Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Il Tibet, la Cina e "l'unità dei comunisti"...

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Il Tibet, la Cina e "l'unità dei comunisti"...

In marzo avevo scritto qualche pagina sul Tibet, in polemica con una "nostalgica" del "socialismo reale" incontrata nei miei giri elettorali. Ma mi sentivo quasi imbarazzato e un po' in colpa, come se avessi risposto con una cannonata a un moscerino.

Mi sbagliavo. Meno di un mese dopo, in coincidenza con le elezioni, scopro che una bella fetta del mondo intellettuale della sinistra ha firmato un appello in difesa della povera Cina attaccata dai perfidi feudatari tibetani e dagli Stati Uniti, e che denunciava "un’indegna campagna di demonizzazione della Repubblica Popolare Cinese."

Una campagna che sarebbe diretta e orchestrata da "governi e organi di stampa più che mai decisi ad avallare il martirio interminabile del popolo palestinese e sempre pronti a scatenare e appoggiare guerre preventive come quella che in Iraq ha già comportato centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi."

Che strano! Che c'entra l'Iraq? E perché non si parla anche dell'Afghanistan e del Libano, o della Somalia e della Serbia? L'ho capito poco dopo, quando ho visto un altro appello, questa volta "per "l'unità dei comunisti", lanciato negli stessi giorni più o meno con le stesse firme, ma messe in seconda fila, per mandare avanti un plotoncino di operai di area PdCI[1].

Un'operazione di cui già da lontano si poteva capire che puntava a raccogliere nel PdCI un po' di frammenti del grande naufragio del PRC facendo leva sul potere taumaturgico della falce e martello. Ma il PdCI non aveva fatto parte dello stesso governo? E dov'era Diliberto quando è stata varata "la sinistra-l'arcobaleno"? E non ha implorato a lungo Veltroni di ripensarci e fare un accordo elettorale, per poter tornare al governo? E non aveva cacciato dal suo partito Armando Cossutta, colpevole proprio di aver proposto mesi prima quelle liste unitarie senza simbolo di partito che alla fine sono state fatte e accettate?[2] Non mi sembra che possa ergersi a "salvatore della sinistra"...

Ho accennato a questo evidente legame tra i due appelli, perché chiarisce molte cose. Sono finalizzati a un'operazione politica di breve respiro, che si capisce meglio domandandosi perché si denuncia solo la guerra in Iraq, a cui almeno apparentemente l'Italia oggi non partecipa (a parte i contractors e gli addestratori della polizia irachena...), e non si nominano neppure le altre imprese dello stesso genere che sono ancora in corso e sono state fortemente volute dai vari D'Alema e Prodi (e che Berlusconi naturalmente continuerà).

Io, che come tanti altri compagni sono stato sempre contrario a tutte le imprese imperialiste dell'Italia, e non solo a quella irachena, sono stato ugualmente pronto a denunciare ogni sopraffazione da parte di chiunque, fosse la Cina nel Tibet, o la Russia in Cecenia. E naturalmente non capisco perché, se si riconosce il diritto dei tibetani, si dovrebbe essere disposti ad "avallare il martirio interminabile del popolo palestinese". Che c'entra?

Mi dispiace per alcuni degni intellettuali, estranei alla consorteria dei "giustificazionisti" a ogni costo, che si sono fatti strappare una firma. Capisco perché lo hanno fatto. La maggior parte di loro non hanno una storia militante (alcuni dei docenti firmatari di questo appello in difesa della Cina e anche di quello per l'unità dei comunisti anzi non sono mai stati comunisti...), ma sono stati colpiti da alcuni argomenti, falsi, ma efficaci. In primo luogo l'evocazione di un classico luogo comune:

"All’ingresso delle concessioni occidentali in Cina era bene in vista il cartello: «Vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi». Questo cartello non è dileguato, ha solo subito qualche variante, come dimostra la campagna per sabotare o sminuire in qualche modo le Olimpiadi di Pechino: «Vietate le Olimpiadi ai cani e ai cinesi». La Crociata anticinese in corso è in piena continuità con una lunga e infame tradizione imperialista e razzista."

