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Padura Fuentes, Trotskij e Cuba

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Padura Fuentes, Trotskij e Cuba

di Antonio Moscato

 

A proposito del libro L’uomo che amava i cani di Leonardo Padura Fuentes

 

Dopo un lungo rinvio e una rilettura meticolosa mi sono convinto a recensire L’uomo che amava i cani di Leonardo Padura Fuentes, un romanzo interessante ma che non mi aveva convinto del tutto. In realtà la mia opinione non fa testo, perché sono un lettore molto, forse troppo esigente. Se dovessi scegliere dieci romanzi da portare con me in un’isola deserta, tra quelli scritti negli ultimi ottant’anni ne prenderei uno solo: Il memoriale dal convento di José Saramago. Ma soprattutto non sono un critico letterario. E temevo anche di lasciarmi trascinare dal fastidio – come storico - per alcuni aspetti meno convincenti di due dei tre romanzi che si intrecciano tra loro: quello su Trotskij in esilio, e quello sullo stalinismo nella guerra di Spagna, frutto di una lunga documentazione ma su fonti non sempre ineccepibili.

Inoltre avevo condiviso la bella recensione di Stefano Tassinari sul numero 40 di “ERRE”, in tutto meno che nella conclusione, che definisce il romanzo “ottimo”. Naturalmente lo trovo buono e anche utile per far conoscere a una cerchia larga di lettori una delle più atroci tragedie del secolo scorso, soprattutto se si riuscisse a pubblicarlo a Cuba, dove Padura Fuentes vive e vuol continuare a vivere, come il protagonista della parte cubana del romanzo, ma dove un romanzo come questo finora non è ammesso.

Alla fine mi sono deciso a cimentarmi con questo compito non facile soprattutto per le sollecitazioni di alcuni compagni che si stupivano per il mio silenzio su un romanzo che li aveva affascinati, per giunta di un autore che avevo citato e segnalato più volte positivamente. Mi ha colpito anche che diverse recensioni (ad esempio quella, peraltro molto favorevole, di Daniel Raventós su “Sinpermiso”, di cui è redattore) hanno ritenuto “meno riuscita” proprio la parte cubana.

Forse in parte lo è, ma solo nel senso che non è facile condurre per tutto un romanzo abbastanza lungo (600 pagine) la finzione del manoscritto ricevuto, da cui si parte per ricostruire la storia del misterioso spagnolo che girava su una spiaggia cubana con due splendidi levrieri russi, e per scandire la inquietante progressiva scoperta della sua vera identità. Manzoni questa finzione l’ha usata come incipit dei Promessi sposi, ma poi l’ha lasciata cadere subito. Il mio giudizio più favorevole su questa parte è comunque dovuto al fatto che i nove capitoli “cubani” del romanzo tratteggiano un quadro realistico dell’isola e della condizione di un intellettuale inquieto e non disposto più a scrivere cose in cui non crede. La spiegazione è semplice: descrivendo le traversie di Iván Cárdenas Maturell, Leonardo Padura Fuentes non ha dovuto documentarsi come per le altre due parti, ma ha descritto quel che lui stesso ha osservato, sentito e vissuto.

In ogni caso, dato che mi sono deciso a scrivere, comincio raccontando la trama per chi non ha ancora letto questo romanzo.

Iván Cárdenas era stato agli inizi degli anni Settanta un giovane scrittore di belle speranze, che aveva visto premiata e pubblicata una sua raccolta di racconti, di cui presto aveva capito che erano di una qualità disastrosa, e che erano stati scelti per i temi trattati e per il modo di affrontarli, più che per il valore letterario. Aveva tentato di riscattarsi, dopo due anni in cui non aveva scritto più niente, con un nuovo racconto in cui il protagonista, un combattente rivoluzionario, aveva paura e si suicidava per evitare il rischio di diventare un delatore. Quanto bastava, nella Cuba del 1973, quando era iniziato il cosiddetto “Quinquennio grigio” della totale dominazione ideologica della corrente filosovietica, per essere spedito, appena finita l’università, come redattore di una piccola radio a Baracoa, città bellissima ma la più isolata dal resto di Cuba (ventisei ore di pullman per arrivarci…).

Tra le ragioni di quella “penitenza” anche i dubbi espressi in privato (ma riferiti da qualche “amico”) su due casi disciplinari che avevano colpito due docenti, “sospesi dal servizio per aver confessato di professare credenze religiose”, e altre due professoresse cacciate definitivamente dall’università “per le loro tendenze sessuali «invertite»”, come si diceva orribilmente in quegli anni.

