver conosciuto la rivista tramite Donini).

Si impegnò a scrivere per la rivista un articolo sulla Chiesa in Polonia, che conosceva bene anche per la sua attività di ambasciatore in quel paese tra il 1947 e il 1948. Ne discutemmo a lungo, al punto che quando rifiutò con il pretesto di una frase sull'Urss in un mio articolo sull'Afghanistan giudicata troppo critica dai "suoi amici sovietici" (e che viceversa riletta oggi mi sembra fin troppo giustificazionista), scrissi io l'articolo, che gli piacque.

Litigammo poi così aspramente sull'interpretazione del golpe di Jaruzelski che per alcuni anni, per timore di nuocere alla sua fragile salute, evitai di andarlo a trovare, mantenendo rari contatti telefonici e inviandogli i miei scritti, che si faceva leggere, essendo ormai quasi cieco.

Nel 1984 tuttavia, saputo che stavo per essere dichiarato "non idoneo" a professore associato da una commissione formata da Renzo De Felice, Renato Zangheri e Camillo Brezzi (che era assai dispiaciuto della mia esclusione), Donini mi chiese l'autorizzazione a scrivere una lettera a Zangheri, che era stato un tempo suo amico, pur avvertendomi che forse mi avrebbe nuociuto. La lettera diceva più o meno: se ti fossi degnato di leggere gli scritti di Moscato avresti capito che su molte cose (cioè sull'Urss) non la penso come lui, ma escluderlo dall'Università è assurdo.

La lettera, a quanto pare, fece infuriare Zangheri, perché insinuava che non avesse letto i miei libri, ma ottenne il risultato di far cambiare il giudizio. Inutile sottolineare che un vero stalinista non avrebbe mai facilitato l'accesso all'insegnamento a uno come me.

 

Il suo giudizio sullo stalinismo

Tuttavia, c'è ancora una prova più solida: in un dibattito sul libro di Massara sul Marxismo e la questione ebraica del novembre 1972 si arrivò a parlare anche dello stalinismo. Non ero presente, ma Donini mi fece avere la trascrizione del dibattito (apparso sul numero 1/2 della rivista Quale società del 1973) sollecitando il mio parere. Non era un testo di grande spessore teorico, e risentiva delle ambiguità che caratterizzarono anche la difesa strenua di Pietro Secchia, a cui Donini dedicò molte delle sue energie (ambiguità dovute soprattutto al fatto che Secchia non rappresentò una vera e compiuta alternativa a Togliatti, anche se va difeso da tutte le stupide demonizzazioni fatte a suo tempo da Giorgio Amendola e riprese più volte dalla stampa borghese, con il bizzarro e incoerente avallo di Luciano Canfora).

Donini partiva irritandosi con quegli esponenti del Pci che non avevano compreso che "lo stalinismo è un problema che va affrontato una volta per sempre, non sulla base di risentimenti o di spiegazioni parziali e soggettive, basate più sulla psicologia e sulla parapsicologia che non sulla storia, ma come l'insorgere di fenomeni di degenerazione che si presentano ogni volta che una classe nuova prende il potere, e che vanno denunciati come tali, per impedire che possano riprodursi". Non sarà una definizione particolarmente originale e profonda, ma esclude ogni giustificazionismo.

Tanto più che proseguiva così: "Ogni volta che si discrimina un militante sulla base delle sue idee, nell'ambito di una comune posizione politica di orientamento marxista, si ricade nel pericolo di quello che viene impropriamente chiamato stalinismo". Detto per inciso, dire che il termine "stalinismo" sia improprio e rischi di ridurre a una persona un fenomeno assai più complesso, coincide esattamente con la critica che il nostro movimento rivolse alla denuncia chruscioviana del "culto della personalità"

Poco più in là, d'altra parte, dimentico della precisazione metodologica sulla improprietà del termine, lo stesso Donini parlava dello "stalinismo" come di un ''periodo atroce nella vita del partito comunista bolscevico,un periodo che pesa come una minaccia su ogni partito comunista al potere, se non stiamo attenti a stroncarlo fin dalle sue radici".

Uno studioso materialista

Mi auguro che questo affettuoso ricordo, che spero di poter presto sviluppare in altra sede con maggiore spazio e mettendo a fuoco meglio - oltre al prezioso contributo dato agli studi storico-religiosi e alla diffusione della concezione materialistica del mondo - anche le innegabili contraddizioni e ambiguità (Donini fu ad esempio l'uomo della prima rottura pubblica nel Pci post-togliattiano, con la dissociazione dalla condanna dell'intervento sovietico in Cecoslovacchia, in sé sbagliata anche se motivata in parte dallo sdegno per la volontà di omologazione dei dirigenti italiani, in parte dai vecchi legami con uomini come Kadar o Gomulka, di cui conosceva il passato antistaliniano e che avallarono quell'intervento e sollecitarono Donini a quel passo) possa servire anche a facilitare ai giovani militanti il confronto con la realtà complessa del Partito comunista italiano, la cui forza per molti decenni dipese dalla capacità di conquistare e tenere legati i migliori militanti operai e intellettuali, e la cui storia non può essere esaminata analizzando soltanto strategie e risultati.

Roma, 19 giugno 1991

[Da Bandiera Rossa, nn. 15-16, luglio-agosto 1991]

 

 



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