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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Ancora una fase di instabilità in America Latina (2008)

Ancora una fase di instabilità in America Latina (2008)

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Ancora una fase di instabilità in America Latina

 di Antonio Moscato

 

Quando questo articolo arriverà al lettore, probabilmente ci saranno stati altri mutamenti nel continente americano. A maggior ragione questa previsione vale per il mio libro sul Risveglio dell'America Latina, completato in agosto dopo una lunga gestazione: era stato iniziato quasi un anno fa, ed era stato scritto con estrema facilità per le vicende del Novecento, ma ha richiesto molta fatica e parecchie nuove stesure per il difficile bilancio degli ultimi otto o dieci anni.

Che la situazione cambi spesso comunque è un buon segno. L'importante è evitare di ricavare conclusioni affrettate da ogni novità. Soprattutto non si deve nascondere nulla delle difficoltà e delle contraddizioni che emergono, e che danno spesso la sensazione che si proceda a zig zag.

E al tempo stesso è bene valutare la politica dei governi bolivariani su un arco di tempo abbastanza lungo e tenendo conto non solo delle risposte violente agli attacchi esterni.

Ad esempio, dopo alcuni mesi di inquietudine per le sorti della "rivoluzione bolivariana" in Venezuela, non tanto e non solo per il risultato del referendum del dicembre 2007, quanto per alcuni segnali di svolta moderata del suo gruppo dirigente, è arrivata una sorpresa positiva: gli operai della più grande impresa siderurgica, la Sidor, che erano in lotta da tempo contro i licenziamenti e per chiedere l'eliminazione dei contratti a termine, ma anche l'intervento dello Stato, hanno avuto una prima vittoria.

L'azienda era stata privatizzata nel 1997 ed è di proprietà del gruppo italo-argentino Techint, che ha un grande peso non solo in Argentina ma in tutto il continente. In Venezuela, il governo di Hugo Chávez ha risposto finalmente alle proteste e alla lotta dei lavoratori siderurgici, e ha deciso di rinazionalizzare l'impresa "Ternium Sidor", appartenente al gruppo multinazionale.

La lunga lotta alla Ternium era stata innescata dal rifiuto di riconoscere il passaggio negli organici di oltre 600 dipendenti "terziarizzati" e di fissare pensioni agganciate al salario minimo nazionale; nonostante le loro buone ragioni, i lavoratori avevano dovuto affrontare anche aggressioni di squadracce e perfino attacchi da parte della Guardia Nazionale. Alla fine, mentre già alcuni teorizzavano che ci fosse stata una svolta reazionaria del regime bolivariano, il vicepresidente venezuelano Ramón Carrizales ha annunciato la decisione del governo di riprendere il controllo del pacchetto di maggioranza dell'impresa. Vedremo poi quanto costerà questa "nazionalizzazione" con indennizzo, ma intanto è stato segnato un punto importante...

Orlando Chirino, coordinatore nazionale de la "Unión Nacional de Trabajadores" e della "Corriente Clasista, Unitaria, Revolucionaria y Autónoma" (C-CURA), e che era stato licenziato pochi mesi fa dalla PDVSA, l'azienda petrolifera di Stato, ha sottolineato subito che "la nazionalizzazione è il risultato della lotta e della mobilitazione tenace che i lavoratori hanno portato avanti per un anno e mezzo". La vittoria, ha aggiunto, è frutto della capacità di resistenza alle aggressioni della Guardia Nacional, e anche dei risultati del referendum autogestito a cui hanno partecipato massicciamente i lavoratori. “Gli sconfitti sono l'impresa multinazionale Ternium e lo stesso governo di Chávez che fino a una settimana fa appoggiava l'impresa attraverso l'atteggiamento del ministro del Lavoro José Ramón Rivero”.

L'appoggio del ministro aveva in effetti incoraggiato l'impresa a considerare chiusi i negoziati e a lanciare un suo referendum fraudolento, spazzato via dal rifiuto di tutti i lavoratori, che hanno indetto un referendum autogestito che ha visto una partecipazione altissima. Il governo ha dovuto fare marcia indietro, perché stava aumentando la delusione dei lavoratori per l'abbandono nella pratica di una decisione, presa nel 2006, che estendeva ai lavoratori delle cosiddette "imprese temporanee" in subappalto i  diritti riconosciuti a chi lavorava nelle imprese principali (in particolare i contratti collettivi). Ora è stata nuovamente stabilita la responsabilità delle imprese di fronte a tutti i lavoratori, comunque inquadrati.

Tra le ragioni del comportamento antioperaio del ministro José Ramón Rivero non c'era solo il desiderio di incoraggiare le imprese straniere a investire in Venezuela con riduzioni del costo del lavoro, ma anche la necessità di tener conto della pressione delle associazioni industriali argentine, che hanno infatti criticato la nazionalizzazione e potrebbero creare ostacoli alla conferma del Venezuela come membro del Mercosur. Le proteste si attenueranno naturalmente se le azioni ricomprate dal governo saranno pagate adeguatamente, consentendo alla Techint di spostare altrove i suoi affari.