Iván ricostruisce bene i suoi entusiasmi precedenti, la partecipazione volontaria per lunghi periodi alla zafra del 1970, le ragioni per cui aveva scritto i suoi primi racconti “sommerso, anzi stordito dall’aria ostile che si respirava tra le quattro pareti della letteratura e dell’ideologia dell’isola, devastata dalla cascata di defenestrazioni, emarginazioni, espulsioni e «parametrazioni» di gente scomoda di ogni tipo messe in atto negli ultimi anni e dal prevedibile innalzamento dei muri dell’intolleranza e della censura”.

Ci riflette solo dopo, rendendosi conto di essersi comportato come una “scimmia diligente” e di aver cominciato a “scrivere quello che, senza troppo margine per le speculazioni, si doveva scrivere in quel momento storico.” Ci riflette, e decide di non scrivere più, nonostante le sollecitazioni di un amico più giovane che lo considera il suo maestro.

Tornato all’Avana dall’esilio a Baracoa, accetta volentieri un lavoro dequalificato, ma senza rischi: correttore di bozze in una rivista di veterinaria. Quando incontra un personaggio di cui intuisce subito che non può essere cubano, e che porta a correre su una spiaggia non lontana dall’Avana due splendidi borzoi, cani rari e pregiati, si incuriosisce e cerca di capire come i tre sono finiti all’Avana. Al secondo incontro sfoggia una discreta conoscenza che si è fatta nell’archivio della rivista di cui è correttore: sa che quei cani erano stati riservati per secoli agli zar e ai loro amici, e che poi sono diventati cari ai vertici della “nomenclatura”, ma sa anche quali sono i punti deboli di questa razza. Così avvia facilmente una conversazione col misterioso proprietario, che è colpito dalle sue conoscenze, e che lo prende in simpatia. Si incontreranno parecchie volte, prima casualmente, poi fissando appuntamenti. Jaime López (così dice di chiamarsi il padrone dei cani) è incuriosito dalle conoscenze di Iván sui borzoi e spera egli sia anche un veterinario che lo possa aiutare a porre termine alle sofferenze del cane maschio, che comincia a camminare a fatica. Ma anche quando capisce che non può aiutarlo, prova simpatia per quel giovane. A mano a mano comincia a raccontare la storia tragica di “un suo amico spagnolo”, Ramón Mercader, che dice di aver conosciuto durante la guerra civile e che poi ha ritrovato a Mosca pochi anni prima: l’uomo che ha ucciso Trotskij.

Iván Cárdenas impiega praticamente tutto il romanzo per capire che Jaime López e Ramón Mercader sono la stessa persona. Ma è al tempo stesso inorridito e affascinato da quella vicenda e cerca di saperne di più cercando di documentarsi su Trotskij nelle due maggiori biblioteche della capitale, in cui ci sono però solo libercoli di propaganda stampati a Mosca che denigrano “il falso profeta, il rinnegato, il nemico del popolo”. Riuscirà attraverso un amico a rintracciare un vecchio trotskista, in passato incarcerato per le sue idee, che gli presterà una preziosissima copia stampata in Messico della famosa “Trilogia” di Isaac Deutscher.

Le conversazioni col misterioso López si fanno sempre più avvincenti per tutti e due, finché si interrompono bruscamente. Iván saprà molti anni dopo dall’autista e “angelo custode” che accompagnava lo spagnolo e i suoi cani in spiaggia, che la sua assenza dall’ultimo appuntamento era dovuta al suo aggravamento e poi alla morte (presumibilmente dovuta a radiazioni fortissime che gli erano state somministrate da un orologio donatogli a Mosca dai vecchi mandanti). L’autista nero che seguiva da lontano il suo protetto durante le conversazioni (e probabilmente aveva riferito a chi di dovere i loro incontri…) non a caso si farà coraggio a cercare Iván solo dopo il crollo dell’URSS.

 

Intanto, indipendentemente dalla lenta scoperta che Iván fa, il romanzo si sviluppa ricostruendo, in capitoli paralleli a quelli “cubani”, le vicende di Trotskij, che iniziano al momento della sua deportazione da Alma Ata alla Turchia, lo seguono a Prinkipo, e poi in tutte le tappe delle sue peregrinazioni forzate, in Francia e in Norvegia, fino all’esilio messicano. In questa parte non c’è molto di fantasia, se non in qualche improbabile tentativo di penetrare la psicologia del grande esule. In pratica è un riassunto di quanto esposto da Deutscher e da alcuni altri libri di cui si trova qualche traccia indiretta. Difficile valutarlo come un romanzo! E quindi ci tornerò segnalando le sviste e le inesattezze, che non sono molte, e non sono in genere malevole, ma ci sono.