Falso storicamente (il cartello non c'è mai stato, lo sfruttamento sì, ma era ben più sottile e efficace), e falso perché nessun paese imperialista ha intenzione di boicottare le olimpiadi, e nessun capo di Stato, anche il più reazionario, rinuncerà alla partecipazione all'inaugurazione, se non sarà costretto da un forte movimento di opinione nel proprio paese. Ma una frase così fa effetto sulla coscienza "democratica" di questi intellettuali poco attenti a quel che accade nel mondo. E che soprattutto non hanno capito che nessuno vuole infastidire il governo cinese, meno che mai gli Stati Uniti, che dipendono oggi interamente dalla Cina, che ha nelle sue mani il 90% del debito USA.

Forse alcuni di questi intellettuali non se ne sono accorti, e quando pensano alla Cina vedono le armate scalze di Mao Tse Tung e non i finanzieri partiti alla conquista dell'Africa e dell'America Latina. Così firmano un testo che rappresenta un tipico processo alle intenzioni:

Si agita la bandiera dell’indipendenza (talvolta camuffata da «autonomia») del Tibet, ma se questo obbiettivo venisse conseguito, ecco che la medesima parola d’ordine verrebbe lanciata anche per il Grande Tibet (un’area tre volte più grande del Tibet propriamente detto) e poi per il Sinkiang, per la Mongolia interna, per la Manciuria e per altre regioni ancora. La realtà è che, nel suo folle progetto di dominio planetario, l’imperialismo mira a smembrare un paese che da molti secoli si è costituito su una base multietnica e multiculturale e che oggi vede convivere 56 etnie. Non a caso, a promuovere questa Crociata non è certo il Terzo Mondo, che alla Cina guarda con simpatia e ammirazione, ma l’Occidente che a partire dalle guerre dell’oppio ha precipitato il grande paese asiatico nel sottosviluppo e in un’immane tragedia, dalla quale un popolo che ammonta ad un quinto dell’umanità sta finalmente fuoriuscendo.

Ritornerò ancora sulla questione dell'autonomia o dell'indipendenza, di cui ho già parlato più volte. Ribadisco che non vedo perché dovremmo essere noi a decidere se i tibetani hanno diritto a chiedere l'indipendenza, o devono invece accontentarsi dell'autonomia. Ma perché ignorare che infinite volte sia il Dalai Lama, sia il governo tibetano in esilio hanno detto a chiare lettere e con solidi argomenti che chiedono solo l'autonomia, concessa a parole nel 1951, e negata nei fatti?[3]

In ogni caso è grottesco che si faccia leva sul timore della secessione della Lega, oggi nuovo spauracchio delle finte sinistre:

Sulla base di parole d’ordine analoghe a quelle oggi urlate contro la Cina, si potrebbe promuovere lo smembramento di non pochi paesi europei, quali l’Inghilterra, la Francia, la Spagna e soprattutto l’Italia, dove non mancano i movimenti che rivendicano la «liberazione» e la secessione della Padania.

Per usare questo spauracchio bisogna seminare prima confusione: la "secessione della Padania" è una periodica sparata propagandistica di Bossi, poco credibile come rivendicazione concreta. Come si potrebbe rendere accettabile in Sicilia, essenziale roccaforte del centro destra, o nel resto del Sud dove è forte AN, anche soltanto un federalismo fiscale che lasciasse in Lombardia il ricavato delle imposte riscosse nella regione? Inoltre, a parte le pagliacciate con le ampolle di acqua del Po, la Padania non corrisponde minimamente a un'etnia identificabile. La stessa moglie di Bossi è siciliana e la segretaria del sindacato leghista è nata in Puglia. La comparazione con il paese Basco è dunque campata in aria. Naturalmente per chi si rifà a Lenin, e riconosce a ogni vera nazionalità il diritto all'autodeterminazione fino al distacco, non per chi, ancorato al tardo stalinismo, nega questo diritto a tutti, compresi i baschi che stavano dove stanno ben prima che vi arrivassero le popolazioni indoeuropee.

