Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Tel Aviv trema

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Tel Aviv trema

Per anni, molti avevano scrollato la testa increduli quando dicevo di essere sicuro che l’arroganza e la pretesa di onnipotenza dei sionisti non garantiva l’eternità del loro regime di oppressione, e che non si poteva dare per irreparabilmente sconfitta per sempre la causa palestinese, pur tanto indebolita da governanti corrotti e ipocriti, e dalla santa alleanza tra Israele e i regimi arabi più sanguinari. Mi basavo su una certezza: mai, nella storia, un sistema oppressivo, per quanto spietato, potentemente armato e magari abilmente guidato per un certo periodo, si è rivelato eterno.

Ora Israele trema più di altri paesi per il vento della protesta che comincia a scuotere uno dopo l’altro i paesi arabi che tanto avevano collaborato nella repressione della causa palestinese. Sintomatica la rivolta del pane in un paese come l’Egitto, poverissimo a affamato ma che impegnava parte delle sue risorse per costruire un enorme muro sotterraneo che rinforzava l’assedio di Gaza bloccando i tunnel che la sfamano a caro prezzo…

 

Ma sono in molti a tremare, nel mondo.

Crollato quello che sembrava il più sicuro e apparentemente più rispettabile dei regimi oppressivi, quello della cricca di Ben Ali messo al potere in Tunisia dai servizi segreti francese e italiano (per ragioni storiche i migliori conoscitori della regione), il contagio sembra diffondersi ben oltre i paesi adiacenti. La Tunisia ha riservato una sorpresa straordinaria: il movimento delle masse non si è fermato alle prime concessioni, e ha spazzato via – almeno per ora – i tentativi di riciclaggio del regime che si delineavano una decina di giorni fa, e che avevo descritto con preoccupazione nel mio articolo Rivolte o rivoluzioni.

Il mio relativo pessimismo era probabilmente esagerato, e credo di aver capito perché. Sostanzialmente avevo sottovalutato un fattore che indeboliva le operazioni trasformiste tentate dal regime e consigliate da tutti gli amici occidentali: il regime tunisino aveva distrutto così sistematicamente le opposizioni, che non c’era nessun partito moderato pronto a fare efficacemente da pompiere. Ma i giochi comunque non sono conclusi: molti detenuti politici sono ancora rinchiusi nelle carceri, e l’esercito, pur acclamato inizialmente dai manifestanti, ha poi - col consenso dei sindacati - sloggiato energicamente gli irriducibili che non si accontentavano del maquillage.

Ma intanto il contagio si è diffuso a paesi lontani e anche diversi tra loro. Credo che il merito principale vada alla televisione satellitare al Jazira, che vanifica in gran parte le censure nazionali. Non condivido l’attacco durissimo a questa emittente apparso su “Liberation” e riportato sul numero 881 di “Internazionale”: senza al Jazira, quale che sia il progetto politico che l’ha fatta nascere, la possibilità di conoscere quel che accade nel paese vicino, e perfino nel proprio sarebbe stata minima, e la circolazione delle notizie praticamente inesistente.

La partita non è chiusa, comunque. In Algeria la protesta sembra confinata ad alcune regioni, e in Egitto Mubarak ha ancora da giocare la carta dell’esercito, meno screditato delle tante polizie di cui dispone, e spesso applaudito dai manifestanti, ma ugualmente finalizzato alla repressione interna. Come potrebbe essere altrimenti? In guerra l’esercito egiziano ha sempre fatto una misera figura, perfino nell’unica guerra in cui non è stato colto di sorpresa, quella del 1973, di cui il predecessore di Mubarak, Sadat, aveva preso l’iniziativa per poter poi contrattare con Israele il suo sganciamento dalla causa palestinese e dal fronte dei paesi arabi ottenendo in cambio la restituzione di quel che aveva perduto nelle guerre precedenti. E i capi dell’esercito, che hanno un grande potere da sempre, e sono anche alla testa di molte floride imprese economiche, hanno ottime ragioni per cercare di stroncare l’emergere di un movimento radicale delle masse prive di tutto.