 

Lo stesso problema si pone per i capitoli che riguardano la formazione dell’assassino, presentato a partire dagli anni della Guerra civile, ma con molti flashback sull’adolescenza e anche l’infanzia, segnate dalla presenza incombente di una madre possessiva e che lo domina con un affetto potenzialmente incestuoso, rappresentato dal reiterato (e temuto) tentativo di baciare il figlio sulla bocca facendovi penetrare la sua saliva dall’inconfondibile odore di anice. Un’altra figura che lo spinge verso una dedizione cieca al partito è una bellissima e fanatica stalinista, África de las Heras, che gli si concede e si nega capricciosamente. Ma in questa parte le fonti sono più scarse che per la vita e morte di Trotskij, ed è quindi maggiore il ruolo della fantasia dello scrittore. Ricostruire la dedizione al partito comunista di quegli anni è già abbastanza difficile, ma l’indagine psicologica, soprattutto sul ruolo della madre, convince ancor meno. Parecchi dei limiti dipendono d’altra parte da quella che sembra la sua fonte principale, il mediocre libro del fratello di Ramón, Luis Mercader, a cui anche nella finzione del romanzo si fa riferimento esplicito (una copia del libro viene spedita a Iván, con un mittente fittizio, dal misterioso autista nero prima che questi trovi il coraggio di fargli una visita).

 

* * *

Ma torniamo al romanzo cubano che fa da filo conduttore e da collegamento tra le diverse parti. A mio parere ne esce un affresco complessivo della situazione dell’isola, al di là della vicenda dello sfortunato Iván, che finirà tragicamente nel crollo del soffitto della casupola in cui - dopo il divorzio con una moglie che non gli perdonava la rinuncia alla letteratura e l’assenza di ambizioni - si era rintanato dopo una permuta della bella casa paterna con due case più piccole: un appartamentino per moglie e figli, e una precarissima casetta fatiscente per sé.

Padura Fuentes descrive non solo il conformismo, la retorica, la doppia verità, che dilagano dagli anni Settanta in poi e su cui ritorna più volte, ma anche molti altri aspetti della vita cubana, compresa la polinevrite da avitaminosi, una malattia riscontrata nei lager nazisti, e diffusa poi a Cuba nel “Periodo speciale in tempo di pace” tra chi non aveva fonti supplementari di alimenti: provocava spesso la cecità e l’osteoporosi. È la malattia che porterà alla morte la seconda moglie tenera e comprensiva di Iván.

E torna insistente il tema dei balseros, sia perché nel 1994 Iván andrà a vederli partire, sia perché, prima della grande ondata di uscite legali del 1980 da Mariel, un fratello di Iván, espulso dall’università insieme a un docente con cui aveva una relazione omosessuale, aveva tentato la fuga per mare, scomparendo per sempre. La sua morte aveva provocato una crisi irreversibile nella famiglia, sia nei genitori che non avevano mai accettato quel figlio “diverso”, sia in Iván che si rimprovererà invece spesso di non aver tentato qualcosa per evitare la tragedia. Il tema della fuga dall’isola ricorre molto spesso, anche nella versione non tragica.

Padura Fuentes insiste spesso sulla condizione di tanti scrittori, che nei terribili anni Settanta “hanno smesso di scrivere e sono diventati niente”. Iván ad Ana, la seconda moglie a cui racconta con anni di ritardo l’incontro con López-Mercader, e che non capisce perché non ha usato la sua testimonianza e il manoscritto ricevuto successivamente per scrivere quello che poteva diventare “il suo grande romanzo”, spiega in che paese si viveva in quegli anni:

Le raccontai di tutti quegli scrittori dimenticati perfino da se stessi, quelli che avevano scritto la letteratura vuota e compiacente degli anni Settanta e Ottanta, di  fatto la sola che si potesse immaginare e ideare sotto l’onnipotente cappa del sospetto, dell’intolleranza, e dell’uniformità nazionale. E le parlai di quelli che, come me, ingenui e creduli, avevano meritato una «correzione» per avere messo avanti appena la punta di un piede, e di quelli che, dopo un periodo nell’inferno del nulla, avevano cercato di tornare e lo avevano fatto con libri penosi, anche questi vuoti e compiacenti, con cui ottenevano un perdono sempre condizionato e la sensazione mutilata di essere di nuovo scrittori perché rivedevano i loro nomi stampati.

