Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Caos in Bolivia

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Caos in Bolivia

 

Ci vorranno alcune settimane per capire se la revoca di tutti i decreti (aumenti dei combustibili, aumenti compensativi a varie categorie) riuscirà a recuperare il terreno perduto nei cinque giorni di mobilitazioni. Difficile placare gli animi senza sacrificare il ministro dell’economia Luis Arce e soprattutto il vicepresidente Álvaro Garcia Linera, che non a torto appaiono i maggiori responsabili (ma che ovviamente non potevano aver preso da soli decisioni così importanti e impopolari).

Non è probabile invece che sia necessario colpire i responsabili del MAS, che è formalmente il partito di governo, ma di fatto è solo una coalizione che funziona solo nelle scadenze elettorali e non ha avuto praticamente nessuna funzione. Dove il MAS si è riunito in questi giorni si è spaccato in due, e molti suoi dirigenti che difendevano i decreti sono stati insultati e perfino minacciati di morte, sia a El Alto, sia a Cochabamba. Uno dei compagni italiani presenti a La Paz mi ha scritto confermando queste notizie e anche che diverse sedi del MAS sono state date alle fiamme.

Non c’è dubbio che, chiunque sia stato il principale fautore di queste misure, il governo nel complesso le aveva varate senza avere il polso dell’opinione pubblica, e dei sentimenti della base sociale su cui Evo si era appoggiato per arrivare alla presidenza. Anche la COB, la storica organizzazione sindacale, si è spaccata, e il suo principale dirigente, Pedro Montes, è rimasto isolato nella difesa dei decreti ed è stato anche minacciato dalla folla che assaltava la sede centrale del sindacato. Solo le organizzazioni contadine hanno sostenuto il governo, grazie ad alcume misure a loro favore contenute nei decreti, mentre le Juntas vecinales dell’enorme agglomerato di El Alto avevano minacciato di scendere nei prossimi giorni a la Paz per manifestare insieme ai minatori di Oruro e Potosí, e agli autotrasportatori.

Il “livellamento” (così era stato chiamato l’aumento del prezzo dei carburanti che doveva portarli ai livelli dei paesi vicini) era poco convincente, soprattutto perché non teneva conto minimamente dei ben più gravi dislivelli salariali tra i vari paesi: il salario minimo nazionale in Brasile è di 300 $, in Argentina di 464 $, in Cile di 305, perfino in Perù è di 193 $, mentre in Bolivia è di soli 98 $. Tra l’altro risulta così piuttosto demagogica la misura prevista nel secondo decreto, che aumentava del 20% tanto il salario minimo dei lavoratori (di meno di 20 dollari), quanto quelli ben più alti di militari, poliziotti e medici. Tra le critiche allo stesso decreto sulle pensioni, ne è stata fatta una inquietante: permettere di andare in pensione a 58 o a 55 anni e perfino a 51 per chi è stato molti anni in miniera costa poco allo Stato, perché la speranza di vita dei minatori è di soli 48 anni (quella media, che comprende anche i benestanti, che magari campano 100 anni, è di 63 anni). In poche parole –anche se hanno avuto tutti i contributi – pochi minatori potranno beneficiare di questa norma, a differenza di militari e poliziotti che andranno in pensione tranquillamente con il 100% del loro lauto stipendio.

In poche parole le misure adottate erano state calcolate male, e il sospetto che favorissero solo le multinazionali del petrolio e i ceti benestanti non sarà dissipato facilmente solo perché i decreti sono stati ritirati, tanto più che al di là delle belle parole sulla decisione abrogativa presa in base al principio di “comandare obbedendo al popolo”, chiunque capisce che per “farsi obbedire” il popolo ha dovuto menare le mani…