La svolta (che ha comportato alla fine la sostituzione dell'impopolare Rivero) comunque si spiega con le pressioni contraddittorie che subisce un governo interclassista: sembrava logico sacrificare una parte dei diritti dei lavoratori a esigenze di buone relazioni con partner stranieri, ma non fino al punto di provocare uno scollamento totale con la base sociale che ha sostenuto Chávez in tutti i momenti difficili. La vicenda della Sidor era infatti diventata un caso nazionale, intorno a cui si raccoglieva una potenziale opposizione classista.

Nel dibattito della sinistra italiana sarebbe pericoloso nascondere queste tensioni e contraddizioni: non si può esaltare acriticamente un risultato indubbiamente positivo, senza tener conto di come ci si è arrivati, e dello scontro di classe che lo ha permesso; ma sarebbe sbagliato anche considerare solo la posizione politica del discutibile ministro del Lavoro, senza vedere le forze che lo contrastavano, compreso a un certo momento lo stesso Chávez e il suo vice Carrizales.

È il criterio che abbiamo usato per valutare anche Evo Morales al momento della sua elezione, senza fermarci a considerare solo le sue indecisioni o ambiguità in alcuni momenti precedenti, come faceva James Petras e una parte della sinistra latinoamericana (compreso il subcomandante Marcos), e tenendo invece conto delle pressioni che avrebbe ricevuto dalla sua base sociale.

E in effetti, alla vigilia del pericoloso referendum sull'autonomia di Santa Cruz, Evo Morales ha fatto una mossa importante, annunciando la rinazionalizzazione della ENTEL, che la Telecom Italia (allora ancora STET), aveva acquistato per poco nel 1995-1996, al tempo del grande privatizzatore Gonzalo Sánchez de Losada. Aveva utili enormi grazie a una posizione di monopolio, e molte inadempienze rispetto agli impegni presi. Morales aveva già imposto nel corso del 2007 un taglio delle tariffe e preannunciato il recupero dell'azienda, che aveva però fatto ricorso presso il Ciadi, l'organo di arbitrato della Banca mondiale. Morales aveva risposto uscendo dal Ciadi, ma intanto aveva rinviato per circa un anno la decisione.

La scelta di recuperare per lo Stato la rete delle telecomunicazioni non era frutto di un astratto furore ideologico ma si basava sulla verifica che la cessione era stata effettuata sottocosto da funzionari corrotti, oggi non a caso diventati dirigenti della ENTEL in quota Telecom Italia; che gli investimenti promessi erano stati fatti solo in parte, abbandonando molte aree rurali poco redditizie; che non erano state pagate tasse per ben 25 milioni di dollari... Ma questo può valere per centinaia di imprese che sono state privatizzate negli ultimi due decenni del Novecento in tutto il continente...

Il governo boliviano aveva dichiarato comunque che non intendeva "espropriare" la ENTEL (che controlla l'80% della telefonia di lunga distanza e il 70% di quella mobile) ma intendeva solo "acquistare a un prezzo giusto" le azioni che possono garantire il controllo dell'impresa di utilità nazionale. In realtà tutte le "nazionalizzazioni" di questo periodo, nei diversi paesi della "rivoluzione bolivariana" sono con indennizzo.

Certo il momento scelto è relativamente favorevole, e non solo per l'alto prezzo del petrolio, che dà ampi margini al Venezuela e ai paesi che Chávez vuole aiutare: anche il Brasile, in apparente controtendenza rispetto a precedenti scelte di Lula, è intervenuto nel settore delle telecomunicazioni, favorendo con capitali statali e l'apporto di fondi pensione controllati dal governo la fusione OI Telecom e Brasil Telecom. Una decisione che ha messo al margine le principali compagnie straniere, la Tim Brasil controllata da Telecom Italia e la Vivo, controllata dalla spagnola Telefonica. Le due società consociate sono ovviamente preoccupate, e hanno indetto subito una riunione a Madrid, ma non hanno potuto eccepire nulla a un intervento più o meno scoperto dello Stato, dato che sta diventando una risposta frequente alle difficoltà economiche anche in molti paesi europei ("Il Sole 24 Ore" il 27 aprile 2004 ha dedicato alla vicenda un ampio articolo e una nota abbastanza preoccupata).

La mossa di Evo Morales non ha impedito il successo del referendum (di dubbia costituzionalità) a Santa Cruz e poi nelle altre province della "mezzaluna" secessionista, ma ha creato le premesse per il consolidamento della sua area su scala nazionale. Il controreferendum in cui Evo ha messo in gioco il suo ruolo il 10 agosto ha avuto un esito sorprendente, con quasi il 70% dei consensi, nonostante le tensioni create nelle settimane precedenti da varie manifestazioni di minatori e di altre categorie che hanno dato occasione a una brutale repressione che ha disorientato una parte dei sostenitori di EVo. Ma i problemi restano: il consenso ai secessionisti è stato in parte eroso, ma il paese rimane diviso, non solo idealmente, tra le province povere occidentali e quelle dell'oriente ricco di petrolio, gas, grandi piantagioni di soia per l'esportazione. La destra fascisteggiante di Santa Cruz ha creato però involontariamente anticorpi con il suo grossolano razzismo contro il presidente, definito "macaco" perché indigeno, offendendo la grande maggioranza della popolazione.

