Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Di nuovo su Cuba

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CUBA: IL CAMBIAMENTO CHE VEDE BORON

Guillermo Almeyra

 

 

Il documento preparatorio del Pcc per il suo congresso di aprile 2011 ha suscitato una vivace discussione in tutta l’America Latina. Gli articoli di Guillermo Almeyra hanno suscitato diverse critiche da parte di alcuni intellettuali di diversi paesi, molto legati al gruppo dirigente cubano (a questo si riferisce l’allusione ai “numerosi inviti all’Avana”). Ad alcune di esse Almeyra ha già risposto, ma ho pensato utile riprodurne un articolo dedicato ad Atilio Boron. Prossimamente provvederò a effettuare una rassegna più completa.

(a.m. 30/11/10)  

 

 

Di fronte alle drastiche misure proposte dal Partito comunista cubano per il suo VI Congresso nazionale, che si dovrà tenere il prossimo aprile, Atilio Boron stabilisce che il modello sovietico di Stato e quello economico basato sulla statalizzazione di ogni tipo di impresa e sulla pianificazione centralizzata è “esaurito” ed è ormai “passato a miglior vita”

Sia detto di passata, è da notare che l’analista in questione abbia dovuto attendere fino all’uscita del documento del partito che dà il colpo di grazia che porta Cuba sull’orlo della fine per accorgersi che c’era qualcosa che non andava bene nel tipo di funzionamento che egli ha sempre decantato come “socialista” e vedere che esisteva tutta una serie di aberrazioni, che descrive ed enumera con timore, nonostante qualsiasi cubano ne parlasse liberamente da parecchi anni e che alcuni di noi stessimo scrivendo sul tema e sull’economia cubana e i suoi difetti da una trentina d’anni sulla grande stampa in spagnolo.

Richiama inoltre l’attenzione il fatto che, essendo crollato nel 1989 il cosiddetto “modello” burocratico sovietico, né Boron né il Pcc e il governo cubani abbiano sentito l’esigenza di fare un bilancio delle ragioni di questo crollo e di quali ne siano state le cause, a parte il fatto che, dal 1936, l’analisi marxista applicata da Trotsky nella Rivoluzione tradita già forniva una diagnosi certa, e in anticipo, delle sue conseguenze.

Insistere per oltre un ventennio ad applicare un metodo di pensiero e di direzione assolutamente nocivo, crollato nel 1989 per la sua putrescenza interna, portando i membri della direzione del Partito comunista sovietico a “vendere Pizza a taglio” o a trasformarsi direttamente in capitalisti monopolistici mafiosi, costituisce quantomeno un indice di scarso interesse per la teoria marxista.

Boron avrebbe dovuto avvertire, a suo tempo, i dirigenti cubani che stavano prendendo una china rischiosa, confondendo la statalizzazione generale dell’economia e il capitalismo di Stato a forti connotazioni burocratiche con il socialismo, anche se questo avrebbe drasticamente ridotto i numerosi inviti all’Avana.

 

Rafforzare e sostenere una delle principali conquiste antimperialiste degli ultimi cinquant’anni – la Rivoluzione cubana – e contribuire a porre le basi possibili per la costruzione del socialismo in una piccola isola, senza risorse né popolazione, che a suo tempo affrontò tra l’altro gli Stati Uniti, il governo sovietico e il regime cinese, non è esclusivo compito di cubani. Tutti i democratici e i socialisti del mondo hanno il dovere di aiutarli con le proprie idee, i propri contributi, le proprie critiche anziché lasciarli soli a commettere errori per poi constatare il fallimento… ed essere di nuovo soli nel momento di assumere le decisioni più pericolose.

 

Boron ora assicura che i dirigenti cubani hanno le migliori intenzioni e aspirano ad applicare riforme socialiste, non il ritorno al capitalismo. È probabile. Ma avevano buone intenzioni anche quando lanciarono la zafra dei 10 milioni di tonnellate distruggendo le basi dell’economia, o quando si legarono all’Unione Sovietica credendo che sarebbe stata eterna, puntando tutto sulla sola esportazione di uomini e di zucchero e nichel, o quando Fidel Castro sostenne l’invasione sovietica della Cecoslovacchia e lo schiacciamento del partito di Siad Barre, tra le altre cose. Lasciamo pure le buone intenzioni ai confessionali o ai “misuratori di intenti” che occorrerebbe inventare e giudichiamo invece in base al tipo di misure proposte e alla loro dinamica.