È interessante notare che l’opposizione di destra non ha avuto nessun ruolo significativo, mentre un ruolo notevole l’ha avuto il MSM (Movimiento sin miedo, cioè “senza paura”) che faceva parte della coalizione di governo negli anni scorsi e che ha conquistato il posto di sindaco a La Paz, e percentuali notevoli in molte zone che votavano per Evo. Il compagno che mi ha fornito molte delle osservazioni dirette, e che si è detto d’accordo con i due articoli che ho messo sul sito, sostiene però che il MSM non può essere caratterizzato come un’opposizione di sinistra, e mi dice che rappresenta piuttosto il malcontento della “borghesia urbana criolla”. A La Paz, può essere, ma è difficile definire tale la sua base popolare di El Alto, o quella di Achacachi, una zona che è stata al centro dei blocchi indigeni del 2001 e della guerra del gas del 2003.

In un articolo di commento all’insuccesso del MAS nelle elezioni di aprile avevo scritto: “Gli aymara di Achacachi hanno deciso di respingere i candidati imposti dall’alto, e quando Evo si è presentato poche ore prima delle elezioni per sostenerli, li hanno fischiati alla presenza del presidente, preannunciando un voto che li ha puniti duramente, assegnando al MSM quattro volte più voti che al MAS, mentre alle elezioni presidenziali dell’anno scorso - in tutta la zona del Titicaca - Morales si era avvicinato addirittura al 100%. Lo stesso è accaduto in diversi municipi indigeni minerari del Nord di Potosí, un altro bastione del MAS. E perfino a El Alto, l’enorme agglomerato alle porte di La Paz con un milione di abitanti arrivati dalle zone minerarie andine negli ultimi anni, il candidato governativo Edgar Patana l’ha spuntata con appena il 40% dei voti, sfidato da vicino da una quasi sconosciuta giovane di 29 anni, “La Sole”, in una votazione che rivelava l’irritazione della popolazione nei confronti di una direzione sindacale che fa commercio delle cariche dello Stato, è sospettata di corruzione e accusata di appoggiarsi a reti clientelari.”

Il mio articolo di aprile si chiamava, non a caso, Scontri evitabili, riferendosi all’inasprimento della polemica con il MSM voluto da Evo, e si basava sulla lettura di molti testi boliviani. La definizione di “borghesia criolla” a mio parere accetta la definizione dispregiativa usata da Evo, con un metodo con cui anche in Ecuador o Venezuela, per non parlare di Cuba, si demonizza ogni potenziale opposizione, ma è almeno in parte smentita dall’analisi delle zone in cui il MSM ha avuto i migliori risultati elettorali.

Altra cosa è l’osservazione sulle prospettive fatta dal compagno che mi scrive da La Paz: “Morales oggi ha accusato il Sin Miedo di fomentare le proteste e di pagare sgherri per dare fuoco alle sedi del MAS. Ora non so se è vero ma sicuramente il leader del Sin Miedo come il sindaco di La Paz cercano di rubare consenso al MAS (riuscendoci) con parole d'ordine di stampo nazional-popolare senza proporre un alternativa vera” (…) “ Ma sicuramente dopo questi ultimi fatti crescerà molto il MSM. (…) Altro aspetto significativo che al di là della solita opposizione separatista di Santa Cruz, non esiste un partito di destra in grado di rappresentare il malcontento. I vari ADN (il partito di Goni) e altri partiti conservatori sono spariti dopo il 2003. Il Sin Miedo cerca il consenso anche da questi settori conservatori non più rappresentati. Per questo mi spaventa più il Sin Miedo che altri partiti. Una sensazione che ho è che è molto più forte la potenziale opposizione sociale piuttosto che quella politica.”

Su questo, posso concordare sostanzialmente. Ma molto dipenderà dall’atteggiamento del governo: vorrà recuperare il terreno perduto, o punterà a radicalizzare gli scontri, anche quando non sono inevitabili?