Una speranza per Evo Morales viene anche dall'esercito, ottusamente reazionario, ma fermamente contrario a una secessione che ridurrebbe ulteriormente il peso del paese, già decurtato di tante sue parti in seguito ad aggressioni dei paesi limitrofi. Ma se la minaccia della secessione venisse usata tatticamente solo per dimostrare che Evo e la sua maggioranza risicata nell'assemblea costituente rendono ingovernabile il paese, l'atteggiamento dell'esercito potrebbe mutare.

Diversi commentatori hanno osservato che l'errore iniziale di Evo Morales sarebbe stato quello di non tener conto delle aspirazioni autonomiste di molte regioni, e di aver imposto a maggioranza (sia pure da confermare con un referendum in tutto il paese) un assetto sostanzialmente centralistico.

Qualche mese fa, in un'intervista rilasciata agli argentini Néstor Kohan e Itai Hagman (del Collettivo Amauta) Evo Morales aveva risposto tra l'altro: "Hemos llegado al gobierno pero no tenemos el poder" (siamo arrivati al governo ma non abbiamo il potere). E aggiungeva che il paese si trovava in un processo in cui bisognava ancora costruire il potere del popolo.[1]

Le intenzioni sono buone, le realizzazioni per ora un po' meno... In primo luogo ciò si deve alla barbarie dei ceti possidenti, specie quelli bianchissimi e razzisti arrivati di recente dalla Germania o dalla Croazia (Santa Cruz al tempo di Guevara era una cittadina di poco più di 70.000 abitanti, ora ne ha più di un milione), che posseggono la quasi totalità delle terre fertili, di cui si sono impossessati ai tempi delle dittature militari e che hanno dissodato grazie a forti contributi statali e di cui non vogliono ammettere una possibile redistribuzione a favore di chi non ha nulla. E hanno ovviamente l'appoggio e la consulenza dell'ambasciatore degli Stati Uniti. Ma ci sono probabilmente anche responsabilità di Morales, che ha imitato Chávez nella scelta del terreno per consolidare il suo fragile potere, quello delle riforme costituzionali. Una strada imboccata – finora con maggior fortuna – anche da Rafael Correa, ma che ha già riservato un'amara delusione allo stesso Chávez quando ha tentato di accelerare i tempi della seconda fase delle riforme istituzionali con il referendum che ha perso.

Quello che va sottolineato è che la radicalità della politica estera di Chávez ha permesso spesso di sferrare colpi imprevisti ai complottatori. E questo metodo è stato seguito anche dall'apparentemente moderato presidente dell'Ecuador.

Infatti Rafael Correa ha scelto il momento dell'incursione colombiana in territorio ecuadoriano per eliminare il mediatore delle FARC Reyes per togliersi di torno un po' di generali infidi, a partire dal ministro della  Difesa, Wellington Sandoval, e dal capo dei servizi segreti, il colonnello Mario Pazmiño, accusati di reticenza ma di fatto di collusione con gli Stati Uniti e la Colombia, e alcuni altri generali. La crisi avviata il 1° marzo da Uribe con l'incursione in territorio ecuadoriano, in questo caso, ha consentito a Correa di passare all'attacco e disorganizzare, per ora, il vertice dell'esercito. L'assemblea costituente, negli stessi giorni, ha più facilmente ratificato la chiusura della base statunitense di Manta, in un clima di orgoglio patriottico che non era facilmente immaginabile nei primi mesi di governo di Correa.

Tuttavia una forzatura di Correa sui tempi per l'approvazione della nuova costituzione, ha provocato le dimissioni di Alberto Acosta, il votatissimo presidente dell'Assemblea costituente e principale esponente della sinistra della coalizione al governo. La motivazione delle dimissioni era centrata sui tempi di discussione, ma ovviamente sottintendeva il timore che la fretta portasse a creare problemi analoghi a quelli incontrati da Chávez nel referendum di dicembre. E va segnalato che ci sono state altre dimissioni forzate di collaboratori tra cui la prestigiosa economista Wilma Salgado, che era stata da poco messa alla testa dell'istituzione che deve colpire banche e finanziarie bancarottiere. Insomma ci sono molte luci, ma non poche contraddizioni. In ogni caso Correa ha potuto migliorare la sua posizione grazie a un voto plebiscitario, e a una colossale rimonta a Guayaquil, roccaforte dell'opposizione, in cui c'è stato un sostanziale pareggio.

 

In questo contesto, grandi attese hanno circondato l'elezione di Fernando Lugo, il "prete rosso" divenuto presidente del Paraguay. Sono analoghe a quelle che avevano sopravvalutato la portata dell'elezione di Lula e sottovalutato il peso delle sue alleanze con partiti moderati e conservatori, realizzata in parte con una politica di "acquisti" di singoli deputati, ma in parte con accordi politici gravidi di conseguenze. Ad esempio Lula ha affidato il ministero della Difesa, in precedenza nelle mani di Waldir Pires, un vecchio militante della sinistra a lungo esiliato sotto la dittatura e perciò inviso ai militari, a un esponente del PMDB, il partito conservatore sempre più influente nel governo.[2]

Sembra certo che Lugo seguirà la stessa strada. Ciò non toglie nulla all'effetto psicologico dirompente di questa elezione, che rappresenta la chiusura di 60 anni di regime di quel partito colorado creato negli anni terribili della dittatura del generale Stroessner, e finora mai sradicato. Ma come per Lula, la cui elezione aveva suscitato enormi speranze, non contano solo il passato e le idee sostenute per tanti anni, ma con quali forze ci si allea per governare. Le forze borghesi che hanno dominato per decenni possono essere costrette momentaneamente ad allearsi con partiti che rappresentano gli oppressi, ma solo per farsi cavare le castagne dal fuoco in un periodo difficile.

