Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Evo indica la strada

Evo indica la strada

E-mail Stampa PDF

Evo Morales indica una strada…

 

Il processo rivoluzionario boliviano mi era parso già negli anni scorsi originale e radicale, e con una maggiore consapevolezza dei problemi che aveva di fronte, come attestava tra l’altro una lunga e interessante intervista a Evo Morales del gennaio 2010, subito tradotta e inserita sul sito (Evo parla di Evo). Tuttavia le elezioni di aprile avevano segnato una preoccupante battuta d’arresto, con il distacco da sinistra di una parte della coalizione di governo. Ne avevo scritto io stesso in Scontri evitabili, ma anche un osservatore latinoamericano attento come Raúl Zibechi: Zibechi: Bolivia-Ecuador.

In questi giorni però sono arrivate due notizie che incoraggiano decisamente l’ottimismo: una appena parzialmente trapelata sui grandi mass media: la Bolivia ha rifiutato il compromesso di Cancún sull’ambiente, unico e solo paese contro il “consenso” degli altri 193.

 

L’altra è stata anche più sistematicamente taciuta: una legge riduce l’età per andare in pensione in Bolivia dagli attuale 65 anni a 58 anni per tutti, che possono scendere anche a 55 per le lavoratrici madri e i lavori usuranti, ma potranno abbassarsi di un ulteriore anno per ogni due trascorsi all’interno delle miniere, arrivando perfino a 51 anni. L’ha annunciato personalmente Evo, che ha premuto sul parlamento per far approvare la nuova normativa in pochi giorni, per fare un “regalo di Natale” ai più poveri. Evo ha sottolineato che un lavoratore a 55 anni può essere già molto logorato, e che la speranza di vita nel paese raggiunge appena i 63 anni (una media rialzata notevolmente dallo strato urbano benestante, che magari può vivere anche cento anni…). E non si tratta solo di chi lavora nelle miniere: sul numero 876 del 10/12/10 di “Internazionale” c’è un impressionante articolo sulle condizioni di vera e propria schiavitù a cui sono ancora sottoposti i guaranì nei latifondi a poca distanza da Camiri, capoluogo della provincia della Cordillera, roccaforte della destra.

La misura voluta da Evo Morales è dunque sorprendente, perché va assolutamente controcorrente: non solo la Francia, la Grecia, l’Italia e decine di altri paesi hanno prolungato l’età pensionabile, ma perfino Cuba ha annunciato il passaggio da 55 a 60 anni per le donne, e da 60 a 65 per gli uomini, con una decisione che i giornali conservatori boliviani e di tutto il continente contrappongono al presunto “estremismo” di Evo Morales (era esattamente quello che temevamo, commentando le discutibili “riforme” di Raúl Castro…). Ad esempio Jacob Funk Kirkegaard, economista specializzato del “Peterson Institute For International Economics” di Washington, ha dichiarato subito che il nuovo modello boliviano "va contro la tendenza mondiale dei sistemi pensionistici”. Ha definito "irresponsabile" la riduzione dell’età per la pensione e ha detto che il governo boliviano sembra che stia preparando “un incidente ferroviario”, e gli ha contrapposto la saggia “riforma” di Cuba…

Evo Morales ha per giunta deciso contemporaneamente la nazionalizzazione dei fondi pensione privati gestiti da BBVA e Zurich, e ha sottolineato che oggi molti lavoratori, non solo in Bolivia, non arrivano affatto a beneficiare della pensione semplicemente perché muoiono prima. Per giunta i fondi privati coprivano solo la classe media e gli strati superiori “garantiti” della classe operaia, mentre lasciavano fuori il 60% dei lavoratori, che sono “informali” e quindi quasi sempre senza pensione.

I giornali di opposizione insistono sulla diffidenza dei lavoratori che ricorderebbero le disfunzioni del vecchio sistema pensionistico esistente prima del 2004, che aveva tempi burocratici così lunghi che quell’anno un minatore, Eustaquio Picachuri, si fece saltare in aria per protesta davanti al parlamento (l’episodio fu usato per facilitare l’introduzione dei fondi pensione privati). Ma in un clima di mobilitazione e di partecipazione dei lavoratori alle decisioni il rischio di un carrozzone burocratico lento e inefficace può essere evitato.

