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L'America Latina dopo il vertice di Trinidad-aprile 2009

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L'America Latina dopo il vertice di Trinidad

 

Al "Vertice delle Americhe" di Trinidad si è avuta una unanimità sospetta: abbracci, scambi di doni e di riconoscimenti, e nessuna conclusione pratica, tanto è vero che non si è riusciti neppure a stendere un documento comune.

Una parte della sinistra si è chiesta se era il caso di fare tante dichiarazioni di amicizia con Obama e di fiducia nel suo operato. Tuttavia può anche essere stata solo una ostentazione diplomatica e mediatica di rapporti cordiali, a beneficio del presidente degli Stati Uniti ma anche dell'ex "terribile dittatore" che con Obama scambiava pacche sulle spalle e libri.

 

Più preoccupanti alcune riunioni che hanno preparato il vertice: ad esempio quella a Caracas tra Chávez e Uribe, che ha portato a ben 5 accordi tra i due paesi. Incomprensibile l'elogio del "piano di pace" di Uribe fatto dal presidente venezuelano, che ha anche invitato nuovamente le FARC a deporre le armi, mentre in Colombia continuavano le manifestazioni contro gli assassinii di sindacalisti e le sparizioni di giovani, sequestrati e fatti ritrovare morti con indosso una divisa per incassare le taglie sui "guerriglieri uccisi". In cambio il presidente colombiano ha tessuto gli elogi del suo omologo venezuelano...

 

La stampa latinoamericana ha attribuito il merito (o il demerito) di tutto quel che è accaduto a Trinidad al presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva che insieme a Alvaro Uribe sarebbe stato il vero protagonista dell'incontro. Uribe, naturalmente, ha dovuto pagare un prezzo: come praticamente tutti gli altri presidenti, si è pronunciato per la fine dell'embargo a Cuba. Tuttavia ha raccomandato di unirsi per scongiurare il "fantasma che incombe sulla regione: l'esplosione sociale". I paesi maggiori (tra cui Brasile e Argentina) hanno premuto sui governi "radicali", perché lo siano meno, e concorrano a chiedere tutti insieme agli Stati Uniti un forte finanziamento al BID (Banco Interamericano de Desarrollo) a interessi ragionevoli, senza i quali l'America Latina rischierebbe di "sprofondare nell'anarchia e nella violenza"

Lula si è anche riconciliato con Evo Morales. Eppure con la Bolivia poco più di un anno fa il Brasile era stato a un passo da uno scontro militare per il controllo di una raffineria e di un impianto gestito dalla Petrobras. Ora ha elogiato in una conferenza stampa Evo, per aver superato la fase ingenuamente radicale (sono contento, ha detto, di aver avuto pazienza lasciando che Morales "facesse il suo apprendistato").

 

Ed Evo, effettivamente, dopo molti giorni di sciopero della fame, in cui era stato sostenuto da un gran numero di militanti che si davano il cambio, ha finito per accettare una legge elettorale che accoglie molte richieste della destra autonomista, a danno delle comunità indigene (che avranno 7 rappresentanti anziché 14) e degli emigrati in Europa e nello stesso continente americano (potranno votare in 240.000 su 2.500.000). Inoltre dovrebbe essere introdotto un nuovo sistema di identificazione elettronica non facile da applicare nelle zone più remote. In cambio la destra accetta che le elezioni si tengano a dicembre.

 

Probabilmente le pressioni dei governi "moderati", dal Brasile al Cile, dall'Uruguay al Paraguay, e il riavvicinamento del Venezuela con la Colombia, hanno facilitato questa soluzione che ha lasciato a bocca amara una parte dei sostenitori di Evo e mantenuto l'incertezza sulla possibilità di arrivare davvero a queste elezioni sospirate. È più o meno quanto era accaduto quando a Santiago del Cile il 15 settembre 2008 si era tenuta la conferenza dei capi di Stato sudamericani (Unasur) su richiesta della Bolivia: 9 paesi su 12 si erano pronunciati contro la secessione delle province orientali, ma avevano imposto a Evo di non perseguire legalmente i crimini dei governatori secessionisti, e di migliorare i rapporti con gli USA.

