Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Rivoluzione e vita quotidiana

Rivoluzione e vita quotidiana

E-mail Stampa PDF

Rivoluzione e vita quotidiana

La scelta di inserire nel sito gli scritti poco conosciuti di Lev Trotskij inseriti nella raccolta Rivoluzione e vita quotidiana  è nata recensendo il romanzo di Leonardo Padura Fuentes, che dedica molto spazio al pensiero del grande rivoluzionario, ma basandosi in genere più sulle biografie che sulla sua opera letteraria. (Padura Fuentes, Trotskij e Cuba). Ma il timore che questa piccola raccolta, esaurita da tempo immemorabile, possa passare inosservata, nella seconda sezione del sito, come è accaduto ad altri scritti utilissimi, mi ha spinto a segnalarla brevemente ai lettori più giovani nella sezione “attualità”. E in effetti sono attualissimi questi articoli, che già nel 1923 (quando ancora Trotskij faceva parte del gruppo dirigente sovietico) sottolineavano che tra i compiti più urgenti c’erano “la ricostruzione della vita, l’emancipazione delle donne dalla condizione di schiave domestiche, l'educazione comunista dei bambini, la liberazione del matrimonio dagli elementi di costrizione economica” e la necessità di sviluppare “una vera cultura al di fuori delle classi, una cultura dell'uomo e dell'umanità”.

Interessante il richiamo a un utopista come Fourier per il suo “ripudio dell'ascetismo cristiano e della soppressione degli istinti naturali” e l’intuizione che gli svaghi potevano diventare “uno strumento di educazione collettiva, libero dal controllo dei pedagogisti e dalle tendenze moralizzatrici che operano senza posa”. Trotskij attribuiva tra l’altro una grande funzione educativa al cinema, e auspicava che si costruissero più sale cinematografica che bar (era il momento in cui la nuova maggioranza legata a Stalin cominciava a reintrodurre la vodka, come strumento di abbrutimento delle masse ma anche fonte importante di proventi per le casse statali).

Lungi dal “ridurre tutto alla politica”, Trotskij scrive che “non si vive di sola politica”, e esamina ad esempio – senza negarla con la retorica – la crisi della famiglia tradizionale, analizzandone dialetticamente le cause: “L’introduzione dell'uguaglianza politica fra uomini e donne nello Stato sovietico era uno dei problemi più semplici. Assai più difficile era quell'altro: introdurre l'uguaglianza in campo industriale tra uomini e donne che lavorano nelle fabbriche, nelle officine e nei sindacati e in modo tale da non mettere le donne in posizione di svantaggio rispetto agli uomini. Raggiungere invece una eguaglianza reale fra l'uomo e la donna all'interno della famiglia è un problema infinitamente più arduo. Prima che ciò accada si debbono rivoluzionare tutte le nostre abitudini domestiche. Tuttavia è ovvio che a meno che non si raggiunga un’eguaglianza reale fra uomo e donna in seno alla famiglia, sia in senso generale sia nelle condizioni di vita, non possiamo parlare seriamente di uguaglianza sociale e nemmeno di eguaglianza politica. Finché la donna è incatenata al lavoro domestico, alla cura della famiglia, alla cucine e al cucito, sono estremamente ridotte tutte le sue possibilità di partecipare alla vita politica e sociale.”

Interessante che il problema della “liberazione della famiglia dal fardello della cucina e dell'educazione pubblica dei bambini” viene visto solo in prima istanza come legato a “un miglioramento sensibile di tutta la nostra economia”. Bisogna “liberare la famiglia dalle funzioni e dai lavori che ora l'opprimono e la disintegrano. Il bucato deve essere fatto in una lavanderia pubblica, i pasti debbono essere consumati in ristoranti pubblici e le riparazioni dei vestiti debbono essere fatte in laboratori pubblici. I figli debbono essere educati da buoni insegnanti che abbiano una vocazione reale per questo lavoro” Solo così “il legame fra marito e moglie sarà libero da qualsiasi elemento esterno e accidentale e ciascuno smetterà di assorbire la vita dell'altro”.

Ma Trotskij è convinto che la battaglia non può esser condotta “dall’alto”, e “con costrizioni”, ma incoraggiando l’iniziativa autonoma di individui e collettivi, evitando “di burocratizzare le nuove abitudini”. Egli è convinto che “la scelta più opportuna verrà. La nuova vita adotterà nuove forme quasi spontaneamente. Il risultato sarà una vita più ricca, più ampia, più densa di colore e di armonia”.