Inoltre lo spauracchio del secessionismo tibetano viene agitato a prescindere da quel che dice il Dalai Lama, o il capo del governo in esilio, e che non è sicuramente una finzione, dal momento che la richiesta dell'autonomia è fondata su un argomento concreto: i tibetani sono diventati minoranza (secondo lo stesso Dalai Lama sono appena un terzo della popolazione di Lhasa), e la loro lingua è stata soppiantata da quella cinese grazie al sistema di discriminazione scolastica ecc. Il Dalai Lama conclude che sarebbe "nell'interesse dei cinesi la preservazione di un gruppo etnico o di una comunità che ha un'eredità culturale basata sulla compassione". E ribadisce che non propone l'indipendenza, ma casomai una federazione simile all'Unione Europea. Anche perché "il Tibet dei latifondisti era arretrato. Oggi i tibetani vogliono veder progredire il Tibet. Quindi se i cinesi applicassero ciò che è scritto nella loro costituzione, se concedessero l'autonomia a livello di municipi, prefetture, regioni, se davvero l'applicassero sul posto, tutti questi sentimenti negativi svanirebbero". I sentimenti negativi che lo preoccupano sono quelli dei tibetani sempre meno convinti della sua predicazione della non violenza...

Il Dalai Lama precisa che la Cina manterrebbe "la titolarità della Difesa e degli Esteri del Tibet." Basterebbe che capissero, aggiunge, "che è nel nostro interesse uno sviluppo economico rapido". Ad esempio la nuova ferrovia, criticata da molti tibetani e anche da diversi stranieri, è piaciuta invece al Dalai Lama perché è "un segno di sviluppo". E aggiunge che "nessun tibetano si aspetta che io ricostruisca l'antica società, anche se i cinesi continuano ad accusarmi di voler restaurare il sistema feudale".[4]

Ma questo non conta per gli apologeti della Cina. Per ottenere maggiori consensi, i promotori di questo appello (che pure appartengono a partiti che sono stati al governo con i teodem...) ci hanno messo un po' di anticlericalismo. Ma non contro i nostri clericali, contro il Dalai Lama.

L’Occidente che si atteggia a Santa Sede della religione dei diritti umani non ha speso una sola parola sui pogrom anticinesi che il 14 marzo a Lhasa sono costati la vita a civili innocenti compresi vecchi, donne e bambini. Mentre proclama di essere alla testa della lotta contro il fondamentalismo, l’Occidente trasfigura nel modo più grottesco il Tibet del passato (fondato sulla teocrazia e sulla schiavitù e sul servaggio di massa) e si prosterna dinanzi a un Dio-Re, impegnato a costituire uno Stato sulla base della purezza etnica e religiosa (anche una moschea è stata assaltata a Lhasa), annettendo a questo Stato territori che sono sì abitati da tibetani ma che non sono mai stati amministrati da un Dalai Lama: è il progetto del Grande Tibet fondamentalista caro a coloro che vogliono mettere in crisi il carattere multietnico e multiculturale della Repubblica Popolare Cinese per poterla meglio smembrare.

Quante sciocchezze concentrate in poche righe! Prima di tutto come si fa a parlare di "pogrom anticinesi" se le notizie in proposito sono state date dopo che sono stati cacciati tutti i giornalisti? Come facciamo a sapere cosa è accaduto? E se ci sono stati davvero assalti a persone e beni cinesi, come si fa a giurare che si trattava di una manovra preordinata, e non di una protesta spontanea contro l'invadenza dei coloni?