È vergognoso che paesi con gigantesche sacche di miseria e di disoccupazione spendano tanto per acquistare in Occidente armamenti poderosi, destinati esclusivamente a combattere il proprio popolo, dato che dell’antico nemico esterno, Israele, sono diventati alleati o meglio complici.

Anche per questo bisogna riprendere la lotta non solo contro le assurde e criminali spese militari del nostro paese, ma anche contro la poderosa industria bellica italiana, destinata largamente a rifornire regimi oppressivi e iniqui.

Il successo (non ancora la vittoria) dei movimenti che stanno scuotendo il mondo arabo non è certo ancora assicurato, ma lo scossone all’assetto esistente è stato forte, al punto di costringere Obama e la Hillary Clinton a presentarsi come agnellini e sostenitori delle “proteste democratiche” (purché “non violente”, ripetono i rappresentanti del paese che è da un paio di secoli il maggior esportatore di violenza…). Probabilmente puntano su Mohamed El Baradei, sgradito a Mubarak come candidato a presidente in quanto relativamente autonomo, e in odio a Bush per aver smontato le sue frottole sulle armi di distruzioni di massa, ma che certo non è un rivoluzionario: non solo perché ha avuto il premio Nobel per la pace (su cui come è noto ho da tempo un giudizio fortemente negativo), ma per la sua lunga carriera di diplomatico, nel suo paese e negli organismi internazionali.

 

* * *

La circolazione delle notizie, con vecchi e nuovi strumenti, ha finito comunque per infiammare altri paesi anche non arabi, tra cui l’Albania, dove il potere di Sali Berisha ha subito una forte scossa, anche se la vicinanza con l’Italia condiziona molto i due schieramenti: il governo imita Berlusconi, e incita la polizia a non eseguire i mandati di cattura spiccati dalla magistratura contro i responsabili dell’uccisione di dimostranti inermi, e accusa di “colpo di Stato” il partito socialista, che sembra invece disposto a una moderazione degna del PD italiano.

Ma le notizie più incoraggianti vengono dalla comparsa di movimenti di protesta sia pur ancora limitati nella Giordania e nell’Arabia Saudita: la prima perché insieme all’Egitto è un pezzo importante del sistema di dominazione israeliana e di oppressione del popolo palestinese, la seconda perché le sue contraddizioni sociali sono enormi; la sua potenza finanziaria la porta a stabilire stretti rapporti con paesi lontani. Oltre a quello con gli Stati Uniti, partner e protettori fin dall’emergere della dinastia saudita al termine della prima guerra mondiale, va ricordato il rapporto con la Cina, efficacemente ricostruito da Alain Gresh sul numero di “Le Monde Diplomatique” di gennaio.

 

Tra le misure prese per disinnescare le proteste, oltre al ritiro della polizia e la valorizzazione del ruolo dell’esercito, che può reggere senza troppi pericoli la fraternizzazione con i manifestanti più ingenui, ci sono sicuramente anche provocazioni finalizzate a riconquistare un appoggio internazionale alla repressione. Così, visto che è difficile spacciare per egemonizzato dall’integralismo islamico un movimento totalmente laico in Tunisia, e in gran parte in Egitto (dove in ogni caso i Fratelli musulmani sono stati prudentemente in disparte, e comunque corrispondono poco alla caratterizzazione come fanatici integralisti), si è puntato a identificare chi protesta con chi approfitta della protesta che trattiene altrove le forze repressive per procurarsi da mangiare assaltando un supermercato. Fenomeni marginali, e al tempo stesso inevitabili in paesi con una percentuale altissima di persone sotto la soglia di povertà. Marginali anche perché invece a manifestare erano soprattutto giovani diplomati, professionisti, operai, insomma i ceti urbanizzati che hanno un collegamento internet, e non gli strati più diseredati della periferia.

