Movimento Operaio

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A proposito di Tibet ... e di autodecisione

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A proposito di Tibet ... e di autodecisione

 

 

In un dibattito recente, avevo accennato al Tibet appena di sfuggita, solo per sottolineare l'ipocrisia di chi si riempie la bocca con discorsi sui "diritti umani" ma poi, se ci sono di mezzo affari d'oro, come in questo caso con la Cina, fa finta di niente o si limita a una generica deplorazione, evitando di prendere misure concrete o di minacciare il boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino...[1]

Ho scoperto con mia sorpresa che qualcuno dei presenti si era indignato perché, secondo lui, stavo appoggiando una rivolta chiaramente provocata dagli Stati Uniti per destabilizzare la Cina... E naturalmente mi accusava, contro ogni evidenza, di volere il regime teocratico del Dalai Lama.

Ho faticato a spiegare che non appoggio né il Dalai Lama, che considero un relitto del passato (come il papa...), né i giovani (monaci o laici) che lo contestano per la sua moderazione e che mi ero limitato a dire che non sta a noi decidere se la migliore soluzione per quel territorio è l'autonomia o l'indipendenza come alternativa alla centralizzazione e alla colonizzazione cinese.[2]

 

Tanto meno posso dire se i morti sono stati 6 o 16 o 160 (cosa che non cambia molto il giudizio sulla repressione), ma mi è parso sintomatico che la cifra vera non si possa sapere, perché nel Tibet gli occupanti bloccano telefoni, vietano cellulari e internet, espellono giornalisti e turisti.

Non è il giudizio sul Tibet che mi preoccupa di più, ma il fatto che la scelta di parteggiare incondizionatamente per la Cina deriva dal fatto che la si considera in qualche modo "socialista", e quindi diventa automaticamente "reazionario" anche chi la critica da sinistra. Come è avvenuto per decenni con l'URSS, il cui governo calpestava popoli, uccideva comunisti, distruggeva l'ambiente e... precipitava verso una crisi irreversibile, che l'ha fatta esplodere e ha portato al potere, negli spezzoni in cui si è suddivisa, una frangia di burocrati e di sbirri ex comunisti convertiti al capitalismo.[3]

 

La Cina per ora sembra solida e in piena crescita, ma è minata da profonde contraddizioni che spiegano perché il suo governo reagisce con la repressione di fronte all'emergere di ogni forma di dissenso, da quello delle minoranze etniche a quello dei lavoratori che tentano di organizzare sindacati veri. La sua economia ha fatto balzi in avanti sorprendenti, ma il livello di vita è rimasto per una parte notevole della popolazione molto basso, mentre è stata distrutta quasi ogni forma di protezione sociale. Ma soprattutto la Cina è tutto meno che socialista. Che "socialismo" è quello che fa morire più minatori che nel resto del mondo in incidenti provocati dall'assenza di misure di sicurezza, e fa perfino lavorare i bambini delle scuole elementari in attività pericolose come la fabbricazione di fuochi di artificio, senza protezione alcuna, per mantenere la propria scuola?

E che dire della proiezione della Cina nel mondo, alla ricerca di materie prime a buon mercato? Alcune imprese cinesi stanno operando in molti paesi dell'Africa e dell'America Latina, con ottimi rapporti con regimi reazionari, senza preoccuparsi minimamente delle condizioni di estremo sfruttamento praticate in aziende a cui partecipano con i propri capitali. [4]  Ma di questo bisognerà parlare più ampiamente in altra sede.

 

Quando la discussione si è spostata sul diritto all'autodecisione dei popoli, ho scoperto che un certo numero di compagni ritiene che sia un diritto da riconoscere solo a chi la pensa come noi...

Avevo incontrato già nel PRC non pochi sostenitori di questa tesi nell'area dei "giustificazionisti" e dei "nostalgici" più o meno aperti del "socialismo reale" (quella che fa capo a Grassi e Burgio), e un certo contributo alla rimessa in circolazione di questa concezione di derivazione staliniana era venuto anche dall'opera infaticabile di uno dei più appassionati sostenitori della "teoria del complotto", Fulvio Grimaldi.

