Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Rivolte o rivoluzioni

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Rivolte o rivoluzioni

 Qualcosa si muove, ma...

Sembravano sicurissimi, immobili, eterni, i regimi dittatoriali del mondo arabo, naturalmente presentati sempre come “moderati” sulla stampa europea o statunitense. Ma non erano eterni.

Tuttavia la caduta o la fuga di qualche capo odiato non è sufficiente a risolvere i problemi, e può anche dar luogo presto a delusioni.

Comunque, per ora, in tutta l’area, dalla Mauritania fino all’Egitto e alla Giordania e allo Yemen, passando per una Libia a cui non manca il pane a buon prezzo, ma in cui ci sono ugualmente tensioni dovute alle forti sperequazioni sociali, l’esistenza di una TV araba come al Jazira vanifica in parte le censure nazionali: sia i settori intellettuali più critici verso la gestione del potere, sia le masse più disperate e affamate, sperano in un possibile effetto domino. Ma non è affatto scontato, e soprattutto potrebbe non essere risolutivo.

 

Naturalmente è importante constatare che, per quanto siano grandi e spietate le repressioni di regimi che utilizzano aerei, elicotteri e mezzi blindati puntualmente forniti dai nostri governi, arriva sempre un momento in cui gli equilibri si spezzano, e la pace mortuaria viene rotta da esplosioni di una collera popolare che non può più essere arginata come di consueto. La rivolta provoca immediatamente divisioni nei gruppi dirigenti, a partire da quella più frequente: esercito contro polizia e servizi segreti, anche se lo stesso esercito, in Tunisia come in gran parte del mondo, è a sua volta uno strumento di repressione interna più che di difesa da improbabili attacchi esterni (per un analisi  esauriente della situazione tunisina rinvio a http://www.italia.attac.org/spip/spip.php?article3564)

Il detonatore può essere imprevedibile, in Tunisia è stato un suicidio col fuoco di un disoccupato cronico affamato e disperato, ma altrove può essere diverso: tanto è vero che le ripetute imitazioni di quel tragico gesto in Algeria o in Egitto non hanno avuto lo stesso effetto di scatenare immediatamente una rivolta di massa dello stesso peso.

In altri paesi, penso alle guerre del gas o dell’acqua in Bolivia o in Ecuador, o agli effetti del corralito nell’Argentina del 2001, l’innesco era stato differente, ma il risultato era stato sufficiente a cacciare uno o anche tre o quattro presidenti in poco tempo.

A volte, soprattutto nelle repubbliche centroasiatiche dell’ex URSS o in Ucraina o nel Caucaso, si intravedeva abbastanza chiaramente l’opera di “specialisti” esterni, legati a Mosca, o a Langley, la sede centrale della CIA… Ma non inventavano le crisi, lavoravano per utilizzare o incanalare esplosioni spontanee, la cui dinamica era imprevedibile solo per chi non voleva vedere le profonde contraddizioni di quei paesi.

La stampa internazionale (e ancor più quella nostrana, provincialissima) presenta in genere queste sommosse, e la cacciata violenta di un presidente corrotto, come una “rivoluzione”, magari facendo un po’ di colore e chiamandola “arancione”, o “dei tulipani gialli”, o in qualche altro modo pittoresco. In Tunisia, si parla ora di “gelsomini”… E nonostante l’abuso del termine rivoluzione, disinnescato dalla sua utilizzazione per definire qualsiasi mutamento, la parola fa sempre paura: in particolare a quegli imprenditori che senza conoscere niente del paese, vi erano arrivati dopo una prima “delocalizzazione” in una Romania, da cui erano fuggiti appena vi erano nati sindacati appena efficienti, credendo di trovare l’eldorado a Tunisi.

 

In realtà, se abbattere un dittatore a volte non è impossibile, il risultato finale è spesso gattopardesco, e ben lontano dall’essere una rivoluzione. Il precedente che ispira coloro che vogliono disinnescare la rivolta, probabilmente è la fine di Ceausescu nella Romania del 1989, cruentissima, ma truffaldina. Era stata provocata da un errore di valutazione del dittatore, che aveva convocato a Bucarest una delle consuete adunate di massa per esorcizzare i primi sintomi dell’apparizione di una possibile opposizione a Timisoara, senza prevedere che qualche centinaio di persone si sarebbero fatte coraggio cominciando a fischiare, e avrebbero trascinato piano piano gran parte della piazza. Ma a prendersi il merito della caduta di Ceausescu e a occuparne il posto furono poi personaggi che erano stati per decenni nella sua cerchia, da cui si erano staccati in extremis (e per questo bisognosi di un processo sommario per togliere di mezzo il dittatore in fuga), non i veri oppositori, che erano stati uccisi, o isolati nell’esilio, o piegati e corrotti. Qualcosa di simile era accaduto in Albania, un altro paese che ha conosciuto una fase di sommosse violente ma ha visto alla fine riciclarsi esponenti della vecchia burocrazia, a partire dal “democratico” Sali Berisha.