Al vertice delle Americhe Cuba era formalmente assente, ma in realtà era al centro dell'attenzione. Tuttavia i risultati concreti sono molto al di sotto delle attese e soprattutto degli annunci sensazionalistici dei media sulla "fine dell'embargo". Ma i media, su questo terreno, sono sempre poco attendibili. Diversi commentatori ad esempio avevano sostenuto un mese fa che la brusca sostituzione del ministro degli Esteri Pérez Roque era una concessione a Obama, per facilitare la tensione tra i due paesi e la fine dell'embargo, mentre altri sostenevano esattamente il contrario... Difficile destreggiarsi in questa selva di ipotesi, se non per dubitare della reale disponibilità di Obama a rinunciare davvero all'embargo a breve scadenza. Certo, ha annunciato la riduzione di alcune delle misure restrittive introdotte da Bush, e questo dà una boccata d'ossigeno a Cuba. D'altra parte, a partire dal 2001, le deroghe all'embargo si sono accresciute, sotto la pressione degli Stati agricoli nordamericani, sicché le esportazioni di prodotti alimentari statunitensi a Cuba hanno raggiunto dimensioni importanti, e certo non saranno ridotte in questi tempi di crisi.

Ma Cuba deve pagare in contanti, mentre non può vendere nulla agli USA, e questo è uno degli elementi che provoca il suo forte deficit nella bilancia commerciale che, secondo il ministro del Commercio estero Malmierca, ha superato il 70% (importazioni 14 miliardi e mezzo di dollari, esportazioni 3 miliardi e 780 milioni).

Meno rassicurante per il governo cubano l'altra "promessa" di Obama: via libera alle compagnie statunitensi per stabilire connessioni in fibra ottica e satellitari a Cuba, per offrire servizi di telefonia mobile e internet nell'isola, autorizzando contemporaneamente chiunque voglia pagare dall'estero le fatture dei cellulari di cubani residenti. Una concessione o una minaccia di ingerenza? Anche chi non condivide la politica cubana di restrizioni burocratiche all'accesso a internet non può ignorare che l'offerta di Obama sarebbe inaccettabile per qualsiasi governo di un paese sovrano.

Insomma, a Trinidad molto fumo e poco arrosto. La ragione va ricercata nella crisi economica, che ha colpito tutti i paesi per la brusca riduzione dei prezzi mondiali delle materie prime, e più di tutti il Venezuela.

Non si tratta solo del dimezzamento del prezzo del petrolio, che di per sé già riduce le disponibilità per la generosa politica internazionale voluta da Chávez, di cui Cuba è stata la principale – ma non unica – beneficiaria. Il Venezuela può subire ben altre conseguenze della crisi: col petrolio a 40 o 50 $ al barile, lo sfruttamento delle sabbie bituminose dell'Orinoco, che dovevano sostituire i vecchi giacimenti in via di esaurimento, diventa antieconomico.

La crisi colpisce anche il Brasile, che pure sembrava avviato a una trionfale egemonia nel continente, e che intanto ha bloccato del tutto la riforma agraria, provocando tensioni con i Sem Terra. Ancora più colpiti Argentina, Paraguay, ecc. Il Bancosur, che un anno fa sembrava dover soppiantare la BM e il BID, ha le casse vuote, e a Trinidad è stato chiesto a Obama un aiuto, che lo ha però concesso in misura assolutamente irrisoria (mentre ha finanziato generosamente il piano "antinarcotraffici" del Messico, che si trasformerà in una nuova Colombia).

 

Siamo abituati a brusche svolte in America Latina. Per il momento il suo futuro continua a essere incerto. Il consolidarsi di un orientamento moderato in alcuni dei paesi "progressisti" fa anzi temere qualche passo indietro.

 

(aprile 2009)

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