Penso utile affrontare brevemente questa questione, che mi preoccupa soprattutto perché profondamente diseducativa: permette infatti di rimuovere il problema delle cause endogene delle crisi di regimi sedicenti socialisti, e rafforza una "concezione poliziesca della storia" che attribuisce ogni movimento all'opera di "sobillatori".

Scherzando ho spesso ricordato che questa concezione è molto vecchia, e che già Alessandro Manzoni la aveva descritta in modo insuperabile: aveva raccontato dapprima come il buon Renzo Tramaglino si fosse trovato per caso nel mezzo dei moti di Milano per il pane, e si fosse sbracciato a far da "pompiere", scortando fuori dei tumulti la carrozza col governatore, ma fosse poi stato preso di mira da due sbirri che lo avevano sentito in osteria raccontare con troppa enfasi la sua partecipazione a quella giornata. Arrestato come organizzatore per conto del re di Francia, era riuscito a fuggire ma era stato messo nella lista nera dei sovvertitori da catturare a ogni costo. Il Manzoni insomma, cattolico e moderato, ma buon osservatore del mondo, aveva rappresentato in quella vicenda, come in quella della caccia agli untori, la necessità dei potenti di additare dei capri espiatori, inventandoli o scegliendoli a caso, e mettendoli in conto all'avversario del momento.

Questa "teoria" al tempo del Manzoni era indubbiamente patrimonio esclusivo di tutti i reazionari, e così è rimasta per oltre un secolo; di essa hanno fatto le spese moltissimi innocenti, e poi molti dei primi organizzatori del movimento operaio, accusati spesso di crimini comuni in base a "prove" o "testimonianze" costruite dai "tutori dell'ordine" preoccupati di far vedere ai superiori la propria abilità investigativa.[5]

Ma nell'epoca dello stalinismo questa teoria è stata fatta propria dal movimento comunista, per spiegare ogni problema dell'URSS con il "sabotaggio di traditori al servizio del nemico". Si pensi alle accuse inverosimili con cui nei "Processi di Mosca" fu sterminata la grande maggioranza dei dirigenti bolscevichi che erano stati protagonisti della rivoluzione d'ottobre, o a come nel secondo dopoguerra questo metodo fu esteso ad altri paesi, come l'Ungheria o la Cecoslovacchia. [6] Ma era stato usato già nelle giornate del maggio 1937 a Barcellona, di cui furono protagonisti gli operai della Centrale telefonica che cercavano di difendere la loro azienda, occupata fin dai giorni del golpe franchista. Quella vicenda è invece diventata, nella memoria storica dei partiti comunisti, "la criminale insurrezione dei trotskisti". Per avvalorare l'accusa inverosimile di complicità con Franco, e per preparare lo scioglimento del POUM e il processo ai suoi dirigenti che doveva concludersi con la loro esecuzione, nelle sedi di quel piccolo partito che aveva dato un enorme contributo di uomini alla resistenza al fascismo, durante le perquisizioni furono collocate dagli sbirri staliniani coccarde fasciste e volantini franchisti. [7]

Tutti gli avvenimenti che squassarono il sistema staliniano negli ultimi tre decenni della sua lunga agonia furono spiegati dai partiti comunisti di tutto il mondo come il frutto di un'eterna "manovra della CIA". Nel giugno 1953 la prima rivolta operaia a Berlino Est, nata dall'esasperazione degli edili sottoposti a ritmi stressanti per i continui tagli dei tempi del cottimo, fu attribuita ai "rigurgiti nazisti" (mentre i nazisti si erano spostati in genere nella Germania occidentale, da cui invece erano venuti a Est molti lavoratori comunisti o socialdemocratici di sinistra), e lo stesso fu fatto quando a scendere in piazza per il salario, gli approvvigionamenti e migliori condizioni di vita furono gli operai di Poznan. Che essi fossero scesi in piazza nel giugno 1956 con le bandiere rosse e al canto dell'Internazionale, fu negato anche dal sofisticato Togliatti, che parlava invece di "presenza del nemico", e così avvenne per la enorme sollevazione dei Consigli operai di Budapest nell'ottobre novembre dello stesso anno.[8]