Ma sono più interessanti le pagine in cui compare la realtà quotidiana di Cuba: la bottiglia di rum rubata da un’amica nel posto di lavoro, o le ingegnose attività che nel quadro della crisi degli anni Novanta finirono per essere permesse o almeno tollerate. Ad esempio Iván, che aveva perso il posto di correttore di bozze perché la mancanza di carta aveva fatto chiudere la sua e tante altre riviste, si era improvvisato “veterinario amatoriale” del suo quartiere, “con il consenso (nessun sostegno) del potere locale”. È incaricato della vaccinazione contro la rabbia, ma riesce a guadagnare qualcosa in più specializzandosi in operazioni alle corde vocali dei tanti maiali che in quegli anni era stato permesso di allevare in città anche sui terrazzi, ovviamente allo scopo di evitare i loro strilli. Fa anche escursioni in bicicletta a una trentina di chilometri dalla capitale per comprare banane da cuocere e tuberi vari, ma anche per barattare la sua abilità nel castrare i maiali con un po’ di carne e qualche uovo per la moglie malata e affamata. Diventa un vero veterinario autodidatta, che aiuta quelli che come lui amavano gli animali e soprattutto i cani, in un clima di solidarietà che io stesso ho osservato da vicino in quegli anni all’Avana, a Matanzas, a Niquero:

A volte nemmeno io sapevo dove trovassi medicine e strumenti per tenere aperte le porte dell’ambulatorio, proprio in un periodo in cui dall’isola erano sparite perfino le aspirine. […] I prezzi simbolici che chiedevo ai proprietari degli animali – salvo a quelli che li commerciavano, e in tale categoria rientravano gli allevatori di maiali, moltiplicatisi in tutta una città diventata un gigantesco e puzzolente porcile per procurare un po’ di strutto e carne – coprivano appena le spese e non sarebbero bastate ad Ana e me per sopravvivere. La mia fama di brava persona, più che di veterinario efficiente, si diffuse nella zona e gli abitanti venivano a trovarmi con animali magri come loro (riuscite a immaginare un serpente magro?) e, quasi contro ogni logica in quei giorni bui, a regalarmi medicine, filo di sutura, bende di cui per qualche ragione avevano un’eccedenza, in una pratica di calda solidarietà tra fottuti, che è l’unica autentica.

Avevo descritto qualcosa di simile nei miei Racconti cubani, di cui segnalo soprattutto i capitoli sui gatti e quello sui medici di “Platero”, che hanno molti esempi analoghi.

Un ultimo tocco divertente ma significativo: Cuba, che aveva “momentaneamente” soppresso la festività del natale nel lontano 1968, ufficialmente “per non interrompere la zafra" – e poi non l’aveva mai ripristinata fino a quando nel 1997 aveva dovuto farlo come segno di attenzione per la visita del papa, ugualmente “in via eccezionale” (ma non ha più potuto eliminarla di nuovo, anche per il peso crescente della Chiesa cattolica), ha cercato di distinguersi anche su un altro terreno

Mentre in tutto il mondo, a torto o a ragione, la fine del XX secolo e l’inizio del nuovo millennio si festeggiava il 31 dicembre 1999, a Cuba si decideva invece che la fine del secolo sarebbe stata il 31 dicembre 2000. “Per quella specie di decreto statale, mentre il mondo festeggiava a suon di grancassa il (presunto) arrivo del terzo millennio e del Ventunesimo secolo, l’isola salutò l’anno vecchio e accolse quello nuovo come sempre, solo con gli inni e i discorsi di sempre”.

A Iván questo episodio che, ammette, “molti troveranno insignificante, in apparenza estraneo a quanto sto raccontando”, sembra invece significativo, e gli pare che “racchiuda una metafora perfetta: a questo punto non credo che saranno in molti a negare che la storia e la vita si accanirono con perfidia contro di noi, quelli della mia generazione e, soprattutto, contro i nostri sogni e le nostre volontà individuali, sottomesse al giogo di decisioni inappellabili.”

Iván parla a nome di una generazione che ha visto dissolversi le promesse che l’aveva sostenuta in gioventù, colmandola di fede, romanticismo partecipativo e spirito di sacrificio, che ha visto povertà, fallimenti, fughe. Anche un figlio di Iván se ne è andato, e sua figlia sta organizzandosi, ma pensa anche alla “dispersione dei nostri amici più decisi o più disperati, che presero la rotta dell’esilio alla ricerca di un destino meno incerto, che non sempre fu tale.”