L’arrivo sulla scena del generale Omar Suleiman, designato come suo vice da Mubarak, può far sospettare che c’entri qualcosa nel lancio propagandistico di un pericolo per il patrimonio archeologico: una quarantina di teppisti che sono entrati nel museo egizio, rompendo qualche vetrina, e danneggiando due mummie. Analogamente sono stati messi in libertà molti criminali comuni, mentre restano dentro i detenuti politici. Difficile assimilare l’assalto al museo (che tra l’altro non poteva fruttare niente, data l’eccezionalità e quindi invendibilità degli oggetti che vi sono conservati) ai saccheggi spontanei di magazzini alimentari; viene da pensare piuttosto a una operazione di Suleiman per accreditarsi come salvatore. Egli è infatti da lungo tempo capo dei servizi segreti, in ogni paese esperti in queste provocazioni (si pensi a come Putin preparò il suo lancio come presidente con una serie di dubbi attentati). Suleiman tra l’altro è presentato come “mediatore” tra palestinesi e israeliani nella crisi di Gaza, ma è sempre stato un prezioso collaboratore della politica di Tel Aviv nell’area.

Tel Aviv, comunque tace. Il governo israeliano è anche molto preoccupato per un’altra crisi nell’area, quella libanese, diversissima, ma ugualmente pericolosa. Infatti il tentativo di escludere Hizbullah dal governo di Beirut, si è concluso con la formazione di un nuovo governo in cui il “Partito di Dio” pesa ancor più che nel precedente: un vero boomerang…

E non rasserena certo i dirigenti sionisti la pubblicazione dei verbali delle cosiddette “trattative di pace”, che smascherano sia la debolezza e la malleabilità dei rappresentanti palestinesi, sia la durezza e il gioco sporco degli israeliani, che dopo ogni cedimento della controparte si irrigidivano e aumentavano le pretese. Per chi conosceva bene la questione e la profondità dell’involuzione dell’OLP, nessuna sorpresa, ma indubbiamente veder tutto documentato è sconvolgente sia per i normali cittadini palestinesi che si sentono traditi dai loro dirigenti, sia per la popolazione israeliana che si illudeva di essere vicina alla fine del conflitto. Oltre a tutto, una documentazione così esplicita anche sui cinici accordi tra AP, Mossad e Tsahal per "spezzare le reni" ad Hamas può rafforzare quest’ultima anche in Cisgiordania.

Tuttavia un episodio non molto pubblicizzato dai media italiani ci dice cosa potrebbe accadere se Israele si trovasse in maggiori difficoltà per i suoi molti errori: Le task force cibernetiche di Israele e Stati Uniti hanno sferrato, con la collaborazione di Gran Bretagna, Francia e Germania, un attacco informatico al reattore nucleare iraniano di Bushehr, danneggiando con il virus Stuxnet gli impianti (in particolare il sistema di controllo), col rischio di provocare una nuova Cernobyl. Ovviamente ciò preoccupa fortemente i paesi confinanti, dalla Russia agli Emirati, indipendentemente dal grado di simpatia per il regime iraniano.

Forse, qualcuno ha osservato, è quasi meglio che a Teheran ci sia lo sgradevole e respingente Ahmadinejad: se una ripercussione iraniana dei sommovimenti politici dell’area portasse alla sua sostituzione con un nuovo governo, più rispettabile anche se certo non più amico di Israele, la tentazione di colpirlo violentemente nella fase iniziale sarebbe fortissima a Tel Aviv.