Eppure negli archivi sovietici e anche del Dipartimento di Stato sono stati trovati telegrammi con cui gli Stati Uniti assicuravano Mosca di "non avere interessi in Ungheria", il che voleva dire in pratica "fate pure, noi abbaieremo un po' a scopo propagandistico, ma sappiamo che quello è il vostro giardino di casa". Ovviamente, venivano ricambiati con la stessa moneta...

A volte mi sono chiesto come è possibile che gli appassionati sostenitori della teoria del complotto della CIA come causa di ogni crisi del sistema sovietico non si siano domandati perché il KGB non faceva lo stesso in altri paesi... Eppure le uniche rivoluzioni che ci sono state negli ultimi decenni, da Cuba alla Bolivia, dal Nicaragua alle tante che pure sono state soffocate o non sono arrivate alla vittoria ma erano vere rivoluzioni (il Salvador) non vedevano alcun ruolo dei sovietici e dei loro partiti, che caso mai erano alleati dei generali di destra, come in Argentina e altri paesi latinoamericani.

E quello che mi preoccupa di più è che grazie a questa "teoria" presa in prestito dai reazionari di tutti i tempi, tutti i sintomi di una crisi irreversibile, che era stata colta lucidamente non solo dal movimento trotskista ma dallo stesso Che Guevara negli ultimi anni prima della sua morte, furono rimossi: quando la crisi arrivò alla sua fase terminale, non c'era più rimedio.

È un preambolo un po' lungo, ma temo necessario. Spiegare quel che accade nel Tibet solo con un complotto della CIA significa ignorare le tensioni che squassano il gigante cinese, che pure è apparentemente fortissimo. Nonostante la sua crescita impetuosa, la Cina ha ancora una parte notevole della popolazione che non gode affatto dei benefici dell'espansione economica, e vive al margine della soglia di povertà, in un paese in cui una minoranza ostenta ricchezze favolose. [9]

Questa crescita spiega l'ostilità degli Stati Uniti: della Cina non temono un assai improbabile "ritorno al comunismo", ma la concorrenza sui mercati mondiali. Gli Stati Uniti sono memori di quando il Giappone, che avevano assecondato e avuto come complice nella penetrazione in Asia per ottanta anni, era diventato dopo l'esplosione della crisi del 1929 un rivale pericoloso. 

È questa preoccupazione che ha spinto a circondare cautelativamente di basi militari la Cina (ma anche la Russia, in cui pure l'idea di comunismo è impopolarissima per l'esperienza fattane).[10]

Ma questo dato reale non giustifica affatto la liquidazione di ogni movimento delle minoranze etniche (non solo i tibetani, ma anche gli ujguri del Xinjiang) come organizzato o "sobillato" dalla CIA.

Probabilmente l'esperienza dell'URSS dell'ultimo decennio prima del crollo, in cui il disagio sociale ed economico è stato interpretato soprattutto in chiave etnica, accelerando la crisi, preoccupa particolarmente i dirigenti cinesi, che reagiscono con violenza sproporzionata a ogni manifestazione di opposizione. Non sono però solo le minoranze etniche ad essere colpite: una pesante anche se meno clamorosa repressione colpisce ogni tentativo di organizzare veri sindacati autorganizzati o anche soltanto l'autodifesa contadina rispetto alle esazioni di burocrati rapaci e onnipotenti.[11]

 

È questo che spiega perché si reprime un movimento così circoscritto in un territorio periferico, in cui per giunta i cinesi sono diventati maggioranza grazie alla colonizzazione. Stupisce anche che si attacchi così violentemente e in modo offensivo il vecchio Dalai Lama, che pure è evidentemente sconfessato dai giovani ribelli stufi della sua non-violenza. C'è il rischio che, come è avvenuto in tanti altri casi, il rifiuto di trattare con i moderati porti all'egemonia degli estremisti.[12]