 

Bisogna chiamare le cose con il loro nome: esse non vanno in direzione di maggiore giustizia, maggiore uguaglianza, maggiore solidarietà, più socialismo, ma in direzione contraria. Consolidano il ruolo del vertice dello Stato che dirige il partito, e dei direttori di imprese, decidono in luogo dei lavoratori anziché stabilire meccanismi di consultazione di questi e di controllo da parte loro. Rafforzano il ruolo centrale dello Stato e degli apparati, non quello della democrazia. Non preparano nessuno con il rafforzamento di un vasto strato di chi lavora in proprio (quentapropista) dominato dal mercato e retto dall’ansia di consumo e che si differenzia al proprio interno saldando il settore più ricco con la burocrazia più corrotta. Ignorano il peso dell’egemonia culturale capitalista e del mercato mondiale, che offrono una base forte per lo sviluppo di una forza capitalistica a Cuba, finora inesistente. Uniscono la controrivoluzione incubata in parte della burocrazia con il capitalismo statunitense e mondiale. Colpiscono sul piano economico, nelle prospettive, nel loro stesso immaginario, i più poveri, che costituiscono la base sociale della rivoluzione cubana. Se vi è tanto interesse a conoscere queste misure è perché la gente vuole sempre sapere con quale salsa le cucineranno quelli che sono stati responsabili del disastro e vi rispondono con misure pericolosissime. Speriamo che questo interesse risponda anche alla necessità di studiare queste ultime per contrastarne per quel che è possibile gli elementi più negativi, anche se sono già state decise e in parte le si stiano applicando. Il fatto certo è che il cambiamento instaura a Cuba una fase di grande instabilità politica, sociale ed economica e che il popolo cubano, come al momento dell’invasione di Playa Girón, ha bisogno del nostro sostegno materiale e teorico perché la bussola delle autorità cubane non funziona né ha funzionato molto bene, nonostante quel che credono coloro che le hanno sempre ammirate.

(traduzione di Titti Pierini)

In attesa di traduzione, inserisco il testo originale di

Cuba, tiempos de cambio

di Atilio A. Boron

Rebelión

  

En Cuba se está generando un gran debate sobre el futuro económico de la Isla. Entre los cubanos se ha hecho carne la convicción de que el actual ordenamiento económico, inspirado en el modelo soviético de planificación ultra-centralizada, se encuentra agotado. Tal como lo advirtieron Fidel y Raúl, su permanencia pone en entredicho la supervivencia misma de la revolución. Si se la quiere salvar será preciso abandonar un esquema de gestión macroeconómica que, a todas luces, ya pasó a mejor vida.

La experiencia histórica ha enseñado que la irracionalidad y el derroche de los mercados pueden reaparecer en una economía totalmente controlada por planificadores estatales, los que no están a salvo de cometer gruesos errores que producen irracionalidades y derroches que afectan al bienestar de la población. Ejemplos: en un país con un déficit habitacional tan grave como Cuba el ente estatal a cargo de las construcciones registra 8.000 albañiles y 12.000 personas dedicadas a la seguridad y a custodiar los depósitos de las empresas constructoras del estado. O que los informes oficiales del gobierno consignen que el 50 % de la superficie agrícola de la isla está sin cultivar, en un país que debe importar entre el 70 y el 80 % de los alimentos que consume. O que casi la tercera parte de la cosecha se pierda debido a problemas de coordinación entre los productores (sean éstos organismos estatales, cooperativas agrícolas o empresas de otro tipo), las empresas de almacenaje y acopio y los servicios estatales de transporte que deben llevar la cosecha hasta los grandes centros de consumo. O que actividades tales como la peluquería y los salones de belleza sean empresas estatales -¿en qué página de El Capital recomendó Marx tal cosa?- en las cuales los trabajadores reciben todos los implementos y materiales para realizar su labor y cobran un sueldo, pese a lo cual cobran a sus clientes diez veces más que el precio oficialmente establecido, fijado décadas atrás, y sin pagar un centavo de impuestos.