È un tema che si ritrova nella Cuba di oggi in molti dei pensatori critici (non “dissidenti”!), preoccupati di recuperare il rapporto con i cubani “al di là del mare” che, in grande maggioranza, non hanno più nulla a che vedere con i controrivoluzionari del primo esodo politicizzato del 1960-1961, e parte da una spiegazione amara della propria permanenza nell’isola: “noi che per convinzione, spirito di resistenza, bisogno di appartenenza o semplice cocciutaggine, apatia o paura dell’ignoto, decidemmo di restare, più che a ricostruire qualcosa, ci dedicammo ad aspettare l’arrivo di tempi migliori mentre cercavamo di mettere puntelli per evitare il crollo (vivere tra puntelli, nel mio caso, non è stata una metafora, ma la realtà quotidiana del mio appartamentino di Lawton).”

Ma la scelta di dedicarsi a ricostruire la vicenda di Trotskij nasce dalla scoperta che “la generazione degli ingenui, di quelli che avevano romanticamente accettato e giustificato tutto, con lo sguardo rivolto al futuro, e avevano tagliato la canna da zucchero convinti che fosse loro dovere, […] che erano andati in guerra ai confini del mondo  perché così voleva l’internazionalismo proletario, senza aspettarsi altra ricompensa che la gratitudine dell’Umanità e della Storia”, erano stati ingannati: “Abbiamo traversato la vita nella più completa ignoranza dei tradimenti che, come quello della Spagna repubblicana e quello della Polonia invasa, erano stati commessi in nome di quello stesso socialismo”.

Anche questo è un sentimento diffuso tra i cubani quando riescono a sapere qualcosa della storia dello stalinismo che è stata ignorata, deformata o negata. Penso a Celia Hart, cresciuta in una famiglia al vertice della nomenclatura cubana, che scopre (e si sgomenta…) che Mercader è stato ospite di Cuba: Todavía no duermo bien pensando en que Mercader viajó a mi Patria luego de triunfada la Revolución Cubana (Non riesco ancora a dormire bene pensando che Mercader è venuto nella mia patria dopo la vittoria della rivoluzione cubana...).

È Iván che lamenta di non aver “saputo niente delle repressioni e dei genocidi di popoli, etnie, interi partiti politici, delle persecuzioni mortali di dissenzienti e religiosi, della furia omicida dei campi di lavoro, dell’assassinio della legalità e dell’ingenuità prima, durante e dopo i processi di Mosca. Men che meno avevamo idea di chi fosse stato Trotskij e del perché lo avevano ucciso…”. Ma è anche lo stesso Padura Fuentes, che altrimenti non si sarebbe impegnato per “cinque anni di tristezze, gioie, dubbi e timori (ricordate Iván?) a plasmare e far emergere questa storia esemplare”.

 

* * *

E qui finisce la parte cubana del romanzo. Per il resto, Padura Fuentes ci dice nella nota finale che la prima idea gli era venuta nel 1989 visitando la casa di Coyoacán in cui era stato ucciso Trotskij, “vero e proprio monumento all’angoscia, alla paura e alla vittoria dell’odio”. Quello “fu il seme da cui, dopo una lunghissima incubazione, nacque l’idea di scrivere” questo libro, a cui ha lavorato attenendosi “con tutta la fedeltà possibile (si ricordi che si tratta di un romanzo, nonostante l’opprimente presenza della Storia in ogni sua pagina) agli episodi e alla cronologia della vita di Lev Trotskij negli anni in cui fu esiliato, braccato e infine assassinato”, e cercando di “recuperare quello che sappiamo con certezza (in realtà molto poco) della vita o delle vite di Ramón Mercader”.

Si tratta di un romanzo, certo. Ma un romanzo storico, costruito su una documentazione piuttosto ampia, utilizzata efficacemente per ricostruire la “cronologia” può essere tuttavia legittimamente criticato se presenta alcune sviste, o concede troppo ai pregiudizi seminati da decenni di propaganda ostile, prescindendo dalle fonti primarie. Ad esempio Padura Fuentes ritorna più volte su Kronštadt, sia attribuendo a Trotskij un ruolo personale nella repressione e nella fucilazione di ostaggi, che non ci fu, sia dando per scontato che i marinai della rivolta fossero gli stessi del 1917, mentre avrebbe potuto fare i conti anche con quanto aveva scritto lo stesso capo dell’Armata Rossa (può essere consultato sul sito: Trotskij e Kronštadt). Ma ammetto che questa attribuzione, anche se falsa, è ripetuta da molti pedissequamente. Concediamo quindi un’attenuante, tanto più pensando al punto di partenza iniziale per uno scrittore cubana: i pamphlet antitrotskisti delle Edizioni in lingue estere di Mosca…

 Lo stesso si può dire per l’insistenza nel presentare la scelta della collettivizzazione forzata come “un’appropriazione del programma dell’Opposizione da parte di Stalin”, mentre l’Opposizione proponeva non l’uso della violenza, ma incentivi materiali per invogliare i contadini poveri a entrare in cooperative. È un’affermazione sbagliata e basata su analogie esteriori (come se si assimilasse un rapporto sessuale di due innamorati a uno stupro a mano armata), ma è anch’essa frequente anche tra rispettati accademici (si veda quanto scrivevo a questo proposito in Trockij oggi).