L'inquietudine del gruppo dirigente cinese è però comprensibile: va ricordato che nei primi mesi del 1989 erano scoppiati analoghi disordini nel Tibet, di cui era "vicerè" (cioè segretario del partito locale) proprio l'attuale presidente Hu Jintao. La repressione fu durissima, ma molti, quando esplose pochi mesi dopo il movimento studentesco (e, verso la fine, anche operaio) di piazza Tien Anmen, pensarono che Hu, che stava più a Pechino che a Lhasa, avesse percepito i sintomi di una crisi imminente, e avesse voluto "dare un esempio".[13]

Finora i dirigenti cinesi hanno reagito sempre in questo modo di fronte a ogni protesta, per timore di una rottura del monolitismo di derivazione staliniana, indipendentemente dal tipo di rivendicazioni.

La nuova direzione sorta dopo la morte di Mao, con tutte le sue oscillazioni tra irrigidimenti e blando riformismo, vuole il pluralismo economico, non quello politico. È questo che ha portato al non mantenimento di una parte degli impegni presi al momento del ritorno di Hong Kong sotto la sovranità cinese, col risultato di rendere problematica l'estensione anche a Taiwan del modello "un paese, due sistemi", in sé non impossibile dopo che è tornato al governo dell'isola il Kuo Mintang, che ha battuto i fautori della separazione definitiva dalla Cina.

Più che l'immagine delle Olimpiadi, in gioco è la capacità della Cina di usare efficacemente la sua grande potenza materiale, in un mondo che conosce crisi economiche e politiche sempre più gravi.

 

Cina e Tibet

I maoisti hanno ripetuto sempre che il Tibet è una provincia cinese.[14] In realtà è diventata tale solo dopo l'occupazione violenta del 1950, facilitata anche dalla debolezza e dalla moderazione del giovane Dalai Lama, che sconfessò più volte i guerriglieri che tentavano di resistere all'occupazione.

Il Tibet aveva avuto un regno fin dal II secolo a.c., in certi periodi totalmente indipendente, in altri vassallo dell'impero cinese, o appoggiato ai mongoli contro la Cina.

Conobbe numerose guerre con la Cina: durante una di queste, guidata dal suo quarantesimo re Ngadak Triral, che governò dall'815 all'838, conquistò una parte notevole dell'Impero di mezzo, che conosceva gravi tensioni dopo la morte dell'imperatore Xianzong, e impose un trattato che definiva i confini.

Uno stato di vassallaggio rispetto alla Cina, sancito da un tributo e dalla presenza di ambasciatori (non un'annessione vera e propria, quindi), comincia nel 1721, al tempo del settimo Dalai Lama, Kelsang Gyatso. Ma già al momento del "rinvenimento" del XIII Dalai Lama, Thubten Gyatso, nel 1876, era finita l'ingerenza cinese nella cerimonia della sua scelta e proclamazione.

Casomai in quegli anni cominciava un interessamento britannico: analogamente a quanto avveniva in Afghanistan, nel quadro del "grande gioco" tra Inghilterra e impero russo, nel 1904 c'era stato un breve tentativo di occupazione. Il Dalai Lama aveva lasciato un reggente e si era rifugiato in Mongolia, che era indipendente e non ancora spartita tra Cina e Russia. Nel 1906 il generale inglese Younghusband, che aveva concluso un accordo col reggente nel quale si stabiliva che il Tibet avrebbe impedito ad altre potenze di influire sulle sue vicende interne, lo faceva ratificare dal governo cinese che quindi perdeva, dal punto di vista giuridico, ogni diritto sul Tibet.

Un tentativo cinese di rimettervi piede nel 1910, finiva l'anno successivo in seguito alla proclamazione della repubblica da parte di Sun Yatsen. Nel 1912 il Dalai Lama rientrava a Lhasa: il Tibet avrebbe conosciuto da allora 38 anni di indipendenza totale.