Chi è poi che si "prosterna" dinanzi a un Dio Re? Chi parla di uno Stato basato su una "purezza etnica e religiosa"? Chi sarebbe nostalgico di un Tibet "fondato sulla teocrazia e sulla schiavitù"? Possibile che si cancelli una vastissima documentazione sul presente e il passato prossimo, e si continui a riproporre la propaganda più grossolana del governo cinese sul "passato feudale"?

Questo passato c'era, ma come c'era in Cina prima della rivoluzione, e c'era in Europa fino al XVIII secolo (in certi paesi fino al XIX), e c'era in Afghanistan fino alla metà del XX secolo. È vergognoso usare questi argomenti per screditare un intero popolo, nascondendo che già negli anni Cinquanta c'erano state trasformazioni profonde: lo stesso attuale Dalai Lama, che si definisce oggi un "buddhista marxista", era stato influenzato da Mao e ricorda ancora con ammirazione la sua figura (lamentando solo – come potrebbero fare però anche molti cinesi - che non manteneva le sue promesse).

La rivolta del 1959 era stata preceduta da anni di guerriglia dei montanari Khampa, che non solo non erano "manovrati" o "istigati" dal Dalai Lama, ma erano casomai in polemica con lui, che stava troppo spesso a Pechino e partecipava all'Assemblea nazionale. La rivolta era poi divampata per protesta contro la cancellazione dell'autonomia, la colonizzazione massiccia con cinesi di etnia han e hui (di religione islamica), la scomposizione del territorio tibetano in numerose province, in modo che in nessuna ci fosse una maggioranza etnica tibetana, e soprattutto contro le vessazioni ai monasteri e ai luoghi di culto. È vero che, come sottolineano alcuni difensori della Cina, tali vessazioni non erano esclusivamente rivolte ai buddhisti tibetani, ma colpivano tutte le confessioni religiose, tanto più se coincidevano con una minoranza etnica (ad esempio gli ujguri), o avevano come i cattolici riferimenti all'estero. Ma che significa? Mal comune, mezzo gaudio? O si vuol giustificare la repressione antireligiosa in nome di una presunta superiorità di un grossolano pseudomarxismo autoritario?

Varrebbe la pena di parlare ancora del Tibet, facendolo però dopo essersi confrontati non solo con i propri pregiudizi, ma con la documentazione proposta da Limes, che è molto varia e non certo basata su un partito preso anticinese. Uno dei collaboratori abituali della rivista, il generale Fabio Mini, ad esempio, è molto indulgente nei confronti delle ragioni di Pechino (e come si può rimproverare a un generale di essere poco sensibile al tema dell'autodeterminazione, di cui tanti comunisti non vogliono neppure sentire parlare?); un ampio spazio è dedicato alla grossolana versione ufficiale cinese della storia del rapporto tra Tibet e Cina, che fornisce bizzarramente come "prova" dell'appartenenza del Tibet all'Impero cinese fin dal VII secolo un matrimonio tra il re del Tibet e una principessa cinese, o il fatto che si stabilissero trattati tra le due dinastie, sanciti da obelischi ancor oggi esistenti. Cose che casomai provano l'esistenza di un Tibet indipendente...

Conosco bene questi argomenti: ricordano quelli usati per giustificare ogni annessione di un paese all'URSS in base a qualche precedente del lontano passato zarista, indipendentemente dal volere degli abitanti. Dove ha portato questo metodo, lo si è visto quando la questione nazionale è stata una delle cause principali dell'esplosione dell'URSS. Ma non ha insegnato evidentemente niente ai "nostalgici", che citano a volte con ammirazione qualche frase del testo di Stalin sulla questione nazionale (giusta ammirazione, dato che era frutto dell'influenza di Lenin e della partecipazione di Bucharin alla stesura), ma ignorano il bilancio catastrofico della sistematica violazione di quei principi nei decenni successivi.