La repressione spietata di decenni era stata sufficiente a impedire il formarsi di una vera opposizione, anche se non a salvare il regime e la casta dominante. Un processo che in diversa misura si è riproposto in tutte le “democrazie popolari” e negli Stati sorti dall’esplosione dell’URSS, compresa la Russia, dove nel corso degli anni Settanta e Ottanta era stata piegata e spinta a destra l’opposizione marxista che aveva tentato di ritornare alle origini della rivoluzione. Smembrata, distrutta, umiliata, approdata - dopo tante sconfitte - a una esaltazione dell’Occidente che era imprevedibile durante il disgelo del 1956 o il grande dibattito dei primi anni Sessanta, l’opposizione subiva le conseguenze di un efficace blocco della circolazione delle idee. Qualcuno era stato recuperato, ma il grosso dei quadri della nuova fase “democratica” venivano dall’alta burocrazia o da quel suo particolare settore rappresentato dai quadri del KGB, Putin in testa.

 

È possibile che questa sia la strada che ha in mente chi vuole svuotare la protesta tunisina. Tutelati da quegli stessi servizi segreti francesi e italiani che ventitre anni fa avevano portato al potere Ben Ali, e che l’hanno protetto per decenni, molti dei suoi collaboratori si sono fatti avanti per gestire la “transizione”, come viene ribattezzata la restaurazione. Con gli auspici di Frattini e della sua collega francese, insomma, si tenta un operazione simile a quella del 25 luglio 1943, che con la benedizione di Vaticano e Quirinale avrebbe dovuto portare a un fascismo senza Mussolini, e che fallì per la scesa in piazza di masse fino a quel momento passive e rassegnate.

Una delle condizioni per riuscire nel loro intento nella Tunisia squassata dalle manifestazioni, ovviamente, è lasciare un posticino a qualche sopravvissuto della opposizione storica, o di quella nuova creatasi intorno ad alcuni blog. Non a caso a uno dei più noti giovani blogger, appena tirato fuori dal carcere, hanno offerto l’incarico di sottosegretario allo sport e alla gioventù, più o meno come in Italia si faceva con il PRC nelle giunte di centro sinistra, una volta spartiti gli assessorati più importanti. E probabile (e soprattutto auspicabile) che ci ripenserà, anche se nella prima fase, per inesperienza, si era dichiarato molto fiducioso … nell’esercito. Per il momento anche i sindacalisti dell’Unione generale dei lavoratori designati come ministri si sono dimessi, sotto la pressione delle masse che non vogliono operazioni cosmetiche che ripuliscano e rilancino chi ha governato con Ben Ali, e hanno posto come condizione per una partecipazione la confisca dei beni del clan Ben Ali – Trabelsi e lo scioglimento del suo partito RCD.

Certo, oltre all’imprinting corruttore lasciato dai consiglieri italiani nel periodo craxiano, può far danni anche il legame più recente della sinistra tunisina con l’Italia, in particolare con l’ineffabile Bobo Craxi, che si è vantato di aver dispensato consigli per la rinata democrazia tunisina.

 

Ma il pericolo maggiore viene da un altro fattore più generale, che negli ultimi anni ha impedito di capitalizzare il successo di grandiose rivolte popolari come quella argentina del 2001: l’assenza di un partito rivoluzionario, capace di raccogliere l’esasperazione degli oppressi e di indirizzarla verso i veri responsabili della crisi, impedendo che si sfoghi orientandosi verso capri espiatori più o meno significativi (in Tunisia, ad esempio, c’è ora chi propone di torturare e uccidere collaboratori e parenti del dittatore…).

In realtà, risalendo nel tempo, possiamo trovare moltissimi altri esempi, a partire dal ben più tragico precedente della rivoluzione tedesca del 1918-1919, che era oggettivamente più profonda e più ampia e “matura” di quella russa del 1917, ma che fu spezzata per la mancanza di un soggetto rivoluzionario riconosciuto dalle masse in rivolta che occupavano le vie e le piazze di Berlino.

 

I pericoli ci sono, dunque, e gravi, ma non possiamo limitarci a segnalarli per evitare che si diffondano illusioni non fondate. Prima di tutto dobbiamo registrare un fatto nuovo importante: le classi e i ceti dominanti non possono più dormire sonni tranquilli, e devono registrare esplosioni di una combattività delle masse che sembrava poco tempo fa inimmaginabile. Non è sufficiente, abbiamo detto, ma ci deve stimolare a lavorare, ciascuno nel suo paese e nel suo terreno di lotta, e al tempo stesso nella prospettiva di un coordinamento internazionale, per ricostruire una consapevolezza di quel che occorre per non far disperdere ancora una volta l’energia della masse in rivolta. Prima di tutto, combattendo ogni collaborazione interclassista, l’ossessione che si conti solo se si partecipa a un governo, l’illusione di poter “condizionare” dall’interno un governo guidato da forze capitaliste.

 

In Italia, la gravità delle sconfitte subite per la strategia di collaborazione di classe degli ultimi decenni sembrava averci fatto toccare il fondo, e in molti aveva seminato la disperazione (“non si può far nulla”) o spinto a cercare surrogati inutili: ma la risposta coraggiosa e dignitosa di Mirafiori alle provocazioni di Marchionne, e la coerenza della nuova giovane direzione della FIOM che ha rifiutato le pressioni castranti della maggioranza della CGIL, hanno aperto una strada non facile, ma che va nella direzione giusta.

Basta con il fatalismo, e con l’attenzione morbosa alle malefatte di Berlusconi, che sono solo una briciola di quel che va rigettato e battuto.

Anche se non sarà “la rivoluzione”, lavoriamo per il successo dello sciopero del 28 gennaio! Da lì si può cominciare…

(a.m. 20/1/11)



Tags: Tunisia  Algeria  Egitto  rivoluzione