Pochi? Per qualcuno sembra di si. Eppure la Polonia, dopo la sua riapparizione nel 1918, ne aveva conosciuti solo 21, e la Cecoslovacchia, che non era mai esistita sotto questa forma, solo 20. E che dire di Finlandia, Lituania, Lettonia ed Estonia, anch'esse esistite in questa forma solo tra le due guerre mondiali? Per Lenin non c'era dubbio, la loro indipendenza non era in questione, a prescindere dalla sua scarsa simpatia per i governanti di quei paesi.

L'occupazione cinese del 1950, condotta con la violenza e l'inganno (Mao offrì al Dalai Lama promesse menzognere accompagnate da un fiore...) e poi consolidata con i massacri del 1956, del 1967, del 1989, è stata vergognosamente giustificata da gran parte della sinistra italiana, che ha anche raccolto molte delle menzogne della propaganda maoista sulla società tibetana. Tra l'altro la religione è stata conculcata, riducendo i monasteri da 2.500 a 70, distruggendo a cannonate e profanando gli altri, sia in occasione delle repressioni "a caldo", sia durante la "rivoluzione culturale". Non era certo così che Marx e Lenin concepivano la lotta alla religione!

Oggi il Dalai Lama è sempre meno popolare nel suo paese per il suo moderatismo e lo spirito di conciliazione. Già si è visto che molti dei giovani tibetani ignoravano i suoi appelli alla non-violenza, e si sono scagliati contro i coloni cinesi. In tutta la Cina intanto si è creato un clima di isterismo contro le minoranze (in particolare quella ujgura e islamica del Xinjiang). Per quanto questo servirà a deviare il malcontento nei confronti delle disuguaglianze e delle ingiustizie diffuse?

(24/3/08)

 

 



[1] In realtà del boicottaggio non avevo neppure parlato: avevo solo accennato all'ipocrisia di chi – come Bush - dopo qualche condanna mediatica annuncia che andrà alle olimpiadi, o di chi - come Andreotti – aveva minimizzato la strage di Tien Anmen dicendo che 1.000 o 10.000 morti erano insignificanti in un paese di un miliardo di abitanti...

[2] A proposito di "colonizzazione" è chiaro che è scandaloso vedere quella solo cinese del Tibet e non quella israeliana della Palestina. Esempio tipico un titolo del "Corriere della sera": "Coloni e basi militari. Così hanno distrutto la cultura di un popolo" che sarebbe andato benissimo per i Territori occupati, ma si riferiva ai tibetani... A differenza del "Corriere" e dei filocinesi, mi indigno per entrambe le colonizzazioni...

[3] Con mio grande stupore, ho scoperto che anche difendere i diritti dei ceceni che lottano da un paio di secoli contro l'oppressione russa per alcuni nostalgici è un crimine: la Russia di Putin in cui la maggior parte dei lavoratori muore di fame e pochi oligarchi hanno ricchezze smisurate, è ancora percepita come erede della rivoluzione d'Ottobre. Alcuni di questi nostalgici hanno messo in rete un attacco stupido e volgare al mio articolo sulla Cecenia apparso su “Liberazione” nel settembre 2004, in cui mi accusano di complicità con Brzezinski, Pannella e Himmler nei progetti di “squartare la Russia”. Col loro metodo dovrei dire che quelli che mi attaccano sono agenti di Forza Italia o dello Stato di Israele…

[4] È vero che non è una novità: la Cina (e c'era ancora Mao...) mantenne cordiali rapporti col regime di Pinochet messo al bando perfino da governi europei, compreso quello italiano. Faceva il pendant con l'URSS che invece trafficava con la giunta militare di Videla in Argentina. In realtà chi è abituato a giustificare a ogni costo l'operato dei propri idoli, non si rende conto della forza repulsiva di regimi così cinici.