 

Stati Uniti e Israele si trovano comunque in uno stato di preallarme rosso, mascherato da sorrisi e silenzi: come negli anni Cinquanta è tutta l’area in ebollizione, e l’effetto domino è ancor più facile di quando erano solo le emissioni di radio Cairo a far circolare le informazioni. La maldestra operazione congiunta di Israele con le vecchie potenze coloniali a Suez nel 1956 aveva avuto pieno successo militare, ma era stata pagata a caro prezzo politico, con l’ascesa di Nasser come leader panarabo. Nel 1958 era caduto il bastione iracheno, e per bloccare la trasformazione democratica del Libano era stato necessario l’impegno diretto della flotta statunitense e dei paracadutisti, mentre la Gran Bretagna puntellava la Giordania.

Israele aveva collaborato sempre, anche usando cinicamente i suoi servizi segreti all’interno di diversi paesi arabi, con le più svariate provocazioni (ad esempio gli attentati nei cinema egiziani, tendenti a far ricadere la colpa sul nuovo regime repubblicano).

Ma ora, forse, la via d’uscita è più difficile. Non a caso, uno degli indicatori più significativi del panico di fronte a quel che accade nell’area, è il prezzo del petrolio, schizzato subito verso i 100 dollari, nonostante l’Egitto non sia un produttore importante. Che accadrà se qualche mossa incauta e provocatoria di Israele e degli Stati Uniti infiammerà altri paesi islamici, non di 10 milioni di abitanti come la Tunisia, ma di 225 milioni di abitanti come l’Indonesia, o di 160 milioni come il Pakistan? Quest’ultimo, per giunta, già dotato di armi atomiche...

 

* * *

Questa breve nota voleva correggere un po’ l’impressione di una forse eccessiva cautela che potevano dare i primi articoli, Algeria e Rivolte o rivoluzioni. Ma nel complesso la prudenza è ancora necessaria, per evitare quell’uso mitologico dei processi rivoluzionari veri o presunti che ha caratterizzato spesso la “nuova sinistra”, quando c’era.

In Italia, paese coinvolto da decenni nelle politiche imperialiste che hanno creato quei regimi tirannici (spacciati per “moderati”), dobbiamo vigilare contro i tentativi di denigrazione, che fanno leva sull’ingigantimento del “pericolo islamico”, o di criminalizzazione, che amplificano invece gli inevitabili “eccessi” dei diseredati, quando finalmente riescono a muoversi.

Ma dobbiamo soprattutto seguire con attenzione e simpatia questi movimenti, anche se non riescono a risolvere tutti i problemi, e a gettare le basi di una società veramente diversa.

Non ci sarebbe stato il ”Sessantotto” se non ci fosse stata la radicalizzazione di intere generazioni di militanti comunisti, che dalla rivoluzione algerina e soprattutto da quella cubana hanno capito che non era giustificata la rassegnazione all’esistente che avevano tentato di inculcargli i dirigenti del PCI e del PSI… Hanno capito insomma che non era impossibile vincere, anche se il nemico era potentissimo!

Ma oggi c’è una ragione in più per provocare una ripercussione di quelle rivolte anche al di qua del Mediterraneo. L’ha colta bene Lucia Annunziata: “In fondo, a ben guardare, quello che accade in Tunisia, in Egitto e altrove in queste ore ha meno a che fare con l’essere «arabi» e molto più con le proteste che hanno attraversato nei mesi scorsi l’Europa del default del debito pubblico. Audace connessione? Forse.”

Sono stato colpito da questa osservazione, anche perché raramente mi sono trovato d’accordo con la Annunziata. Ma posso tranquillizzarmi: la sua conclusione è diametralmente opposta alla mia: “Se così fosse, scrive, quanto ancora più preoccupante sarebbe quello che sta succedendo.”

Io invece non troverei affatto “preoccupante” se altri esempi si aggiungessero a quelli che ci sono stati dati dagli operai greci, dagli studenti britannici, dai pensionati irlandesi, dalla stessa maggioranza del popolo della piccola e lontana Islanda in rivolta contro debiti contratti da governanti senza mandato.

(a.m. 30/1/11)