Più grave, anche se senza intenzioni malevole, la ricostruzione dell’annuncio della firma del Patto Ribbentrop Molotov. Padura Fuentes dice che Trotskij “non si meravigliò troppo”, ma evidentemente egli ignora che per quasi un anno Trotskij, dopo gli accordi di Monaco e il contemporaneo abbandono della Spagna repubblicana, aveva presentato quell’intesa tra Hitler e Stalin come lo sbocco inevitabile di una politica sovietica suicida. Nella raccolta curata da Livio Maitan di scritti sulla guerra mondiale imminente (Lev Trotskij, Guerra e rivoluzione, Mondadori, Milano, 1973) si possono leggere articoli che non lasciano dubbi, come Dopo Monaco, Stalin cercherà un accordo con Hitler (del 7 ottobre 1938), o La capitolazione di Stalin dell’11 marzo 1939. Inutile dire che per aver previsto quella dinamica, Trotskij veniva coperto di insulti ferocissimi da tutti i dirigenti comunisti, compreso quello che Padura Fuentes definisce non si sa perché “il più discreto Palmiro Togliatti”, proprio a proposito del suo ruolo in Spagna, di cui evidentemente non sa molto.

Irritanti alcune riflessioni un po’ banali attribuite a Trotskij: ad esempio i sei giorni di viaggio nelle steppe ghiacciate da Alma Ata a Frunze, prima tappa verso l’esilio turco, gli sarebbero “serviti per scoprire quanto fosse futile l’orgoglio umano e la dimensione esatta della sua insignificanza cosmica davanti alla potenza essenziale dell’eternità”. Oppure: “La trappola più insidiosa – si diceva - era stata trasformare la politica in una passione perentoria, come aveva fatto, e permettere che le esigenze di questa lo accecassero al punto di spingerlo a mettersi al di sopra dei valori e delle condizioni più umane”. Evidentemente Leonardo Padura Fuentes ignora che non in una tardiva riflessione di uno sconfitto, ma nel 1923, mentre era ancora al vertice della Russia sovietica, Trotskij aveva trovato il tempo per scrivere una serie di articoli sulla “Pravda” (poi raccolti in volumetto, pubblicato anche in Italia col titolo Rivoluzione e vita quotidiana, Samonà e Savelli, Roma, 1971, ora sul sito: Trotskij - Rivoluzione e vita quotidiana-1) di cui già fin dal titolo del primo si capisce di che si tratta: Non si vive di sola politica. E poi affrontava e difendeva il ruolo della donna contro il permanere di vecchi pregiudizi anche tra i maschi comunisti; si batteva “per un linguaggio colto” contro le imprecazioni che caratterizzavano gli sfoghi degli schiavi; auspicava “Un comportamento civile e gentile”  come “indispensabile lubrificante dei rapporti quotidiani”, denunciando, già nel 1923, l’arroganza dell’apparato burocratico. Insomma tutt’altro che la subordinazione dell’umanità al fanatismo politico.

Padura Fuentes dedica tre o quattro pagine al suicidio di Majakovskij, e all’impressione che suscitò in Trotskij, ma si direbbe che non conosca le analisi ricchissime della sua poesia raccolte in Letteratura e rivoluzione, la cui lettura gli avrebbe forse permesso di capire meglio la complessa personalità del grande rivoluzionario, che era anche scrittore e critico letterario attento e abissalmente lontano dai modelli che prevarranno in URSS dopo la sua sconfitta, e che da uno dei più squallidi collaboratori di Stalin presero il nome di zdanovismo (modelli che sono stati riprodotti poi pedissequamente a Cuba negli anni Settanta e Ottanta, e contro cui si scagliava il povero Iván). È invece molto efficace la ricostruzione del rapporto di Trotskij con André Breton al momento della stesura del Manifesto per un’arte rivoluzionaria e indipendente.