Non pensiamo solo alla delusione del PRC per la brutalità con cui Prodi nel 1998 e poi di nuovo nel 2008 ha rifiutato di accettarne le pur modeste proposte, ma alla ben più significativa esperienza di partecipazione del PCI al governo nel 1944-1947: era stata imposta alla borghesia dalla crisi profonda della società italiana lacerata dalla guerra civile e priva dei suoi tradizionali strumenti repressivi, ma si era conclusa nel maggio del 1947 con l'espulsione delle sinistre dal governo, che segnava l'inizio della lunga fase di repressione che consentì il cosiddetto "miracolo italiano" garantito da precarietà e bassi salari. Una cacciata senza appello, particolarmente amara per chi aveva assicurato e fatto accettare alle masse comuniste e al movimento partigiano la ricostruzione dello Stato borghese, con la sua magistratura reazionaria, una polizia fascisteggiante e un esercito pieno zeppo di nostalgici.

Comunque non ci basiamo solo su quanto ci suggerisce l'esperienza storica: Fernando Lugo in primo luogo ha esaltato in varie interviste il carattere interclassista di Alianza Patriótica para el Cambio, la coalizione che lo ha portato alla presidenza; ma ha fatto di più. Attraverso il suo vicepresidente Federico Franco, ha cercato subito dopo la sua elezione un rapporto con il generale golpista Lino Oviedo, per arrivare a un accordo parlamentare. Oviedo, pur essendo arrivato terzo nelle elezioni presidenziali, dispone infatti di un buon blocco di deputati, mentre la coalizione di Lugo non ha una maggioranza netta. Oviedo si è dichiarato subito disponibile a lavorare insieme "per le riforme" e ha anzi promesso "un appoggio incondizionato" a Lugo... Vedremo.[3] Naturalmente segnalare i pericoli che possono insidiare la vittoria non significa sminuirla o considerarla ininfluente.

 

Pesa evidentemente la formazione politica eclettica di tutti questi nuovi dirigenti della sinistra: Chávez ha detto di ricordare tra le sue letture "Toni Negri e i suoi studi sul Potere costituente" e di averne tratto ispirazione (forse dal titolo?) per la sua Assemblea costituente. Da un punto di vista marxista sarebbe stato meglio una minore attenzione alla non facilmente comprensibile discussione sulla forma istituzionale del potere e molta di più alle tematiche sociali più mobilitanti, che potevano consolidare la base elettorale del governo.

È da sperare che il pericolo spinga ad accelerare le riforme sociali più desiderate dalla grande maggioranza degli elettori, a partire dal recupero – senza indennizzo – di quel che i predecessori hanno regalato a capitalisti stranieri e locali, e che in questo modo si cominci a intervenire sui prezzi, sull'approvvigionamento delle città, ecc. L'Ecuador lo ha fatto con il gruppo Isaias, ma solo in seguito alla sua bancarotta. D'altra parte lo stanno facendo in molti, oggi...

 

È un problema che si pone anche per il più importante dei governi bolivariani, quello del Venezuela, e sarebbe auspicabile un maggior collegamento continentale su questi temi. Se si continuerà invece sulla strada della ricerca del compromesso con le multinazionali e i più rapaci possidenti, si possono verificare pericolose battute d'arresto. È quello che è accaduto alla presidente argentina Cristina Fernández, che dopo un lungo braccio di ferro con il potente settore degli esportatori di soia, ha visto passare dalla loro parte alcuni dei suoi collaboratori e ha subito in luglio una sconfitta pesante anche sul piano psicologico.

È quello che ha rischiato Evo Morales, che alla vigilia del referendum del 10 agosto ha dovuto fronteggiare forti mobilitazioni di minatori che volevano la cancellazione della controriforma che ha decurtato le pensioni sotto il governo di Sanchez de Losada, e hanno dovuto affrontare una brutale repressione, che ha lasciato sul terreno diversi morti, che l'opposizione ha messo ovviamente in conto a Evo. In realtà esercito e polizia sono sempre gli stessi, in Bolivia come in Venezuela, in Brasile come in Ecuador...

Ci sembra particolarmente utile il lucido giudizio di Néstor Kohan, nel suo primo commento al risultato del voto del 4 maggio a Santa Cruz.