 

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Ora che i due decreti sono stati annullati, e ci fa molto piacere (quando mai in Italia o in Europa un presidente è stato capace di correggere i suoi errori?), bisogna vedere se questo gesto sarà sufficiente. Dietro agli assalti a sedi politiche e sindacali, o al monumento al Che di El Alto, si può temere che qualche settore di una destra indebolita ma non sparita si sia organizzata nel corso dei cinque giorni di proteste crescenti e che continuerà a inserirsi nelle contraddizioni del governo.

Oltre a tutto l’atteggiamento superficiale e arrogante con cui la misura è stata decisa e imposta al paese, rischia di essere pagato molto caro, una volta verificata la debolezza del governo.

Inoltre molti dubbi sul reale movente del decreto che ha aumentato la benzina sono stati sollevati sulla stampa boliviana. Il problema del contrabbando appare infatti relativamente secondario rispetto a quello di garantire un forte aumento del prelievo fiscale: infatti non è facile spiegare perché era stato mantenuto il sussidio per le bombole del gas, per l’acqua, l’elettricità e le telecomunicazioni mentre è stato aumentato il prezzo dei combustibili per l’aviazione, che non poteva essere contrabbandato. Evidentemente l’esperienza faceva prevedere una possibile reazione popolare come quella che spazzò via il presidente Gonzalo Sánchez de Losada (detto “Goni”) e il suo successore Carlos Mesa tra il 2003 e il 2005 nel caso di misure dirette contro i consumi base dei ceti più poveri. Ma ovviamente l’aumento dei costi dei trasporti con le sue ripercussioni generali sui prezzi degli alimentari è stato sufficiente a innescare la rivolta.

E che faranno i prezzi? Potranno tornare agli stessi livelli, come auspica Evo Morales? Egli ha detto che “ora non c’è nessuna giustificazione per rialzare i biglietti di viaggio o aumentare i prezzi degli alimentari, o per la speculazione”. Come fare, e come bloccare il contrabbando, in una società capitalistica, che ha conservato intatto il suo corrompibilissimo apparato statele?

Basterà qualche capro espiatorio? Comunque sacrificare Álvaro Garcia Linera o il ministro dell’Economia  Luis Arce Catacora non sarà facile o indolore…

D’altra parte la marcia indietro di Evo Morales non è del tutto convincente e lascia pensare che le misure possano essere ripresentate in circostanze diverse: Infatti nel discorso del primo dell’anno, nella conferenza stampa ha confermato che “il decreto è necessario per l'economia boliviana ma che, visto il malcontento di questi giorni, abbiamo capito che colpirebbe in maniera forte le classi povere creando un problema più grande nel paese. Siamo un governo per il popolo e ne rispettiamo la volontà” ha continuato Evo sostenendo che “erano tutti d'accordo con il decreto. Dobbiamo farla finita di regalare il nostro denaro agli altri stati, ai contrabbandieri e alle multinazionali. Quei 380 milioni di dollari della sovvenzione sarebbero rimasti in Bolivia per sovvenzionare i progetti di sviluppo e per sostenere il reddito – ha concluso Evo – ma evidentemente ad oggi non ci sono le condizioni per un tale passo.”

Alcuni commenti, d’altra parte, hanno sottolineato che le multinazionali, con il primo decreto, avrebbero intascato gran parte dei 380 milioni dollari, e che continuano a pesare sul futuro della Bolivia…

Ritorneremo sulla questione presto, non solo commentando la capacità di recupero da parte di Evo Morales, che spero sia grande, ma anche nel contesto di altri problemi emersi in altri paesi vicini e con governi affini. Ad esempio in Venezuela, dove nel quadro di un’intesa cordiale col nuovo presidente colombiano ed ex ministro della difesa Santos, l’esercito ha rastrellato e consegnato a Bogotà diversi esponenti delle FARC e dell’ELN che si erano rifugiati in Venezuela per curarsi e per ristabilire contatti internazionali. Un’iniziativa autonoma? Difficile pensarlo, e comunque sarebbe ugualmente inquietante.  Insomma, c’è di che preoccuparsi… (a.m. 2/1/11)



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