Un’ultima osservazione: Padura Fuentes spesso non riesce a comprendere le divisioni tra i rivoluzionari che fanno capo a Trotskij, che attribuisce in genere a ambizione o vanità, mentre si trattava quasi sempre di divergenze reali sui compiti, in condizioni difficilissime, e tra persone generosamente dedite a una causa, che lottavano controcorrente. Ma è più grave forse che continui a parlare, a più riprese, della lotta di tendenze nel partito comunista nel 1923-1929 come se fosse stata finalizzata alla “successione a Lenin”, anziché a profonde contrapposizioni di strategie diverse. Anche qui, però, è in vasta compagnia…

Le pagine dedicate alla permanenza in Norvegia di Trotskij invece descrivono benissimo il viscido comportamento del governo laburista che, dopo averlo accolto, gli impone sempre più drastiche condizioni di isolamento e gli vieta ogni contatto con l’esterno, affidandolo per giunta a guardie che fanno aperto riferimento al movimento fascisteggiante di Quisling. Esce particolarmente male quello che allora era ministro “socialista” degli Esteri, Trygve Lie, che dal re Haakon otterrà addirittura un decreto che gli conferiva competenze extracostituzionali per impedire all’esule di potersi difendere dalle valanghe di calunnie riversate da Mosca e riprese dai fascisti. Trygve Lie nel 1946 diventerà poi segretario generale dell’ONU, dopo aver dovuto conoscere a sua volta fuga ed esilio quando il suo paese sarà invaso dai tedeschi e sottoposto al regime fantoccio filonazista di Quisling.

Le intenzioni di Leonardo Padura Fuentes, insomma, sono buone, e la maggior parte delle imprecisioni non sono gravi e sono per giunta giustificabili, se si pensa al punto di partenza delle conoscenze disponibili per un cubano. In ogni caso, pur essendo come Iván un autodidatta, il Trotskij che Padura Fuentes presenta assomiglia abbastanza a quello reale, e giganteggia non solo rispetto al suo persecutore, ma anche di fronte a tutti i dirigenti comunisti che l’autore ha conosciuto. Insomma, anche se non ha dirette intenzioni politiche, è sostanzialmente un inno a Trotskij e all’Utopia che è stata uccisa assassinandolo.

 

* * *

Come ho già accennato, il “terzo romanzo” mi è parso indubbiamente quello meno riuscito. Prima di tutto perché centrato su alcune variazioni alle scarsissime fonti disponibili su Ramón Mercader, in pratica solo il libro del fratello Luis, il quale ammette peraltro di non aver mai avuto il coraggio di chiedere qualcosa a Ramón quando lo aveva incontrato a Mosca dopo la sua liberazione. Meglio non sapere troppo di una vicenda così scottante…

Nel suo libro (Luis Mercader, Germán Sánchez, Mio fratello l’assassino di Trotskij, UTET, Torino, 2005) c’è ben poco di interessante. Al massimo serve a capire come l’autore dopo quaranta anni di vita in URSS detesti questo paese e sogni di andarsene, ma sia condizionato totalmente dallo stalinismo al punto di respingere tutte le testimonianze sul ruolo negativo dell’URSS nella guerra di Spagna e sulla sua famiglia, perché “trotskiste”. Al tempo stesso, anche dopo il “crollo” dell’Unione sovietica e il suo trasferimento in Spagna, continua a abbassare la voce quando si decide a raccontare la sua storia e quella del fratello a Germán Sánchez e Fernando Mezzetti (la cui lunga introduzione è il principale pregio del libro). Luis appare per giunta inattendibile quando dichiara che Ramón avrebbe conosciuto Fidel Castro “molto prima dell’episodio del Granma”, cosa inverosimile perché quando Fidel fu arrestato in Messico stava in un diverso carcere da quello in cui Mercader scontava la pena. O sarebbe potuto accadere nel 1939, quando Fidel aveva 13 anni? Ma in ogni caso Luis è convinto che sia stato proprio Castro a volere suo fratello a Cuba.

Di suo, Padura Fuentes ha messo una ricostruzione non sempre convincente del cinismo degli agenti sovietici che “preparano” Ramón Mercader. Ad esempio c’è un episodio orribile come l’uccisione a freddo di un povero vagabondo scelto a caso, richiesta a Mercader come prova della sua preparazione, del suo “essere pronto a tutto”. Non sembrano molto verosimili le battute ciniche con cui il “tutore” russo di Ramón Mercader , Naum Isskevich Eytington, accenna alla sparizione di Nin o altri delitti. Avendo conosciuto nel PCI diversi stalinisti della vecchia generazione, come Paolo Robotti o Edoardo D’Onofrio, mi sembrano in genere discutibili le ricostruzioni della mentalità degli stalinisti russi o spagnoli. Mi sembra invece che Padura Fuentes colga meglio nel segno nel descrivere l’ambiente intorno alla Pasionaria, che indigna tanto Mercader appena arrivato in URSS dopo la sua liberazione: ma su questo, chiunque ha frequentato negli anni del declino del franchismo i comunisti spagnoli in esilio, sa che non era difficile conoscere le loro ferocissime lotte per il potere; dato che molti di loro stavano a Cuba, Padura Fuentes può aver avuto su questo testimonianze di prima mano.