"Il dilemma attuale di Evo e del MAS consiste nel sapere se si può frenare la destra facendole concessioni, o è preferibile affrontare lo scontro e andare avanti nel processo di trasformazione del paese. La risposta è complessa perché il governo boliviano non è omogeneo. Sta strattonato tra due poli contrapposti: l'opzione dei consiglieri moderati (tra cui alcuni funzionari della vecchia classe politica e alcuni accademici che hanno seguito il processo), e quella dei suoi militanti e della base sociale più radicale. Se questi riuscissero a prevalere, salterebbe il patto implicito che paralizza il governo e lo sta indebolendo gradualmente, ed Evo dovrebbe non solo affrontare più decisamente la possibile secessione della "Mezzaluna", ma dovrebbe anche imporre il controllo dei prezzi per frenare l'inflazione (parola d'ordine che abbiamo ascoltato gridata dai suoi sostenitori in alcune manifestazioni) e dovrebbe accelerare il controllo totale e non solo parziale delle risorse naturali del paese".[4]

Evo ha vinto di misura il primo round, ma ha rischiato molto, e la situazione di equilibrio tra le forze permane. E questa situazione si ripropone in tutti i paesi governati da coalizioni interclassiste di centro sinistra, in cui nulla è stato acquisito definitivamente, e in cui l'opposizione conservatrice può anche tentare di far leva sulla delusione degli elettori di sinistra per l'esiguità dei risultati ottenuti finora.

Per qualche settimana Evo Morales è stato salvato dalla conferenza dei capi di Stato (UNASUR) tenutasi il 15 settembre a Santiago del Cile, in cui è stata rifiutata con nettezza da nove presidenti su 12 l'ipotesi secessionista. Ma se l'appoggio quasi unanime della conferenza è stato utile per fermare per un po' i prefetti secessionisti, ha anche dettato (con un ruolo particolare di Lula) condizioni che legano le mani anche a Morales, ed escludono le pressioni sugli Stati Uniti.

Insomma la situazione continua a riservare sorprese.

 

(7/10/08)

 

Ancora su Cuba dopo Castro[5]

 

(...) Gli aruspici che cercano di scoprire il futuro di Cuba nelle sue viscere, identificando con una certa fantasia questo o quel partito occulto, hanno a volte speculato sul legame fra Raúl e le Forze Armate che indubbiamente è strettissimo, ma su cui è assurdo proiettare l'ombra del militarismo del resto dei paesi latinoamericani. La maggior parte dei massimi dirigenti dell'esercito sono ancora quelli della prima fase della rivoluzione, e nessuno di essi veniva dalla carriera militare: erano medici, studenti, avvocati, contadini, erano soprattutto veri rivoluzionari.

L'esercito ha poi subito per anni l'influenza dei consiglieri sovietici, che avevano fatto sopprimere la milizia popolare: per loro era inconcepibile che operai e contadini fossero armati. Ma dopo la pessima prova fornita dalla guarnigione regolare addestrata dai sovietici di fronte all'invasione dei marines a Grenada, lo stesso Raúl aveva chiesto aiuto ai vietnamiti per rimettere in piedi una milizia radicata nei luoghi di lavoro e aveva fatto ridistribuire le armi. Per questo nel 1994, di fronte alla crisi dei balseros,  Raúl, in polemica con chi chiedeva maggiore rigore nei confronti delle proteste, aveva detto che a Cuba non ci sarebbe mai stata una piazza Tien Anmen: era impossibile in quella forma, perché i cubani non erano disarmati; ci sarebbe stata casomai una guerra civile cruenta per entrambi i campi. E quindi andava evitata in tempo.

Negli ultimi anni, finite le imprese africane (anche con l'amarezza del processo a Ochoa, mal accettato da molti ex combattenti dell'Angola) l'esercito ha svolto un ruolo importante non solo coadiuvando le carenti strutture civili nella costruzione e manutenzione delle infrastrutture, o prestando opera di assistenza in caso di calamità naturali, ma ha svolto molti compiti utili alla vita quotidiana dei cittadini, come la diffusione di orti nelle periferie urbane o l'invio di militari di sperimentata onestà come commissari in aziende turistiche (salvo doverli sostituire presto per il terribile effetto corruttore delle società miste con capitalisti stranieri). Per quanto trasformato, insomma, l'esercito cubano è inconcepibile come strumento di intervento nella vita politica del paese.

Il dato più significativo è che se Raúl ha un curriculum da conservatore di ferro, da quando l’ipotesi della successione ha cominciato a prendere corpo, egli ha mostrato un inedito volto progressista, evitando di opporsi –o assecondando apertamente – il processo di cauta apertura del regime alla società civile. Mentre Fidel sferrava l'ennesimo attacco settario e calunnioso nei confronti di un vecchio amico di Cuba e militante rivoluzionario indiscusso come James Petras (reo di aver formulato alcune critiche all'interno di un articolo assolutamente favorevole a Cuba) Raúl è intervenuto pochi giorni dopo senza nominare Petras ma dicendo che c'era bisogno anche delle critiche. D'altra parte dai primi mesi del 2007 si sono infittite le prese di posizioni coraggiose di un certo numero di intellettuali attraverso e.mail e inviando articoli su reti spagnole o latinoamericane consultabili – sia pure con difficoltà – da un certo numero di cubani. Della prima fase di questo movimento avevo dato conto in una scheda sul n. 2 del 2007 di Limes dedicato a Castro, Chávez, l'antiamerica. Ma in agosto c'è stato poi l’intervento vivacemente critico (sempre in rete) di Soledad Cruz, già brillante giornalista di Juventud rebelde e poi ambasciatore presso la prestigiosa sede parigina dell'UNESCO, quindi in qualche modo appartenente al gruppo dirigente... Poi pochi giorni fa c'è stato quello del cantautore Silvio Rodriguez, che è anche deputato, ha circolato il video che riprendeva il vivace dibattito tra alcuni studenti e il presidente dall'assemblea nazionale Alarcón, ecc.