Estos son unos pocos ejemplos que conversando con los amigos cubanos se multiplican ad infinitum. Pero plantean una cuestión de importancia práctica y también teórica: el proyecto socialista, ¿se realiza al lograrse la total estatización de la economía? La respuesta es un terminante NO. Si en la Unión Soviética (que sólo tuvo como precursora a la heroica Comuna de París) las condiciones específicas de su tiempo no le dejaron otra alternativa que fomentar la estatización integral de la economía, nada indica que en las condiciones actuales se deba obrar de la misma manera. Tal como con perspicacia lo anotara Rosa Luxemburgo a propósito precisamente del caso soviético, no hay razón alguna para hacer de necesidad virtud. Y si la estatización total y la planificación ultracentralizada pudo haber sido necesaria -y aún virtuosa- en su momento, al hacer posible que en un lapso de cuarenta años Rusia, el país más atrasado de Europa, pudiera derrotar al ejército Nazi y tomar la delantera en la carrera espacial, hoy ya no lo es. Dicho en términos del marxismo clásico, el desarrollo de las fuerzas productivas decretó la obsolescencia de formas e intervenciones estatales que siendo eficaces en el pasado ya no tienen posibilidad alguna de controlar la dinámica de los procesos productivos contemporáneos, decisivamente modelados por la tercera revolución industrial.

Cuba se interna en un proceso de cambios y de actualización del socialismo. Los primeros borradores del proyecto, un documento de una veintena de páginas aparecido como suplemento especial del Granma y Juventud Rebelde, fue distribuido masivamente en la población. Se tiraron 500.000 ejemplares que fueron inmediatamente adquiridos por la población, invitada reiteradamente a leerlo, discutirlo y hacer llegar sus propuestas. Van a hacer otra gigantesca tirada más, porque el ansia de participación es enorme. El documento será examinado críticamente por todas las organizaciones sociales, sin distinción alguna: desde el Partido Comunista hasta los sindicatos y el enjambre de asociaciones de todo tipo que existen en la isla. Por eso se equivocan quienes se ilusionan con que la introducción de las reformas de inicio a un indecoroso -¡y suicida!- retorno al capitalismo. Nada de eso: lo que se intentará hacer es nada más y nada menos que llevar adelante reformas socialistas que potencien el control social, es decir, el control popular de los procesos de producción y distribución de la riqueza. El socialismo, correctamente entendido, es la socialización de la economía y del poder, más no su estatización. Pero para socializar es necesario primero producir, pues en caso contrario no habrá nada que socializar. Por lo tanto, se trata de reformas que profundizarán el socialismo, y que no tienen absolutamente nada que ver con las que plagaron América Latina desde los años ochentas.

Va de suyo que el camino a recorrer por la Revolución Cubana no será nada fácil y se encuentra erizado de peligros. A las dificultades propias de toda transición se le agregan los derivados del infame bloqueo impuesto por Estados Unidos (y mantenido por el Premio Nóbel de la Paz Barack Obama), el permanente bombardeo mediático y las presiones a que se ve sometida la isla procurarán por todos los medios hacer que las reformas socialistas degeneren en una reforma económica capitalista. El quid de la cuestión está en la brújula política, la orientación que tendrán estos procesos de cambio. Y el pueblo y el gobierno cubanos disponen de una muy buena brújula, probada por más de medio siglo, y saben muy bien que es lo que deben hacer para salvar al socialismo de las mortales amenazas que le plantea el agotamiento de su actual modelo económico. Y saben también que si hay algo que liquidaría las conquistas históricas de la revolución, que las barrería de un plumazo, sería la re-mercantilización de sus derechos y su conversión en mercancías. Es decir, la reintroducción del capitalismo. Y nadie quiere que tal cosa ocurra.

 

Rebelión ha publicado este artículo con el permiso del autor mediante una licencia de Creative Commons, respetando su libertad para publicarlo en otras fuentes.