E hanno costruito una strana teoria: il diritto all'autodeterminazione può essere riconosciuto solo se non ci sono interessi e ingerenze di altre potenze. Cioè mai... Prima di tutto nessun paese, anche se grande e potente, è del tutto privo di interferenze da parte di altri; inoltre ai cultori della "teoria del complotto" non è difficile attribuire ogni movimento per l'indipendenza o anche solo per l'autonomia, a una "manovra della CIA".

 

Ma è soprattutto della Cina che bisogna discutere. La repressione a Lhasa non è certo la sua unica colpa. C'è chi (come l'attrice Mia Farrow) le rimprovera l'appoggio al regime sudanese e alla sua politica nel Darfour, ma sono tanti i regimi africani con cui Pechino ha fatto e fa ottimi affari, sorvolando sui loro crimini. E anche in America Latina, la Cina si comporta come un paese imperialista, puntando, in alleanza con potenti borghesie come quella brasiliana, a impossessarsi delle materie prime di cui è affamata, senza preoccuparsi dell'impatto ambientale. Questa politica si è consolidata negli ultimi anni di rapida espansione, ma il cinismo è una costante fin dal periodo maoista classico: penso all'ottimo rapporto mantenuto con Pinochet dopo il golpe (mentre gran parte dei paesi europei rompeva o ridimensionava le relazioni diplomatiche). Certo faceva il paio con l'idillio tra l'URSS e l'Argentina dei generali, ma con un po' di ipocrisia in più, data la retorica "marxista-leninista" con cui denunciava i "nuovi zar". E che dire della stretta relazione con la dittatura militare pakistana di Ayub Khan e Yahya Khan, in odio all'India troppo amica dell'URSS? Un'intera generazione di militanti della "nuova sinistra" si è formata negli anni Sessanta e Settanta giustificando tutto della Cina di Mao. Oggi una parte di questa generazione è invecchiata ma non maturata, e giustifica tutto della Cina di Hu Jintao: non solo l'oppressione delle minoranze nazionali (siano i tibetani o gli ujguri del Xinjiang) e delle confessioni religiose (compresa la setta autoctona Falun Gong), ma anche lo sfruttamento spietato del lavoro minorile, la distruzione di ogni sistema sanitario pubblico, la cancellazione del diritto all'istruzione gratuita. E incredibilmente, continua a considerare la Cina un "paese socialista". Se questo è il socialismo, c'è da stupirsi che ci sia chi sceglie piuttosto la Lega o Berlusconi?

2 maggio 2008

Antonio Moscato

 

P. S: questo testo è per certi aspetti la continuazione di quello - sullo stesso tema - del 24 marzo. Chi non lo avesse ricevuto, può chiedermelo.



[1] C'era anche un'altra novità: Luciano Canfora, la cui firma figurava anche in questo appello, ha scritto al "Corriere della sera" per annunciare che non aveva firmato. Probabilmente si è irritato perché non consultato preventivamente.

[2] Uno de primi compagni che ha letto "in anteprima" questo testo mi ha rimproverato per il processo alle intenzioni e la durezza usata nei confronti del PdCI. Ma la rivendico: il PdCI ha usato fin dalla sua nascita un discorso retorico "vetero-comunista" e nostalgico (del socialismo reale, di Cuba, ecc.) per coprire la sua collaborazione di classe assolutamente non distinguibile da quella del PRC. E anzi anche peggiore, se si pensa al bilancio personale del ministro della Giustizia Diliberto nel governo che estradava Ocalan e faceva la guerra in Serbia. E continua a usare il mito dell'unità come bene supremo, anche dopo la verifica di quanto non sia servita a niente il 13 aprile. O si pensa che una falce e martello sulla scheda avrebbe fatto dimenticare le porcherie avallate nel governo Prodi?

[3] Si vedano tra l'altro interviste e articoli del Quaderno speciale di "Limes", Tibet, la Cina è fragile, aprile 2008.

[4] Io, buddhista marxista, non voglio il Tibet indipendente, conversazione con il Dalai Lama a cura di Raimendo Bultrini, Ivi, p. 16.



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