L'apertura del dibattito è stata evidentemente non una scelta soggettiva, ma una necessità: il regime percepisce il crescente malcontento della popolazione per le insostenibili condizioni economiche, e per la pesante rigidità del sistema politico, e tenta di correggere il tiro, sia pure a passi incerti. Purtroppo la sinistra italiana, divisa tra anticastristi irriducibili e apologeti di Fidel, non sembra prestare sufficiente attenzione a queste importanti novità.

Altro argomento su cui i commentatori si sono esercitati è la possibile riproduzione a Cuba del "modello cinese". Da un lato non è una novità: fin dal crollo dell'URSS c'è stato a Cuba chi ammirava esplicitamente la combinazione di repressione e di aperture al capitalismo. Era politicamente scorretto criticare la Cina insinuando che non fosse socialista, e si pubblicavano libri di testo che cercavano di presentare il derrumbe (il crollo) come il fallimento del modello "eurosocialista".

Tuttavia la possibilità di imitare la Cina era poco credibile. Proprio contro coloro che ammiravano la repressione di piazza Tien Anmen, era rivolta la polemica del 1994 di Raúl; inoltre l'esperienza ha dimostrato che per ripetere a Cuba l'exploit cinese occorrevano ben altri ingredienti. Innanzi tutto, le dimensioni: la Cina rappresenta un mercato potenziale di oltre un miliardo di persone, delle quali almeno 3-400 milioni hanno già raggiunto un discreto potere d’acquisto. Di contro, la popolazione cubana non supera i 12 milioni e quanto rimane del vecchio egualitarismo (che ha radici profonde nel tessuto sociale) riduce fortemente l'appetibilità di questo mercato per importanti investitori esteri. Inoltre la Cina ha beneficiato degli ingenti capitali della diaspora cinese, attirati in patria dal governo con provvedimenti ad hoc, mentre a Cuba eventuali investimenti dei cubani di Miami sono state costantemente scoraggiati. La stessa microimprenditorialità locale emersa alla metà degli anni Novanta è stata più volte mortificata e osteggiata proprio da Fidel. Raúl, a differenza del fratello, sembra essersi convinto della necessità di dare maggiore spazio all’iniziativa privata, ma come e in che misura resta tutto da vedere.

Un ultimo problema: l'atteggiamento degli Stati Uniti. Diversi intervistatori del 19 febbraio erano sorpresi della mia scarsa attenzione alle primarie del partito democratico e più in generale ai risultati delle presidenziali, e ho dovuto spiegare loro che ad esempio le peggiori restrizioni nei confronti di Cuba sono state proposte da democratici come Torricelli e Helms Burton. Più in generale le svolte nella politica estera statunitense dipendevano da fattori profondi e non dalla dialettica tra il "cattivo" partito repubblicano e il "buon" partito democratico. Dalla Corea, in cui si era impelagato il democratico Truman si uscì grazie a un presidente repubblicano, per giunta un generale come Eisenhower, e dal Vietnam – in cui i repubblicani Kennedy e Johnson si erano impegnati a fondo – si uscì sotto un presidente repubblicano (e corrotto) come Nixon. Non per merito suo, ma grazie all'eroismo dei vietnamiti e alla poderosa mobilitazione antiguerra nella stessa metropoli imperialista...

Non so se Obama (idolo di molti degli intervistatori) manterrà l'impegno a discutere con Raúl formulato in un comizio a Austin, ma se lo farà è perché Cuba ha resistito tenacemente e con dignità alle pretese di nove presidenti degli Stati Uniti, e l'assurdità dell'embargo ha spinto i governatori e i congressisti di molti Stati agricoli interessati a commerciare con Cuba a esercitare pressioni tali che proprio Bush, di tutti i nove il peggiore, ha dovuto dal 2001 consentire "per ragioni umanitarie" l'allentamento del blocco.[6]

Oggi gli Stati Uniti, impelagati come sono in Medio Oriente, non hanno certo la possibilità di pensare seriamente a un intervento diretto in questo o quel paese dell'America latina (compreso il Venezuela, che li infastidisce attualmente ben di più della povera Cuba). Questo è dovuto soprattutto a Chávez, che anche se ha commesso non pochi errori politici nel suo paese, che non abbiamo mai nascosto, ha il grande merito di aver saputo tessere una rete latinoamericana di relazioni che legano tanto i paesi a direzione "bolivariana" quanto quelli con governi di centrosinistra moderato o neppure di sinistra, ma comunque interessati a una maggiore indipendenza e a varie forme di cooperazione (quindi anche Argentina, Uruguay e perfino Cile).

La stessa lobby cubana in Florida d'altra parte non è più quella di un tempo: le nuove generazioni, giunte negli Usa dagli anni Ottanta in poi, sono emigrate per ragioni economiche più che politiche, dunque il loro anticastrismo è molto più sfumato di quello dei primi esuli. Non a caso hanno perfino manifestato contro Bush per protestare contro le restrizioni alle rimesse alle famiglie rimaste a Cuba e ai viaggi.