Quello che colpisce di più in questa battaglia di Trotskij per una vera “rivoluzione culturale” è che affronta problemi apparentemente minori, come il rifiuto del turpiloquio e della volgarità, eredità di un periodo in cui erano sfoghi di schiavi, ma che sono anche caratteristici della nuova burocrazia in ascesa, di cui analizza con attenzione le varie componenti e gli atteggiamenti arroganti o indifferenti verso i “sottoposti”. Una parte degli accenni riguardano indirettamente Stalin, come quando dice che “non si può negare che le vecchie espressioni volgari prerivoluzionarie siano ancora in uso attualmente, sei anni dopo l'ottobre, e che al «vertice» siano di moda” e che “può accadere che un comunista (…) quando parla delle nazionalità minori, cominci a parlare in tono irrimediabilmente reazionario”. Si sente l’eco dei giudizi espressi da Lenin nella sua “Lettera al congresso”, il cosiddetto “testamento”.

 

Ma il principale interesse di questi scritti è che Trotskij è convinto che è “difficile far cambiare le cattive abitudini servendosi solamente della legislazione”, e punta a una mobilitazione dal basso per evitare “il pericolo di un tentativo di interferenza grossolana e quasi brutale nella vita privata dell'individuo”. E poiché “le donne sono in condizioni di inferiorità per i limiti di cui soffrono attualmente, e i costumi costituiscono una pressione maggiore nei loro riguardi” conclude che “gli agitatori più adatti in questo campo dovrebbero provenire dalle loro file”.

Trotskij non ha dubbi: “Non possiamo permetterci di attendere che tutto ci venga dato dall'alto, su iniziativa governativa. Le nuove strutture sociali debbono svilupparsi simultaneamente su tutti i lati. Lo Stato proletario è l'impalcatura, non la struttura stessa”. E poi aggiunge ancora: “Il feticcio dello Stato, anche quando si tratta di uno Stato proletario, non è degno di noi marxisti”.

Si tratta di identificare “nell'ambito della pianificazione statale” gli spazi “per le attività di associazioni volontarie e di organizzazioni a carattere cooperativistico. Fra i molti milioni di individui che formano la nostra popolazione esistono innumerevoli interessi, forze, energie, di cui tramite lo Stato non riusciamo a utilizzare la centesima parte. ma che possono essere portate a fare un lavoro eccellente, a fianco dello Stato, se riescono a trovare la formula organizzativa adatta”. Trotskij sottolena più volte che “le attività di questi gruppi dovrebbero avere un carattere eminentemente volontario”. Una concezione del potere dei lavoratori particolarmente attuale.

 

Raccomandando la lettura di questi scritti, non nascondo certo che alcune affermazioni sulla “attività cosciente dell'uomo diretta alla sottomissione della natura all'espansione delle conquiste tecniche e culturali” (tributo a concezioni largamente diffuse tanto nella Seconda che nella Terza Internazionale) oggi possono urtare la nostra sensibilità di marxisti ed ecologisti. Ma nel loro insieme questi articoli si rivelano di una straordinaria attualità e smentiscono chi ripete il vecchio luogo comune di un Trotskij che al potere avrebbe fatto come e peggio di Stalin. Era ancora al potere e si preoccupava di queste tematiche. E si contrapponeva a Stalin non meschinamente, “in modo speculare”, come è di moda dire, ma su proposte e metodologie diversissime. Ad esempio rivendicava l’importanza della psicanalisi, che stava invece per essere messa al bando in URSS per decenni, e rifiutava la contrapposizione di Pavlov a Freud (il marxismo ha bisogno di entrambe le scuole, scriveva), ma scandalizzava i bigotti del marxismo dogmatico e catechistico, spiegando che “i nostri nipoti, cittadini della comune, non saranno dei rivoluzionari”.

Insomma vale la pena di leggere tutta questa raccolta (ora sul sito: Trotskij - Rivoluzione e vita quotidiana-1). Ci saranno sorprese anche per chi già conosce Trotskij attraverso i suoi libri più importanti. (a.m. 18/12/10)



You are here Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Rivoluzione e vita quotidiana