[5] Se ne potrebbe fare un elenco, che arriva fino alle bottiglie Molotov portate dai poliziotti nella scuola Diaz di Genova dove dormivano ignari e inermi manifestanti. In realtà anche nei casi di reati comuni, per dimostrare l'infallibilità degli inquirenti, si cerca di "incastrare" con nuovi elementi chi è stato casualmente discolpato. Un esempio da manuale della pervicacia delle autorità di polizia e della magistratura nel "non mollare" chi era stato indicato come responsabile di un reato e che è risultato innocente, è venuto da non pochi episodi di cronaca nera recentissimi come quello del padre dei due bambini caduti nel pozzo ad Acquaviva.

[6] Ho trovato con sorpresa che c'è ancora chi ripete che quei processi erano fondati, dato che gli accusati si erano autoaccusati. Evidentemente non sa nulla delle torture fisiche o psicologiche, e soprattutto del fatto che in un'aula di tribunale venivano portati solo quelli che si erano piegati, mentre quelli che rifiutavano di "confessare" erano silenziosamente eliminati nelle cantine...

[7] Per non rischiare che il processo respingesse l'accusa infamante, il più lucido dei dirigenti del POUM, Andreu Nin, fu subito ucciso in una delle prigioni private organizzate dalla GPU.

[8] Quella tragedia provocò una crisi profonda nel PCI, con il distacco di molti intellettuali prestigiosi. Tuttavia, di tutto il gruppo dirigente, il solo Di Vittorio comprese le ragioni di quegli operai, pur evitando di scontrarsi direttamente con Togliatti. Su quella sua difficile battaglia (l'ultima, dato che sarebbe morto l'anno successivo) si veda il bel libro di Antonio Carioti, Di Vittorio, Il Mulino, Bologna 2004. Che quegli operai scesi in piazza al canto dell'Internazionale fossero falciati da mitragliatrici di carri armati su cui sventolava la stessa bandiera rossa, fu uno dei fattori che spinsero poi il potente movimento operaio polacco nelle braccia della Chiesa, che fino a quella crisi era stata abbastanza in difficoltà per il suo tenace rifiuto della riforma agraria.

[9] Impressionanti i dati sulle disuguaglianze sociali forniti da James Kynge, Frullati dalla Cina. L'ascesa di una nazione affamata, Newton Compton, Roma 2007. Kynge, che ha vissuto quasi venti anni in Asia è oggi corrispondente dalla Cina per il "Financial Times". Molto ben documentato anche il libro di Federico Rampini, Il secolo cinese. Storie di uomini, città e denaro dalla fabbrica del mondo, Oscar Mondadori, Milano, 2006.

[10] Avevo già sostenuto questa tesi al momento dell'aggressione imperialista all'Afghanistan: le basi statunitensi in Uzbekistan, Kazachstan, ecc. non occorrevano per abbattere il fragile regime dei talebani in un paese distrutto da venticinque anni di guerra civile, ma per prepararsi a guerre future con avversari ben più solidi.

[11] Molto interessanti a questo proposito due libri recenti: Chen Guidi, Wu Chuntao, Può la barca affondare l'acqua?, Vita dei contadini cinesi, prefazione di Federico Rampini, Marsilio, Venezia 2007, e Chen Ming, Nubi nere si addensano, Marsilio, Venezia, 2006.

[12] Il primo esempio che viene in mente è Israele che non ha voluto trattare col moderatissimo Arafat, e si trova di fronte Hamas, ma anche l'atteggiamento di Milosevic verso il Kosovo: repressa più volte la direzione comunista kosovara che chiedeva solo di essere repubblica all'interno della Federazione jugoslava, si evitò di trattare con il moderatissimo Ibrahim Rugova, finendo per dover fare i conti con gli estremiosti dell'UCK.

[13] F. Rampini, Il secolo cinese, cit., pp. 132-139.

[14] Formalmente è una "regione autonoma". Tanto poco autonoma che il governatore è un cinese già sperimentato come repressore nel Xinjang. Come accadeva nell'URSS, da Stalin a Gorbaciov, dove il segretario del Kazachstan era a volte russo e non kazacho, ecc. e comunque sempre scelto da Mosca.

 



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