Soprattutto oggi Cuba è molto meno isolata di un tempo. Abbiamo già detto dei rapporti nuovi con il resto dell'America Latina, ma – anche grazie al Venezuela – sono stati stabiliti accordi importanti con la Cina, acquirente del nichel cubano, e con l'Iran.

Potremmo dire che Cuba è matura per un cambiamento e un rinnovamento che elimini i non pochi residui della lunga influenza dei paesi del "socialismo reale": deve farlo, perché non può rimanere a lungo in una situazione contraddittoria, e può farlo perché finalmente non è più isolata.

 

Possibilità di un bilancio

 

Quello che è mancato nella gran parte delle molte pagine dedicate dai maggiori quotidiani all'argomento del ritiro di Fidel dalle cariche, è stato un bilancio dialettico della sua opera, che pure sarebbe possibile senza le reticenze dei "coccodrilli" che accompagnano spesso la scomparsa di un grande dirigente.

Il massimo che si è avuto è stato l'accostamento tra un articolo apologetico e uno denigratorio. Una finta dialettica, evitata solo da "la Repubblica", da sempre specializzata quasi esclusivamente nella denigrazione di Cuba, del Venezuela e di ogni possibile regime antimperialista, e nell'utilizzazione – invece delle notizie e delle analisi - dei rancori degli esuli.[7]

In questa situazione è difficile capire Cuba evitando la abituale falsa contrapposizione tra il suo sistema sanitario (spesso mitizzato) e la "mancanza di democrazia", come se si trattasse di scegliere tra l'uno e l'altra. E per un giovane che tenti di orientarsi sui giornali è quasi impossibile capire i meriti storici di Castro e al tempo stesso i suoi limiti e le sue responsabilità.

Il primo grande merito, riconosciuto dalla maggior parte dei cubani, è stato quello di aver difeso tenacemente l'indipendenza e la dignità di Cuba, prima nei confronti degli Stati Uniti, poi della stessa URSS, più volte aspramente criticata in vari momenti. Non solo al momento della "crisi dei missili" del 1962, ma anche nel corso di tutti gli anni Sessanta, e almeno fino alla "grande zafra dei 10 milioni di tonnellate di zucchero" del 1971, che era finalizzata proprio alla realizzazione di una maggiore autonomia dalla pericolosa amicizia dei sovietici. Dopo il fallimento di quel tentativo troppo volontaristico (ricordava per molti aspetti, di metodo e di obiettivi, il "grande balzo" di Mao del 1958) Fidel Castro fu per un quindicennio messo sotto tutela dalla maggioranza filosovietica (doveva leggere i suoi discorsi preventivamente approvati dalla direzione collegiale). Merito degli altri, la prudenza nel non lasciar trapelare le divergenze, utilizzando quindi ancora il grande prestigio del líder máximo, ed evitando crisi pericolose, di cui poteva approfittare il nemico storico, come accadde pochi anni dopo a Grenada,  quando del golpe filosovietico contro il guevarista Bishop, approfittarono gli Stati Uniti. Ma merito innegabile e insufficientemente riconosciuto di Fidel fu la capacità di riprendere in mano le redini, e di realizzare lo sganciamento tempestivo dall'URSS gorbacioviana nel 1986 con la rectificación. Al tempo stesso si intensificavano i preparativi per affrontare "il periodo speciale in tempo di pace", dovuto alla presumibile interruzione delle forniture sovietiche. Solo così un paese privato del 70% del petrolio poteva resistere e sopravvivere.

Gli imbecilli e i disinformati continuano a sottolineare che Castro non sapeva nulla dello stalinismo, ignorando che se questo era vero nei primi anni dopo la vittoria, egli ha poi fatto una severa analisi smontando soprattutto il diffusissimo mito del ruolo positivo di Stalin nella seconda guerra mondiale. Fidel ne ha parlato e scritto in molte occasioni, compresi nel primo degli articoli in cui riferiva sugli incontri di gennaio con Lula. In tale occasione ha ricordato al leader brasiliano che "se la rivoluzione avesse vinto mentre era vivo Stalin, l'URSS non avrebbe fatto quel che ha fatto dopo". Lo riconosce come merito di Chrusciov, senza rinnegare le giuste critiche mossegli in quegli anni. E di Stalin ribadisce le colpe nell'arrivare impreparato alla seconda guerra mondiale, nonostante le informazioni ricevute sui preparativi di Hitler, con gli ufficiali in vacanza, gli aerei a terra, e l'esercito decapitato dalla repressione del 1937-1938.

In Italia di questo si sa poco. Il "Corriere della sera" non ha trovato di meglio che "rilanciare" per la penna di Massimo Caprara quanto aveva scritto molti anni fa la Rossanda, che continua peraltro ad aver rinnegato la sua passione giovanile per la rivoluzione cubana, senza degnarsi di seguirne le evoluzioni e capirne la grandezza, che risulta anche dalla sua lunga durata, che è sciocco attribuire solo alla repressione come fa il suo idolo, il pentito Carlos Franqui.

Tra i meriti di Castro c'è dunque quello di aver sottratto il partito (e il paese) al destino che travolse tutti i partiti comunisti, compreso quello italiano, incapaci di cogliere i sintomi della crisi profonda del sistema sovietico.