Evo Morales si è impegnato personalmente anche a Cancún, dove si è recato per sostenere la battaglia della delegazione boliviana che ha retto a tutte le pressioni, e non ha avuto paura di restare isolata. Pablo Solón, capodelegazione della Bolivia alla conferenza sull’ambiente, aveva contestato il fatto che le “deboli aspettative” che i negoziatori dichiarano di avere in questi giorni rispetto ai risultati del Vertice possano essere accettate da quel milione di persone che vivono nella città boliviana di El Alto, che stanno fronteggiando un impoverimento cronico delle falde acquifere a causa dello scioglimento progressivo dei ghiacciai.

Solón aveva chiesto ai paesi industrializzati di tagliare le emissioni di gas serra del 50% prima del 2017. Una proposta concreta, ha concluso Solón, sulla quale il suo Governo insisterà come risposta al tentativo di spostare tutta la lotta alle emissioni verso le misure finanziarie, con l’invenzione di specifici pacchetti di prestiti “che servono a far soldi più che a cambiare il nostro clima”.

Morales appena arrivato a Cancún ha dichiarato in una conferenza stampa che non si tratta più di dire “Patria o morte”, ma “Pianeta o morte”, e ha fatto riferimento alla riunione di organizzazioni sociali di tutto il mondo tenutasi in aprile a Tiquipaya (Cochabamba), che chiedevano la riduzione dei gas serra del 50% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020. Un obiettivo lontanissimo da quello che si sta discutendo a Cancún. “Non mi interessano le soluzioni intermedie proposte dall’ONU o dal ministro degli Esteri messicano Patricia Espinosa” (grande mediatrice a Cancún, naturalmente elogiatissima dalla nostra stampa), ha detto, ricordando che il costo della mancata soluzione lo pagheranno i paesi meno sviluppati, e si misurerà in vite umane. La storia giudicherà severamente…

La posizione di Evo Morales è tanto più significativa perché controcorrente anche rispetto a quella di altri governi “progressisti” dell’America Latina. Non solo il Brasile, che grazie alle sue potenti multinazionali inquinatrici come Petrobras o Vale si accorda più facilmente con i paesi imperialisti, ma anche il presidente dell’Ecuador Rafael Correa, che ha dichiarato che il risultato della riunione di Cancún è “ancora molto piccolo, e insufficiente”, ma… dato che “sono stati fatti alcuni passi, che appoggiamo”, l’Ecuador ha votato a favore. Non possiamo “aspettare ancora molto tempo, dati i rapporti di forza esistenti attualmente nel mondo, nel quale sono essenzialmente i paesi egemonici ad essere i contaminatori, mentre i paesi poveri sono generatori di beni ambientali”. Quindi anche l’Ecuador ha lasciato sola la Bolivia, e anzi ha minacciato nuovamente di ricominciare a estrarre il petrolio nel parco nazionale Yasuní, se non si faranno avanti altri paesi donatori, come aveva già detto più volte in passato, creando inquietudine e dubbi tra i suoi stessi sostenitori (avevamo registrato più volte le oscillazioni in proposito, registrando poi ogni nuovo impegno nella direzione giusta. Si veda: Una rettifica piacevole).

Evo Morales non ignora che i “rapporti di forza” a livello mondiale sono sfavorevoli, ma non si rassegna a considerarli un limite invalicabile. Fornisce un esempio limpido a quelle sinistre che, alla prima difficoltà, fanno altre concessioni alla destra, e preparano nuove sconfitte. Morales ha corretto la rotta radicalizzandola, e ha già potuto recuperare molto del terreno perso nelle elezioni di Pasqua. Dobbiamo sostenerlo, prima di tutto sottraendo le sue battaglie esemplari al silenzio ipocrita di una sinistra provinciale e tendenzialmente suicida. (a.m. 13/12/10)



You are here Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Evo indica la strada