Ma le perplessità maggiori riguardano l’insistenza nel descrivere negativamente le due donne che hanno dominato Ramón fin dalla sua adolescenza, finendo per giustificare in qualche modo con la sua debolezza la sua scelta di lasciare l’esercito in cui combatteva contro Franco, per dedicarsi interamente alla lunga caccia a Trotskij.

Più in generale a volte c’è forse troppa “compassione”, troppa “comprensione”, per il killer, alimentata dalla simpatia umana per il povero vecchio conosciuto sulla spiaggia, e che con Iván (e con il Trotskij di Padura) condivide l’amore per i cani, e in particolare i borzoi. Così finisce per apparire in qualche modo anche lui una vittima. Nell’ultimo incontro con l’autore Iván dice testualmente che “Mercader è stato vittima e carnefice, come quasi tutti”, ma anche lo scrittore, pur sottolineando che era stato “più carnefice che vittima”, aggiungeva che comunque “non ha ucciso una persona qualsiasi, ha ucciso un altro figlio di puttana che, quando aveva il potere, ha fatto saltare la testa a non so quanta gente”.

Insomma, a mio parere non è un romanzo del tutto riuscito, anche per gli squilibri tra le varie parti, ma potrebbe essere molto utile a Cuba. Speriamo che non debba aspettare decenni per esservi pubblicato, come è accaduto per gli ultimi scritti del Che, o almeno per mettere in vendita l’edizione spagnola o quella messicana. D’altra parte fino a quel momento, probabilmente, circolerà di contrabbando…

Ma anche in Italia, in definitiva, meglio provare a leggerlo, magari per verificare che io sono stato un critico troppo severo, e che il libro merita di essere letto e ricordato. (a.m. 16/12/10)

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Avevo segnalato questo articolo a Guillermo Almeyra, compagno e amico da decenni, per avere il suo parere, e mi ha risposto con questa lettera, che trovo molto interessante,e che in realtà condivido (anch’io avevo dubbi sulla mia severità, ovviamente, se gli avevo posto la domanda). La riporto integralmente.

 

 

Carissimo,
infatti, sei troppo severo Tutti i difetti che segnali ci sono, purtroppo, ma il libro ha malgrado loro la sua importanza, come, d'altronde, altri grandi libri come Voyage au bout de la nuit, di Céline, o Les javanais, di Malaquais, o anche Fontamara di Silone, per nominare soltanto quelli che Trotsky criticò favorevolmente perché permettevano di "leggere" una parte della società e dell' epoca. Come tu dici, è il libro di un cubano, scritto a Cuba controcorrente, con grandissimo coraggio e misurando perfettamente il rapporto di forze che rende possibile scrivere questo libro ma non pubblicarlo e, quindi, convertono opera ed autore in clandestini tollerati.
Non è un libro di storia ma un grande romanzo risultante da ricerche storiche e da ricostruzioni inevitabilmente inesatte. L'ambiente cubano e la situazione politico-culturale di un gruppo molto ampio dell'intelligentsia cubana, a mio giudizio, si riflette magistralmente nell'opera di Padura. Trotsky e Mercader sono anche, in certo modo, un pretesto che lui utilizza per criticare il cinismo, l' ipocrisia, lo stalinismo dell'apparato cubano che mentiva sapendo la verità e continua a mentire ancor oggi. Per me non è un libro "ottimo" e neanche "bello". E' un libro da salutare per il coraggio di Padura e per quello che ci dice sull'esilio “interno” cubano di sinistra e le sua scoperte politiche recenti. Se "Un giornata di Ivan Denisovic" di Solženicyn  fu permesso da Krusciov e, oltre alla sua importanza politico letteraria, rese possibile una maggiore comprensione delle divisioni nella burocrazia staliniana sovietica, questo libro non si sarebbe potuto fare (con la sue lunghe ricerche all'estero e le conversazioni con centinaia di persone in Cuba, che l'apparato non poteva ignorare) se un settore dell'apparato intellettuale del PCC non avesse garantito la vita ed il lavoro di Padura. Un abbraccio

Buenos Aires, 18/12/10

Guillermo Almeyra



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