Ma c'è un altro bilancio da fare, nettamente positivo, e naturalmente non attribuibile al solo Fidel, bensì a tutto il gruppo originario della rivoluzione, tra cui ovviamente spiccava per lucidità e lungimiranza Ernesto Che Guevara: non aver fermato la rivoluzione a metà. L'ammirazione del Che per Fidel derivava dalla consapevolezza della sua lucidità nel tentare di affrontare battaglie che sembravano impossibili o controproducenti alla totalità del movimento operaio comunista o socialdemocratico, ma certo Guevara aveva avuto il merito di sistematizzare, solo in parte ascoltato, la necessità della proiezione internazionale e della rottura dell'isolamento per non subire troppo i condizionamenti della pur inevitabile alleanza con l'URSS.

Comunque, se si considera come Cuba ha retto a prove terribili, soprattutto negli ultimi due decenni, e si confronta la sua situazione con l'instabilità e la fragilità del "bolivarismo" in Venezuela, Bolivia, ecc. si capisce bene in che cosa risiede la sua forza: aveva portato a termine a suo tempo lo scontro con i due principali ostacoli a una trasformazione radicale, i capitalisti e il loro esercito. Nessuno dei paesi "progressisti" dell'America Latina ha almeno tentato di risolvere il problema e si trovano di fronte difficoltà crescenti: l'esercito è una minaccia inquietante in Bolivia, e un condizionamento costante in Ecuador, ma anche in Venezuela si è defilato da Chávez (per non parlare della spada di Damocle presente in tutti i paesi in cui è stata fatta una sanatoria vergognosa per i crimini delle dittature militari). Quanto alla borghesia, ha un peso schiacciante nel Brasile di Lula, e la sua forza non è stata neppure intaccata in tutti gli altri paesi.

Per questo abbiamo più volte scritto che se Cuba può imparare qualcosa dall'esperienza venezuelana (in particolare che non è fatale che si perdano le elezioni pluraliste solo perché l'avversario dispone di più mezzi e tv), anche il Venezuela e gli altri paesi dell'America Latina che si risveglia, devono riflettere sull'esperienza cubana. Se molte cose a Cuba sono discutibili e molti errori sono stati fatti, lo si deve alla sua solitudine, "così lontana da Dio e così vicina agli Stati Uniti", e anche all'alleanza con l'URSS, che non era un optional, ma ha avuto un prezzo più alto di quanto potessero immaginare Fidel e lo stesso Che. Oggi, dunque ci sono le condizioni per fare meglio, ed è anche merito della straordinaria resistenza del popolo cubano. (febbraio 2008)

 



[1] Néstor Kohan e Itai Hagman, in: http://amauta.lahaine.org/index.php

[2] Il nuovo ministro della Difesa, Nelson Jobim, ha dichiarato, al momento della crisi di marzo 2008 tra Colombia ed Ecuador, che le truppe brasiliane hanno l'ordine di aprire il fuoco in caso di sconfinamenti di combattenti delle FARC. Ma anche i ministri provenienti dal PT non sono da meno: ad esempio Tarso Genro, storico dirigente di Porto Alegre, di cui è stato sindaco, una volta diventato ministro della Giustizia ha rifiutato la consegna alla magistratura italiana di noti torturatori identificati come responsabili del "piano Condor". Evidentemente il governo Lula deve evitare di inimicarsi l'esercito...

[3] L'accordo però è saltato subito: già il 1 settembre Lugo ha denunciato "tentativi golpisti" del generale Oviedo, che ha smentito, ma che ovviamente è passato nettamente all'opposizione. Successivamente Lugo ha dovuto fronteggiare uno scandalo fastidioso per la sua credibilità: dapprima una ragazza ha dichiarato di essere stata sedotta quando aveva 16 anni, e ha chiesto e ottenuto il riconoscimento di paternità, poi si sono fatte avanti altre 3 o 4, chiedendo analogamente la prova del DNA... Tenuto conto che era un vescovo, la vicenda è davvero imbarazzante.

[4] Il testo di Néstor Kohan, Los dilemas de Evo, è apparso sul quotidiano di Buenos Aires, Página/12, il 5-5-08; è disponibile anche su http://www.pagina12.com.ar/

[5] Stralci di un articolo che in parte riprendeva argomenti già pubblicati altrove. Come al solito, scrivendo per varie riviste e siti, sono inevitabili alcune ripetizioni. Ho cercato di ridurle, eliminarle del tutto è praticamente impossibile.

[6] Ho poi scoperto che anche il coordinatore dei GC Federico Tomasello ha dichiarato nel CPN che è "affascinato da Obama", e logicamente ne ricava la conclusione che "dobbiamo smetterla con i toni liquidatori nei confronti del PD e indagare la nostra capacità di costruire immaginario" (da "Liberazione" del 23/2/08). Auguri!

[7] Il colmo del ridicolo è che "Repubblica" il 21/2/08 ha informato i suoi lettori (senza indicare la fonte) che il 55% dei venezuelani considerano Fidel "cattivo" e solo il 26% lo ritiene "buono" (in Messico sarebbe ancora peggio: 61 a 17, più o meno come negli Stati Uniti...).

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